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Domenica 18 Marzo 2012
La legittimazione della discriminazione fra gli
esseri umani.
Alcune forme storiche di discriminazione.
Darwinismo sociale e razzismo.
(riflessioni di Maria, Giulia, Elena, Gian Paolo,
Roberto, Sergio)
Letture bibliche: Genesi 9, 1-7; 18-29
Punti salienti delle attuali conoscenze scientifiche
sull’evoluzione degli esseri viventi e degli ominidi in particolare,
presentate il 22 Gennaio 2012:
1. In questi ultimi anni possiamo fare le
datazioni dei reperti fossili animali con maggiore precisione
rispetto a 10 – 15 anni fa, quando utilizzavamo datazioni
paleontologiche e geologiche. Si utilizza lo studio del Dna. Con la
comparazione dei genomi delle specie attuali e di quelle estinte si
può datare in modo molto preciso quando è vissuto l’antenato comune
fra due specie attuali. Così si è calcolato che l’ Homo Sapiens (noi
oggi) e lo scimpanzé hanno avuto un antenato comune vissuto 6 - 6,5
milioni di anni fa, quindi siamo cugini di 1° grado. La differenza
genetica fra noi e gli scimpanzé è di poco superiore all’1%.
L’evoluzione si spiega attraverso catene di cause
indipendenti che la condizionano:
Col passare delle generazioni si introducono nelle
specie delle novità. La prole porta delle diversità rispetto ai
genitori, frutto delle ricombinazioni e delle mutazioni genetiche.
L’ambiente pone dei problemi agli organismi e fa sì che alcune di
quelle variazioni diano un vantaggio di sopravvivenza agli individui
che le portano. Facilita la loro riproduzione rispetto ad altre. Ci
sono, poi, degli eventi straordinari che producono estinzioni di
massa, come eruzioni vulcaniche, terremoti o impatto di meteoriti
con la terra.
2. L’origine della specie (non la razza) umana è
in Africa: in ondate successive, a partire da circa 1,9 milioni di
anni fa, in pochi millenni ci sono state diverse migrazioni verso
tutta l'Eurasia, fino alla migrazione tra 80 e 70.000 anni fa che,
ha attraversato il Sinai, è giunta in Medio Oriente e da qui si è
diffusa in Asia, in Australia e nelle Americhe.
Oggi consideriamo l’origine e la storia della
discriminazione degli esseri umani che, come visto sopra, non ha
basi scientifiche.
La schiavitù antica nella polis greca –La base
gerarchica ed organica su cui è strutturata l’antica città greca,
assegna ad ogni suo membro una posizione particolare nella piramide
sociale a seconda della sua natura. Lo schiavo occupa il gradino più
basso. Al di sopra sta la donna, relegata però in un ruolo racchiuso
nell’ambito della casa e quindi in una funzione puramente familiare,
privata, mentre al vertice sta l’uomo libero, maggiorenne, che
realizza questa sua natura libera nella partecipazione attiva alla
sfera pubblica.
Si tratta, quindi, di stati naturali della persona,
legittimati appunto secondo il particolare statuto che la natura ha
impresso in ogni individuo. Così lo schiavo è caratterizzato da una
peculiare connotazione antropologica da cui non può mai uscire,
perché definitiva, immutabile data la sua naturalità. La sua
legittimazione è fornita dalla filosofia.
Così scrive Aristotele:
« …Dunque quale sia la natura dello schiavo e quali
le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che
per natura non appartiene a sé stesso, ma a un altro, pur essendo
uomo,, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur
essendo uomo è oggetto di proprietà…». Pertanto, così come «nelle
relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura
superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata»,
allo stesso modo «…quelli che differiscono tra loro quanto l’anima
dal corpo o l’uomo dalla bestia, (e si trovano in tale condizione
coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche ed
è questo il meglio che se ne può trarre) costoro sono per natura
schiavi e il meglio per essi è star soggetti a questa forma di
autorità…Dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi,
altri, schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi»
Politica, 1, 3,4 1253b e 5, 1254b e 1255a.
La servitù nella società signorile dell’Alto Medioevo
– Siamo ancora in presenza di una formazione sociale gerarchica ed
olistico-organica, suddivisa in tre ordini, con ruolo e posizione
sociale differenti. Alla base della piramide sociale sta il servo,
che ora non è più oggetto di proprietà e quindi schiavo, ma rimane
comunque sottomesso al signore attraverso vincoli di dipendenza
personali. Il suo compito è quello di lavorare per tutti e di
fornire al signore, laico od ecclesiastico, le risorse necessarie
alla sua sussistenza e qualsiasi ulteriore opera di servizio che gli
venga richiesta. Anche la condizione servile è immutabile,
definitiva, come del resto quella del signore, giacché la differenza
fra signori e servi è stabilita in base a statuti ontologici
specifici che ne definiscono la particolare natura, senza rischio di
confusione fra le due condizioni. Ognuno deve rimanere per sempre
nel proprio stato, di generazione in generazione. Ciò perché
l’ordinamento sociale in questa stratificazione gerarchica è stato
creato da Dio stesso.
Scrive infatti papa Gregorio Magno alla fine del
sesto secolo:
«La Provvidenza ha istituito dei gradi diversi e
degli ordini distinti, affinché se gli inferiori manifestano
deferenza ai superiori e se i superiori gratificano di amore gli
inferiori, si realizzi la vera concordia partendo dalla diversità.
La comunità non potrebbe infatti sussistere in alcun modo se
l’ordine globale della disuguaglianza non la preservasse».
Alcuni secoli dopo, agli inizi del Mille, Gerardo,
vescovo di Cambrai, conferma la visione gregoriana osservando che
«il genere umano è sottoposto ad una triplice divisione, tra gli
uomini di preghiera, gli agricoltori e gli uomini di guerra ».
Questa ripartizione è dovuta a Dio stesso il quale:
«Ha creato i chierici ed i monaci perché preghino per gli altri…Ha
creato i contadini perché facciano vivere e loro stessi e gli altri.
Altri, infine, i guerrieri, perché manifestino nella misura del
necessario la forza e difendano quelli che pregano e che coltivano
la terra dai nemici…».
In questa società gerarchica, fondata sul potere
discendente dall’alto col richiamo a Paolo – Romani 13, è ovvio che
la posizione del servo sia connotata dalla sottomissione al signore,
dalla obbedienza e dalla rassegnazione a permanere nel proprio
stato, giacché volerne uscire significherebbe ribellarsi a Dio
stesso. D’altra parte il diritto e la capacità di governare il corpo
sociale spetta ai signori, giacché l’inferiorità naturale rende il
servo incapace anche di intendere qual è il suo vero bene. Solo il
signore è in grado di garantire il bene del servo, il quale, anche
per questo motivo, rimane legato alla benevolenza del suo superiore.
Conclusione: è giusto, perché fondato sul volere divino, che il
servo rimanga tale e sottomesso.
La modernità.
La rivoluzione moderna azzera tutte le gerarchie del passato e le
loro legittimazioni filosofiche e teologiche. I suoi principi
cardinali sono:
1- l’uguaglianza giuridica di tutti gli esseri umani. Ogni
essere umano è già dotato fino dalla nascita di identità compiuta,
che non discende quindi dall’appartenenza ad un corpo sociale,
consistente in diritti naturali inalienabili, primo fra tutti il
diritto di proprietà;
2- ogni essere umano può entrare in contatto con Dio
personalmente, senza bisogno di mediazioni gerarchiche ed
istituzionali, come il sacerdozio cattolico. E’ il principio della
rivoluzione luterana;
3- ogni essere umano è dotato di ragione. Può quindi da solo
raggiungere conoscenza e verità senza il bisogno di sottomettersi al
sapere di un maestro, basta sappia far funzionare la propria ragione
con appropriate regole. E’ la rivoluzione del soggettivismo
cartesiano.
Nondimeno fino dal suo sorgere, il panorama sociale del mondo
moderno esibisce una profonda frattura fra pochi ricchi e masse
sterminate di poveri, benché tutti giuridicamente e formalmente
liberi. L’Utopia di Tommaso Moro ce ne fornisce una illustrazione
impressionante.
Com’è possibile, allora, che in una società di uguali, dotati degli
stessi diritti e di capacità razionale, sia nata questa scissione
fra proprietari e non proprietari? Come la si giustifica,
impraticabili ormai i vecchi percorsi filosofici e teologici? Si
tralascia qui di discutere l’altro grande problema dello sterminio
dei nativi americani e quello della schiavitù moderna, che crea
molte contraddizioni nei sostenitori dell’uguaglianza. Si pensi a
Thomas Jefferson estensore della dichiarazione di indipendenza
americana e proprietario di schiavi.
La risposta dei “puritani”. Il ricco ha saputo realizzare il suo
diritto di proprietà con merito, perché è stato capace di far
funzionare la sua ragione, in questo contesto come capacità di
calcolo di convenienza, e perché ha dispiegato tutte le sue energie,
la sua forza interiore a controllare istinti e desideri di piaceri
inutili, ha lavorato con impegno ed alacrità, ha saputo rinunciare e
sacrificarsi. Il povero, al contrario, è tale per sua
responsabilità, cioè per indegnità morale, non avendo saputo
utilizzare le risorse di cui è pur dotato, disperdendole nei
piaceri, nelle dissipazioni più varie, nel vizio, anziché
nell’impegno di lavoro.
Conclusione.
La proprietà accumulata è il premio per la virtù del ricco, è frutto
dei suoi meriti; il non proprietario, al contrario, può imputare
solo a sé stesso il proprio stato. In sostanza, ognuno è ciò che da
solo riesce ad essere e, di conseguenza, il sistema sociale moderno
non può essere chiamato in causa.
Questa visione viene successivamente rafforzata dalla filosofia di
John Locke (1600) e dagli economisti borghesi dell’Ottocento,
quando, con Nassau Senior, attribuiranno la formazione di grossi
capitali all’astinenza, cioè al risparmio ed alla rinuncia del
capitalista. Da notare che questa legittimazione della proprietà,
anche quella di enormi dimensioni, col principio dell’astinenza e
della meritocrazia, è rintracciabile anche nelle teorie economiche
neoliberiste dominanti attualmente e nei loro fondamenti filosofici.
Le
novità dell’Ottocento.
La novità culturale principale è il darwinismo. La teoria
dell’evoluzione attraverso la selezione naturale, viene trasportata
in territorio economico-sociale per rafforzare il principio puritano
sopra esposto. La società è una lotta dove solo i migliori
trionfano. I perdenti sono tali per loro inferiorità e quindi
meritano di precipitare nel gradino inferiore della scala sociale.
Anche nel mondo moderno torna di nuovo a presentarsi una gerarchia,
basata ora però sul diritto di proprietà realizzato, ossia sul
livello di proprietà con cui ognuno è presente nella vita sociale e
in base al quale riceve riconoscimento ed apprezzamento.
Inoltre, il darwinismo sociale è utilizzato per legittimare
eticamente il meccanismo del libero mercato concorrenziale, nel
quale trionfano e sopravvivono i soggetti economici più efficienti
con l’eliminazione di chi non riesce a reggere il peso della
concorrenza, con beneficio generale. In tal modo all’individualismo
economico si attribuisce una funzione sociale, riprendendo un
concetto base della filosofia di Locke (Secondo trattato sul
governo) e di Adamo Smith.
La novità politico-sociale ed economica è la Grande Depressione
(1873-1896) che mette fine all’economia incentrata sul libero
mercato concorrenziale dove opera una pluralità di agenti economici,
venditori e compratori, senza che nessuno di loro, col suo
comportamento, possa influire da solo sulla formazione dei prezzi.
Subentrano ora mercati monopolistici ed oligopolistici, ossia
mercati controllati da grosse società finanziarie ed industriali,
che concentrano nelle proprie mani una mole ingente di capitale e
che vogliono garantita la sua redditività. Tutto ciò interagisce con
la seconda rivoluzione industriale che fa emergere nuove industrie:
elettricità, chimica, petrolchimica e via dicendo, con nuove materie
prime reperibili in regioni extra europee. Da qui la spinta alla
ricerca di aree protette di sbocco della produzione e di
approvvigionamento garantito di questo nuovo materiale. Da queste
esigenze, in interazione con spinte nazionalistiche e
militaristiche, scaturisce la grande espansione coloniale europea ed
occidentale fra il 1870 ed il 1914.
In questo contesto, il darwinismo fornisce l’ingrediente culturale
per la legittimazione di questo dominio sui popoli delle colonie.
Questa legittimazione prende la forma del razzismo.
La teoria della razza come principio di superiorità trova in de
Gobineau (1816-1883) uno dei suoi teorici di spicco. A suo parere
nella storia umana trionfano le razze superiori, nel senso che
appunto la vittoria militare e politica costituisce l’attestato di
questa loro superiorità. In base a questo principio viene perciò
legittimato il dominio sul mondo dei paesi occidentali. In quanto
razza pura, essi hanno il diritto ma anche il dovere di governare i
popoli di razza inferiore perché incapaci di reggersi da soli. La
razza occidentale è la razza ariana, che deve mantenersi pura perché
altrimenti decadrebbe dalla posizione di dominio raggiunta. Da qui
la spinta al mantenimento della sua purezza, che in Occidente è
minacciata da un popolo non ariano come gli ebrei. Si tratta di
un’idea che nel nazismo raggiunge poi il suo parossismo. In Italia,
il razzismo politico-istituzionale ha avuto la sua espressione
principale con le leggi razziali ed il Manifesto della razza del
regime fascista nel 1938.
La
situazione odierna.
Vede il risorgere del razzismo di marca nazista e fascista in un
contesto di crisi globale dell’economia capitalistica, di cui non si
riesce ad intravedere una fuoriuscita almeno a breve, di grosse
emigrazioni dai paesi della miseria e della guerra, in una
situazione sociale e culturale contrassegnata da insicurezza
generale, anche per quel che riguarda le condizioni elementari di
vita della popolazione: lavoro, reddito e via dicendo, di cui la
precarietà rappresenta il segno di maggior rilievo. Per contrastare
il razzismo si presenta perciò anche la necessità di recuperare un
orizzonte di speranza che deve passare necessariamente dal progetto
di un “altrove” con la fuoriuscita dalla cultura del TINA (There is
no alternative – non ci sono alternative).
Conclusione.
Dal breve tracciato sopra esposto mi sembrano ricavabili alcune
conclusioni generali di stringente attualità.
1- E’ confermata la verità del messaggio trasmesso dalla
favola del lupo e dell’agnello. Nel lupo umano – dominatore,
sfruttatore, violento, sopraffattore e via dicendo, in qualsiasi
settore: economico, sociale, politico religioso ecc. – c’è il
bisogno di legittimare la propria violenza, non tanto per motivi di
coscienza, quanto per dominare in maniera ancor più raffinata e
completa la propria vittima, cercando di convincerla di meritarsi la
violenza che sta per subire perché colpevole di qualcosa.
2- Emerge anche il meccanismo del capro espiatorio che svolge
la funzione sociale e culturale di scaricare su una vittima
sacrificale le tensioni interne che mettono in crisi l’assetto di
una società o, comunque, ne manifestano le carenze strutturali. Solo
che con questa deviazione la società non cambia, perché non riesce a
guardarsi criticamente e quindi ad affrontare alla radice i suoi
problemi per superarli e migliorare sé stessa.
3- Si può allora trarre la conclusione che un sistema di
potere regge fino a che l’esasperazione, l’insofferenza e via
dicendo, delle sue vittime non raggiunge il limite della soglia di
sopportabilità. Da qui la sua tendenza a sviluppare e mantenere il
dominio culturale allo scopo di innalzare il più possibile questa
soglia.
Firenze, domenica 22 gennaio 2012
Bibbia e scienza: l’origine
dell’umanità
(riflessioni di Maria, Giulia, Elena, Gian Paolo, Roberto, Sergio)
Letture bibliche:
Deuteronomio 24, 10-22; Marco 9, 33-41; Luca 9, 46-50
Intervista a Telmo Pievani, filosofo della scienza (Università di
Milano Bicocca) nell’arena del Festival della scienza organizzato
dal Museo Civico di Rovereto (11/07/2011) per la presentazione del
suo libro “ La vita inaspettata” Editore: Cortina Raffaello,
Collana: Scienza e idee, 2011.
(trascrizione non rivista dall’autore)
Secondo un articolo scientifico dell’inizio del 2011 sul nostro
pianeta dovrebbero esistere 10-12 milioni di esseri viventi e ne
abbiamo classificati poco più di 2 milioni, nonostante le tecniche
di indagine di cui disponiamo. Ma la cosa più sconvolgente è il
calcolo di quante specie noi abbiamo estinto da quando abbiamo
inventato l’agricoltura (13 mila anni fa), quasi la metà degli
esseri viventi sul pianeta, mai conosciuti e mai classificati.
L’insieme delle diverse specie che abitano gli ecosistemi fu
definita “biodiversità” dall’entomologo Edward Wilson circa 20 anni
fa. La biodiversità è sia “il combustibile” che il “prodotto”
dell’evoluzione, è la materia prima indispensabile senza la quale
non ci sarebbe alcun cambiamento negli esseri viventi. L’evoluzione
funziona soltanto se avviene a tutti i livelli, per gli organismi,
per le popolazioni, per le specie e per gli ecosistemi: viene
prodotta incessantemente la diversità. Quando questo combustibile
viene meno il cambiamento si affievolisce ed i sistemi divengono più
vulnerabili. Ma la biodiversità è anche il risultato
dell’evoluzione, l’evoluzione produce biodiversità.
. La biodiversità è come i ramoscelli di un cespuglio o di una
formazione corallina: noi vediamo i ramoscelli esterni e dobbiamo
percepire le ramificazioni sottostanti che collegano i vari
ramoscelli. Nella biodiversità l’ Homo Sapiens (noi oggi) è come un
piccolissimo ramoscello del grandissimo albero che rappresenta tutti
gli esseri viventi.
Oggi possiamo fare le datazioni dei reperti fossili animali con
maggiore precisione rispetto a 10 – 15 anni fa, quando utilizzavamo
datazioni paleontologiche e geologiche. Oggi si utilizza lo studio
del Dna. Con la comparazione dei genomi (orologio molecolare) delle
specie attuali e di quelle estinte si può datare in modo molto
preciso quando è vissuto l’antenato comune fra due specie attuali.
Ad esempio, con questo metodo, calcolando quante mutazioni genetiche
si sono accumulate nell’Homo Sapiens e nello scimpanzé si calcola
che queste due specie hanno avuto un antenato comune vissuto 6 - 6,5
milioni di anni fa. Quindi siamo cugini di 1° grado degli scimpanzé,
di 2° grado dei gorilla e di 3° grado degli orangutan. Siamo
geneticamente vicini: la differenza genetica fra noi e gli scimpanzé
è poco superiore all’1%, un po’ di più rispetto ai gorilla e ancora
un po’ di più rispetto agli orangutan. Oggi si ritiene che gli
esseri umani, gli scimpanzé, i gorilla e gli orangutan siano tutti
ominidi. Noi non siamo discendenti degli scimpanzé ma ne siamo
cugini, cioè abbiamo un lontanissimo nonno in comune. Più sono
lontani i nonni più siamo cugini alla lontana. E noi stiamo
rischiando oggi di mandare all’estinzione alcuni di questi cugini,
in particolare gli orangutan di Sumatra (ne sono rimasti solo 120
individui).
Restando all’analogia con l’albero l’evoluzione è più simile ad un
albero con più tronchi. Nel nostro sottocespuglio degli ominini sono
state catalogate 26 specie diverse (non razze), 26 ramoscelli
diversi e l’Homo Sapiens è l’ultimo ramoscello.
Se un extraterreste fosse venuto sulla terra 40 mila anni fa (che
geologicamente è un solo strato di misurazione, un tempo breve
anche per un biologo, anche se a noi sembra un tempo molto lungo),
avrebbe trovato almeno 5 specie umane contemporaneamente:
- Noi, già presenti da 100 mila anni essendo partiti
dall’Africa centro orientale da 350 – 180 mila anni fa (dalla zona
Eritrea – Etiopia – Kenia – Tanzania), originariamente circa 25
mila individui (oggi 7 miliardi).
- I Neandertal in Europa – Asia.
- Una piccola specie di ominini nell'isola di Flores, in
Indonesia – i Florensiensis. (Scoperta del 2003: i resti di uomini
molto diversi da noi, più bassi di statura e con un volume cerebrale
pari a un quarto del nostro).
- Gli ultimi Erectus a Giava.
- L’uomo di Denisova: nel 2008 nella grotta di Denisova, sui
Monti Altai, in Siberia, è stato rinvenuto un dito con un Dna
relativamente integro, ma ancora da studiare a fondo.
Oggi noi siamo rimasti soli. Ma perché all’ultimo miglio di questa
corsa siamo rimasti solo noi? Non è ancora chiaro. Non li abbiamo
estinti noi. Quando Homo Sapiens ha incontrato le altre specie di
ominini ha convissuto molto tempo con loro. Non comprendiamo perché
noi siamo cresciuti demograficamente e loro si sono estinti. I
Florensiensis si sono estinti “solo” 13 mila anni fa, quando ebbe
inizio l’agricoltura. Se fossero rimasti fino ad oggi ci sarebbe da
chiedersi come li tratteremmo visto che sarebbero nostri cugini con
lo stesso nostro aspetto umano.
Darwin scelse come modello dell’evoluzione l’albero perché
l’evoluzione è un gioco di rami che si biforcano più volte fino a
formare la chioma. Invece lo schema di una successione lineare, in
cui ogni specie si evolve sostituendo la precedente - come era
descritto nei libri fino agli anni ‘60, non era quello di Darwin.
Per l’evoluzione dell’uomo si faceva un’eccezione. Gli scienziati
avevano considerato l’uomo diverso dagli altri esseri viventi. Oggi
abbiamo accettato lo schema dell’albero cespuglioso disturbato,
però, da eventi contingenti (il vento che rompe dei rami). Non
siamo unici e non era destino che diventassimo come siamo. In
moltissime occasioni la storia dell’umanità avrebbe potuto prendere
un’altra direzione.
L’evoluzione si spiega attraverso due catene di cause indipendenti
che la condizionano:
1. Col passare delle generazioni si introducono nelle specie
delle novità. La prole porta delle diversità rispetto ai genitori,
sempre frutto delle ricombinazioni e delle mutazioni genetiche
(scoperte nel ‘900 e che Darwin nella sua opera del 1859 non poteva
sapere).
2. L’ambiente pone dei problemi agli organismi e fa sì che
alcune di quelle variazioni diano un vantaggio di sopravvivenza agli
individui che le portano. Facilita la loro riproduzione rispetto ad
altre.
Quindi la sopravvivenza dipende dalle variazioni genetiche casuali e
dai capricci dell’ambiente: è un gioco imperfetto, non è la
realizzazione di un progetto ben fatto da un ingegnere ma è l’opera
realizzata da un artigiano che utilizza il materiale che ha a
disposizione. Siamo imperfetti e Darwin diceva che dove c’è
perfezione non c’è storia.
Oltre a queste due cause ci sono degli eventi straordinari che fanno
cambiare rapidamente le regole del gioco e che producono estinzioni
di massa. Questo è successo varie volte nell’evoluzione. In seguito
ad eventi catastrofici non c’è tempo per gli individui di adattarsi
all’ambiente attraverso la selezione naturale e scompaiono. Alcuni
di questi eventi sono dovuti a cause interne alla terra (eruzioni
vulcaniche, terremoti, ecc.) altri dovuti a impatto sulla terra di
asteroidi di grandi e medie dimensioni. L’impatto di un asteroide di
65 milioni di anni fa distrusse circa la metà degli esseri viventi,
quasi tutti i dinosauri. Gli uccelli che vediamo oggi sono una
discendenza di una sottofamiglia di dinosauri che sopravvissero.
Estinguendosi hanno lasciato spazio libero ad altre forme viventi. I
dinosauri occupavano l’acqua, la terra e il cielo: erano erbivori e
carnivori ed occupavano tutti gli spazi ecologici. I mammiferi non
avevano spazio per svilupparsi ed occupavano solo delle nicchie
ecologiche, come era il toporagno. Estinti i dinosauri, in 15
milioni di anni questi si sono evoluti dando origine ai pipistrelli,
ai cetacei, agli erbivori, ai carnivori, ai primati, ecc. Senza
l’asteroide non ci sarebbe stata questa meravigliosa
diversificazione delle specie. Noi siamo figli di quell’asteroide.
Ma anche i dinosauri erano figli di una estinzione avvenuta prima di
loro, l’estinzione dei rincosauri, i grandi rettili, dei quali oggi
abbiamo una discendenza nei coccodrilli e nelle tartarughe.
Si capisce perché Telmo Pievani ha intitolato il suo libro La vita
inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto.
Le migrazioni degli ominidi alla conquista della terra e il Dna
“arlecchino”.
Nel libro Pievani descrive che a uscire dall'Africa e a disseminarsi
per il globo in diverse ondate successive sono state almeno tre
specie diverse del genero umano (vedi Fig. 1). Per primo è partito
Homo ergaster (o Homo erectus) circa 1,9 milioni di anni fa e in
pochi millenni si è insediato in tutta l'Eurasia. Secondo, mezzo
milione di anni fa, è partita l'onda degli Homo rhodesienssis (o
Homo heidelbergensis). È questa la specie cui appartengono i
Neanderthal. Terzo, dall'Africa è partito in almeno due ondate
l’Homo sapiens (v. Fig. 2). Una prima volta, tra 120 e 100.000 anni
fa, ha raggiunto le coste dell'Arabia e si è disseminato per la
penisola. Non sappiamo se è riuscito ad andare oltre. La seconda
volta, tra 80 e 70.000 anni fa, ha attraversato il Sinai ed è giunto
in Medio Oriente, da cui è partito seguendo almeno due strade
diverse per diffondersi in Asia e in Australia

Figura 1. Distribuzione geografica del genere Homo (o ominini)
evolutasi nel tempo.
Dal Medio Oriente i sapiens sono partiti anche, intorno a 40.000
anni fa, per diffondersi in Europa. La nostra specie non ha
incontrato solo i Neanderthal, antichi eredi dei migranti
rhodesiensis e non li ha incontrati solo in Europa e in Medio
Oriente. L’Homo floresiensis sono discendenti della prima ondata
migratoria, quella degli ergaster (o erectus). E che, per adattarsi
all'ambiente dell'isola di Flores in cui sono giunti probabilmente
900.000 anni fa, hanno diminuito la massa corporea e cerebrale. Sono
vissuti fino a 13.000 anni fa, quando a Flores erano giunti anche i
Sapiens. Infine anche l’Homo di Denisova, giunto in quest’isola 1,5
milioni di anni fa, è discendente degli Ergaster. E il bello è che
lì vicino, nelle valli dei Monti Altai, in Siberia, sono stati
trovati anche resti sia di Neanderthal, sia di sapiens risalenti più
o meno allo stesso periodo. Dunque nella Siberia meridionale sono
vissuti contemporaneamente membri di tre specie umane diverse,
partite dall'Africa in tre epoche diverse: 1,9 milioni di anni fa;
500.000 anni fa e 80.000 anni fa.

Figura 2. Migrazioni dell’Homo sapiens dall’Africa verso tutti i
continenti; distribuzione dei Neanderthal e degli ominidi.
Ma proprio nel 2010 Svante Pääbo, il maestro dell’antropologia
molecolare, ha presentato i risultati dell'analisi comparata del Dna
di uomini di Neanderthal e di uomini moderni. Scoprendo che nel Dna
degli africani, discendenti di sapiens mai usciti dall'Africa, il
Dna non presenta tracce di ibridazioni con quello dei Neanderthal.
È, per così dire, «puro». Mentre nel Dna degli europei e degli
asiatici ci sono tracce (intorno al 4% del materiale genetico)
ereditato da uomini di Neanderthal. La nostra specie si è
incrociata, più o meno saltuariamente, con quegli uomini più antichi
e noi europei e asiatici ne conserviamo la traccia. Le stessa cosa è
avvenuta tra i sapiens asiatici e membri della specie Homo di
Denisova, perché nel Dna di uomini moderni che vivono in Nuova
Guinea e in Melanesia sono state trovate tracce (intorno al 5-8%) di
quegli antichi discendenti degli ergaster. Altro che Dna puro. Il
nostro è, come scrive Telmo Pievani, un «Dna arlecchino». Frutto di
una piccola promiscuità genetica che ha accompagnato una elevata
promiscuità fisica con tante altre specie di uomini. Il nostro
successo - la nostra fortuna - è anche il frutto di questa capacità
di saper accettare e abbracciare «l'altro».
Da un articolo di Pietro Greco, edizione Nazionale (pagina 18) de
L’Unità nella sezione "Culture", 24 luglio 2011.
N.B. Le figure sono state scaricate da internet, non essendo
riportate negli articoli citati.
La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che
non ci aveva previsto
Telmo Pievani
Raffaello Cortina Editore 2011, 253 pp., 21,00 euro.
Commento
di Raffaele Carcano
Segretario Nazionale dell’Unione degli Atei e degli Agnostici
Razionalisti (UAAR)
Giugno 2011
La vita inaspettata è un libro che parte da Darwin, definito come
l’uomo che per primo ebbe il coraggio di «oltrepassare il segno»;
riparte da dove si era fermato Gould concludendo La vita
meravigliosa, e giunge infine ad aggiornare in maniera precisa lo
stato dell’arte delle discussioni sull’evoluzione. Ha come trait d’union
«il concetto centrale dell’evoluzione, la contingenza storica, che
non è stato ancora accolto nei nostri sistemi di pensiero»: e
rappresenta, dunque, anche un grande sforzo per cercare di colmare
questa lacuna.
Nonostante i tentativi di Letizia Moratti, a scuola la teoria
dell’evoluzione è insegnata: quantomeno nelle scuole pubbliche e
perlomeno per sommi capi. Scarsa è invece l’attenzione prestata a
molti suoi aspetti che vengono erroneamente considerati minori. Uno
di questi, di un’evidenza quasi palmare, è che «la vita ha
sperimentato strategie indipendenti e “ci ha provato” più volte». Il
tempo profondo, ricorda Pievani, è invece «pieno di ipotesi di vite
alternative che hanno fallito per ragioni forse non sempre connesse
a una loro inadeguatezza». I perdenti, tutto sommato, «spesso non
erano così malaccio»: i vincenti, come pikaia, uno dei più antichi
cordati, erano invece sparuti e molto gracili, rispetto alle altre
specie coeve.
…………….
I meccanismi del cambiamento evolutivo sono ormai noti: la
mutazione, la selezione, la deriva genetica, la migrazione e gli
schemi evolutivi su larga scala. Alla base vi sono tre fattori:
«vincoli interni (strutture); pressioni selettive esterne (funzioni
di sopravvivenza in un ambiente); eventi storici peculiari». C’è
ovviamente ancora molto da studiare, ma c’è relativamente poco da
discutere. All’interno del mondo scientifico il confronto continua,
e il testo vi dedica una certa attenzione (per esempio analizzando i
teorici della complessità). Il problema è che continua anche la
messa in discussione della teoria evolutiva. Per quanto i
sostenitori dell’intelligent design non siano riusciti a far
avanzare granché le proprie tesi nel corso degli ultimi anni,
l’attenzione che raccolgono in molti ambienti è tuttora massiccia.
Pievani sottolinea come, forse, sia «proprio la nostra solitudine a
farci veder l’evoluzione in modo lineare e progressivo. In mondi
alternativi dove non fossimo soli, faticheremmo a concepirci come i
predestinati e forse capiremmo ancora meglio che cosa significhi
davvero essere umani». Siamo abituati a pensare in questo modo, ed
occorrerà molto tempo prima che queste implicazioni siano colte
anche all’esterno del mondo scientifico. Non è un caso che le
critiche alla teoria evolutiva abbondino sulla scrivania di chi
scienziato non è - anche se magari è costretto a far ricorso ad
argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di rendere plausibile
un ragionamento fallato in partenza. Ambienti in cui si continua a
cianciare dell’impossibilità di un’evoluzione «per puro caso»,
quando ben pochi ricercatori sostengono ormai una posizione così
estrema. L’autore deve così ribadire, ancora una volta, che
«l’assenza di una direzione e di una necessità intrinseca non
consegna l’evoluzione al “cieco caso” e alla fredda democraticità
del puro calcolo delle probabilità, bensì a un’interrelazione fra
elementi casuali e storici, funzionali e strutturali, che produce
una molteplicità di storie possibili. Non infinite, possibili».
Si continua a mettere in dubbio la validità dell’impianto darwiniano
anche insistendo sugli anelli mancanti, come se dall’Ottocento a
oggi non fosse cambiato nulla, e nonostante molti vuoti stiano pian
piano cominciando a essere occupati grazie alla continua scoperta di
nuovi fossili. Secondo Pievani, insistendo sugli anelli mancanti gli
antievoluzionisti commettono un doppio errore, di pensare che il
quesito non abbia una risposta «e di inferire da ciò che sia
necessario arrendersi chissà perché al subitaneo miracolo
interventista di un disegnatore intelligente». A suo dire «è uno
schema di ragionamento, tipicamente umano, che fa sì che ciò che
appare molto improbabile ci sembri anche impossibile, e che come
tale debba allora essere spiegato attraverso un disegno, un piano,
l’intenzione di qualcuno». …..Toccherebbe a chi sostiene la tesi
dell’intelligent design trovare «elementi che mostrino come il suo
esito attuale fosse non soltanto l’unico possibile, ma addirittura
il fine ultimo del processo stesso», dimostrando che «il presente
realizzato ha causato il processo stesso, attirandolo a sé fin
dall’inizio». L’onere della prova grava su chi afferma. Non la
pensano così le gerarchie ecclesiastiche, le cui posizioni Pievani
sintetizza efficacemente così: «è creazionismo, ma non si può dire».
I loro testi contengono infatti «premesse imposte d’autorità,
postulati assoluti, fonti parziali, definizioni arbitrarie dei
termini, dichiarazioni apodittiche e conclusioni che in molti casi
non discendono comunque dalle premesse». Una «ragione ideologica»,
la loro, «che strumentalizza fonti e argomenti per avvalorare una
tesi preconcetta». Più o meno la stessa «Ragione creatrice» che
Benedetto XVI ha posto all’origine dell’universo, senza ovviamente
portare evidenze a supporto: ma lamentandosi, nello stesso tempo,
che «la teoria dell’evoluzione non è dimostrabile sperimentalmente
in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio
10.000 generazioni». Peccato che esperimenti sul batteri del tipo
escherichia coli (così tanto di moda) abbiano oltrepassato da tempo
le 40.000 generazioni.
Ma il papa non si smentisce mai. In tutti i sensi. In troppi ambiti
si continua a ritenere legittimo che, a ogni domanda senza risposta,
la risposta giusta sia quella religiosa. La Chiesa sembra ormai far
esplicitamente proprio il concetto di Dio tappabuchi: e non lo fa
solo il papa, ma anche teologi eterodossi come Mancuso e Küng. ….
E peccato, anche, che ogni tanto le domande inevase trovino qualche
risposta, invariabilmente diverse da quelle data fino a quel
momento. Man mano che «franano le evidenze di finalità, e si fa
sempre più fatica a difendere la somma saggezza dell’autore del
mondo con gli argomenti tradizionali», allora, scrive Pievani, «si
sposta l’attenzione sul piano psicologico e si paventa il fatto che
la contingenza spalancherebbe su di noi una visione infelice e
malinconica dell’umanità e del suo posto nella natura».
Quell’umanità «disperata» di cui parla spesso il papa.
Non è affatto così, spiega Pievani nel finale del libro, in cui si
toccano temi più decisamente etici. Certo, la contingenza è più
impegnativa delle due alternative estreme, «il puro caso» e «la dura
necessità», entrambe «deresponsabilizzanti»: la prima perché conduce
al fatalismo, l’altra invece al finalismo fideista che sostiene che,
poiché la nostra esistenza «non può essere frutto del caso, dunque
non resta che abbandonarci fiduciosi al disegno». La contingenza
storica non fornisce scorciatoie. Al contrario, «ci prende
gentilmente per le spalle e ci chiede di guardare dritte negli occhi
le evidenze raccolte, per il momento, dalla scienza»: «se il passato
era aperto, e a maggior ragione lo è il futuro, le scelte contano,
la storia si può cambiare».
Non c’è quindi alcun motivo per abbandonarci al disorientamento:
anche se la chiamata alla responsabilità personale a molti non
piace, la contingenza possiede «un senso liberatorio» e ci offre
«un’occasione di consapevolezza e di maturità». Perché «la
rivoluzione darwiniana, riletta attraverso le evidenze di oggi,
arricchisce, aggiorna e riempie di nuovi significati la grande
tradizione della saggezza naturalistica di Spinoza e di Leopardi».
Ci si duole spesso di quanto la prevalenza delle scienze umanistiche
noccia, in Italia, alla ricerca scientifica. È quasi un dato di
fatto, e costituisce sicuramente un problema. Ma ci si dimentica che
porta anche alla pubblicazione di libri di impianto divulgativo (ma
non solo) scritti decisamente meglio che altrove.
Luca Cavalli Sforza: «Il razzismo non ha fondamento
scientifico»
Il famoso genetista il 27 e 28 Maggio è intervenuto a Trieste per il
convegno interdisciplinare su ”La diversità umana”. Da Il Piccolo
di Trieste, 28 maggio 2009, intervistato da Simona Regina
Ha iniziato la sua attività di ricerca in Italia, a Pavia. Poi
Milano, Cambridge, Parma, per abbandonare definitivamente il nostro
Paese nel 1971, quando si è trasferito in America.
«È sempre molto piacevole fare ritorno a Trieste». Così il genetista
Luigi Luca Cavalli Sforza, 87 anni, considerato un’autorità di
spicco internazionale nel campo della genetica delle popolazioni, ha
aperto la due giorni del convegno “La diversità umana”, organizzato
dal Dipartimento di storia e storia dell’arte e dalla Scuola
dottorale in scienze umanistiche dell’Università di Trieste.
…… Intrecciando discipline diverse - genetica, paleontologia,
antropologia e linguistica - lo scienziato italiano, che per circa
quarant’ anni ha lavorato alla Stanford University in California, è
stato tra i primi a chiedersi se i geni dell’uomo moderno contengano
ancora una traccia della storia dell’umanità e ha dimostrato che
l’uomo appartiene a una sola e unica razza, la specie “Homo
sapiens”, e che due gruppi etnici che presentano un aspetto
esteriore diverso, come il colore della pelle, possono essere invece
molto simili dal punto di vista genetico. Come, al contrario, gruppi
con caratteristiche somatiche simili possono presentare grandi
differenze genetiche al loro interno.
Professor Cavalli Sforza, la scienza ha ormai escluso la possibilità
di dividere l’umanità in razze, lei stesso ha contribuito a togliere
ogni fondamento al pregiudizio razziale. Cos’è dunque il razzismo? O
meglio, perché non può esistere per ragioni scientifiche? «Il
razzismo è l’intolleranza per le persone che sono un po’ diverse da
noi. Certo, ci sono differenze visibili, poche e non importanti,
come per esempio il colore della pelle, che aiutano a stabilire la
diversità. Soprattutto, però, vi sono differenze di costumi,
largamente superficiali, che sono il risultato dell’apprendimento,
dipendono dalla società in cui viviamo. Il nostro aspetto del resto
coinvolge una frazione relativamente piccola del codice genetico
della razza umana. Ecco perché individui che discordano su pochi
geni, relativi al colore della pelle per esempio, possono invece
avere in comune caratteristiche genetiche molto più complesse, anche
se non visibili».
Più di dieci anni fa, nel libro ”Geni, popoli e lingue” ha
dichiarato che l’educazione avrebbe relegato il razzismo agli errori
e orrori del passato. A cosa dobbiamo allora gli episodi di
microrazzismo quotidiano che abita alle fermate dell’autobus, nei
pianerottoli dei condomini, ai tavolini del bar? «La realtà
è che l’educazione è rimasta molto indietro. Bisogna quindi far
circolare più cultura. Che tra l’altro determina la diversità umana,
più largamente della genetica ed è stata il motore trainante
dell’evoluzione».
Perché secondo lei la componente davvero importante dell’evoluzione
dell’uomo moderno è la sua evoluzione culturale? «Be’
l’evoluzione culturale è ciò che realmente differenzia i gruppi
umani. Le differenze genetiche tra le popolazioni infatti sono molto
modeste. Non c’è stato tempo né motivo per creare grosse differenze
genetiche nei 60 mila anni in cui una singola, piccola popolazione
africana si è diffusa in tutto il mondo. Le grandi differenze sono
tra individui mentre quelle tra popolazioni sono una piccola
percentuale. Cose superficiali come la forma del corpo, il colore
della pelle, che rispondono a necessità ambientali. Ciò che conta
quindi non sono le novità biologiche, cioè le mutazioni genetiche,
ma le novità culturali, cioè le invenzioni che hanno cambiato
profondamente la nostra vita. Ecco perché l’evoluzione culturale
determina l’evoluzione genetica».
Ma se il patrimonio genetico si trasmette per via ereditaria, come
si trasmette la cultura?
«La forza trainante è la comunicazione stabilita dal linguaggio, che
permette di comunicare a tutto il mondo, oggi molto rapidamente, una
nuova idea. Quel che rende l’evoluzione culturale molto più rapida
di quella biologica, è che ogni novità biologica è costituita da
mutazioni che avvengono di rado, in un individuo solo, e si
diffondono poi solo ai figli, e da questi ai nipoti ecc. Per cui
occorrono molte generazioni perché una novità biologica si diffonda
a tutto il mondo: in un caso concreto, come il colore della pelle
bianca o nera, diecimila o più anni. Invece oggi una novità
culturale, come un’invenzione per esempio, può diffondersi in
minuti, addirittura secondi, in tutto il mondo. La cultura,
comunque, proprio come la mutazione genetica, è un meccanismo di
adattamento».
Ma cos’è per lei la cultura? «La cultura è costituita da tutto
ciò che può essere appreso: la fabbricazione di utensili, la
scrittura, l’arte, le conoscenze scientifiche, il modo di vestire.
Cultura è l’accumulo globale di conoscenze e di innovazioni,
derivante dalla somma di contributi individuali trasmessi attraverso
le generazioni e diffusi al nostro gruppo sociale, che influenza e
cambia continuamente la nostra vita. È l’elemento differenziante
l’uomo da tutti gli altri animali, è la straordinaria quantità di
conoscenze accumulate nel corso dei millenni, il cui apprendimento
ha contribuito in modo determinante a forgiare il nostro
comportamento. Ogni generazione aggiunge qualcosa all’eredità
ricevuta. E il presente si comprende solo cogliendo nel profondo
ogni tappa di questo cammino».
Si è inaugurata l’11 novembre 2011, e durerà fino al 9 Aprile 2012,
al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Via Nazionale 194, la mostra:
Homo sapiens: la grande storia della diversità umana. Per la prima
volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti
discipline e coordinati da Luigi Luca Cavalli-Sforza, ha
ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le
radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta.
Bibliografia essenziale
- J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi 1998.
- L. Cavalli-Sforza, P. Menozzi, A. Piazza, Storia e geografia dei
geni umani, Adelphi 1997.
- L. e F. Cavalli-Sforza, Chi siamo, Mondadori 1993.
- N. Bobbio, Elogio della mitezza, Linea d’Ombra, 1994.
- P. R. Sabbadini (a cura), La cultura ebraica, Einaudi, 2000.
- J. P. Sartre, L’antisemitismo, Mondadori, 1990.
Chiara
Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza,
Laterza, Bari-Roma 2011, pp. 180.
Coordinatore della Laurea magistrale in Psicologia dei processi
Sociali, Decisionali e dei Comportamenti Economici Università degli
Studi di Milano- Bicocca
Deumanizzare significa negare l’umanità dell’altro. È un fenomeno
poliedrico, multiforme, flessibile. Si adatta ai luoghi, alle
relazioni, alle persone singole come a intere popolazioni e assume
di volta in volta i contenuti richiesti dal clima culturale del
momento. Un primo gradino, ad esempio, di questo processo sono i
pregiudizi, i luoghi comuni o le espressioni razziste con cui si
pongono in contrapposizione dei gruppi di persone, creando un “noi”
e un “loro”: “noi” che siamo i settentrionali, i bianchi, i
cattolici, gli europei e “loro” che sono i meridionali, i negri, gli
zingari. Già nel porre questa divisione si crea il germe di una
presunta umanità un po’ diversa, che può essere stigmatizzata ed
emarginata al di fuori di quella che viene ritenuta la reale
dimensione umana. Andando indietro nella storia occidentale, lo
sterminio delle popolazioni americane nel ’600 è sorretto da
un’ideologia che appiattisce l’immagine dei nativi su quella delle
bestie. Gli esempi di deumanizzazione dei nativi pervade le cronache
della conquista e la saggistica successiva: i conquistatori li
definiscono creature barbare, prive di intelligenza, cannibali e i
filosofi spagnoli discussero a lungo se gli indiani fossero uomini o
scimmie, semplici bruti o creature capaci di pensieri razionali e se
Dio li avesse creati allo scopo di fornire schiavi agli europei.
Chiara Volpato propone in questo volume una rassegna degli studi sui
fenomeni di deumanizzazione con una prospettiva psicosociale.
Analizza le diverse espressioni che può assumere questo processo –
l’animalizzazione, la demonizzazione, la biologizzazione,
l’oggettivazione, la meccanizzazione – attraverso una ricognizione
delle loro manifestazioni storiche. Uno sguardo particolare è
riservato al ruolo che hanno oggi i media nella diffusione e nel
mantenimento di immagini e concetti de umanizzanti.
Erri De Luca
Conversazione a “Che tempo che fa” dell’8 Ottobre
2011: “siamo meticci”.
Matteo inizia la pagina uno del Nuovo Testamento con un elenco di
nomi maschili, da Abramo a Gesù, e dentro ci mette cinque nomi di
donne, madri (Tamar, Rahab, Ruth, Miriam e Betsabea). Tre di queste
donne non sono della tribù di Israele, sono di popoli vicini e
diversi. Queste donne,hanno commesso peccati sessuali, ma guidate da
un piano divino. Rasentano la pena di morte, ma sono giustificate,
hanno commesso scandalo ma sono sante.
Dunque nella più preziosa genealogia, quella del Messia che passa
per David, non c’è purezza di sangue. E’ una buona notizia perché
dice che anche il Messia è di sangue “meticcio”. Noi mediterranei
siamo come il Messia, di sangue meticcio. ……
Hanno descritto l’Italia come uno stivale ma io la vedo diversa, la
vedo come un braccio che si stacca dalla spalla muscolosa delle Alpi
e se ne va verso sud est nel Mediterraneo, a mano aperta con Puglia
e Calabria, che sono le estremità della mano, e la Sicilia è un
fazzoletto al vento che saluta. Io vedo così la geografia. Da questa
geografia è venuta la storia, perché la storia è nipote della
geografia. Da noi la storia è stata caratterizzata da popoli che ci
hanno attraversato e hanno mischiato il loro sangue con il nostro.
Attraverso invasioni, epidemie, guerre, esili, espulsioni, stupri di
massa e anche qualche matrimonio. Apparteniamo all’intruglio nobile
di sangue del Mediterraneo. Nessun popolo escluso, dal fenicio al
greco, al cartaginese, al saraceno, ecc. … E siccome siamo
abbondanti di geografia, abbiamo mischiato il sangue anche con
popoli del remoto nord: Vandali, Goti, Unni, Normanni. L’Italia è
stata ponte e passerella per la storia di molti popoli.
Oggi siamo attraversati e visitati da nuovi viaggiatori
dell’emigrazione. Viaggiatori di azzardo che accettano il rischio di
essere decimati dai deserti, prigioni, naufragi. ….. Chiamiamo
questi viaggi dal sud “ondate migratorie”, scegliendo questa
immagine distorta delle ondate alle quali bisogna opporre dighe. Noi
per la geografia non siamo dighe. ..… Allora non resta che obbedire
alla geografia di questo paese che è un braccio teso, ponte e
passerella; lasciamo il paese aperto a questi nuovi viaggiatori
dell’immigrazione. Facilitiamo il passaggio verso le altre
frontiere, l’Europa. …Non siamo i “buttafuori” dell’Europa. Non
siamo i guardiani di un continente, siamo gli eredi delle
repubbliche marinare che vissero e prosperarono sul libero passaggio
di merci e mercanti. Sono mercanti questi nuovi viaggiatori
dell’emigrazione? Si, hanno una sola merce da vendere che è la loro
forza lavoro. Sono mercanti di questa e noi la acquistiamo a prezzi
fin troppo convenienti. Lampedusa: lampada e medusa. Striscia di
terra più vicina all’Africa, madre terra della specie umana,
geograficamente doppia. Da una parte ha scogliere inaccessibili,
dall’altra ha spiagge, calette di facile approdo. E queste sono
rivolte a sud. Le scogliere a corazza sono rivolte a nord. La
geografia già parla, dice, consiglia. Lampedusa è la piccola porta
dalla quale sta passando la grande corrente della storia del mondo a
venire che sempre si affaccia, è una piccola breccia. ….
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