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                                                                           ANNO 2012                                                                          

 
     
     

 

 

 

 

 

 


 

Domenica 18 Marzo 2012

La legittimazione della discriminazione fra gli esseri umani.

Alcune forme storiche di discriminazione.

Darwinismo sociale e razzismo.

(riflessioni di Maria, Giulia, Elena, Gian Paolo, Roberto, Sergio)

 

Letture bibliche:  Genesi 9, 1-7; 18-29

Punti salienti delle attuali conoscenze scientifiche sull’evoluzione degli esseri viventi e degli ominidi in particolare, presentate il 22 Gennaio 2012:

1.      In questi ultimi anni possiamo fare le datazioni dei reperti fossili animali con maggiore precisione rispetto a 10 – 15 anni fa, quando utilizzavamo datazioni paleontologiche e geologiche. Si utilizza lo studio del Dna. Con la comparazione dei genomi delle specie attuali e di quelle estinte si può datare in modo molto preciso quando è vissuto l’antenato comune fra due specie attuali. Così si è calcolato che l’ Homo Sapiens (noi oggi) e lo scimpanzé hanno avuto un antenato comune vissuto 6 - 6,5 milioni di anni fa, quindi siamo cugini di 1° grado. La differenza genetica fra noi e gli scimpanzé è di poco superiore all’1%.

L’evoluzione si spiega attraverso catene di cause indipendenti che la condizionano:

Col passare delle generazioni si introducono nelle specie delle novità. La prole porta delle diversità rispetto ai genitori, frutto delle ricombinazioni e delle mutazioni genetiche. L’ambiente pone dei problemi agli organismi e fa sì che alcune di quelle variazioni diano un vantaggio di sopravvivenza agli individui che le portano. Facilita la loro riproduzione rispetto ad altre. Ci sono, poi, degli eventi straordinari che producono estinzioni di massa, come eruzioni vulcaniche, terremoti o impatto di meteoriti con la terra.

2.      L’origine della specie (non la razza) umana è in Africa: in ondate successive, a partire da circa 1,9 milioni di anni fa, in pochi millenni ci sono state diverse migrazioni verso tutta l'Eurasia, fino alla migrazione tra 80 e 70.000 anni fa che, ha attraversato il Sinai, è giunta in Medio Oriente e da qui si è diffusa in Asia, in Australia e nelle Americhe.

Oggi consideriamo l’origine  e la storia della discriminazione degli esseri umani che, come visto sopra, non ha basi scientifiche.

La schiavitù antica nella polis greca –La base gerarchica ed organica su cui è strutturata l’antica città greca, assegna ad ogni suo membro una posizione particolare nella piramide sociale a seconda della sua natura. Lo schiavo occupa il gradino più basso. Al di sopra sta la donna, relegata però in un ruolo racchiuso nell’ambito della casa e quindi in una funzione puramente familiare, privata, mentre al vertice sta l’uomo libero, maggiorenne, che realizza questa sua natura libera nella partecipazione attiva alla sfera pubblica.

Si tratta, quindi, di stati naturali della persona, legittimati appunto secondo il particolare statuto che la natura ha impresso in ogni individuo. Così lo schiavo è caratterizzato da una peculiare connotazione antropologica da cui non può mai uscire, perché definitiva, immutabile data la sua naturalità. La sua legittimazione è fornita dalla filosofia.

Così scrive Aristotele:

« …Dunque quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a sé stesso, ma a un altro, pur essendo uomo,, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo è oggetto di proprietà…». Pertanto, così come «nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata», allo stesso modo «…quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo   o l’uomo dalla bestia, (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre) costoro sono per natura schiavi  e il meglio per essi è star soggetti a questa forma di autorità…Dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi, altri, schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi»  Politica, 1, 3,4 1253b e 5, 1254b e 1255a.

La servitù nella società signorile dell’Alto Medioevo – Siamo ancora in presenza di una formazione sociale gerarchica ed olistico-organica, suddivisa in tre ordini, con ruolo e posizione sociale differenti. Alla base della piramide sociale sta il servo, che ora non è più oggetto di proprietà e quindi schiavo, ma rimane comunque sottomesso al signore attraverso vincoli di dipendenza personali. Il suo compito è quello di lavorare per tutti e di fornire al signore, laico od ecclesiastico, le risorse necessarie alla sua sussistenza e qualsiasi ulteriore opera di servizio che gli venga richiesta. Anche la condizione servile è immutabile, definitiva, come del resto quella del signore, giacché la differenza fra signori e servi è stabilita in base a statuti ontologici specifici che ne definiscono la particolare natura, senza rischio di confusione fra le due condizioni. Ognuno deve rimanere per sempre nel proprio stato, di generazione in generazione. Ciò perché l’ordinamento sociale in questa stratificazione gerarchica è stato creato da Dio stesso.

Scrive infatti papa Gregorio Magno alla fine del sesto secolo:

«La Provvidenza ha istituito dei gradi diversi e degli ordini distinti, affinché se gli inferiori manifestano deferenza ai superiori e se i superiori gratificano di amore gli inferiori, si realizzi la vera concordia partendo dalla diversità. La comunità non potrebbe infatti sussistere in alcun modo se l’ordine globale della disuguaglianza non la preservasse».

Alcuni secoli dopo, agli inizi del Mille, Gerardo, vescovo di Cambrai, conferma la visione gregoriana osservando che  «il genere umano è sottoposto ad una triplice divisione, tra gli uomini di preghiera, gli agricoltori e gli uomini di guerra ».

Questa ripartizione è dovuta a Dio stesso il quale: «Ha creato i chierici ed i monaci perché preghino per gli altri…Ha creato i contadini perché facciano vivere e loro stessi e gli altri. Altri, infine, i guerrieri, perché manifestino nella misura del necessario la forza e difendano quelli che pregano e che coltivano la terra dai nemici…».

In questa società gerarchica, fondata sul potere discendente dall’alto col richiamo a Paolo – Romani 13, è ovvio che la posizione del servo sia connotata dalla sottomissione al signore, dalla obbedienza e dalla rassegnazione a permanere nel proprio stato, giacché volerne uscire significherebbe ribellarsi a Dio stesso. D’altra parte il diritto e la capacità di governare il corpo sociale spetta ai signori, giacché l’inferiorità naturale rende il servo incapace anche di intendere qual è il suo vero bene. Solo il signore è in grado di garantire il bene del servo, il quale, anche per questo motivo, rimane legato alla benevolenza del suo superiore. Conclusione: è giusto, perché fondato sul volere divino, che il servo rimanga tale e sottomesso.

La modernità. La rivoluzione moderna azzera tutte le gerarchie del passato e le loro legittimazioni filosofiche e teologiche. I suoi principi cardinali sono:

1-       l’uguaglianza giuridica di tutti gli esseri umani. Ogni essere umano è già dotato fino dalla nascita di identità compiuta, che non discende quindi dall’appartenenza ad un corpo sociale, consistente in diritti naturali inalienabili, primo fra tutti il diritto di proprietà;

2-       ogni essere umano può entrare in contatto con Dio personalmente, senza bisogno di mediazioni gerarchiche ed istituzionali, come il sacerdozio cattolico. E’ il principio della rivoluzione luterana;

3-       ogni essere umano è dotato di ragione. Può quindi da solo raggiungere conoscenza e verità senza il bisogno di sottomettersi al sapere di un maestro, basta sappia far funzionare la propria ragione con appropriate regole. E’ la rivoluzione del soggettivismo cartesiano.

Nondimeno fino dal suo sorgere, il panorama sociale del mondo moderno esibisce una profonda frattura fra pochi ricchi e masse sterminate di poveri, benché tutti giuridicamente e formalmente liberi. L’Utopia di Tommaso Moro ce ne fornisce una illustrazione impressionante.

Com’è possibile, allora, che in una società di uguali, dotati degli stessi diritti e di capacità razionale, sia nata questa scissione fra proprietari e non proprietari? Come la si giustifica, impraticabili ormai i vecchi percorsi filosofici e teologici? Si tralascia qui di discutere l’altro grande problema dello sterminio dei nativi americani e quello della schiavitù moderna, che crea molte contraddizioni nei sostenitori dell’uguaglianza. Si pensi a Thomas Jefferson estensore della dichiarazione di indipendenza americana e proprietario di schiavi.

La risposta dei “puritani”. Il ricco ha saputo realizzare il suo diritto di proprietà con merito, perché è stato capace di far funzionare la sua ragione, in questo contesto come capacità di calcolo di convenienza, e perché ha dispiegato tutte le sue energie, la sua forza interiore a controllare istinti e desideri di piaceri inutili, ha lavorato con impegno ed alacrità, ha saputo rinunciare e sacrificarsi. Il povero, al contrario, è tale per sua responsabilità, cioè per indegnità morale, non avendo saputo utilizzare le risorse di cui è pur dotato, disperdendole nei piaceri, nelle dissipazioni più varie, nel vizio, anziché nell’impegno di lavoro.

Conclusione. La proprietà accumulata è il premio per la virtù del ricco, è frutto dei suoi meriti; il non proprietario, al contrario, può imputare solo a sé stesso il proprio stato. In sostanza, ognuno è ciò che da solo riesce ad essere e, di conseguenza, il sistema sociale moderno non può essere chiamato in causa.

Questa visione viene successivamente rafforzata dalla filosofia di John Locke (1600) e dagli economisti borghesi dell’Ottocento, quando, con Nassau Senior, attribuiranno la formazione di grossi capitali all’astinenza, cioè al risparmio ed alla rinuncia del capitalista. Da notare che questa legittimazione della proprietà, anche quella di enormi dimensioni, col principio dell’astinenza e della meritocrazia, è rintracciabile anche nelle teorie economiche neoliberiste dominanti attualmente e nei loro fondamenti filosofici.

Le novità dell’Ottocento. La novità culturale principale è il darwinismo. La teoria dell’evoluzione attraverso la selezione naturale, viene trasportata in territorio economico-sociale per rafforzare il principio puritano sopra esposto. La società è una lotta dove solo i migliori trionfano. I perdenti sono tali per loro inferiorità e quindi meritano di precipitare nel gradino inferiore della scala sociale. Anche nel mondo moderno torna di nuovo a presentarsi una gerarchia, basata ora però sul diritto di proprietà realizzato, ossia sul livello di proprietà con cui ognuno è presente nella vita sociale e in base al quale riceve riconoscimento ed apprezzamento.

Inoltre, il darwinismo sociale è utilizzato per legittimare eticamente il meccanismo del libero mercato concorrenziale, nel quale trionfano e sopravvivono i soggetti economici più efficienti con l’eliminazione di chi non riesce a reggere il peso della concorrenza, con beneficio generale. In tal modo all’individualismo economico si attribuisce una funzione sociale, riprendendo un concetto base della filosofia di Locke (Secondo trattato sul governo) e di Adamo Smith.

La novità politico-sociale ed economica è la Grande Depressione (1873-1896) che mette fine all’economia incentrata sul libero mercato concorrenziale dove opera una pluralità di agenti economici, venditori e compratori, senza che nessuno di loro, col suo comportamento, possa influire da solo sulla formazione dei prezzi. Subentrano ora mercati monopolistici ed oligopolistici, ossia mercati controllati da grosse società finanziarie ed industriali, che concentrano nelle proprie mani una mole ingente di capitale e che vogliono garantita la sua redditività. Tutto ciò interagisce con la seconda rivoluzione industriale che fa emergere nuove industrie: elettricità, chimica, petrolchimica e via dicendo, con nuove materie prime reperibili in regioni extra europee. Da qui la spinta alla ricerca di aree protette di sbocco della produzione e di approvvigionamento garantito di questo nuovo materiale. Da queste esigenze, in interazione con spinte nazionalistiche e militaristiche, scaturisce la grande espansione coloniale europea ed occidentale fra il 1870 ed il 1914.

In questo contesto, il darwinismo fornisce l’ingrediente culturale per la legittimazione di questo dominio sui popoli delle colonie. Questa legittimazione prende la forma del razzismo.

La teoria della razza come principio di superiorità trova in de Gobineau (1816-1883) uno dei suoi teorici di spicco. A suo parere nella storia umana trionfano le razze superiori, nel senso che appunto la vittoria militare e politica costituisce l’attestato di questa loro superiorità. In base a questo principio viene perciò legittimato il dominio sul mondo dei paesi occidentali. In quanto razza pura, essi hanno il diritto ma anche il dovere di governare i popoli di razza inferiore perché incapaci di reggersi da soli. La razza occidentale è la razza ariana, che deve mantenersi pura perché altrimenti decadrebbe dalla posizione di dominio raggiunta. Da qui la spinta al mantenimento della sua purezza, che in Occidente è minacciata da un popolo non ariano come gli ebrei. Si tratta di un’idea che nel nazismo raggiunge poi il suo parossismo. In Italia, il razzismo politico-istituzionale ha avuto la sua espressione principale con le leggi razziali ed il Manifesto della razza del regime fascista nel 1938.

 La situazione odierna. Vede il risorgere del razzismo di marca nazista e fascista in un contesto di crisi globale dell’economia capitalistica, di cui non si riesce ad intravedere una fuoriuscita almeno a breve, di grosse emigrazioni dai paesi della miseria e della guerra, in una situazione sociale e culturale contrassegnata da insicurezza generale, anche per quel che riguarda le condizioni elementari di vita della popolazione: lavoro, reddito e via dicendo, di cui la precarietà rappresenta il segno di maggior rilievo. Per contrastare il razzismo si presenta perciò anche la necessità di recuperare un orizzonte di speranza che deve passare necessariamente dal progetto di un “altrove” con la fuoriuscita dalla cultura del TINA (There is no alternative – non ci sono alternative).

Conclusione. Dal breve tracciato sopra esposto mi sembrano ricavabili alcune conclusioni generali di stringente attualità.

1-       E’ confermata la verità del messaggio trasmesso dalla favola del lupo e dell’agnello. Nel lupo umano – dominatore, sfruttatore, violento, sopraffattore e via dicendo, in qualsiasi settore: economico, sociale, politico religioso ecc. – c’è il bisogno di legittimare la propria violenza, non tanto per motivi di coscienza, quanto per dominare in maniera ancor più raffinata e completa la propria vittima, cercando di convincerla di meritarsi la violenza che sta per subire perché colpevole di qualcosa.

2-       Emerge anche il meccanismo del capro espiatorio che svolge la funzione sociale e culturale di scaricare su una vittima sacrificale le tensioni interne che mettono in crisi l’assetto di una società o, comunque, ne manifestano le carenze strutturali. Solo che con questa deviazione la società non cambia, perché non riesce a guardarsi criticamente e quindi ad affrontare alla radice i suoi problemi per superarli e migliorare sé stessa.

3-       Si può allora trarre la conclusione che un sistema di potere regge fino a che l’esasperazione, l’insofferenza e via dicendo, delle sue vittime non raggiunge il limite della soglia di sopportabilità. Da qui la sua tendenza a sviluppare e mantenere il dominio culturale allo scopo di innalzare il più possibile questa soglia.

 

 

Firenze, domenica 22 gennaio 2012

Bibbia e scienza: l’origine dell’umanità

(riflessioni di Maria, Giulia, Elena, Gian Paolo, Roberto, Sergio)

Letture bibliche:

Deuteronomio 24, 10-22; Marco 9, 33-41; Luca 9, 46-50

Intervista a Telmo Pievani, filosofo della scienza (Università di Milano Bicocca) nell’arena del Festival della scienza organizzato dal Museo Civico di Rovereto (11/07/2011) per la presentazione del suo libro “ La vita inaspettata”  Editore: Cortina Raffaello, Collana: Scienza e idee, 2011.

(trascrizione non rivista dall’autore)

Secondo un articolo scientifico dell’inizio del 2011 sul nostro pianeta dovrebbero esistere 10-12 milioni di esseri viventi e ne abbiamo classificati poco più di 2 milioni, nonostante le tecniche di indagine di cui disponiamo. Ma la cosa più sconvolgente è il calcolo di quante specie noi abbiamo estinto da quando abbiamo inventato l’agricoltura (13 mila anni fa), quasi la metà degli esseri viventi sul pianeta, mai conosciuti e mai classificati. L’insieme delle diverse specie che abitano gli ecosistemi fu definita “biodiversità” dall’entomologo Edward Wilson circa 20 anni fa. La biodiversità è sia “il combustibile” che il “prodotto” dell’evoluzione, è la materia prima indispensabile senza la quale non ci sarebbe alcun cambiamento negli esseri viventi. L’evoluzione funziona soltanto se avviene a tutti i livelli, per gli organismi, per le popolazioni, per le specie e per gli ecosistemi: viene prodotta incessantemente la diversità. Quando questo combustibile viene meno il cambiamento si affievolisce ed i sistemi divengono più vulnerabili. Ma la biodiversità è anche il risultato dell’evoluzione, l’evoluzione produce biodiversità.

. La biodiversità è come i ramoscelli di un cespuglio o  di una formazione corallina: noi vediamo i ramoscelli esterni e dobbiamo percepire le ramificazioni sottostanti che collegano i vari ramoscelli. Nella biodiversità l’ Homo Sapiens (noi oggi) è come un piccolissimo ramoscello del grandissimo albero che rappresenta tutti gli esseri viventi.

Oggi possiamo fare le datazioni dei reperti fossili animali con maggiore precisione rispetto a 10 – 15 anni fa, quando utilizzavamo datazioni paleontologiche e geologiche. Oggi si utilizza lo studio del Dna. Con la comparazione dei genomi (orologio molecolare) delle specie attuali e di quelle estinte si può datare in modo molto preciso quando è vissuto l’antenato comune fra due specie attuali. Ad esempio, con questo metodo, calcolando quante mutazioni genetiche si sono accumulate nell’Homo Sapiens e nello scimpanzé si calcola che queste due specie hanno avuto un antenato comune vissuto 6 - 6,5 milioni di anni fa. Quindi siamo cugini di 1° grado degli scimpanzé, di 2° grado dei gorilla e di 3° grado degli orangutan. Siamo geneticamente vicini: la differenza genetica fra noi e gli scimpanzé è poco superiore all’1%, un po’ di più rispetto ai gorilla e ancora un po’ di più rispetto agli orangutan. Oggi si ritiene che gli esseri umani, gli scimpanzé, i gorilla e gli orangutan siano tutti ominidi. Noi non  siamo discendenti degli scimpanzé ma ne siamo cugini, cioè abbiamo un lontanissimo nonno in comune. Più sono lontani i nonni più siamo cugini alla lontana. E noi stiamo rischiando oggi di mandare all’estinzione alcuni di questi cugini, in particolare gli orangutan di Sumatra (ne sono rimasti  solo 120 individui).

Restando all’analogia con l’albero l’evoluzione è più simile ad un albero con più tronchi. Nel nostro sottocespuglio degli ominini sono state catalogate 26 specie diverse (non razze), 26 ramoscelli diversi e l’Homo Sapiens è l’ultimo ramoscello.

Se un extraterreste fosse venuto sulla terra 40 mila anni fa (che geologicamente è un solo  strato di misurazione, un tempo breve anche per un biologo, anche se a noi sembra un tempo molto lungo), avrebbe trovato almeno 5 specie umane contemporaneamente:

 -         Noi, già presenti da 100 mila anni essendo partiti dall’Africa centro orientale da  350 – 180 mila anni fa (dalla zona Eritrea – Etiopia – Kenia – Tanzania), originariamente  circa 25 mila individui (oggi 7 miliardi).

-         I Neandertal  in Europa – Asia.

-         Una piccola specie di ominini nell'isola di Flores, in Indonesia – i Florensiensis. (Scoperta del 2003: i resti di uomini molto diversi da noi, più bassi di statura e con un volume cerebrale pari a un quarto del nostro).

-         Gli ultimi Erectus a Giava.

-         L’uomo di Denisova: nel 2008 nella grotta di Denisova, sui Monti Altai, in Siberia, è stato rinvenuto un dito con un Dna relativamente integro, ma ancora da studiare a fondo.

 Oggi noi siamo rimasti soli. Ma perché all’ultimo miglio di questa corsa siamo rimasti solo noi? Non è ancora chiaro. Non li abbiamo estinti noi. Quando Homo Sapiens ha incontrato le altre specie di ominini ha convissuto molto tempo con loro. Non comprendiamo perché noi siamo cresciuti demograficamente e loro si sono estinti. I Florensiensis si sono estinti “solo” 13 mila anni fa, quando ebbe inizio l’agricoltura. Se fossero rimasti fino ad oggi ci sarebbe da chiedersi come li tratteremmo visto che sarebbero nostri cugini con lo stesso nostro aspetto umano.

Darwin scelse come modello dell’evoluzione l’albero perché l’evoluzione è un gioco di rami che si biforcano più volte fino a formare la chioma. Invece lo schema di una successione lineare, in cui ogni specie si evolve sostituendo la precedente -  come era descritto nei libri fino agli anni ‘60, non era quello di Darwin. Per l’evoluzione dell’uomo si faceva un’eccezione. Gli scienziati avevano considerato l’uomo diverso dagli altri esseri viventi. Oggi abbiamo accettato lo schema dell’albero cespuglioso disturbato, però, da eventi contingenti  (il vento che rompe dei rami). Non siamo unici e non era destino che diventassimo come siamo. In moltissime occasioni la storia dell’umanità avrebbe potuto prendere un’altra direzione.

L’evoluzione si spiega attraverso due catene di cause indipendenti che la condizionano:

1.       Col passare delle generazioni si introducono nelle specie delle novità. La prole porta delle diversità rispetto ai genitori, sempre frutto delle ricombinazioni e delle mutazioni genetiche (scoperte nel ‘900 e che Darwin nella sua opera del 1859 non poteva sapere).

2.       L’ambiente pone dei problemi agli organismi e fa sì che alcune di quelle variazioni diano un vantaggio di sopravvivenza agli individui che le portano. Facilita la loro riproduzione rispetto ad altre.

Quindi la sopravvivenza dipende dalle variazioni genetiche casuali e dai capricci dell’ambiente: è un gioco imperfetto, non è la realizzazione di un progetto ben fatto da un ingegnere ma è l’opera realizzata da un artigiano che utilizza il materiale che ha a disposizione. Siamo imperfetti e Darwin diceva che dove c’è perfezione non c’è storia.

Oltre a queste due cause ci sono degli eventi straordinari che fanno cambiare rapidamente le regole del gioco e che producono estinzioni di massa. Questo è successo varie volte nell’evoluzione. In seguito ad eventi catastrofici non c’è tempo per gli individui di adattarsi all’ambiente attraverso la selezione naturale e scompaiono. Alcuni di questi eventi sono dovuti a cause interne alla terra (eruzioni vulcaniche, terremoti, ecc.) altri dovuti a impatto sulla terra di asteroidi di grandi e medie dimensioni. L’impatto di un asteroide di 65 milioni di anni fa distrusse circa la metà degli esseri viventi, quasi tutti i dinosauri. Gli uccelli che vediamo oggi sono una discendenza di una sottofamiglia di dinosauri che sopravvissero. Estinguendosi hanno lasciato spazio libero ad altre forme viventi. I dinosauri occupavano l’acqua, la terra e il cielo: erano erbivori e carnivori ed occupavano tutti gli spazi ecologici. I mammiferi non avevano spazio per svilupparsi ed occupavano solo delle nicchie ecologiche, come era il toporagno. Estinti i dinosauri, in 15 milioni di anni questi si sono evoluti dando origine ai pipistrelli, ai cetacei, agli erbivori, ai carnivori, ai primati, ecc. Senza l’asteroide non ci sarebbe stata questa meravigliosa diversificazione delle specie. Noi siamo figli di quell’asteroide. Ma anche i dinosauri erano figli di una estinzione avvenuta prima di loro, l’estinzione dei rincosauri, i grandi rettili, dei quali oggi abbiamo una discendenza nei coccodrilli e nelle tartarughe.

Si capisce perché Telmo Pievani ha intitolato il suo libro La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto.

Le migrazioni degli ominidi alla conquista della terra e il Dna “arlecchino”.

Nel libro Pievani descrive che a uscire dall'Africa e a disseminarsi per il globo in diverse ondate successive sono state almeno tre specie diverse del genero umano (vedi Fig. 1). Per primo è partito Homo ergaster (o Homo erectus) circa 1,9 milioni di anni fa e in pochi millenni si è insediato in tutta l'Eurasia. Secondo, mezzo milione di anni fa, è partita l'onda degli Homo rhodesienssis (o Homo heidelbergensis). È questa la specie cui appartengono i Neanderthal. Terzo, dall'Africa è partito in almeno due ondate l’Homo sapiens (v. Fig. 2). Una prima volta, tra 120 e 100.000 anni fa, ha raggiunto le coste dell'Arabia e si è disseminato per la penisola. Non sappiamo se è riuscito ad andare oltre. La seconda volta, tra 80 e 70.000 anni fa, ha attraversato il Sinai ed è giunto in Medio Oriente, da cui è partito seguendo almeno due strade diverse per diffondersi in Asia e in Australia

Figura 1. Distribuzione geografica del genere Homo (o ominini) evolutasi nel tempo.

Dal Medio Oriente i sapiens sono partiti anche, intorno a 40.000 anni fa, per diffondersi in Europa. La nostra specie non ha incontrato solo i Neanderthal, antichi eredi dei migranti rhodesiensis e non li ha incontrati solo in Europa e in Medio Oriente. L’Homo floresiensis sono discendenti della prima ondata migratoria, quella degli ergaster (o erectus). E che, per adattarsi all'ambiente dell'isola di Flores in cui sono giunti probabilmente 900.000 anni fa, hanno diminuito la massa corporea e cerebrale. Sono vissuti fino a 13.000 anni fa, quando a Flores erano giunti anche i Sapiens. Infine anche l’Homo di Denisova, giunto in quest’isola 1,5 milioni di anni fa, è discendente degli Ergaster. E il bello è che lì vicino, nelle valli dei Monti Altai, in Siberia, sono stati trovati anche resti sia di Neanderthal, sia di sapiens risalenti più o meno allo stesso periodo. Dunque nella Siberia meridionale sono vissuti contemporaneamente membri di tre specie umane diverse, partite dall'Africa in tre epoche diverse: 1,9 milioni di anni fa; 500.000 anni fa e 80.000 anni fa.

Figura 2. Migrazioni dell’Homo sapiens dall’Africa verso tutti i continenti; distribuzione dei Neanderthal e degli ominidi.

Ma proprio  nel 2010 Svante Pääbo, il maestro dell’antropologia molecolare, ha presentato i risultati dell'analisi comparata del Dna di uomini di Neanderthal e di uomini moderni. Scoprendo che nel Dna degli africani, discendenti di sapiens mai usciti dall'Africa, il Dna non presenta tracce di ibridazioni con quello dei Neanderthal. È, per così dire, «puro». Mentre nel Dna degli europei e degli asiatici ci sono tracce (intorno al 4% del materiale genetico) ereditato da uomini di Neanderthal. La nostra specie si è incrociata, più o meno saltuariamente, con quegli uomini più antichi e noi europei e asiatici ne conserviamo la traccia. Le stessa cosa è avvenuta tra i sapiens asiatici e membri della specie Homo di Denisova, perché nel Dna di uomini moderni che vivono in Nuova Guinea e in Melanesia sono state trovate tracce (intorno al 5-8%) di quegli antichi discendenti degli ergaster. Altro che Dna puro. Il nostro è, come scrive Telmo Pievani, un «Dna arlecchino». Frutto di una piccola promiscuità genetica che ha accompagnato una elevata promiscuità fisica con tante altre specie di uomini. Il nostro successo - la nostra fortuna - è anche il frutto di questa capacità di saper accettare e abbracciare «l'altro».

Da un articolo di Pietro Greco, edizione Nazionale (pagina 18) de L’Unità nella sezione "Culture", 24 luglio 2011.

N.B. Le figure sono state scaricate da internet, non essendo riportate negli articoli citati.

 

 

La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto

Telmo Pievani

Raffaello Cortina Editore 2011, 253 pp., 21,00 euro.

 Commento di Raffaele Carcano

Segretario Nazionale dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR)

Giugno 2011

La vita inaspettata è un libro che parte da Darwin, definito come l’uomo che per primo ebbe il coraggio di «oltrepassare il segno»; riparte da dove si era fermato Gould concludendo La vita meravigliosa, e giunge infine ad aggiornare in maniera precisa lo stato dell’arte delle discussioni sull’evoluzione. Ha come trait d’union «il concetto centrale dell’evoluzione, la contingenza storica, che non è stato ancora accolto nei nostri sistemi di pensiero»: e rappresenta, dunque, anche un grande sforzo per cercare di colmare questa lacuna.

Nonostante i tentativi di Letizia Moratti, a scuola la teoria dell’evoluzione è insegnata: quantomeno nelle scuole pubbliche e perlomeno per sommi capi. Scarsa è invece l’attenzione prestata a molti suoi aspetti che vengono erroneamente considerati minori. Uno di questi, di un’evidenza quasi palmare, è che «la vita ha sperimentato strategie indipendenti e “ci ha provato” più volte». Il tempo profondo, ricorda Pievani, è invece «pieno di ipotesi di vite alternative che hanno fallito per ragioni forse non sempre connesse a una loro inadeguatezza». I perdenti, tutto sommato, «spesso non erano così malaccio»: i vincenti, come pikaia, uno dei più antichi cordati, erano invece sparuti e  molto gracili, rispetto alle altre specie coeve.

…………….

I meccanismi del cambiamento evolutivo sono ormai noti: la mutazione, la selezione, la deriva genetica, la migrazione e gli schemi evolutivi su larga scala. Alla base vi sono tre fattori: «vincoli interni (strutture); pressioni selettive esterne (funzioni di sopravvivenza in un ambiente); eventi storici peculiari». C’è ovviamente ancora molto da studiare, ma c’è relativamente poco da discutere. All’interno del mondo scientifico il confronto continua, e il testo vi dedica una certa attenzione (per esempio analizzando i teorici della complessità). Il problema è che continua anche la messa in discussione della teoria evolutiva. Per quanto i sostenitori dell’intelligent design non siano riusciti a far avanzare granché le proprie tesi nel corso degli ultimi anni, l’attenzione che raccolgono in molti ambienti è tuttora massiccia.

Pievani sottolinea come, forse, sia «proprio la nostra solitudine a farci veder l’evoluzione in modo lineare e progressivo. In mondi alternativi dove non fossimo soli, faticheremmo a concepirci come i predestinati e forse capiremmo ancora meglio che cosa significhi davvero essere umani». Siamo abituati a pensare in questo modo, ed occorrerà molto tempo prima che queste implicazioni siano colte anche all’esterno del mondo scientifico. Non è un caso che le critiche alla teoria evolutiva abbondino sulla scrivania di chi scienziato non è - anche se magari è costretto a far ricorso ad argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di rendere plausibile un ragionamento fallato in partenza. Ambienti in cui si continua a cianciare dell’impossibilità di un’evoluzione «per puro caso», quando ben pochi ricercatori sostengono ormai una posizione così estrema. L’autore deve così ribadire, ancora una volta, che «l’assenza di una direzione e di una necessità intrinseca non consegna l’evoluzione al “cieco caso” e alla fredda democraticità del puro calcolo delle probabilità, bensì a un’interrelazione fra elementi casuali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili. Non infinite, possibili».

Si continua a mettere in dubbio la validità dell’impianto darwiniano anche insistendo sugli anelli mancanti, come se dall’Ottocento a oggi non fosse cambiato nulla, e nonostante molti vuoti stiano pian piano cominciando a essere occupati grazie alla continua scoperta di nuovi fossili. Secondo Pievani, insistendo sugli anelli mancanti gli antievoluzionisti commettono un doppio errore, di pensare che il quesito non abbia una risposta «e di inferire da ciò che sia necessario arrendersi chissà perché al subitaneo miracolo interventista di un disegnatore intelligente». A suo dire «è uno schema di ragionamento, tipicamente umano, che fa sì che ciò che appare molto improbabile ci sembri anche impossibile, e che come tale debba allora essere spiegato attraverso un disegno, un piano, l’intenzione di qualcuno». …..Toccherebbe a chi sostiene la tesi dell’intelligent design trovare «elementi che mostrino come il suo esito attuale fosse non soltanto l’unico possibile, ma addirittura il fine ultimo del processo stesso», dimostrando che «il presente realizzato ha causato il processo stesso, attirandolo a sé fin dall’inizio». L’onere della prova grava su chi afferma. Non la pensano così le gerarchie ecclesiastiche, le cui posizioni Pievani sintetizza efficacemente così: «è creazionismo, ma non si può dire». I loro testi contengono infatti «premesse imposte d’autorità, postulati assoluti, fonti parziali, definizioni arbitrarie dei termini, dichiarazioni apodittiche e conclusioni che in molti casi non discendono comunque dalle premesse». Una «ragione ideologica», la loro, «che strumentalizza fonti e argomenti per avvalorare una tesi preconcetta». Più o meno la stessa «Ragione creatrice» che Benedetto XVI ha posto all’origine dell’universo, senza ovviamente portare evidenze a supporto: ma lamentandosi, nello stesso tempo, che «la teoria dell’evoluzione non è dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10.000 generazioni». Peccato che esperimenti sul batteri del tipo escherichia coli (così tanto di moda) abbiano oltrepassato da tempo le 40.000 generazioni.

Ma il papa non si smentisce mai. In tutti i sensi. In troppi ambiti si continua a ritenere legittimo che, a ogni domanda senza risposta, la risposta giusta sia quella religiosa. La Chiesa sembra ormai far esplicitamente proprio il concetto di Dio tappabuchi: e non lo fa solo il papa, ma anche teologi eterodossi come Mancuso e Küng.  ….

E peccato, anche, che ogni tanto le domande inevase trovino qualche risposta, invariabilmente diverse da quelle data fino a quel momento. Man mano che «franano le evidenze di finalità, e si fa sempre più fatica a difendere la somma saggezza dell’autore del mondo con gli argomenti tradizionali», allora, scrive Pievani, «si sposta l’attenzione sul piano psicologico e si paventa il fatto che la contingenza spalancherebbe su di noi una visione infelice e malinconica dell’umanità e del suo posto nella natura». Quell’umanità «disperata» di cui parla spesso il papa.

Non è affatto così, spiega Pievani nel finale del libro, in cui si toccano temi più decisamente etici. Certo, la contingenza è più impegnativa delle due alternative estreme, «il puro caso» e «la dura necessità», entrambe «deresponsabilizzanti»: la prima perché conduce al fatalismo, l’altra invece al finalismo fideista che sostiene che, poiché la nostra esistenza «non può essere frutto del caso, dunque non resta che abbandonarci fiduciosi al disegno». La contingenza storica non fornisce scorciatoie. Al contrario, «ci prende gentilmente per le spalle e ci chiede di guardare dritte negli occhi le evidenze raccolte, per il momento, dalla scienza»: «se il passato era aperto, e a maggior ragione lo è il futuro, le scelte contano, la storia si può cambiare».

Non c’è quindi alcun motivo per abbandonarci al disorientamento: anche se la chiamata alla responsabilità personale a molti non piace, la contingenza possiede «un senso liberatorio» e ci offre «un’occasione di consapevolezza e di maturità». Perché «la rivoluzione darwiniana, riletta attraverso le evidenze di oggi, arricchisce, aggiorna e riempie di nuovi significati la grande tradizione della saggezza naturalistica di Spinoza e di Leopardi».

Ci si duole spesso di quanto la prevalenza delle scienze umanistiche noccia, in Italia, alla ricerca scientifica. È quasi un dato di fatto, e costituisce sicuramente un problema. Ma ci si dimentica che porta anche alla pubblicazione di libri di impianto divulgativo (ma non solo) scritti decisamente meglio che altrove.

 

Luca Cavalli Sforza: «Il razzismo non ha fondamento scientifico»

Il famoso genetista il 27 e 28 Maggio è intervenuto a Trieste per il convegno interdisciplinare su ”La diversità umana”.  Da Il Piccolo di Trieste,  28 maggio 2009, intervistato da Simona Regina

Ha iniziato la sua attività di ricerca in Italia, a Pavia. Poi Milano, Cambridge, Parma, per abbandonare definitivamente il nostro Paese nel 1971, quando si è trasferito in America.

«È sempre molto piacevole fare ritorno a Trieste». Così il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, 87 anni, considerato un’autorità di spicco internazionale nel campo della genetica delle popolazioni, ha aperto la due giorni del convegno “La diversità umana”, organizzato dal Dipartimento di storia e storia dell’arte e dalla Scuola dottorale in scienze umanistiche dell’Università di Trieste.

…… Intrecciando discipline diverse - genetica, paleontologia, antropologia e linguistica - lo scienziato italiano, che per circa quarant’ anni ha lavorato alla Stanford University in California, è stato tra i primi a chiedersi se i geni dell’uomo moderno contengano ancora una traccia della storia dell’umanità e ha dimostrato che l’uomo appartiene a una sola e unica razza, la specie “Homo sapiens”, e che due gruppi etnici che presentano un aspetto esteriore diverso, come il colore della pelle, possono essere invece molto simili dal punto di vista genetico. Come, al contrario, gruppi con caratteristiche somatiche simili possono presentare grandi differenze genetiche al loro interno.

Professor Cavalli Sforza, la scienza ha ormai escluso la possibilità di dividere l’umanità in razze, lei stesso ha contribuito a togliere ogni fondamento al pregiudizio razziale. Cos’è dunque il razzismo? O meglio, perché non può esistere per ragioni scientifiche?     «Il razzismo è l’intolleranza per le persone che sono un po’ diverse da noi. Certo, ci sono differenze visibili, poche e non importanti, come per esempio il colore della pelle, che aiutano a stabilire la diversità. Soprattutto, però, vi sono differenze di costumi, largamente superficiali, che sono il risultato dell’apprendimento, dipendono dalla società in cui viviamo. Il nostro aspetto del resto coinvolge una frazione relativamente piccola del codice genetico della razza umana. Ecco perché individui che discordano su pochi geni, relativi al colore della pelle per esempio, possono invece avere in comune caratteristiche genetiche molto più complesse, anche se non visibili».

 Più di dieci anni fa, nel libro ”Geni, popoli e lingue” ha dichiarato che l’educazione avrebbe relegato il razzismo agli errori e orrori del passato. A cosa dobbiamo allora gli episodi di microrazzismo quotidiano che abita alle fermate dell’autobus, nei pianerottoli dei condomini, ai tavolini del bar?         «La realtà è che l’educazione è rimasta molto indietro. Bisogna quindi far circolare più cultura. Che tra l’altro determina la diversità umana, più largamente della genetica ed è stata il motore trainante dell’evoluzione».

Perché secondo lei la componente davvero importante dell’evoluzione dell’uomo moderno è la sua evoluzione culturale?       «Be’ l’evoluzione culturale è ciò che realmente differenzia i gruppi umani. Le differenze genetiche tra le popolazioni infatti sono molto modeste. Non c’è stato tempo né motivo per creare grosse differenze genetiche nei 60 mila anni in cui una singola, piccola popolazione africana si è diffusa in tutto il mondo. Le grandi differenze sono tra individui mentre quelle tra popolazioni sono una piccola percentuale. Cose superficiali come la forma del corpo, il colore della pelle, che rispondono a necessità ambientali. Ciò che conta quindi non sono le novità biologiche, cioè le mutazioni genetiche, ma le novità culturali, cioè le invenzioni che hanno cambiato profondamente la nostra vita. Ecco perché l’evoluzione culturale determina l’evoluzione genetica».

Ma se il patrimonio genetico si trasmette per via ereditaria, come si trasmette la cultura?

«La forza trainante è la comunicazione stabilita dal linguaggio, che permette di comunicare a tutto il mondo, oggi molto rapidamente, una nuova idea. Quel che rende l’evoluzione culturale molto più rapida di quella biologica, è che ogni novità biologica è costituita da mutazioni che avvengono di rado, in un individuo solo, e si diffondono poi solo ai figli, e da questi ai nipoti ecc. Per cui occorrono molte generazioni perché una novità biologica si diffonda a tutto il mondo: in un caso concreto, come il colore della pelle bianca o nera, diecimila o più anni. Invece oggi una novità culturale, come un’invenzione per esempio, può diffondersi in minuti, addirittura secondi, in tutto il mondo. La cultura, comunque, proprio come la mutazione genetica, è un meccanismo di adattamento».

Ma cos’è per lei la cultura?     «La cultura è costituita da tutto ciò che può essere appreso: la fabbricazione di utensili, la scrittura, l’arte, le conoscenze scientifiche, il modo di vestire. Cultura è l’accumulo globale di conoscenze e di innovazioni, derivante dalla somma di contributi individuali trasmessi attraverso le generazioni e diffusi al nostro gruppo sociale, che influenza e cambia continuamente la nostra vita. È l’elemento differenziante l’uomo da tutti gli altri animali, è la straordinaria quantità di conoscenze accumulate nel corso dei millenni, il cui apprendimento ha contribuito in modo determinante a forgiare il nostro comportamento. Ogni generazione aggiunge qualcosa all’eredità ricevuta. E il presente si comprende solo cogliendo nel profondo ogni tappa di questo cammino».

Si è inaugurata l’11 novembre 2011, e durerà fino al 9 Aprile 2012, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Via Nazionale 194, la mostra: Homo sapiens: la grande storia della diversità umana. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da Luigi Luca Cavalli-Sforza, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta.

Bibliografia essenziale

- J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi 1998.

- L. Cavalli-Sforza, P. Menozzi, A. Piazza, Storia e geografia dei geni umani, Adelphi 1997.

- L. e F. Cavalli-Sforza, Chi siamo, Mondadori 1993.

- N. Bobbio, Elogio della mitezza, Linea d’Ombra, 1994.

- P. R. Sabbadini (a cura), La cultura ebraica, Einaudi, 2000.

- J. P. Sartre, L’antisemitismo, Mondadori, 1990.

 

 Chiara Volpato,   Deumanizzazione. Come si legittima la violenza,

Laterza, Bari-Roma 2011, pp. 180.

 

Coordinatore della Laurea magistrale in Psicologia dei processi Sociali, Decisionali e dei Comportamenti Economici Università degli Studi di Milano- Bicocca

Deumanizzare significa negare l’umanità dell’altro. È un fenomeno poliedrico, multiforme, flessibile. Si adatta ai luoghi, alle relazioni, alle persone singole come a intere popolazioni e assume di volta in volta i contenuti richiesti dal clima culturale del momento. Un primo gradino, ad esempio, di questo processo sono i pregiudizi, i luoghi comuni o le espressioni razziste con cui si pongono in contrapposizione dei gruppi di persone, creando un “noi” e un “loro”: “noi” che siamo i settentrionali, i bianchi, i cattolici, gli europei e “loro” che sono i meridionali, i negri, gli zingari. Già nel porre questa divisione si crea il germe di una presunta umanità un po’ diversa, che può essere stigmatizzata ed emarginata al di fuori di quella che viene ritenuta la reale dimensione umana. Andando indietro nella storia occidentale, lo sterminio delle popolazioni americane nel ’600 è sorretto da un’ideologia che appiattisce l’immagine dei nativi su quella delle bestie. Gli esempi di deumanizzazione dei nativi pervade le cronache della conquista e la saggistica successiva: i conquistatori li definiscono creature barbare, prive di intelligenza, cannibali e i filosofi spagnoli discussero a lungo se gli indiani fossero uomini o scimmie, semplici bruti o creature capaci di pensieri razionali e se Dio li avesse creati allo scopo di fornire schiavi agli europei. Chiara Volpato propone in questo volume una rassegna degli studi sui fenomeni di deumanizzazione con una prospettiva psicosociale. Analizza le diverse espressioni che può assumere questo processo – l’animalizzazione, la demonizzazione, la biologizzazione, l’oggettivazione, la meccanizzazione – attraverso una ricognizione delle loro manifestazioni storiche. Uno sguardo particolare è riservato al ruolo che hanno oggi i media nella diffusione e nel mantenimento di immagini e concetti de umanizzanti.

 

 

Erri De Luca

Conversazione  a  “Che tempo che fa”  dell’8 Ottobre 2011:  “siamo meticci”.

 

Matteo inizia la pagina uno del Nuovo Testamento con un elenco di nomi maschili, da Abramo a Gesù, e dentro ci mette cinque nomi di donne, madri (Tamar, Rahab, Ruth, Miriam e Betsabea). Tre di queste donne non sono della tribù di Israele, sono di popoli vicini e diversi. Queste donne,hanno commesso peccati sessuali, ma guidate da un piano divino. Rasentano la pena di morte, ma sono giustificate, hanno commesso scandalo ma sono sante.

Dunque nella più preziosa genealogia, quella del  Messia che passa per David, non c’è purezza di sangue. E’ una buona notizia perché dice che anche il Messia è di sangue “meticcio”. Noi mediterranei siamo come il Messia, di sangue meticcio.  ……

Hanno descritto l’Italia come uno stivale ma io la vedo diversa, la vedo come un braccio che si stacca dalla spalla muscolosa delle Alpi e se ne va verso sud est nel Mediterraneo, a mano aperta con Puglia e Calabria, che sono le estremità della mano, e la Sicilia è un fazzoletto al vento che saluta. Io vedo così la geografia. Da questa geografia è venuta la storia, perché la storia è nipote della geografia. Da noi la storia è stata caratterizzata da popoli che ci hanno attraversato e hanno mischiato il loro sangue con il nostro. Attraverso invasioni, epidemie, guerre, esili, espulsioni, stupri di massa e anche qualche matrimonio. Apparteniamo all’intruglio nobile di sangue del Mediterraneo. Nessun popolo escluso, dal fenicio al greco, al cartaginese, al saraceno, ecc. … E siccome siamo abbondanti di geografia, abbiamo mischiato il sangue anche con popoli del remoto nord: Vandali, Goti, Unni, Normanni. L’Italia è stata ponte e passerella per la storia di molti popoli.

Oggi siamo attraversati e visitati da nuovi viaggiatori dell’emigrazione. Viaggiatori di azzardo che accettano il rischio di essere decimati dai deserti, prigioni, naufragi. ….. Chiamiamo questi viaggi dal sud “ondate migratorie”, scegliendo questa immagine distorta delle ondate alle quali bisogna opporre dighe. Noi per la geografia non siamo dighe. ..… Allora non resta che obbedire alla geografia di questo paese che è un braccio teso, ponte e passerella; lasciamo il paese aperto a questi nuovi viaggiatori dell’immigrazione. Facilitiamo il passaggio verso le altre frontiere, l’Europa. …Non siamo i “buttafuori” dell’Europa. Non siamo i guardiani di un continente, siamo gli eredi delle repubbliche marinare che vissero e prosperarono sul libero passaggio di merci e mercanti. Sono mercanti questi nuovi viaggiatori dell’emigrazione? Si, hanno una sola merce da vendere che è la loro forza lavoro. Sono mercanti di questa e noi la acquistiamo a prezzi fin troppo convenienti. Lampedusa: lampada e medusa. Striscia di terra più vicina all’Africa, madre terra della specie umana, geograficamente doppia. Da una parte ha scogliere inaccessibili, dall’altra ha spiagge, calette di facile approdo. E queste sono rivolte a sud. Le scogliere a corazza sono rivolte a nord. La geografia già parla, dice, consiglia.  Lampedusa è la piccola porta dalla quale sta passando la grande corrente della storia del mondo a venire che sempre si affaccia, è una piccola breccia. ….