Pasqua 2026 – come possiamo celebrare la Pasqua in tempo di genocidio?

La nostra celebrazione della Pasqua si apre con il grido, il richiamo di una poeta palestinese Hend Joudah che chiede: Cosa significa essere poeta in tempo di guerra? (Dal libro “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” – Fazi Editore). Un grido che per noi si traduce in una domanda: come possiamo celebrare la Pasqua in tempo di guerra? cosa significa per noi resurrezione in mesi in cui assistiamo al genocidio a Gasa e in Cisgiordania? In cui tutte le nostre proteste e azioni sembrano dissolversi. Ci confrontiamo con le parole del Vangelo che raccontano della pietà di Giuseppe d’Arimatea e delle donne al sepolcro. Una pietà per i corpi che ci rimanda alle immagini che ci arrivano dal Medio Oriente e da molti teatri di guerra e che evoca il dolore definitivo ma anche il riaffermare del senso di umanità che è il primo passo verso la resurrezione. Non riusciamo a vivere oggi una pasqua serena ma i testi, le emozioni, i gesti del pane e del vino che condividiamo ci aiutano a sperare nella vita nonostante l’orrore. E a rinnovare l’impegno contro la follia della guerra e del dominio, della sopraffazione e del riarmo.