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Domenica 25 Ottobre
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Testi offerti alla socializzazione
comunitaria dal gruppo Claudia, Luisella, Maurizio, Carlo, nell'incontro
di ieri alle baracche nel
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Comunità dell’IsolottoFirenze, domenica 25 ottobre 2009Su la testa Argentina!riflessioni di Carlo, Claudia, Luisella, Maurizioe Moreno Biagioni che presenta il libro di Orlando Baroncelli“Su la testa, Argentina! Desaparecidos e recupero della memoria storica”Lettura dal VangeloArrivato dunque Gesù, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi. E molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. Marta appena sentì che Gesù stava venendo, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto, ma anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Marta gli disse: «Lo so che risusciterà nella risurrezione all'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chiunque crede in me, anche se dovesse morire, vivrà. E chiunque vive e crede in me, non morrà mai in eterno. Credi tu questo?».Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che doveva venire nel mondo». E, detto questo, andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Appena udito ciò, ella si alzò in fretta e venne da lui. Or Gesù non era ancora giunto nel villaggio, ma si trovava nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. Perciò i Giudei che erano in casa con lei per consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, dicendo: «Ella se ne va al sepolcro per piangere là». Appena Maria giunse al luogo in cui si trovava Gesù, e lo vide, si gettò ai suoi piedi, dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto».Gesù allora, come vide che lei e i Giudei che erano venuti con lei piangevano, fremé nello spirito e si turbò, e disse: «Dove l'avete posto?». Essi gli dissero: «Signore, vieni e vedi». Gesù pianse.Dissero allora i Giudei: «Vedi come l'amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Non poteva costui che aprì gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?». Perciò Gesù, fremendo di nuovo in se stesso, venne al sepolcro; or questo era una grotta davanti alla quale era stata posta una pietra.Gesù disse: «Togliete via la pietra!». Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, poiché è morto da quattro giorni». Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?». Essi dunque tolsero la pietra dal luogo dove giaceva il morto. Gesù allora, alzati in alto gli occhi, disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre, ma ho detto ciò per la folla che sta attorno, affinché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Allora il morto uscì, con le mani e i piedi legati con fasce e con la faccia avvolta in un asciugatoio. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».Abbiamo scelto questo brano perché abbiamo visto la resurrezione di Lazzaro nel tenere viva la memoria dei desaparecidos argentini e non solo. Ma meglio delle nostre lo esprimono le parole di Hebe de Bonafini: “Quando hanno portato via i miei figli avevo solo 48 anni e mi sono sentita vecchia;oggi ne ho 68 ma mi sento vent’anni più giovane perchè ho imparato che l’unica lotta che si perde è quella che si abbandona, e perché ho imparato a non patteggiare, a non arrendermi, a non tacere. E tutto questo me l’hanno insegnato i miei figli.Io non li ricordo né torturati né uccisi: li ricordo vivi! Ogni volta che mi metto il fazzoletto sento il loro abbraccio affettuoso. In Plaza de Mayo, nella nostra piazza, ogni giovedì si riproduce il vero e unico miracolo della resurrezione: noi incontriamo i nostri figli”. (Dal libro “ Le irregolari” di Massimo Carlotto cap.19 Il racconto di Hebe).Dalla Lettera di Estela Carlotto al nipote Guido (a pag. 43 del libro “Su la testa! Argentina)scritta il 26 giugno 1996 per il 18esimo compleanno del nipote.un nipote che non ha mai visto e di cui non sa niente, dove viva, chi lo abbia portato via, cosa faccia. Sa solo che la figlia Laura, prigioniera nell’ospedale militare di Buenos Aires, partorì Guido il 26 giugno 1978. Oggi Guido ha trent’anni e non sa nulla del suo vero passato. Così scrive la nonna:Caro Guido,oggi che compi diciotto anni, voglio raccontarti cose che non sai ed esprimerti sentimenti che non conosci.I tuoi nonni appartengono ad una generazione che attribuisce a ogni data un valore speciale e particolare. La nascita di un nipote è una di quelle date. Il battesimo (o non), la prima comunione (o non), la caduta del primo dente, il grembiulino bianco, lui che chiede “nonnina, chiedimi le tabelline”.Sono momenti eccezionali.Perciò questa data del tuo diciottesimo compleanno acquisterà un valore speciale e particolare, come tutte le altre che non abbiamo potuto vivere insieme.Perché appena nato ti strapparono dalle braccia di tua madre Laura, bendata e sorvegliata in un ospedale militare, ti rubarono per condannarti a un destino incerto.Oggi stai festeggiando i tuoi diciotto anni sotto un altro nome, accanto a un uomo e una donna che non sono tuo padre e tua madre, ma i tuoi ladroni.Loro neppure immaginano che la tua mente custodisce le ninne nanne e le canzoncine che Laura ti sussurrava, sola nella prigione, mentre tu ti muovevi nel suo ventre.Un giorno ti sveglierai scoprendo quanto tua mamma ti amò e come noi tutti ti vogliamo bene.Chiederai dove poterci incontrare.Cercherai una somiglianza con tua madre e vedrai che piaceranno anche a te l’opera, la musica classica, il jazz, come ai tuoi nonni.Ti emozionerai ascoltando i Sui Generis, Almendra e Papo, come accadeva a Laura.Ti sveglierai un giorno da questo incubo, nipote mio, e sari libero.Con tanto amorenonna Estela, 26 giugno 1996DESAPARECIDOS E RECUPERO DELLA MEMORIA STORICAL'uscita del libro che presentiamo stamani è frutto anche dell'attività dell'Archivio del Movimento di Quartiere – che è nato ed ha sede in questa zona (alla Scuola Barsanti) -.Come Archivio, infatti, abbiamo contribuito alla stampa di “Su la testa, Argentina!”, in cui l'autore Orlando Baroncelli – della redazione di “Testimonianze”- ricostruisce la tragica vicenda dell'assassinio di circa 30000 persone, ad opera delle Forze Armate, nell'Argentina della dittatura militare, dopo il golpe dei generali nel 1976.Vi sono, principalmente, 3 motivi a giustificare l'interesse dell'Archivio per questa opera:- perché è un recupero della memoria (e sul recupero della memoria si basa la nostra attività), dovuto in gran parte alla tenacia delle Madres (Madri), delle Abuelas (Nonne) e degli Hijos (Figli) di Plaza de Mayo, che hanno continuato per anni a tenerla viva, quella memoria, chiedendo verità e giustizia;- perché di tratta di avvenimenti che in Italia abbiamo conosciuto poco, per lo meno fino ai processi che si sono svolti anche qui da noi (a causa della presenza di cittadine/i italiane/i fra le persone assassinate);- perché molte/i giovani, fra quelle/i barbaramente uccisi, portavano avanti interventi di scolarizzazione nelle zone povere delle grandi città argentine (più o meno, come si cercava di fare, qualche anno prima, nei quartieri fiorentini).Nel libro, dopo aver succintamente tracciato un profilo della storia argentina, con particolare riferimento ai rapporti fra esercito e società civile, ci si sofferma sui meccanismi della spietata repressione messa in atto dalla dittatura militare (alla cui guida erano Videla – capo dell'esercito -, Massera – capo della Marina -, Agosti – capo dell'Areonautica -), repressione che si basava, essenzialmente su 3 strumenti:- i campi di concentramento clandestini (se ne è contati 364 sparsi per il paese),- le torture come azione sistematica per ottenere informazioni (per avere i nomi edi altre persone da prelevare e rinchiudere nei luoghi non ufficiali di detenzione),- la soluzione finale del “far sparire”, praticata a livello di massa, che dà luogo, di conseguenza, all'imponente fenomeno dei “desaparecidos”.Sono questi i capisaldi della cosiddetta “guerra sucia” (guerra sporca) che i generali avevano proclamato contro i “sovversivi” in difesa dei “valori occidentali e cristiani”.L'azione repressiva argentina non era un episodio isolato, ma si inseriva appieno in quel vero e proprio “terrorismo di stato” sviluppatosi in America Latina – oltre che in Argentina, in Cile, Brasile, Uruguay, Paraguay, Bolivia -, con la regia della CIA e con il nome di “Piano Condor”.Ciò che caratterizzò la “guerra sucia” di Videla e dei suoi complici fu proprio l'aspetto tremendo dei “desaparecidos”, cioè delle 30000 donne ed uomini, per la maggior parte giovani (si può dire che così si decimò un'intera generazione, colpendone la componente più attiva, socialmente e politicamente impegnata), fatti sparire nel nulla (tramite la orrenda invenzione dei “voli della morte”, per cui gli arrestati, illegalmente e clandestinamente, venivano fatti salire sugli aerei militari e scaricati poi in pieno Oceano).Così di migliaia di persone, cancellate fisicamente, non sarebbe rimasto alcun segno e se ne sarebbe persa perfino la memoria – delle tombe, o persino delle fosse comuni, avrebbero invece mantenuto vivo il ricordo -.Ma ad impedire tale annullamento totale scesero allora in piazza le madri delle giovani e dei giovani scomparsi, che cominciarono a ritrovarsi tutti i giovedì in piazza – in Plaza de Mayo a Buenos Aires – mettendosi un fazzoletto bianco in testa per riconoscersi fra loro.Si cercò di impedire la loro azione, ma, in qualche modo, si tollerò quella che venne considerata una pazzia (le madri erano dette infatti “le locas” - le pazze -).Alle madri si unirono ben presto le “abuelas” (le nonne).Insieme lottarono, con tenacia, con insistenza, con una forza incredibile, e continuarono a lottare, insieme agli “hijos” (figli) degli scomparsi, anche dopo la caduta del regime dittatoriale dei generali, perchè si avesse finalmente verità e giustizia.Fu grazie a loro, essenzialmente, che con la Presidenza Kirchner vennero cancellate le leggi che assicuravano l'impunità ai militari criminali.Nell'Argentina tornata alla democrazia Madres e Abuelas de Plaza de Mayo non si sono limitate a pretendere il recupero della memoria, ma sono diventate dei punti di riferimento per i movimenti sviluppatisi a livello sociale, hanno elaborato progetti, hanno organizzato scuole popolari ed anche un'università.In un certo qual modo, hanno proseguito l'opera avviata dai loro figli e nipoti e si sono impegnate a realizzare quello che ad essi era stato impedito di portare avanti.Nel libro ci si sofferma anche sulle gravissime responsabilità della Chiesa cattolica argentina, che sostenne la dittatura (il Nunzio Apostolico Cardinale Pio Laghi e la stragrande maggioranza dei vescovi furono complici degli assassini, si ebbero sacerdoti delatori e sacerdoti che presenziavano alle torture e benedivano gli aerei della morte).Particolare attenzione viene poi rivolta alla ricostruzione delle storie dei desaparecidos italiani in Argentina (non deve certo meravigliare l'alta percentuale di persone con cittadinanza italiana fra i desaparecidos, essendo molto alta la percentuale di italiani, spesso con doppia cittadinanza – 1300000 negli anni 70 -, all'interno della popolazione argentina).Di notevole importanza il processo apertosi in Italia contro i generali, accusati dell'assassinio di cittadine/i italiane/i, conclusosi nel 2000 con varie condanne, sebbene in contumacia, perchè è risultato di stimolo alla riapertura dei processi anche in Argentina.Il comportamento dell'Ambasciata italiana in Argentina era stato assai negativo durante la dittatura e sono noti gli stretti rapporti di Licio Gelli, Gran Maestro della P2, con Massera, Videla e soci.Le stesse forze progressiste del nostro Paese avevano in parte sottovalutato la tragedia che si stava verificando in Sudamerica (non vi era certo stata la grande mobilitazione verificatasi dopo il golpe in Cile nel 1972). Da segnalare, comunque, una reazione forte del Presidente Pertini quando, nel 1983, la Giunta militare di Buenois Aires annunciò che le persone scomparse dovevano considerarsi tutte morte; in quell'occasione, infatti, Pertini mandò alla Giunta un telegramma che si concludeva con queste parole:” ...Esprimo lo sdegno e la protesta mia e del popolo italiano in nome degli elementari diritti umani, così crudelmente scherniti e calpestati”.Oggi in Argentina l'impunità è finalmente finita, i processi sono ripresi e già si sono avute delle condanne significative dei responsabili delle atrocità compiute durante la dittatura..E' simbolo del nuovo clima determinatosi nel paese con la Presidenza Kirchner la trasformazione dell'ESMA (la Scuola Superiore di meccanica dell'Aeronautica, uno dei pricipali centri di detenzione e di tortura) in Museo della Memoria.Ma le Madri, le Nonne, i Figli di Plaza de Mayo continuano la loro azione perché non si torni indietro e non si fermi la ricerca della verità e della giustizia.
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SOLO LE PIDO A DIOS
Sólo le pido a
Dios
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CHIEDO SOLO A DIOChiedo solo a Dioche il dolore non mi lasci indifferenteChiedo solo a Dio che la morte non mi trovi vuoto e solo senza aver fatto quanto basta.
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Piano di un saggio di Enzo Mazzi pubblicato a puntate sull'Unità da mercoledì 13 agosto a martedì 16 settembre 1997 col titolo generale: "Alla ricerca della memoria".
Il tema è stato sviluppato compiendo una serie di connessioni, accostando fatti e valutazioni.
La ricerca segue cinque filoni che danno luogo ad altrettante puntate.
Fra parentesi i titoli con i quali ogni puntata è apparsa sull'Unità.
I sottotitoli sono stati inseriti nel testo dopo la pubblicazione.
0. La frontiera della memoria sembra essere rimasta l'unica capace di contrastare la marcia trionfale del liberismo.
Per questo salvaguardare la memoria, spogliarla dalla ritualità, attualizzarla, è uno dei compiti più urgenti di chi vede un futuro per l'umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti di tutti, oltre i confini.
1. ("L'egoismo privato è diventato virtù") Il liberismo e la memoria. Disarticolare e annullare la memoria è una delle condizioni fondamentali dell'affermazione planetaria del liberismo mercantile globale. La Resistenza della memoria non è un optional e non può essere ghettizzata delegandola solo ai "piccoli resti".
2. ("La memoria unico antidoto al liberismo selvaggio") La memoria unitaria che tiene insieme la nostra identità sociale. E' proprio la memoria unitaria generatrice d'identità sociale che il liberismo ha bisogno di annullare. Perché il liberismo non è soltanto un sistema economico ma è una concezione apocalittica della realtà: o il libero mercato o il caos. Per una società sociale, alternativa al liberismo, ogni frammento della memoria sociale, ogni briciola, deve essere mantenuta viva. La testimonianza dell'attualità della memoria sociale e di ogni suo frammento è un compito irrinunciabile che compete non solo ai protagonisti storici di singole esperienze, ma a tutti coloro che hanno a cuore una società solidale e interculturale.
3. (Dallo stragismo ai golpe. Guerre a bassa intensità in nome del mercato") Le "guerre di bassa intensità". In questa seconda metà del secolo non ci sono state guerre totali. In realtà si sono combattute tante "guerre di bassa intensità" che dietro la maschera dell'anticomunismo hanno represso l'anima sociale della modernità in tutto il mondo, Italia compresa, seminando terrore, sangue, sofferenze. Il liberismo ha bisogno che tutto questo sia dimenticato. E persegue l'obbiettivo della disarticolazione della memoria con ogni mezzo.
4. ("Le Comunità di base un frammento della memoria unitaria") La memoria unitaria e i frammenti di cui si compone. E' importante che ogni briciola della memoria sia salvaguardata e intrecciata con le altre. Lo si è visto anche con le memorie dei partigiani in relazione a via Rasella. Le "briciole della memoria" dall'interno della esperienza ecclesiale di apertura alla socialità, oggetto di repressione in tutto il mondo, con particolare riferimento alla esperienza di repressione subita dalle Comunità di base e dalla Comunità dell'Isolotto di Firenze. Chi ha a cuore una società solidale, chi lotta contro la nuova religione del liberismo globale, può dispensarsi dal contribuire a tener viva la memoria del frammento che sono le comunità di base e le loro singole esperienze di creatività, di repressione subita, di speranza attuale?
5. ("Che l'amnistia non cancelli il baluardo della memoria") L'amnistia. Un aspetto non secondario dell'annullamento della memoria riguarda l'amnistia verso le brutalità commesse in questa strategia mondiale delle "guerre di bassa intensità". In Italia, l'amnistia ha il volto del mistero di Stato. E' stata la mobilitazione popolare e la forte presa di coscienza cresciuta nel Paese attraverso migliaia di assemblee organizzate dai Sindacati nei luoghi di lavoro, dall'associazionismo volontario e da comunità di varia estrazione a restituire alle istituzioni la forza di reagire e di ritrovare il gusto del vivere civile. Trasformare la respressione, la sofferenza, l'emarginazione in resurrezione, e speranza: questa è stata la strategia di questa mobilitazione popolare e in particolare delle comunità di base. Ma i centri di potere che hanno utilizzato il terrorismo sono rimasti pressoché integri e addirittura risultano rafforzati gli interessi che hanno manovrato le deviazioni istituzionali (lo dice ad esempio Claudio Annunziata, pubblico ministero in alcuni processi per stragi). Nessuna società può sopravvivere senza luce. Per questo è importante oggi riaggregare, salvaguardare e attualizzare la memoria sociale.
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(alcuni brani dal saggio pubblicato a puntate su l'Unità)
"Meglio morti che rossi" non è solo lo slogan dell'anticomunismo maccartista, ma è l'espressione dell'integralismo liberista che ha tentato di dominare la cultura politica dell'occidente dopo la guerra. In questo mezzo secolo non ci sono state guerre totali; ma tante "guerre di bassa intensità", così sono state chiamate da chi ha inventato questa strategia, combattute in varie forme nelle diverse parti del mondo, adattate alle situazioni e alle esigenze locali. Nel Terzo Mondo si è trattato per lo più di colpi di stato militari che hanno instaurato o consolidato dittature sanguinarie. Da noi si è usata la strategia della repressione istituzionale, del golpismo e della strage. In tutti i casi si è sparso sangue, tanto sangue, si è seminata paura, si è generata sofferenza e tutto a fin di bene: per la stessa sopravvivenza della specie.
"La Commissione stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate così: eravamo un paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità. Ma una guerra c'era" - lo ha detto Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, in margine a un Convegno sulla giustizia a Bologna, in una dichiarazione riportata da il Manifesto del 18 maggio 1997, all'indomani delle rivelazioni sulla "Gladio civile" e sul coinvolgimeto della stessa nelle stragi. Ed ha aggiunto "Se nel dopoguerra e ancora negli anni '50 erano cose che potevano ritenersi giustificate, è stato grave che queste strutture che ormai avevano acquistato una loro autonomia, si siano impegnate perché l'Italia non diventasse una democrazia esigente, come disse Moro. Moro muore anche per questo (...). E invece queste forze sotterranee non volevano che la distensione ci fosse: né quella interna, né quella internazionale".
Il golpismo stragista italiano e il golpismo militare sanguinario latinoamericano sono parte di un'unica strategia: creare in tutto il mondo le migliori condizioni per l'affermazione del liberismo mercantile. E' addirittura il Segretario di Stato USA, Henry Kissinger, che nel 1974 afferma l'unicità fondamentale della strategia che sta dietro a interventi e operazioni diverse. Difendendo l'operato eversivo della CIA in Cile afferma davanti a una Commissione parlamentare del suo paese: "Voi ci rimproverate l'operato della CIA in Cile. Ma non ci rimproverereste più duramente se non facessimo nulla per impedire l'arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri paesi dell'occidente europeo?" (l'Unità, 28.9.1974). Cile e Italia: diverse condizioni, tattiche differenziate ma unica la strategia.
Vita, libertà e mercato s'identificato per la cultura liberista. La cultura della solidarietà e dei diritti sociali come diritti umani universali inalienabili in quanto ostacola il libero svilupparsi del mercato è un gravissimo attentato alla vita e alla libertà. La centralità del lavoro è una bestemmia e lo stato sociale è la cura pietosa che può incancrenire la piaga. Non che tutte queste cose sociali siano da scartare in assoluto. L'importante è che vengano considerate per quello che sono realmente: variabili dipendenti. Solo l'interesse privato, mediato dal mercato, ha in sé la capacità di condurre l'umanità verso un progressivo allargamento dell'onda della ricchezza, fino a raggiungere tutti gli uomini e debellare infine la povertà. Tutto il resto è aleatorio e affidato al giudizio di opportunità del luogo e del momento. E' talmente decisiva l'affermazione del libero mercato a livello planetario che tutti i mezzi sono leciti per il nobile scopo.
E' con tali premesse culturali e quasi religiose che in questa seconda metà del secolo si combatte con ogni mezzo la crociata contro il comunismo avendo però come obbiettivo finale la eliminazione della centralità del lavoro, della solidarietà, dei diritti sociali e l'emarginazione se non la repressione dei movimenti di società che a questi valori si alimentano e per questi principi si battono. Compresi si noti bene i movimenti di base presenti nella Chiesa cattolica e nelle altre confessioni o religioni. Troppo spesso questo aspetto è dimenticato. La "Chiesa dei poveri", la Chiesa delle comunità di base e della teologia della liberazione, la Chiesa di ispirazione conciliare, la Chiesa del dialogo deve essere repressa, in America Latina, come nelle Filippine, come nel Nord del mondo. Va fermata "con ogni mezzo": finché è possibile con gli strumenti del Diritto Canonico, ma se non basta ci vuole il braccio secolare. Viene perciò finanziata, sostenuta e potenziata la parte di Chiesa conservatrice, assistenzialista, autoritaria, spiritualista, anticomunista, per aiutarla a emarginare e reprimere al suo interno le esperienze conciliari. Ma ove, come nel Terzo Mondo, non sia sufficiente la repressione intraecclesiale, la strategia repressiva dovrà usare mezzi violenti come i massacri di preti, vescovi, leaders laici di comunità di base.
Anche all'inteno della Chiesa il conflitto fu inevitabile. E risultò tremendo e tragico. Perché la gestazione della speranza si configurava come vera e propria rivoluzione del sistema ecclesiastico del sacro travasato dal medioevo nell’età moderna. Era stato il Concilio che aveva dato voce e forza a tale rivoluzione. I documenti conciliari infatti avevano sancito un germe di trasformazione radicale definito da un grande teologo conciliare, Marie-Dominique Chenu, "Rivoluzione copernicana della Chiesa", in quanto poneva al centro non più la gerarchia ma il "Popolo di Dio". Lì, in quel germe appena enunciato, si può individuare il succo stesso del Concilio. Non che i ministeri scomparissero. Solo che riacquistavano la loro funzione di servizio in una Chiesa vissuta come "comunità di comunità in cammino", fondata sul protagonismo, la dignità e i diritti delle persone e della loro fede, a cominciare dagli ultimi. Quando tale "rivoluzione copernicana" dall’enunciazione di principio nei documenti ufficiali fu trasferita nella pratica di vita ecclesiale dal proliferare di una quantità di esperienze di base, fece paura e fu osteggiata da un intreccio perverso, composto da massoneria piduista, servizi segreti, Gladio, neofascismo, mafia: quel medesimo intreccio che in Italia tentò di bloccare il processo democratico complessivo, ricorrendo a tutti i mezzi compreso il terrore. Non sembri un’esagerazione. Quello che ho chiamato “intreccio perverso” esisteva realmente. E’ illuminante la valutazione dei giudici istruttori della strage di Bologna, Vito Zincani e Sergio Castaldo, contenuta nella sentenza-ordinanza del 1.6.1986: "Si può legittimamente trarre la conclusione che si era costituito in Italia un potere invisibile il quale, essendo collegato al tempo stesso alla criminalità organizzata e al terrorismo, ad ambienti politico-militari, a settori dei servizi segreti, alla massoneria, e muovendosi contemporaneamente su questi piani, ha potuto conseguire una capacità di controllo incredibile sui meccanismi istituzionali fino a divenire un vero e proprio Stato nello Stato. L’esistenza di questo potere invisibile, che sopra ho chiamato “intreccio perverso”, l’abbiamo toccata con mano. Le prove sono molte. Ne riporto succintamente solo una che nella terza parte descriverò in modo più esteso. A un certo punto, nel gennaio 1969, qualche mese prima della strage di piazza Fontana, la chiesa dell'Isolotto fu invasa da una delle prime squadre neo-fasciste che armate di spranghe, catene e bastoni, cacciarono le migliaia di persone che costituivano la comunità parrocchiale decisa a resistere pacificamente alla repressione. E una magistratura compiacente ignorò la violenza fascista e perseguì le vittime della provocazione incriminando e processando quasi mille persone della Comunità dell'Isolotto, totalmente innocenti, che dopo qualche anno saranno infatti pienamente assolte.
La genesi delle altre centinaia di comunità cristiane di base italiane trova costantemente sul suo cammino positivo e creativo la repressione intraecclesiale e insieme il macigno dell'intreccio perverso di cui abbiamo parlato sopra. Il quale usò come manovalanza le squadre neofasciste al Nord e la mafia al Sud per attuare azioni e provocazioni violente analoghe a quelle avvenute nella chiesa dell'Isolotto.
Successe anche nella Chiesa ciò che avveniva nell’insieme della società. Ovunque in occidente e specialmente in America Latina si usò la violenza stragista fino a rasentare in qualche paese il genocidio, per bloccare il movimento di crescita complessiva della società, culturale, religiosa e politica. A dir queste cose sembra di rimasticare romanzi dell’orrido. In realtà una tale valutazione storica che a noi sembra inequivocabile è completamente ignorata dalla storiografia dominante. Non bisogna quindi stancarsi di riproporla.