Ricordiamo Paolo Caciolli, prete e compagno di cammino di Enzo Mazzi nella parrocchia dell’Isolotto dal 1965 al 1968, che in questi giorni ci ha lasciato

Un altro testimone importante dell’esperienza dell’Isolotto ci ha lasciato. Ricordiamo Paolo Caciolli, prete e compagno di cammino coadiutore di Enzo Mazzi nella parrocchia dell’Isolotto dal 1965 al 1968.

Paolo Caciolli, ordinato sacerdote nel 1964, a 24 anni, venne inviato all’Isolotto nel luglio 1965, dopo una breve, e per lui triste esperienza in una parrocchia cittadina di ambiente borghese, in totale contrasto con le sue aspirazioni, maturate nel Seminario diretto da mons. Gino Bonanni. Così racconta il disagio vissuto in quel periodo nel suo contributo al capitolo del libro Isolotto 1954-1969 (Laterza 1969) su L’esperienza dell’Isolotto vista dai sacerdoti : “Sentivo completamente rifiutate le mie esigenze di vivere un’esperienza sacerdotale povera, totalmente spesa a servizio degli ambienti più umili” (p. 44)

La sua esperienza all’Isolotto si svolse invece nel segno della piena condivisione della pastorale impostata nella giovane parrocchia da Enzo Mazzi e Sergio Gomiti, e in un rapporto fraterno e paritario con Enzo. I due sacerdoti hanno firmato insieme alcuni dei documenti più significativi degli anni immediatamente precedenti l’estromissione dalla parrocchia (1965-1968). Tra questi ricordiamo la lettera inviata ad un mese dall’alluvione del 1966 ai parrocchiani, nella quale si ricordava il mutuo aiuto prestato da tanti e ci si augurava «che l’alluvione, fra i tanti disastri, offra l’occasione a molti per un riesame della propria coscienza, per un netto rifiuto di tutto ciò che in essa vi è di egoismo, di chiusura, di egoismo, di discriminazione, di diffidenza, e infine per la maturazione di un modo nuovo, più universalmente aperto, più attivo e responsabile di inserimento nella società».

Del marzo 1967 è la lettera a papa Paolo VI sui bombardamenti in Vietnam, inviata per il tramite dell’arcivescovo Florit. Molto importante è inoltre una lunga lettera del marzo 1968 alle famiglie del quartiere, che invita ad una riflessione sulla linea pastorale; la lettera, firmata anche da don Sergio Gomiti, prendeva spunto dall’«invito all’unione fra tutti gli uomini di buona volontà, lanciato da Giovanni XXIII» per ribadire la necessità di «superare tutti i motivi di separazione, di incomprensione, di inimicizia, di reciproca scomunica, motivi basati su contrapposizioni ideologiche, su conflitti religiosi, su lotte partitiche», e finiva col riconoscere «che nel nostro rione c’è sempre stata in tutti questa ricerca di unione, di apertura, di collaborazione», già emersa di fronte ai problemi operai, della pace, dell’alluvione, della solidarietà espressa ai terremotati siciliani.

Del breve e intenso periodo vissuto da Paolo all’Isolotto, ricordiamo anche il contributo da lui offerto all’analisi dell’enciclica Populorum Progressio, discussa poi in un’assemblea pubblica alla presenza del prof. Paolo Barucci e di Giorgio La Pira, e la sua prolungata presenza nel 1968, con altri laici della parrocchia, nella valle del Belice colpita dal terremoto.

È significativo inoltre e da ricordare il suo rifiuto di sostenere gli esami quadriennali per i sacerdoti giovani, in solidarietà con altri sacerdoti colpiti da provvedimenti disciplinari, e motivato in una lettera poi inviata al cardinale con l’inascoltata istanza di “effettiva corresponsabilità nella conduzione del corso [di aggiornamento per sacerdoti giovani], di una vera aderenza del nostro studio ai problemi concreti della vita degli uomini, di una più umana ed evangelica impostazione di rapporti tra noi e col Vescovo, in una rinnovata visione anche di alcuni aspetti giuridici. …
In questo modo mi sembra che nella nostra diocesi si finisca col seppellire il Concilio e tradire l’estremo bisogno di rinnovamento evangelico sempre più diffuso nella Chiesa e nel mondo
” (Isolotto 1954-1969, pp. 47-48).

Questo forse troppo dettagliato ricordo dell’apporto dato da Paolo alla fase finale dell’esperienza della comunità parrocchiale dell’Isolotto, e all’avvio dell’esperienza della comunità di base, non descrive esaustivamente la visione comune che si era creata con sacerdoti e laici, e l’intesa profonda così importante nata nel corso di quella ormai lontana esperienza. Vuole però colmare una lacuna, perché Paolo nella lunga storia della comunità dell’Isolotto non è stato ricordato spesso, anche a causa del suo trasferimento in Germania, dove tra l’altro lavorò come falegname, e dove è morto dopo una lunga malattia il 24 febbraio scorso.

Non sono molte ormai, nella comunità attuale, le persone che l’hanno conosciuto. Queste ricordano che Paolo aveva, nei rapporti con i laici, una grande dolcezza e mitezza, che amava ascoltare e comunicare con il sorriso, e che l’importanza della sua presenza improntata sulla leggerezza venne percepita in pieno dopo la sua decisione di trasferirsi in Germania.
Del resto è stato Paolo stesso a spiegare il senso della sua presenza tra noi e tra le tante realtà che condividevano negli anni ’60 e ’70 le sue profonde aspirazioni, in un’intervista rilasciata nel 1968, e pubblicata nel libro Isolotto 1954-1969, che rimane tuttora il più completo resoconto dell’intensa esperienza condotta nella parrocchia, bruscamente interrotta dalla rimozione di Enzo Mazzi e proseguita in altre forme.
L’intervista trattava soprattutto della scelta del lavoro fatta dai sacerdoti dell’Isolotto, e Paolo, che già lavorava in una fabbrica di elettrodomestici, la Stice, così presentava la sua scelta e il suo cammino all’Isolotto:

«Innanzitutto tengo a precisare che mi sento operaio e non ‘prete-operaio’ come normalmente si intende : non voglio assolutamente portare la Chiesa in fabbrica, cioè non intendo approfittare del fatto che lavoro in mezzo agli altri operai per fare il cosiddetto apostolato. A questo riguardo sono sempre stato molto chiaro con i miei compagni di lavoro e con la direzione della fabbrica. Ho scelto la fabbrica per un insieme di motivi ugualmente determinanti: per riconquistare molti valori della vita che nella condizione del clero si sono perduti; per l’impossibilità a vivere chiuso in una struttura di ministero sacerdotale che mi impediva di essere in mezzo agli altri, partecipe dei loro problemi, delle loro difficoltà, della loro aspirazione a una società più giusta più umana più sociale. Lavorare inoltre è una condizione necessaria per disfarmi dei privilegi del clero che per me sono una realtà opprimente e alienante. C’è, infine, in me, l’esigenza fortemente sentita di campare lavorando, indipendentemente dalle mansioni che come prete svolgo nell’ambiente.

D. Che relazione c’è fra la tua scelta e la cosiddetta «linea di povertà» alla quale vi richiamate?
R. Non ho scelto la fabbrica per una esigenza di povertà fine a se stessa. La povertà che ricerco e che esigo dalla Chiesa e dagli uomini, non è una povertà di carattere ascetico, ma è la scelta del mondo dei poveri. La povertà, per me, non è un valore; mentre considero un grande valore la tensione, la lotta del mondo dei poveri verso un mondo più giusto, più pacifico, più felice. Non ho scelto dunque la «povertà», ma ho scelto la condizione di vita, di lavoro, di lotta della classe operaia, nella quale mi riconosco in pieno come uomo e come prete.
Questo non significa, ripeto, che io mi senta in realtà rappresentante della Chiesa nel mondo del lavoro. Non perché io non voglio esserlo, ma perché è la Chiesa stessa che si è resa incapace di essere autenticamente presente nel mondo del lavoro a causa della sua alleanza con il mondo del potere politico economico e culturale, insomma con l’attuale classe dominante. Finché questa alleanza perdurerà, ogni pretesa di presenza della Chiesa nel mondo risulterà segnata dal paternalismo, dalla strumentalizzazione, dalla ipocrisia.

D. E l’esperienza compiuta qui all’Isolotto ha influito sulla tua scelta?
R. La mia scelta del lavoro è un frutto e un segno della intensa vita comunitaria svolta nel quartiere dell’Isolotto, insieme a Enzo, a Sergio e a tutti gli altri. Il nostro cammino religioso attraverso un’intensa partecipazione alla realtà immediata e concreta degli uomini e più particolarmente al loro lavoro ha cercato di recuperare l’aspetto vitale del ministero sacerdotale che normalmente è dimenticato e anzi soffocato dall’aspetto burocratico e formale. Il provvedimento del Cardinale nei riguardi della nostra comunità ci solleva dalla responsabilità burocratica della parrocchia, ci impedisce di dire la Messa nel quartiere, di amministrare i sacramenti, di occuparci dell’educazione religiosa. Tale provvedimento, dunque ci spinge ulteriormente verso la riscoperta della dimensione più vitale del ministero sacerdotale.» (pp. 25-27)

Non si potrebbero trovare parole migliori per spiegare il senso di un’esperienza e di una amicizia, per tanti ancora di grande attualità.