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Letture Comunitarie                                                                    ASSEMBLEE DOMENICALI
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LETTURE COMUNITARIE

INTRODUZIONE

UN VIAGGIO DENTRO GLI “ ATTI “ DI UNA ESPERIENZA COMUNITARIA ALLA RICERCA DI UN NUOVO MODELLO DI CHIESA, DI SOCIETA’, DI RELAZIONI.

Un mondo migliore potrà nascere solo sulle orme dei tanti cammini creativi che ci hanno preceduto, attraverso l’accoglienza e valorizzazione dello sforzo di progettualità di vissuti ed esperienze collettive.
Ogni domenica da 46 anni ci troviamo per un incontro comunitario che affonda le sue radici nella liturgia domenicale “ la messa” che eravamo abituati a frequentare fin da bambini/e nelle chiese.
Mentre con il passare degli anni molti/e abbandonavano quella consuetudine per scelta consapevole, altri/e continuavano una frequentazione sporadica per abitudine e tradizione, una buona parte partecipava per paura dell’ignoto, dell’inferno, del male, della punizione repressiva, del superamento del peccato e del senso di colpa, per ottenere protezione e magari benefici e miracoli, gruppi di persone continuavano a frequentare con assiduità in cerca di una relazione comunitaria e di momenti di riflessione che li aiutasse a prendere coscienza della realtà e del senso da dare al vivere quotidiano.
Da questo ultimo contesto ha preso il via un cammino partecipato per il rinnovamento liturgico ed è nata e cresciuta una esperienza complessa e significativa di riappropriazione di parole-gesti e simbologie delle celebrazioni liturgiche che ci appartenevano.
La parola chiave era proprio questa “ci appartenevano” e dunque volevamo rigenerare il senso dello stare insieme come comunità di donne e uomini, di vissuti, di speranze socializzate, di ideali.


ALCUNE PAROLE CHIAVE PER UNA COMPRENSIONE PIÙ AUTENTICA DEL SIGNIFICATO DI QUESTA RACCOLTA DI MATERIALI MESSAGGIO:

Riscoprire e riappropriarci del “messaggio - dei messaggi” contenuti nella bibbia ed in particolare nel vecchio testamento fu una scelta fondante del cammino che andavamo ad intraprendere.
Allora non conoscevamo i testi biblici perché era stato proibito al “popolo” di leggerla senza la “mediazione interpretativa” dell’esperto ecclesiastico.
La cultura della quasi totalità della popolazione che frequentava le parrocchie era di livello “elementare”, la lettura del vangelo e la predica dei preti in chiesa era per la maggior parte la fonte culturale a cui attingevamo, c’era però anche la maturazione di una cultura politica operaia a cui molti facevamo riferimento.
Dunque affondammo in quelle radici per cercare di far emergere il “messaggio” di cui volevamo riappropriarci.
In questo percorso fu fondamentale l’impegno di un gruppo di giovani donne e uomini più aperti al cambiamento che ebbero la costanza dei piccoli passi e riuscirono a coinvolgere la maggior parte degli abitanti del quartiere.
Lungo questo cammino le contraddizioni e le incoerenze che emergevano erano tante ma scegliemmo di non fare elaborazioni teologiche o di principio e tutti insieme scoprimmo il valore di dare il giusto senso alle parole, di contestualizzarle nella cultura del tempo, di storicizzarle per attualizzarle e renderle significanti per l’oggi.
Scoprimmo che il grande valore era “il messaggio” e non il mito, il leeder, le regole, le istituzioni.
Scoprimmo che dovevamo liberare i messaggi del cammino umano dalle sovrastrutture in cui erano stati imprigionati per dare continuità ai molti cammini di liberazione. Liberarsi e liberare fu uno dei nostri esperimenti e convincimenti.
Scoprimmo che queste nuove consapevolezze erano fonte di unione con tutti gli uomini di buona volontà, nel rispetto delle diversità e nella pluralità di differenti impegni e fu comunità di base.
Tutto ciò ha comportato tempi lunghi di elaborazione e socializzazione, tempi in cui dovevamo coniugare insieme fedi, parole, liturgie, linguaggi, miti e riti della nostra cultura di appartenenza con la creatività di nuovi linguaggi ed esperienze che meglio corrispondessero alla nostra ricerca attuale e all’invenzione di una prassi comunitaria.
Non volevamo rinnegare o annullare il passato ma creare “il nuovo” consapevoli che lì, in quel passato, erano le nostre radici umane ed emotive , ma anche che potevamo camminare positivamente verso un “oltre” che ci arricchisse di nuova identità.


DIO

Esiste Dio – non esiste Dio; credente – ateo; cristianesimo-marxismo; cristiano – comunista; cattolico – protestante – mussulmano;
Nel cammino della nostra esperienza fu scelto di abolire tutte queste categorie e molte altre che servivano a dividere “il popolo” ed anche a creare tensioni personali in ciscuno/a di noi che non accettavamo di subire questi conflitti ideologici.
Intuimmo subito che il primo passo verso la relazione comunitaria era il rispetto assoluto delle differenti fedi ed identità, che non era necessario pensare tutti alla stesso modo per elaborare un nuovo processo identitario di collaborazione e prassi comune.
Questo Dio che nelle nostre sovrastrutture culturali personali significava “tutto ed il contrario di tutto” a seconda della bocca e dell’ esperienza umana di chi pronunciava quella parola , fu sottratto ad ogni teorizzazione teologica e fu lasciata alla libera interpretazione di ciascuno/a la scelta di intenderlo e di viverlo.
Non potevamo accettare che fosse proprio Dio a dividerci, anche perché la nostra ricerca biblica ci portava a scoprire che Il Dio del monoteismo scaturiva dal bisogno storico-culturare di unirsi per liberarsi dalla schiavitù.
Favorito da questa scelta consapevole il cammino comunitario proseguiva mentre cresceva questa nuova strana identità che vedeva uomini e donne, credenti e non credenti, professori ed analfabeti, grandi e piccoli, preti e laici, operai ed intellettuali, donne e uomini tutti/e insieme partecipare alla messa in piazza, alle assemblee sindacali, ai movimenti di quartiere e prendere la parola per esprimere pensieri, riflessioni, impegni e per far crescere consapevolezze in tutte/i socializzando le competenze ma anche le esperienze e le creatività senza padri né maestri.
Ancora una volta il cammino è stato lungo e pieno di contraddizioni, ma questo Dio della nostra esperienza si è arricchito di nuovi termini significativi come “oltre” “energia vitale” “ricerca” “creatività” “conoscenza” . Insomma abbiamo inventato nuove identità per noi più congeniali e coinvolgenti.
Del resto uno dei messaggi del vangelo è aver arricchito il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe il Dio della liberazione e della giustizia, nel Dio amore , Dio padre , Dio che accoglie , Gesù: Dio uomo nato da donna.


ATTI:

La nostra esperienza si pone fin dall’inizio , quando ancora eravamo in parrocchia, come scelta di esperienze di vita e di prassi alla ricerca di un cammino di coerenza fra la riflessione e la riappropriazione della memoria e della cultura di appartenenza ed il vissuto quotidiano.
Evitammo ogni teorizzazione di principi e regole comportamentali e optammo per la ricerca di esperienze valori ed identità che emergevano da uomini e donne del territorio in cui vivevamo, un territorio marginale ed una periferia emarginata in cui scoprimmo le potenzialità di cambiamento e di salvezza di cui eravamo portatori e che volevamo valorizzare e contribuire a far crescere.
Non abbiamo mai ipotizzato fughe in avanti, in un contesto complesso quale era il quartiere dell’Isolotto ci aprimmo come parrocchia a relazioni positive, a collaborazioni aperte al superamento degli steccati , alla elaborazione di una prassi che possiamo chiamare “atti di una comunità in cammino” intendendo per comunità l’insieme di persone provenienti da culture ed esperienze differenti e che dovevano costruire una propria nuova identità nel rispetto delle diversità.
Atti che sceglievamo di compiere per camminare insieme fra diversi, riflessioni ed atti attraverso i quali maturare un cammino comunitario: ciò ci obbligava a procedere a piccoli passi, nel rispetto dei ritmi di tutti e nella ricerca di potenziare le risorse e le potenzialità di ciascuno.
Niente fughe in avanti di un leeder o di un piccolo gruppo, tanti piccoli passi pieni di contraddizioni ed anche di incoerenze, ma si camminava insieme.
Questo ci sembrava assomigliare molto al racconto degli “atti” delle prime comunità cristiane, quando ancora l’autodeterminazione partecipata esprimeva contrasti e contraddizioni ma non era schiava di regole imposte dall’alto.


GESU’

Molto lenta e complessa è stata la decostruzione del personaggio Gesù come ci veniva consegnato dalla fede che ci era stata impartita .
Questa immagine di Gesù-figlio di Dio era cresciuta dentro di noi come una personalità mitica .
Seguire i suoi insegnamenti voleva dire rinnegare sé stessi, prendere la propria croce e seguirlo: assomigliare a lui voleva dire rinnegare i valori della nostra umanità sublimando un super io capace di “gesta di santi ed eroi” con il compito di “salvare” e convertire.
Dovevamo essere “i primi della classe!” e soccorrere ”i poveri di spirito e di beni”.
Questa immagine di Gesù era avvincente, ci piaceva, ci faceva sentire “diversi e prediletti”, inoltre era rassicurante, priva di incertezze, capace di vincere le nostre paure e di regalarci il domani.
Dentro questo quadro della mitizzazione del personaggio Gesù naturalmente c’era anche molto altro, c’erano storie, narrazioni, esperienze, messaggi e linguaggi molto suggestivi e che corrispondono tuttora alla ricerca di identità e di senso di donne ed uomini dell’oggi.
Proseguendo nella nostra ricerca di messaggi liberatori abbiamo scoperto un Gesù altro, un Gesù ricco di umanità, di voglia di vivere, di impegno creativo nella liberazione dai lacci delle istituzioni del suo tempo, capace di creare relazioni personali e di gruppo, capace di valorizzare gli ultimi e di condividere con loro la sua vita, impegnato a difendere eretici, emarginati, prostitute.
Un Gesù che non ha avuto paura di condannare i poteri, di trasgredire le regole per salvare le persone e di lasciarsi cacciare dal “tempio” ed essere condannato a morire “senza la benedizione dei sacerdoti di allora” Via via che riuscivamo ad entrare criticamente dentro l’immagine del personaggio che ci era stata consegnata dall’istituzione, scoprivamo la necessità di restituire a Gesù la dimensione del messaggio che egli ha voluto consegnare all’umanità con notevoli capacità di sintesi e di elaborazione umana e culturale. Gesù uomo? Sì come tutti/e noi uomini e donne; Gesù figlio di Dio? Sì, come tutti/e noi, naturalmente per chi crede in tale entità; Gesù salvatore dell’umanità? sì come tutte/i noi donne ed uomini che siamo impegnate/i a costruire un mondo migliore; Gesù che fa miracoli? Sì come tutti/e noi quando come comunità, come persone singole, come scienziati/i, come educatori/educatrici, come politici, come filosofi/e, come varia umanità ci diamo da fare per il bene comune!
Affermando queste cose rinneghiamo Gesù e il vangelo? Certamente no! Demitizziamo il culto della personalità che lo tiene ingabbiato sugli altari per restituirgli quella dimensione della santità e della salvezza che emerge efficace dal messaggio dei racconti delle prime comunità cristiane raccolti nei vangeli di ieri e di oggi.
Anche questa raccolta di “ liturgie” vuole essere in continuità con quel messaggio, ma vuole dare testimonianza della fatica e delle contraddizioni a cui si va incontro quando il cercare insieme non vuole essere omologato con delle parole d’ordine calate dall’alto magari da preti o intellettuali o teologi , ma costruito scavando e ripercorrendo i piccoli passi delle storie personali e comunitarie.
E scoprimmo che le narrazioni del vangelo continuano nei vissuti e nelle tante bellissime esperienze positive dell’oggi che si trovano impegnate “fuori dalle mura del tempio”.
Diciamo a chi frequenta i luoghi definiti “sacri” che abbiamo scoperto Dio e Gesù e la vita e la fraternità e la comunità quando siamo stati cacciati fuori dal tempio.


VANGELO: LA PAROLA SI FA CARNE

Se guardiamo alla storia passata ci accorgiamo che in antichità la parola era strettamente correlata alla divinità: la parola era percepita come una forza creativa (cfr. Gn 1) che si rendeva indipendente dall'essere umano e trasformava la realtà in senso positivo o anche negativo.
Basta pensare all'incidenza che avevano le benedizioni o maledizioni sul destino dell'individuo che le riceveva.
Questa consapevolezza è chiaramente esplicitata nel 1° capitolo del Vangelo di Giovanni, che risente dell'influsso gnostico del 2° sec. d.C., ma che comunque è erede di tutta una consapevolezza elaborata precedentemente nella letteratura sapienziale.
La parola è la forza creatrice di Dio, anzi è identificata con Dio stesso ("e Dio era la Parola"), perché ha in sé la capacità di generare la vita e di dare la luce della conoscenza della verità.
Nel concetto di "parola" si comprende però anche il linguaggio non verbale, fatto di gesti / segni, di comportamenti, che assumono un'importanza ancora maggiore perché rappresentano la verifica del significato della parola stessa.
In effetti Giovanni dice che la parola in Gesù si è fatta carne, è diventata parte della nostra realtà quotidiana, si è fatta azione concreta per liberarci dalle tenebre dell'ignoranza e dell'errore.
Si assiste purtroppo nel nostro tempo ad uno svilimento della parola, del linguaggio. Da una parte c'è un abuso della parola, un suo uso indiscriminato e irriflesso, favorito anche dai nuovi mezzi di comunicazione, per cui si pensa che più parole si accumulano e sale il tono della voce, più ci si impone nei confronti degli altri.
Non ci si accorge invece che si perde con questo il significato più profondo ed anche la forza creativa della parola: essa diventa banale, sciatta, insignificante. Diventa di fatto strumento di violenza.
D'altra parte si manipola la parola, soprattutto nella pubblicità e nella politica, in maniera scorretta per indurre l'ascoltatore lontano dalla verità.
In questo caso non solo si inverte il significato della parola, ma questa da realtà creatrice di vita si trasforma in mezzo di distruzione della vita sociale.
E' sotto gli occhi di tutti il degrado a cui è giunta la nostra società in tutti i campi, compreso quello economico; tale degrado ha la sua origine anzitutto nella manipolazione perversa del linguaggio, che crea perciò disorientamento, insicurezza e incapacità di rapportarsi con il prossimo.
In campo ecclesiale c'è un altro aspetto da considerare: per limitare la forza dirompente della parola, che può scardinare l'ordine costituito e il potere ad esso connesso, l'autorità ecclesiastica ha cercato nei secoli di nascondere la parola o sotto una dizione latina o fissandola in un significato rituale sempre più lontano dalla realtà quotidiana.
Un esempio è il prologo del Vangelo di Giovanni, in cui "Parola" è sostituita da "Verbo", identificato poi con Cristo; oppure la parola "Chiesa" che non indica più l'assemblea dei credenti, ma la gerarchia religiosa.
Gli esempi potrebbero continuare a lungo, ma mi preme sottolineare il fatto che il linguaggio del cristianesimo si è fossilizzato per preservare l'aspetto sacrale, staccato dalla vita reale, e il potere clericale ad esso connesso. In questa maniera si sottrae all'individuo lo strumento cardine per prendere consapevolezza e gestire in proprio la sua realtà spirituale.
Se si vuole riappropriarsi del linguaggio evangelico, bisogna ripartire dal linguaggio, eliminando le incrostazioni fossili e rendendolo aderente alla realtà quotidiana.
Ciò implica necessariamente l'eliminazione della distinzione sacro / profano e la riscoperta del significato originario, più profondo delle parole.
Questo è anche il percorso intrapreso dalla Comunità dell'Isolotto, insieme a tante altre Comunità di Base, che ha visto negli anni un cambiamento del linguaggio liturgico, nelle parole e nei gesti, che ha modificato la coscienza cristiana dei suoi membri e il conseguente comportamento religioso.
L'accanimento delle autorità ecclesiastiche contro tale esperienza deriva dal fatto che essa viene percepita, coscientemente o meno, come elemento destabilizzante, che destruttura tutta l'impalcatura gerarchica.
E' quanto è successo recentemente anche alla presidente internazionale di "Noi siamo Chiesa", Martha Heizer, scomunicata insieme al marito perché organizzava l'Eucarestia nella sua casa.
Anche qui c'è la percezione da parte dell'autorità che il cambiamento del linguaggio liturgico comporta un cambiamento della propria consapevolezza cristiana, che a sua volta non può lasciare inalterata la struttura religiosa precedente.
Se si intraprende un percorso di riappropriazione del linguaggio religioso, lo si deve portare avanti fino in fondo.
Non lo si può interrompere a metà, magari per paura di sbagliare strada, altrimenti, rimanendo in mezzo al guado, si può essere travolti dalla fiumana.
E' comunque un percorso lungo, spesso doloroso, che si può realizzare solo all'interno di una comunità, perché essenzialmente comunitarie sono la crescita culturale e la maturazione di un comportamento ad esso adeguato.
Se al nuovo linguaggio non corrisponde un comportamento adeguato, significa o che il linguaggio è rimasto ad un livello superficiale, poco incisivo nella coscienza, o che si assume un comportamento conformistico di corto respiro, che si risolve prima o poi in un autoinganno e in una sconfitta personale.
Se si ha invece il coraggio della coerenza, si arriva prima o poi alla luce della verità e alla pienezza della vita.