
Gli scenari di guerra sempre più tragici e
il genocidio a Gaza
hanno spinto numerose realtà, cittadine e cittadini a partecipare agli incontri
“Insieme per la pace”
che si svolgono ogni prima domenica del mese
in piazza dell’Isolotto dalle 9:30 alle 10:30.
La piazza diventa uno spazio aperto di condivisione, denuncia e speranza: un luogo affacciato sul mondo, aperto a chiunque senta il desiderio, il bisogno,
di dare voce al proprio desiderio e impegno per la pace.
Ognuno può portare e condividere un pensiero,
una notizia, una riflessione, una preghiera,
una testimonianza, un appello, una proposta,
una poesia, una canzone.
Dal 5 maggio 2024, per ogni incontro è stato realizzato un fascicolo che raccoglie gli interventi, le testimonianze e le letture proposte in piazza. I fascicoli sono qui sotto disponibili.

Domenica 5 luglio 2026 Amar Rihan, profugo palestinese di Jabalia,
ha affidato le sue parole dal titolo “Più di mille giorni … e la notte ancora senza alba”
alla giovane figlia Sundus, tradotte in italiano da uno di noi. ,
Signore e signori, cittadini di Firenze,
figli e figlie della città che ha insegnato al mondo che l’arte è un linguaggio,
che l’umanità è un valore e che la coscienza non conosce confini,
mi presento oggi a voi non per raccontare una storia destinata a essere dimenticata al termine di questo incontro,
ma per consegnarvi la testimonianza di un’epoca prolungata,
di una sofferenza così lunga che il dolore si misura ormai in giorni,
l’attesa è diventata una patria
e le lacrime un linguaggio che tutti parlano fluentemente.
Più di mille giorni…
E in questo numero non c’è traccia della freddezza che solitamente si associa alle cifre. Sono più di mille albe che non hanno portato sicurezza; più di mille notti in cui la paura si è addormentata prima dei bambini; e più di mille mattine in cui i cuori si sono svegliati per una nuova perdita.
Più di mille giorni…
Dove i marciapiedi si sono stancati di dare l’addio ai propri cari.
Dove le madri si sono stancate di contare chi non c’è più.
Dove l’infanzia è cresciuta sfinita dal peso di fardelli che nemmeno le montagne avrebbero
potuto reggere.
Onorevole pubblico,
come possono le parole descrivere un bambino che cerca il suo giocattolo tra le macerie?
Come possono le lettere raffigurare una madre che stringe a sé i suoi figli, non per paura del
freddo, ma perché teme che quello possa essere il loro ultimo abbraccio?
E come può il linguaggio tradurre il silenzio di un padre impotente di fronte ai bisogni della sua
famiglia, quando le più semplici necessità della vita sono diventate un sogno lontano?
Più di mille giorni…
Di perdita…
Di sradicamento…
Di attesa…
Di fame…
Di sete…
Di un’angoscia che non dorme mai.
Più di mille giorni, in cui le case non sono case, le scuole non sono scuole e la vita non è come
dovrebbe essere.
Questa non è solo sofferenza…
È un ricordo opprimente, cuori sfiniti dalla nostalgia e anime aggrappate alla speranza
nonostante tutto ciò che hanno sopportato.
Signore e signori,
le guerre possono demolire le pietre,
ma non possono distruggere il valore umano.
Possono annegare la terra nel fumo,
ma non possono estinguere il diritto degli esseri umani a vivere con dignità.
Ed è per questo che oggi mi trovo qui davanti a voi.
Non per chiedere una lacrima fugace,
ma per invocare una posizione duratura.
Non chiedo pietà.
Chiedo che l’umanità rimanga umana.
Che la coscienza resti viva.
Che la voce della giustizia si levi più forte della voce del silenzio.
Cittadini di Firenze,
la storia non si limita a registrare il numero dei giorni.
Registra chi è rimasto al fianco dell’umanità quando la sofferenza si è intensificata.
Registra chi ha assistito al dolore e non ha distolto lo sguardo.
Registra chi ha creduto che ogni vita umana meriti protezione e che la dignità di ogni bambino
meriti di essere salvaguardata.
Quindi, quando oggi lasceremo questo luogo,
non lasciate che ciò che avete ascoltato rimanga solo parole al vento.
Che questa domanda rimanga impressa nei vostri cuori:
Come può un essere umano assistere a tutto questo dolore… e poi andarsene come se nulla
fosse accaduto?
Forse il mondo di oggi ha bisogno di una sola cosa.
Di ricordare che dietro ogni numero c’è un essere umano.
Dietro ogni notizia c’è una madre in attesa.
Dietro ogni bambino c’è un piccolo sogno che vuole crescere.
E che dietro più di mille giorni di sofferenza, c’è un popolo che si aggrappa ancora alla
speranza, che crede ancora che l’oscurità abbia una fine e che l’umanità abbia diritto alla vita,
alla dignità e alla pace.
Grazie, e la pace sia con voi.
Domenica 7 giugno 2026 vi sono state due testimonianze particolarmente forti:
quella di Rafel e Gabriel perseguitati ed espulsi dal Nicaragua (foto 1 e 2) e quella di Amar Rihan,
profugo palestinese con la sua famiglia a Firenze.




“Insieme per la pace” è un’iniziativa promossa e animata dalla Comunità dell’Isolotto e dalla Parrocchia dell’Isolotto insieme ad altre realtà di base del quartiere e della città: Donne Insieme per la Pace, il Circolo 25 Aprile, il gruppo La Comune, la Sezione Anpi Sergio Rusich, la Piccola scuola di Pace e molti cittadini e cittadine senza particolari appartenenze.
Al termine di questo momento la Comunità dell’Isolotto prosegue la riflessione sul tema della pace
presso le ex Baracche verdi in Via degli Aceri 1.
Il grido dell’anima di Amar Rihan, profugo palestinese con la sua famiglia a Firenze
ll grido dell’anima dal quartiere Isolotto:
Il terremoto del dolore esteso dalle macerie di Jabalia ai porti di Firenze
Gentile pubblico, cari abitanti di questo grande quartiere, culla di umanità e compassione…
Oggi sono davanti a voi…Non come rifugiato, né come ospite,
e nemmeno come un numero passeggero nei registri della tragedia…
Ma come essere umano… un uomo che il destino ha trasportato dalle macerie fino a questo
luogo, attraversando le fiamme del dolore per raggiungere l’oasi della vita, e uscendo dalla
stretta della disperazione verso una nuova finestra di speranza.
Sono davanti a voi con il cuore pesante di ricordi che non mi abbandonano, e con occhi che
ancora conservano immagini che il tempo si rifiuta di cancellare.
Sono padre di cinque figli…
Ero là… vivevo a Gaza, a Jabalia, portando il messaggio della scienza e della conoscenza, e ho
trascorso gli anni della mia vita tra università, libri e aule di insegnamento. Credevo, e credo
ancora, che formare l’essere umano sia il più grande investimento che si possa offrire
all’umanità. Sognavo, come ogni padre tra di voi, di vedere i miei figli crescere in sicurezza,
studiare, avere successo e costruire il proprio futuro con le loro giovani mani.
Ma gli eventi crudeli non chiedono il permesso ai sogni prima di infrangerli!
In pochi istanti fugaci, la nostra vita tranquilla si è trasformata in una paura costante…
La casa che custodiva i nostri ricordi, le risate dei miei figli e i nostri piccoli sogni è crollata. E in
uno dei momenti più dolorosi che la mente umana possa sopportare… ho visto mio figlio… quel
bambino brillante che era il primo della sua scuola, l’ho visto disteso davanti a me tra il sangue
e le macerie… con l’anima in bilico tra la vita e la morte.
In quel momento terribile…
Non ero un professore universitario, né un ricercatore, né un uomo di titoli e diplomi…
Ero soltanto… un padre impotente… che stringeva il proprio figlio, cercando con ogni grammo di
istinto di proteggerlo dall’oscurità della fine.
Ci siamo spostati da un posto all’altro… da una paura a una paura ancora più grande…
Cercavamo la salvezza, abbiamo vissuto giorni durissimi in totale assenza di cure mediche, e
abbiamo assistito a dolori che la lingua non riesce a descrivere. Poi sono arrivate le tende… e lì
ho assaporato il vero significato dell’impotenza… Ho visto i miei figli tremare per il freddo
pungente, ho visto la paura abitare nei loro piccoli occhi. E ho visto me stesso, l’accademico,
cercare tra i resti di legno e carta… non per scrivere una ricerca scientifica, ma per accendere
un piccolo fuoco per proteggere i miei bambini dal gelo della notte e preparare loro un boccone
che calmasse la fame.
Questa dura esperienza non ci ha tolto solo le pareti e le case… ci ha rubato la serenità, ci ha
privato dei cari che se ne sono andati, e ha preso una parte delle nostre anime.
Ma in mezzo a questa fitta oscurità, è apparsa una luce…
In mezzo alla sofferenza, abbiamo trovato la compassione tesa verso di noi da lontano…
Per questo, oggi sono qui con totale sincerità, e con tutto il battito del mio cuore colmo di
gratitudine, per rivolgere le più alte espressioni di ringraziamento e rispetto alla grande Italia,
con la sua gente, il suo popolo autentico e la sua comunità umana.
L’Italia è stata l’ancora di salvataggio che ci ha restituito la speranza; quando ci ha aperto i suoi
cuori e ha offerto a noi e alle nostre famiglie la grande opportunità di curare i nostri figli nei suoi
ospedali all’avanguardia, guarendo le ferite dei nostri corpi dopo che ogni via si era chiusa.
Questo nobile abbraccio medico e umano non è stato solo una cura per i corpi, ma è stato un
balsamo che ha risanato le nostre anime esauste, e ha donato ai miei figli – che hanno vissuto il
terrore e le ferite – l’opportunità di dormire senza paura, e di godere di una nuova possibilità di
vita e di istruzione.
La cura può sembrare a qualcuno un semplice dettaglio quotidiano… ma per noi è stata l’inizio
di una nuova rinascita, un messaggio caloroso che ci dice: il bene pulsa ancora in questo
mondo, e l’Italia rimarrà sempre un faro di umanità e compassione.
Cari amici… cari amati nel quartiere Isolotto…
Oggi non sono qui per suscitare un’emozione passeggera…
Ma per condividere con voi la testimonianza di un uomo vivo, che ha visto come l’autentica
umanità possa ricostruire ciò che il dolore ha distrutto.
E vi dico dal profondo del mio cuore:
Le case possono andare perdute… ma la dignità non si perde!
I beni possono svanire… ma la speranza non muore!
I corpi possono essere feriti… ma l’anima dell’uomo non si spezza mai, finché in questo
universo ci saranno cuori compassionevoli che tendono la mano dell’aiuto e dell’amore.
Oggi, guardando negli occhi i miei cinque figli, vedo che continuano a sognare… e anch’io, in
mezzo alle mie fragilità, continuo a sognare.
Sogno che regnino la pace e la sicurezza, e sogno che tutti i bambini del mondo possano vivere
senza paura o terrore. E sogno che i miei figli crescano qui, ricordando sempre che c’è un
grande paese di nome Italia che ha aperto loro i suoi cuori caldi e li ha abbracciati con amore.
E vi prometto… da questo luogo, con la conoscenza e la determinazione che porto in me, che
trasformeremo questa opportunità in una storia di successo. Risorgeremo, lavoreremo e
semineremo il bene, per essere una parte attiva e feconda in questa grande comunità che ci ha
accolto.
E la vostra bontà e la vostra nobile posizione umana rimarranno impresse nella nostra memoria
e in quella dei nostri figli, finché vivremo.
Grazie all’Italia…
Grazie a tutti voi per non averci visto come estranei…
Grazie per averci visto come esseri umani… che meritano la vita.
