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Veglia di Natale 2009
"Il Natale e il lavoro".
La Veglia si svolgerà alle "baracche", via degli Aceri 1 Firenze,
alle ore 22
del 24 dicembre.
E' la quarantesima veglia di Natale "oltre le mura del tempio".
Il lungo vilipendio del lavoro
Enzo Mazzi
“La libertà che vi aspetta è la morte”, così Primo Levi nel 1959
traduceva la scritta “Il lavoro rende liberi” issata all’ingresso
del campo di lavoro e poi di sterminio di Auschwit, ora trafugata.
Ed è tremendamente attuale il suo commento: “Il disconoscimento, il
vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito
fascista in tutte le sue forme”.
Le morti bianche, i suicidi, le morti morali, sociali e psichiche di
licenziati e cassintegrati non sono episodi; sono il segno tragico
del ritorno del “mito fascista” in questa trasformazione strisciante
della Costituzione: non più "Repubblica democratica fondata sul
lavoro" ma fondata sull'assassinio sacrificale del lavoro.
Tutto questo ci obbliga a ripensare criticamente la nostra società,
principalmente negli aspetti economici e politici ma anche in quelli
culturali, etici e religiosi. Sono due secoli che dal mondo del
lavoro si leva il grido di allarme. E non è solo grido ma
elaborazione positiva di orizzonti nuovi di società e di cultura.
Prassi, lotte, idee che però sono state demonizzate e distrutte.
Qualcosa di molto profondo non va nel nostro modo di vivere e di
impostare i rapporti sociali.
Il Natale ad esempio. Ci sono due modi opposti di intendere il
Natale: come miracolo dall’alto o invece come evento totalmente
iscritto nella storia e nella natura. Ora, il Natale concepito come
miracolo dall’alto è in sé una condanna del lavoro perché è una
condanna di tutta la storia umana e della stessa natura. Se c’è
bisogno che Dio si faccia miracolosamente uomo per salvare il mondo,
vuol dire che il mondo, l’evoluzione della vita e il genere umano
non hanno in sé capacità di salvezza. Sono in sé dannati. In
particolare è dannato il lavoro umano, questo immenso sforzo di
liberazione prodotto nei secoli. Il Natale non annunzierebbe la fine
della maledizione del lavoro ma sarebbe un invito alla rassegnazione
e alla solidarietà intesa solo come carità cristiana.
E’ quanto dice sostanzialmente
Giovanni Paolo II nella enciclica Laborem exercens. Pagine e
pagine di apprezzabile trattazione sociologica sul lavoro finiscono
nel ricatto metafisico del sacrificio, della alienazione e della
sofferenza che da sempre e per sempre accompagnano il lavoro a causa
del peccato. Il papa al termine dell’enciclica ripropone infatti la
maledizione del lavoro pronunciata da Dio nel racconto biblico della
creazione: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore trarrai
il cibo per tutti i giorni della tua vita”. Il pontefice commenta
così l’invettiva rivolta ad Adamo: “Questo dolore unito al lavoro
segna la strada della vita umana sulla terra”. Dio – continua il
papa - incarnandosi assume il lavoro umano e lo salva dalla
maledizione. Ma, e qui è il punto, lo salva in vista dell’al di là.
La storia continua il suo corso di maledizione dello sforzo umano e
del lavoro. “Quest’opera di salvezza – è scritto nella Laborem
exercens – è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di
croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo
crocifisso per noi, l'uomo collabora in qualche modo col Figlio di
Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di
Gesù, portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è
chiamato a compiere … Mediante la fatica e mai senza di essa”.
Ben altro è il senso della tradizione più antica
presente fin dagli albori sia dell’ebraismo che del cristianesimo.
E’ possibile anzi forse doveroso vedere i vari racconti dei Vangeli
come simboli di ciò che accompagna ogni nascita. Gesù nacque come
ogni uomo e ogni donna che venivano al mondo in quel tempo. Sì c’è
nel Vangelo l’esaltazione mitica della missione di Gesù ma dentro la
storia. Questo senso del Natale orienta verso il riscatto del
lavoro, verso la solidarietà con lo sforzo umano e con la lotta per
liberare il lavoro dalla alienazione, dalla coazione, dal
sacrificio, dall’asservimento alle esigenze del profitto,
dall’insicurezza, dalla precarietà.
E non crolla nulla. Rassicuratevi cattolici in
alto e in basso attaccati alla tradizione. Sono almeno due secoli
che lottate con ogni mezzo contro il cristianesimo ribelle che vede
il Vangelo inserito nel grande processo storico della liberazione. E
avete prodotto solo rovine. Aprite finalmente gli occhi. La fede
cristiana si rafforza se si nutre della forza vitale di Dio che vive
nella storia. La fede cristiana torna credibile perché assume il
sogno di liberazione dei lavoratori, uomini e donne, bianchi e neri,
abili e disabili, credenti in un modo e credenti in un altro o in
mille altri.
E’ questo il Natale che la comunità a cui faccio
riferimento, quella dell’Isolotto di Firenze, e tante altre comunità
di base sinceramente cristiane, celebrano nelle loro veglie
natalizie. E’ questo il senso del Natale al quale esse cercano di
educare i loro figli per preparare un futuro migliore.
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