Nell’ambito del percorso di quest’anno sulla spiritualità, l’incontro comunitario di domenica 17 maggio 2026 mette al centro una domanda che attraversa la storia del cristianesimo: cosa significa che Gesù è “Figlio di Dio”?
Giuseppe Bettenzoli, conoscitore esperto dei testi biblici, ci guida nella riflessione e osserva che questa domanda non può essere affrontata secondo nostri parametri culturali, ma richiede di tornare alle radici, ai testi biblici, alla storia delle prime comunità, ma anche di riflettere ancora una volta sul nostro presente, sulla nostra immagine di Dio nel tempo del cosiddetto post-teismo.
Il punto di partenza è una presa di coscienza: la tradizione cristiana che abbiamo ereditato non è un blocco immutabile, ma il risultato di un lungo processo storico. Molti dogmi e molti elementi della pratica ecclesiale sono stati plasmati dalla cultura greco-romana, e sono spesso molto lontani dal contesto ebraico in cui Gesù è vissuto e ha annunciato il suo messaggio. Capire e recuperare questa origine non è un esercizio erudito ma una necessità per ridare senso a una fede che rischia di non parlare alla umanità di oggi.
Fin dalle sue origini, il cristianesimo non è stato un pensiero unico. La stessa esistenza di diversi Vangeli testimonia la presenza di una pluralità di letture dell’esperienza di Gesù, anche di diverse intenzioni nel comunicare la propria visione, nel contesto in cui vivevano. Inoltre le prime comunità non si percepivano come separate dall’ebraismo, ma piuttosto come un movimento interno di rinnovamento, centrato sulla condivisione e sulla giustizia e coerenza.
In questo contesto Giuseppe spiega che i due termini ebraici “figlio” (ben) e “servo” (ebed) risultano in larga misura sovrapponibili e intercambiabili: entrambi esprimono l’adesione ad un compito, l’assunzione di una responsabilità: quella di sentirsi chiamati e impegnati a costruire il regno di giustizia e di dignità annunciata dai profeti.
Non a caso, nei racconti evangelici, questa definizione è strettamente legata alle opere di Gesù, nelle quali si impegnava: guarire, accogliere, liberare, restituire dignità agli ultimi. È in queste opere che si manifesta la sua relazione con Dio.
In questo senso allora il titolo “figlio di Dio” assume un significato diverso da quello che gli viene attribuito; non indica una natura divina in senso ontologico, ma una relazione di servizio: essere “figlio di Dio” significa essere impegnati nella storia nella realizzazione della volontà di Dio difendendo i poveri, gli orfani, le vedove, cercando la giustizia, promuovendo la liberazione degli oppressi.
Con Paolo di Tarso, questa prospettiva evolve: Gesù diventa il “primogenito” tra molti fratelli: la sua esperienza non lo separa dagli altri, ma apre una possibilità per tutti.
Successivamente, con il Vangelo di Giovanni e nei contesti delle comunità ellenistiche, il significato del titolo cambia profondamente. Gesù viene presentato come “Figlio unigenito”, in una prospettiva che tende a identificarlo con Dio stesso. Questa rilettura, comprensibile nel tentativo di dialogare con la cultura del tempo, determina uno slittamento: da un linguaggio simbolico e relazionale si passa a una definizione ontologica. Le formulazioni dogmatiche dei concili, come quello di Nicea, affermano questa visione; così la complessità dell’esperienza evangelica viene tradotta in formule che, nel tempo, rischiano di allontanarsi dal vissuto delle comunità e dalla dimensione concreta del messaggio di Gesù.
Oggi viviamo in un contesto culturale profondamente diverso, i dogmi risultano incomprensibili e lontanissimi dalla vita delle persone, ma il cuore della fede cristiana non risiede nelle definizioni dottrinali, bensì nella pratica del messaggio evangelico: nella capacità di costruire relazioni liberanti, di opporsi all’ingiustizia, di vivere la solidarietà. È in questa direzione che si collocano tante figure ed esperienze, compresa la nostra, che, nella storia, hanno privilegiato l’ortoprassi all’ortodossia.
“Figlio di Dio” diventa così una parola che riguarda non solo Gesù, ma ogni essere umano chiamato, indipendentemente anche dalla sua fede o meno in Gesù, a realizzare il progetto di giustizia, accoglienza e di pace. Non un titolo esclusivo, ma una vocazione condivisa.
In questo cammino, la comunità si riconosce luogo di ricerca e di sostegno reciproco: uno spazio in cui interrogarsi, mettere in discussione schemi consolidati, aprirsi a una fede più essenziale, capace di parlare al presente. Una fede che, liberata da rigidità e sovrastrutture, possa tornare a essere esperienza di libertà, di responsabilità e di speranza per tutti.
