Il nostro addio a padre Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta

Raffaele Nogaro, friulano di origine e casertano di elezione, è mancato ad inizio di quest’anno. Ci mancherà. Vescovo di Sessa Aurunca dal 1982 e poi di Caserta dal 1990 al 2009 è stato un uomo di grande esempio e coerenza evangelica. Un uomo che – lontano dal potere e dai suoi simboli – è sempre andato al nocciolo delle questioni ponendosi dalla parte degli ultimi, che ha dedicato la vita alla lotta alla camorra, alla difesa dei deboli e dei migranti, all’impegno per la pace, e che lo ha fatto con «radicale mitezza» come ha scritto lo storico della Chiesa Sergio Tanzarella in un piccolo importante libro dedicato a Nogaro (Raffaele Nogaro. 90 anni di radicale mitezza, Ed Il pozzo di Giacobbe).

Quando arrivò a Caserta, non partecipando ai festeggiamenti che il Comune di giunta democristiana aveva organizzato con un certo spreco di risorse, chiarì subito a tutti che sarebbe stato un uomo libero. La sua radicalità evangelica lo portò a denunciare l’illegalità, la corruzione, la devastazione ambientale causata da cave e discariche abusive gestite della criminalità, la connivenza tra la Democrazia Cristiana e le organizzazioni criminali. Criticò anche la gerarchia ecclesiastica per non aver preso posizioni chiare contro la camorra, mentre fu amico di don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra a Casal di Principe nel 1994, difendendone strenuamente l’opera e la memoria. Queste posizioni gli costarono duri attacchi.
Così come gli costarono dure critiche le prese di posizione contro le leggi anti-immigrazione che giudicava razziste, disumane e contrarie al Vangelo. Vedeva l’immigrazione come un fenomeno irreversibile, i migranti come persone, l’accoglienza come un’urgenza evangelica cui tutti siamo chiamati a vivere ogni giorno. Così partecipò ad azioni di disobbedienza civile, arrivando a distribuire, insieme a movimenti, realtà di base e centri sociali, i cosiddetti “permessi di soggiorno in nome di Dio” e praticando, fino a tempi recenti, il “Digiuno di giustizia” lanciato da padre Alex Zanotelli nel 2018 contro le politiche razziste.

Altrettanto limpido e significativo fu il suo impegno per la pace e l’antimilitarismo; erede spirituale di don Tonino Bello, criticò gli interventi in Afghanistan e Iraq e denunciò la malafede di espressioni linguistiche ingannevoli come “missioni di pace” (che altro non sono che interventi in armi per interessi geopolitici) o “martiri della patria” dopo la strage di Nassiriya («Bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri e degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste».). In molti ne chiesero la rimozione o le dimissioni.

La sua visione teologica non era basata su un’impalcatura di dogmi cristallizzati, ma sul valore di vivere il Vangelo abitando oggi “la frontiera che è fuori dal tempio”, stando nelle realtà umane, specie quelle difficili, portandovi il soffio della speranza, liberando la figura di Gesù dalle sovrastrutture istituzionali e la Chiesa dalla malattia del potere. In questo ci sentivamo in sintonia con lui e lui con noi, come ebbe modo di scrivere in un biglietto a don Sergio Gomiti di cui aveva letto il libro (“L’Isolotto tra Vangelo e diritto canonico“, 2014), e l’ultima volta a voce quando una piccola delegazione della Comunità lo incontrò a Caserta nel marzo 2023 trovandolo ancora una volta mite, curioso, attento, profondamente appassionato alla vita e al Vangelo.