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  W  16 (13-19/04)

 

 

 

   

a) Incontro con Roberto Bartoli (mattino)

b) Attività educativa (pomeriggio)

   
 

 

 
  

 a) Incontro con Roberto Bartoli (mattino)

 
Nell'incontro di domenica 19 aprile Roberto Bartoli ha affrontato il tema 
 dell'analisi, valutazioni ed interrogativi sul significato delle decisioni 
del G20.
 
 
Carissimi 
Vi allego due brevi sintesi degli interventi da me effettuati in precedenti 
occasioni  sull'argomento dell' incontro in oggetto.
 L'iniziativa è stata del "gruppo economia" della Fondazione 
Balducci sul tema della attuale crisi economica e sociale.
 Il titolo era: "Il pane di domani - La forbice si allarga" - 
La mia relazione del 6 marzo era titolata: "Crisi della globalizzazione e
questione sociale". 
L'incontro del 28 marzo vedeva protagonisti soggetti politici,sociali 
e sindacali, per rispondere a: 
"Interrogativi alle forze politiche, sindacali e sociali sul tema:
 quali proposte per uscire dalla crisi?"
Grazie e cari saluti
Roberto

        

    R. Bartoli – Schema della relazione tenuta il 6 marzo alla Badia fiesolan

Nella rappresentazione ufficiale la crisi della “globalizzazione” si snoda secondo i seguenti passaggi logico-cronologici: crisi delle borse mondiali; crisi bancaria; crisi di insolvenza; crisi dell’economia reale; crisi sociale.

In realtà questa crisi parte da lontano ed ha la sua prima manifestazione proprio nella disuguaglianza sociale crescente che accompagna l’espansione della “globalizzazione”.

La successione storica può essere allora così sintetizzata:

- anni ’70 del ‘900. Fine della crescita straordinaria dell’immediato trentennio circa successivo alla guerra, pilotata dalla spesa pubblica sociale degli Stati e  dall’aumento dei salari reali. Quindi crollo dei profitti. Di fronte all’accresciuta forza sociale e politica della classe lavoratrice, il capitale infatti “sciopera” (come previsto da Kalecki fino dal 1941), con la riduzione degli investimenti produttivi, da cui deriva disoccupazione estesa e prolungata della mano d’opera;

- reazione del sistema. Attacco culturale mirato sulla teoria di Keynes. Hayek ispira il nuovo indirizzo: liberare l’economia dalla precedente regolazione sociale imposta politicamente;

- pratica politica. 1971, fine della convertibilità del dollaro in oro e del sistema internazionale basato sulla stabilità dei cambi fra le varie monete; liberalizzazione del movimento dei capitali; “divorzio” fra banche centrali e governi.

Nuova strutturazione della economia globalizzata in funzione del recupero capitalistico di potere socio-politico e del saggio e della massa di profitto.

A) Problema della armonizzazione fra istanza accumulativa e istanza realizzativa dell’economia capitalistica:

- delocalizzazione produttiva in paesi a bassi salari;

- reinvestimento della quota maggiore dei profitti nel settore finanziario, come branca produttiva in proprio generatrice di utili (es. General Electric);

- politica monetaria delle banche centrali. Creazione di liquidità dirottata verso i mercati finanziari. Inflazione finanziaria e deflazione salariale. Effetti sociali: la “controrivoluzione sociale” che colpisce le conquiste di un secolo di lotte del mondo del lavoro (dal salario, alle leggi sul mercato del lavoro e via dicendo, con la precarizzazione come manifestazione sintomatica);

- creazione di domanda di beni e servizi attraverso la rendita finanziaria. E’ il “keynesismo finanziario” cui si connette la politica della “offerta”, da cui deriva il sistematico accentramento di ricchezza nelle classi alte, con accentuazione sempre maggiore della disuguaglianza sociale. Questa politica sostituisce quella della fase storica precedente, la politica della “domanda”, basata sul keynesismo sociale indirizzato alla ridistribuzione del reddito dall’alto verso il basso.

 

B) Equilibrio geoeconomico globale. Attivo commerciale europeo ed asiatico coperto dal passivo della bilancia statunitense, finanziato dall’estero. Il consumo interno Usa è quindi superiore alla produzione propria. La domanda non è attivata dai salari, che restano bassi in termini reali anche in Usa, bensì dalla rendita finanziaria generata dalla “New Economy” fino al 2001 e, successivamente, dalla bolla speculativa immobiliare creata, sotto la regia della Fed, dalla facile concessione di credito che raggiunge anche soggetti a basso reddito ed in condizioni economiche precarie.  Su questa base si costruisce poi una enorme mole di prodotti derivati venduti in tutto il mondo.

 La crisi della “globalizzazione” è iniziata cronologicamente con l’insolvenza dei mutuatari e dei debitori a vario titolo. Si tratta di una crisi strutturale, di passaggio di fase, e non congiunturale. Lo attesta il ritorno dell’intervento dello Stato come salvatore in ultima istanza. Alcune istituzioni, come quelle dell’Unione europea, costruite sulla premessa ideologica delle teorie economiche ortodosse e del monetarismo di una economia astorica e socialmente neutra, si stanno scontrando con la dura realtà. Le ripercussioni della crisi sul lavoro e sulle condizioni dei ceti più bassi non fanno altro che aggravare la disuguaglianza sociale già precedentemente creata. La questione sociale torna quindi ad imporsi come il problema basilare da affrontare sia nel presente, sia nella prospettiva di più lungo periodo di un nuovo assetto socio-economico.

 

 

 

 

 

SINTESI  DEGLI INTERVENTI  DEI   RAPPRESENTANTI DI ISTITUZIONI, PARTITI,

        ASSOCIAZIONI  NELL’INCONTRO DEL 28 MARZO ALLA BADIA FIESOLANA SUL TEMA DELL’ATTUALE CRISI ECONOMICA

 

                                        

 

 

Nell’introduzione al dibattito la crisi viene presentata come crisi strutturale e non congiunturale, in quanto destruttura l’equilibrio dell’economia capitalistica instaurato negli ultimi 25-30 anni circa, con l’iperfinanziarizzazione quale forma prevalente dell’accumulazione di capitale, e l’iperconsumo statunitense, sostenuto dall’indebitamento diffuso dello Stato, delle imprese e dei cittadini, allo scopo di assorbire il surplus globale e quindi stabilizzare l’intero sistema economico mondiale. Questa caduta dell’economia “globalizzata” smentisce l’impalcatura teorica che ne ha fornito la legittimazione ideologica, come pure rende superata la politica economica e sociale che ha sorretto ed accompagnato il processo, la cosiddetta “politica dell’offerta”. Alle forze politiche e sociali si presenta allora il problema di quale politica seguire per uscire dalla crisi, quale sbocco darle e con quali strumenti operativi. In conclusione, nell’introduzione il tema da dibattere è stato proposto in una ben precisa interpretazione, che, per quel che riguarda le iniziative da assumere, pone la necessità di novità sostanziali.

 

Nessuno degli interventi nega o tende a sminuire la gravità della crisi, comunque con approccio e sottolineature non uniformi.

Una tesi sostiene la definitività della “globalizzazione”, per cui non è pensabile e praticabile proficuamente una politica di riedizione del passato, col ritorno ad esempio a politiche protezionistiche di chiusure doganali per proteggere la nostra produzione e l’occupazione della nostra forza lavoro. Siamo inseriti in mercati globali e, quindi, dobbiamo muoverci sulla base di questa realtà ineliminabile, senza guardare al passato con rimpianto. Non solo, ma occorre considerare lo stesso mondo imprenditoriale con mente aperta, se è vero che spesso è proprio l’impresa multinazionale che gestisce meglio la crisi sotto il profilo della difesa occupazionale, rispetto ad esempio al piccolo imprenditore locale. Certo, ci sono contraddizioni, come la disuguaglianza sociale. E tuttavia talvolta è proprio il consumo delle classi ricche che consente produzioni dove sono occupati migliaia di lavoratori (es.Gucci). Quello che occorre, allora, è una politica pragmatica che usi gli strumenti esistenti, come la leva fiscale per combattere sistematicamente la evasione tributaria e per trovare le risorse utilizzabili socialmente. Inoltre è indispensabile rilanciare la crescita economica quale presupposto per creare occupazione, aumentare i salari e sviluppare i servizi sociali.

A quest’ultimo proposito si sostiene la necessità di una politica di spesa che investa nella scuola, di cui si deve mantenere e difendere il carattere pubblico, nella formazione e nella ricerca, anche come forza propulsiva per superare la crisi in un quadro di economia mondiale che rimane aperta . Un esempio in questo senso ci è offerto dagli indirizzi programmatici del presidente Obama negli Usa.

 

Secondo un altro approccio, all’origine della crisi stanno squilibri di fondo, strutturali e non congiunturali. Per uscire dalla situazione attuale occorrono pertanto interventi che agiscano sulla struttura del sistema economico, giacché i semplici correttivi occasionali di tamponamento della situazione non servono. Prima di tutto occorre abbandonare definitivamente la concezione neoliberista che ha guidato negli ultimi decenni le politiche seguite. Ormai è evidente che un sistema economico in grado di sussistere solo in funzione di una crescita illimitata, non è sostenibile in un mondo finito qual è la terra. Occorre quindi passare da un modello di economia basato sul privatismo individualistico, sia sul piano produttivo che su quello dei consumi, ad una economia che coniughi il tema sociale della difesa del lavoro con quello della tutela dell’ambiente. Una politica del genere è praticabile attraverso un progetto di riconversione produttiva in senso ecologico. Nel suo contenuto rientrano un piano di alternativa energetica (solare, eolico ecc.), lo sviluppo della mobilità pubblica, il rilancio dei servizi pubblici, come la scuola. A rafforzare questo indirizzo politico più generale, contribuisce inoltre l’iniziativa dal basso che dà vita a forme economiche alternative al modello dominante, basate sulla partecipazione solidale dei cittadini: commercio equo e solidale, la banca etica, i gruppi solidali di acquisto e via dicendo. In conclusione, la fuoriuscita dalla crisi che ne superi effettivamente le cause di fondo, richiede una nuova prospettiva e cioè quella di un’economia non più guidata dalla crescita quantitativa ad oltranza, bensì su un produrre ed un consumare basato sulla sobrietà, su bisogni non gonfiati artificiosamente, insomma su una decrescita intelligente rispetto ad una economia che innalza ad obiettivo supremo la pura quantità dei valori economici.

Questa nuova impostazione trova una particolare attenzione nei movimenti del nord Europa, specialmente nei paesi scandinavi. Si prende atto che la crisi vera è quella di un modello di sviluppo ormai non più ecologicamente sostenibile. Nascono proprio da qui nuove forme di ingiustizia e di disuguaglianza, giacché la devastazione ambientale e climatica dovuta ai paesi ricchi ed industriali ricade anche sui paesi che non ne portano alcuna responsabilità. Occorre quindi una inversione di tendenza che si indirizzi verso un nuovo modello economico che rovesci le tendenze attuali, puntando ad esempio decisamente su fonti energetiche alternative e sul risparmio energetico, che colpisca con durezza le emissioni di sostanze inquinanti. A quest’ultimo proposito i limiti posti dal protocollo di Kyoto, con i connessi diritti negoziabili all’inquinamento, non sembrano all’altezza della gravità del problema. Naturalmente questo tipo di iniziativa è coniugabile perfettamente con la lotta alla iperfinanziarizzazione attraverso l’attacco ai paradisi fiscali e l’introduzione di una Tobin tax.

 

La decrescita va bene purché sia la decrescita felice, sottolinea un altro intervento. Anche la crisi attuale è infatti contrassegnata dalla decrescita, ma si tratta di una decrescita che viene fatta pagare al mondo del lavoro con disoccupazione e peggioramento delle condizioni di vita. Trattandosi di una crisi strutturale, quando ne usciremo non saremo più come prima. Nel frattempo occorrono però provvedimenti di immediato effetto sociale. In un tale programma rientrano il salario sociale ed investimenti contro la disoccupazione che puntino sulla tutela ambientale. Vi si collegano anche la riorganizzazione produttiva e dei mercati, in modo da dare preminenza alla produzione locale, con quella agricola libera da ogm, e con la filiera commerciale corta

 

L’ultimo intervento prende atto che all’uscita dalla crisi non saremo più come prima. Però occorre molta attenzione, giacché il peggioramento delle condizioni di lavoro, con la disoccupazione ed i bassi salari, sta montando nelle fabbriche una rabbia che può avere sbocchi, anche politici, pericolosi. Non sta prevalendo, infatti, la coscienza collettiva. Al disagio sempre più diffuso si risponde molto spesso con tentativi di soluzioni individuali, che accentuano il senso di isolamento e di solitudine di chi lavora, portandolo talvolta alla disperazione. Per incidere effettivamente sulla condizione lavorativa attuale occorre allora ricostruire il legame collettivo, fare massa critica, in modo da far rivivere nella coscienza dei lavoratori la speranza di trasformare la realtà e con essa la volontà di lotta. Bisogna allora coniugare in maniera efficiente il progetto di trasformazione strutturale di fondo e di prospettiva temporale più lunga, con interventi emergenziali che diano subito risultati tangibili. Si tratta in sostanza di attuare provvedimenti efficaci socialmente nell’immediato, ma che allo stesso tempo introducano elementi alternativi. La materia su cui intervenire non manca, dal reddito da ridistribuire in misura più equa, al Welfare. Un’attenzione particolare va posta infine sull’istruzione e sulla formazione, dove si gioca il futuro del nostro paese.

 

Nota personale sulla crescita economica. L’idea che per risolvere il problema sociale dei bassi salari, del reddito insufficiente di una fascia di popolazione che sta ampliandosi con la crisi, occorra aumentare la produzione di ricchezza all’infinito, è vecchia di secoli. Risale al Cinque-Seicento ed ha trovato la sua sistemazione teorica nel pensiero di A. Smith, con la categoria della “mano invisibile”. Su questo concetto hanno fatto leva i liberisti dal Sette-Ottocento in poi, per controbattere le richieste di ispirazione socialista a ridistribuire il reddito in maniera più egualitaria. Questa concezione si scontra oggi con alcuni limiti strutturali: a) il limite ambientale dato che viviamo in una realtà naturale finita; b) limite sociale, oltre che fisico, ad uno  sviluppo basato sulla produzione di beni per soddisfare bisogni non fondamentali, con rendimento decrescente in termini di godimento; c) limite registrato nell’esperienza storica, perché nel passato le conquiste sociali si sono ottenute con lunghe lotte e correggendo politicamente il meccanismo economico capitalistico, e non affidandosi alle sue leggi.

Alla luce di tutto ciò resta un interrogativo di fondo: se il sistema dell’economia capitalistica liberalizzata e deregolamentata degli ultimi decenni, ha prodotto una disuguaglianza sociale sempre maggiore, come possiamo affidarci all’autonomia di quella stessa economia per risolvere questo problema? In termini più generali: se l’attuale sistema economico è in crisi per cause endogene, come può fornirne la soluzione?

 

Roberto Bartoli, 1 aprile 2009

 

 

   
   

 

b) Attività educativa (pomeriggio)

 

 

 

 


Che ci fanno due bambini alle prese con l'albero della conoscenza del bene e del male?

E' un'immagine, un po' sfocata tecnicamente ma nitida per il suo significato, del magico incontro del pomeriggio di domenica 19 aprile 2009 alle baracche dell'Isolotto.

Un gruppo di bambini/e, ragazze/i, genitori e educatori della Comunità ha portato avanti anche quest'anno la crescita collettiva sul tema del senso del bene e del male.

Quello di domenica scorsa è stato il quarto incontro. Animazioni, canti, giochi, scambi di interrogativi e piccole esperienze di vita quotidiana, confronto col vangelo e con la varietà delle espressioni religiose e culturali della storia.

Questa volta ci siamo introdotti nell'immaginario collettivo della personificazione del  bene e del male: gli angeli e i demoni. Tema difficile. Ma evitare di parlarne con i bambini vuol dire lasciare un vuoto che viene colmato da mille fonti culturali, laiche e religiose, che danno per scontata la personificazione. E' una laicità assai superficiale e molto negativa dal punto di vista educativo quella che dice: ci penseranno da sé i giovani a liberarsi dai condizionamenti di una religiosità alienante.


Scrive Rita Levi Montalcini: "I sistemi etico-sociali ai quali l'individuo è stato esposto sin dall'infanzia .dettano la condotta del giovane e dell'adulto . I messaggi recepiti negli anni nei quali il cervello è immaturo, dall'infanzia all'adolescenza, periodo nel quale esso gode della massima plasticità neuronale,
assume un valore fondamentale nel comportamento dell'individuo adulto" (La Repubblica, 7 maggio 2002).

Le stesse cose che dice la scienziata del cervello le aveva dette lo studioso della psiche, Eric Fromm, nel suo studio sulla Anatomia della distruttività umana (1973). Insomma ci portiamo dentro a nostra insaputa, e si porta dentro la intera società, sepolta nell'inconscio personale e collettivo, la violenza insita nei grandi sistemi etico-sociali-religiosi.

E' su questo "eccesso di devozione trascendentale" (dice ancora la Montalcini) che il sistema di dominio mondiale fonda la propria stabilità, oltre che sugli strumenti di condizionamento economico e sul sistema di guerra. Ed è su questa radice profonda della violenza che bisogna lavorare per impedire o limitare i traumi che la mente e tutto il corpo patiscono fino dall'infanzia.

E' vero che molti giovani rifiutano a livello conscio i condizionamenti dogmatici dei sistemi religiosi e dell'immaginario comune. Ma le ferite profonde restano perché sepolte nell'inconscio e si manifestano poi come blocco della speranza, spavento senza parola, angoscia senza nome, vuoto dell'anima.
Noi proviamo da anni e continuiamo ancora ad aprire sentieri pedagogici. E ci divertiamo anche.
Chi volesse informazioni può scriverci al nostro inidirizzo e-mail.

                                                                                            

La Comunità dell'Isolotto
di Firenze