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  W  15 (6-12/04)

 

 

 

 

 

 

E' possibile ancora oggi liberare il paradigma della resurrezione dal dominio del sacro e del miracolo e ricondurlo alla quotidianità e all'etica laica che è l'etica originaria del Vangelo mantenuta viva nella storia da un cristianesimo "ribelle"?
    Eluana risorge nel movimento per  l'autodeterminazione; l'utopia concreta della condivisione e del rispetto della natura risorge nei nuovi orizzonti sociali e politici che si stanno aprendo a livello mondiale sollecitati dalla crisi economica; la solidarietà senza frontiere né condizioni sta risorgendo nel dramma delle popolazioni terremotate e nella loro volontà di rinascere....

   E' questo il nostro augurio e il tema socializzato nell'incontro comunitario della mattina di Pasqua ore 10,30 alle "Baracche" dell'Isolotto via degli Aceri 1
Firenze.

       La Comunità dell'Isolotto

    Firenze

 

 

   
   

 

Comunità Isolotto

Incontro eucaristico

12 aprile – Pasqua 2009

 

                                 letture corali

Il primo giorno della settimana

le donne si recarono al sepolcro

portando i profumi che avevano preparato.

Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro,

ma entrate non trovarono il corpo di Gesù.

Mentre non sapevano cosa pensare

ecco due uomini si presentarono a loro.

Esse furono prese da grande spavento.

I due uomini dissero:

"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?

non è qui è risuscitato".

      dal vangelo di Luca

 

Come il padre ha amato me io ho amato voi;

restate nel mio amore.

Questo è il mio messaggio:

che vi amiate gli uni e gli altri

come io ho amato voi.

Nessuno ha amore più grande di questo:

che uno dia la propria vita per i suoi amici.

Questo vi chiedo: amatevi gli uni e gli altri.

      dal Vangelo di Giovanni

 

                                    preghiera corale  della eucaristia

 

Celebriamo l'eucaristia come testimonianza di un'esperienza umana,

religiosa, spirituale e sociale,

che è possibile attualizzare e rivivere in ogni epoca e da ogni persona:

il sepolcro è vuoto, la vittima è vivente,

il patto del potere con la morte è infranto.

Annunciamo la resurrezione

non come un miracolo sottratto all'esperienza umana,

ma come un momento, fondamentale e originale,

della vita e della storia,

insieme ai contributi di altre fedi e religioni;

una indicazione di senso

per la vicenda umana perenne di vita-morte,

di vita che perennemente rinasce,

di amore che costantemente si rigenera e si riscatta.

Annunciamo la resurrezione facendo la memoria di Gesù,

il quale, la sera prima di essere ucciso,

mentre sedeva a tavola con i suoi,

prese del pane, lo spezzò, lo distribuì loro dicendo:

"questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti".

Poi, preso un bicchiere, rese grazie e lo diede loro dicendo:

"questo è il mio sangue sparso per tutti i popoli".

Il tuo Spirito trasformi questi segni di condivisione,

questa memoria che fonda la nostra ricerca di fede,

in una testimonianza efficace,

che ci aiuti a capire e a vivere la resurrezione perenne

nella nostra esistenza reale.


 

Lettura dal vangelo di Luca

          Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino? ”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? ”. Domandò: “Che cosa? ”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.

         Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ”.E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? ”. E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

 

 

Spunti di riflessione

 

 L’episodio dei due discepoli di Emmaus, raccontato nel vangelo di Luca, si presta sostanzialmente a tre considerazioni.

         Interessante anzitutto è l’espressione “noi speravamo che egli fosse colui che deve liberare Israele!”: un’espressione molto umana, vicina all’esperienza di ciascuno di noi. Si aspetta cioè sempre, istintivamente, una salvezza che cali dall’alto, opera di un messia che ci venga a liberare dalla nostra miseria, dai nostri limiti, dalle nostre debolezze. La storia umana è piena di questa attesa, anche la nostra storia recente o attuale, e ciò dimostra la sfiducia che noi abbiamo in noi stessi, per cui si delega a qualcuno la soluzione dei nostri problemi, a qualcuno che noi riteniamo in qualche modo superiore per intelligenza o carisma particolare.

Questo atteggiamento viene criticato da Gesù: “O insensati e tardi di cuore...”, non avete ancora capito nulla della storia passata, di ciò che i profeti hanno insegnato! In sostanza questi puntano ad una presa di coscienza dei nostri errori e a stimolare un reale cambiamento della nostra mentalità e dei nostri comportamenti. Una presa di coscienza che deriva da un confronto reciproco, comunitario, in cui ognuno si mette realmente in gioco e si apre a nuove prospettive, a nuove soluzioni.

E’ qui che si pongono le basi per la resurrezione, come hanno fatto questi due discepoli, in una discussione serrata, in un confronto reciproco con quello straniero che si era accompagnato con loro per strada. Senza un confronto comunitario, aperto a nuove prospettive, non si sperimenta la nostra resurrezione.

         Un secondo aspetto messo in rilievo nel brano è l’importanza preminente attribuita al segno. I discepoli riconoscono Gesù e quindi la resurrezione nel segno concreto dello spezzare il pane. La resurrezione cioè non si attua propriamente nella presa di coscienza attraverso il confronto comunitario, si attua piuttosto nell’atto concreto della condivisione, della solidarietà reciproca. Si attua nell’impegno quotidiano per cambiare impostazione alla nostra vita e quindi anche per modificare le strutture della nostra società, verso una maggiore giustizia, una maggiore verità. A partire da questi segni concreti si chiariscono poi ulteriormente il valore e la profondità di certi discorsi teorici, di certe prese di posizione. Come i discepoli dopo il gesto dello spezzare il pane riconoscono Cristo e la validità di ciò che egli aveva loro detto lungo il cammino, così anche noi rivalutiamo nella condivisione e nella solidarietà la nostra presa di coscienza di un modo nuovo di impostare la vita, in un circolo virtuoso che ci porta sempre più vicini a Dio.

         Terzo elemento da sottolineare, che deriva comunque dai primi due punti, è la dimensione essenzialmente sociale della resurrezione, proprio perché ha un carattere comunitario e si esprime in segni concreti nel nostri rapporto sociale. E’ la dimensione che ci proietta in un futuro più umano, da sempre desiderato e mai realizzato compiutamente nel Regno di Dio. Questo aspetto è una costante nel messaggio profetico, soprattutto nei momenti di crisi, di cui è espressione per esempio il brano di Is 65,16-25, redatto probabilmente al ritorno dall’esilio babilonese, nel momento di delusione per ciò che era stato realizzato e che non corrispondeva alle aspettative precedenti, a quanto si era sognato di realizzare.

Il desiderio di “cieli nuovi e una nuova terra” si rinnova periodicamente nella storia umana, è una presenza incessante nella letteratura apocalittica presso gli ebrei e nell’era cristiana, perché fa parte delle più profonde aspirazioni dell’uomo: vedere una società più giusta, meno violenta, più rispettosa della realtà naturale e delle caratteristiche di ogni persona.

E’ in queste aspirazioni che l’umanità rinnova e realizza la propria resurrezione, il completamento del proprio progetto e della propria sete di perfezione.

Richiamando l’intuizione di Teillard de Chardin, si può dire che la resurrezione non è un fatto puntuale, realizzato una volta per tutte, ma è un processo continuo di avvicinamento dell’umanità alla realtà di Dio, un processo di “divinizzazione” dell’umanità nella Giustizia e nella Verità.

 Giuseppe Bettenzoli

 



testimonianze

 

Ancora cantiamo, ancora sogniamo

 

Pedro Casaldáliga

vescovo emerito della Prelatura di São Félix do Araguaia - Brasile

da Adista n. 29/2009

 

Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, biblista, già arcivescovo di Milano e mio collega di Parkinson, è un ecclesiastico di dialogo, di accoglienza, di rinnovamento profondo, tanto della Chiesa come della società. Nel suo libro di confidenze e confessioni “Colloqui notturni a Gerusalemme”, dichiara: “Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni”. Questa affermazione categorica di Martini non è, non può essere, una dichiarazione di fallimento, di delusione ecclesiale, di rinuncia all’utopia delle utopie, un sogno dello stesso Dio.

Lui e milioni di persone nella Chiesa sognano un’“altra Chiesa possibile”, al servizio dell’“altro Mondo possibile”. E il cardinale Martini è un buon testimone e una buona guida in questo cammino alternativo. Lo ha dimostrato.

Tanto nella Chiesa (nella Chiesa di Gesù che sono varie le Chiese) come nella società (che sono vari popoli, varie  culture, vari processi storici) oggi più che mai dobbiamo radicalizzare la ricerca della giustizia e della pace, della dignità umana e dell’uguaglianza nell’alterità, del vero progresso nell’ecologia profonda. E, come dice Bobbio, “bisogna impiantare la libertà nel cuore stesso dell’uguaglianza”; oggi con una visione ed un’azione di dimensioni mondiali. È l’altra globalizzazione, quella che rivendicano i nostri pensatori, i nostri militanti, i nostri martiri, i nostri affamati…

La grande crisi economica attuale è una crisi globale di Umanità che non si risolverà con nessun tipo di capitalismo, perché non esiste un capitalismo umano: il capitalismo continua ad essere omicida, ecocida, suicida. Non c’è modo di servire simultaneamente il dio delle banche e il Dio della Vita, di coniugare la prepotenza e l’usura con la convivenza fraterna. La questione fondamentale è: si tratta di salvare il Sistema o si tratta di salvare l’Umanità? A grande crisi, grande opportunità. In cinese la parola crisi ha due significati: crisi come pericolo, crisi come opportunità.

Nella campagna elettorale degli Stati Uniti è stato richiamato ripetutamente “il sogno di Luther King”, per attualizzarlo; e in occasione dei 50 anni della convocazione del Vaticano II, è stato ricordato con nostalgia il “Patto delle Catacombe” della Chiesa serva e povera (v. Adista n. 21/09, ndt). Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, 40 padri conciliari hanno celebrato l’Eucarestia nelle catacombe romane di Domitilla e hanno sottoscritto il “Patto delle Catacombe”. Dom Helder Câmara, il cui centenario della nascita stiamo celebrando que-st’anno, era uno dei principali animatori del gruppo profetico. Il “Patto”, nei suoi 13 punti, insiste sulla povertà evangelica della Chiesa, sul rifiuto di titoli onorifici, di privilegi e ostentazioni mondane; insiste sulla collegialità e la corresponsabilità della Chiesa come Popolo di Dio, sull’apertura al mondo e sull’accoglienza fraterna.

Oggi noi, nella convulsa congiuntura attuale, professiamo la validità di molti sogni, sociali, politici, ecclesiali, ai quali in nessun modo possiamo rinunciare. Continuiamo a rifiutare il capitalismo neoliberista, il neoimperialismo del denaro e delle armi, un’economia di mercato e di consumo che seppellisce nella povertà e nella fame la grande maggioranza dell’Umanità. E continueremo a rifiutare ogni discriminazione per motivi di genere, di cultura, di razza. Esigiamo la trasformazione sostanziale degli organismi mondiali (Onu, Fmi, Banca Mondiale, Omc...). Ci impegniamo a vivere una “ecologia profonda e integrale”, propiziando una politica agraria-agricola alternativa alla politica predatoria del latifondo, della monocultura, dei fertilizzanti tossici. Parteciperemo alle trasformazioni sociali, politiche ed economiche per una democrazia ad “alta intensità”.

Come Chiesa vogliamo vivere, alla luce del Vangelo, la passione ossessiva di Gesù, il Regno. Vogliamo essere Chiesa dell’opzione per i poveri, comunità ecumenica e anche macroecumenica. Il Dio nel quale crediamo, l’Abbà di Gesù, non può essere in nessun modo causa di fondamentalismi, di esclusioni, di inclusioni fagocitanti, di orgoglio proselitista. Smettiamola di fare del nostro Dio l’unico vero Dio. “Mio Dio, mi lasci vedere Dio?”. Con tutto il rispetto per l’opinione di papa Benedetto XVI, il dialogo interreligioso non solo è possibile, è necessario.

Faremo della corresponsabilità ecclesiale l’espressione legittima di una fede adulta. Esigeremo, correggendo secoli di discriminazione, la piena uguaglianza della donna nella vita e nei ministeri della Chiesa. Favoriremo la libertà e il servizio riconosciuto dei nostri teologi e teologhe.

La Chiesa sarà una rete di comunità oranti, serve, profetiche, testimoni della Buona Novella: una Buona Novella di vita, di libertà, di comunione felice. Una Buona Novella di misericordia, accoglienza, perdono, tenerezza; samaritana al fianco di tutti i cammini dell’Umanità. Continueremo a fare in modo che viva nella prassi ecclesiale l’avvertimento di Gesù: “Non sarà così fra di voi” (Mt 21,26). L’autorità sia servizio. Il Vaticano smetterà di essere Stato e il papa non sarà più capo di Stato. La Curia dovrà essere profondamente riformata e le Chiese locali coltiveranno l’inculturazione del Vangelo e la ministerialità condivisa. La Chiesa si impegnerà senza paura, senza evasioni, nelle grandi cause della giustizia e della pace, dei diritti umani e dell’uguaglianza riconosciuta di tutti i popoli. Sarà profezia di annuncio, di denuncia, di consolazione. La politica vissuta da tutti i cristiani e le cristiane sarà l’“espressone più alta dell’amore fraterno” (Pio XI).

Ci rifiutiamo di rinunciare a questi sogni per quanto possano apparire chimera. “Ancora cantiamo, ancora sogniamo”. Atteniamoci alla parola di Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Con umiltà e coraggio, seguendo Gesù, cercheremo di vivere questi sogni nel quotidiano delle nostre vite. Continuerà ad esserci crisi e l’Umanità, con le sue religioni e le sue Chiese, continuerà ad essere santa e peccatrice. Ma non mancheranno le campagne universali di solidarietà, i forum sociali, le Vie Campesine, i Movimenti popolari, le conquiste dei Senza Terra, i patti ecologici, i cammini alternativi della Nostra America, le Comunità ecclesiali di base, i processi di riconciliazione fra Shalom e Salam, le vittorie indigene ed afro; e comunque, una volta di più e sempre “io mi attengo a quanto detto: la Speranza”.

Ognuno e ognuna delle persone cui giunge questa lettera circolare fraterna, in comunione di fede religiosa o di passione umana, riceva un abbraccio a misura di questi sogni. Noi vecchi abbiamo ancora visioni, dice la Bibbia (Gioele 3,1). Qualche giorno fa ho letto questa definizione: “La vecchiaia è una specie di dopoguerra”; non necessariamente un claudicamento. Il Parkinson è solo un incidente di percorso, e continuiamo con il Regno dentro.

 


 

Questa è la nostra generazione, questo è il nostro tempo.

 

Barak Obama

dal discorso ai giovani nel palazzetto dello sport di Strasburgo - 3 aprile 2009

 

Lavorerò con l' obiettivo di un mondo senza armi nucleari, unito, pacifico e libero e mi batterò contro il cambiamento climatico e l' inquinamento che sta uccidendo il nostro pianeta.

Noi sappiamo che l' inquinamento delle auto di Boston e delle fabbriche di Pechino sta sciogliendo la calotta artica; che i terroristi che hanno colpito Londra e New York complottavano in caverne lontane ma anche in semplici appartamenti molto più vicini a casa vostra. La crisi economica ci ha mostrato quanto siamo legati: una generazione fa sarebbe stato difficile immaginare che l' incapacità di qualcuno di pagare il mutuo in Florida potesse contribuire al fallimento del sistema bancario in Islanda. Per questo - ha sottolineato - il G20 di Londra è stato un successo, perché tutti hanno lavorato insieme: siamo entrati in una nuova era di responsabilità.

Dobbiamo essere onesti, in questi ultimi anni abbiamo lasciato che la nostra alleanza andasse un po' alla deriva: l' America molto spesso ha mostrato arroganza e non ha preso sul serio l' Europa deridendola, mentre qui esiste un sentimento anti-americano che a volte può essere casuale ma che è insidioso. Queste abitudini sono diventate troppo comuni, non sono sagge e minacciano di dividerci e isolarci ancora di più. La verità fondamentale è che l' America non può rispondere alle sfide di questo secolo senza l' Europa, e l' Europa non può farlo senza l' America.

Viviamo in un mondo rivoluzionario e sono i giovani a doverne prendere la guida.

Questa è la nostra generazione, questo è il nostro tempo.

Non è necessario correre per la presidenza degli Stati Uniti per mettersi al servizio degli altri. Lo si può fare lavorando per Medici senza Frontiere o per le Nazioni Unite, o facendo il sindaco di Strasburgo. Ma se si passa la vita a pensare a se stessi, a quanti soldi si possono fare, alle macchine, allo shopping, a lungo ci si annoia. Per vivere una vita piena bisogna pensare: "Cosa posso fare per gli altri?". Non sprecate il vostro talento e l' energia, di fronte alle tante sfide e opportunità che si presentano lasciatevi coinvolgere: a volte rimarrete delusi, ma vivrete una grande avventura.
Le ragioni dell’amore, della vita, della libertà

 

 

 

Giuseppe Casale

arcivescovo emerito di Foggia-Bovino

da Micromega del 10 aprile 2009

 

Mi sono accostato al lettino ove Eluana Englaro ha vissuto il suo dramma e ho sentito lancinante il dolore per la sua morte. Non sono riuscito a sottrarmi a un senso di profonda “pietas”, di umana commozione e condivisione; e ho rifiutato qualsiasi atteggiamento di condanna, di scontro ideologico, di partito preso. Mi sono domandato più volte: “Come si sarebbe comportato Gesù?”. E la risposta è sempre stata la medesima: “Amare, comprendere le ragioni della giovane donna e del papà, Beppino”. Non c’era in loro il rifiuto della vita. C’era la reazione contro un accanimento terapeutico che non apriva ad alcuna prospettiva di guarigione. Il ricorso alla magistratura si era reso necessario per la mancanza di una legge che regolamentasse, nel rispetto della volontà del paziente, i momenti finali della vita. Come molti medici ed esperti del problema ho ritenuto e ritengo che l’alimentazione forzata sia da considerare terapia medica (perché utilizza nutrienti e non alimenti e viene somministrata per via artificiale) e, perciò, affidata alla libera scelta del paziente o di un suo delegato. E, nel merito, ho creduto alla buona fede di Beppino Englaro. Non si chiedeva la morte. Non si voleva uccidere una vita. Come ha scritto un filosofo cattolico (Giovanni Reale), si rifiutava “l’abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi, da volersi sostituire alla natura”. Lo ripeto. Non si voleva sopprimere una vita. In questo senso avevo richiamato l’atteggiamento di Giovanni Paolo II, che aveva espresso il desiderio di non insistere con interventi terapeutici inutili. Non avevo assimilato i due casi (come qualcuno impropriamente mi ha accusato di aver fatto). Giovanni Paolo II era ancora cosciente ed è stato curato sino all’ultimo. Eluana era in coma da 17 anni; e il padre ha ritenuto di rispettare la sua volontà. Neanche io vorrei vivere attaccato alle macchine come Eluana. Anche per me chiederei di staccare la spina. In attesa dell’abbraccio del Padre che mi attende. …Perché, allora, tutto quest’accanimento che ha favorito strumentalizzazioni di parte, scontro tra governo e magistratura, accuse pesanti dall’una e dall’altra parte?

Alcuni mi hanno accusato di aver svolto una parte “extra chorum”, cioè fuori della comunità. Ma, in coscienza, sento di essere sempre rimasto fedele alla mia missione di “Pastore”, perché ho sostenuto le ragioni dell’amore, della vita, della libertà. Sono questi i motivi che mi hanno spinto non fuori del coro, ma a recitare una parte da “solista” (in verità, non troppo solo) allo scopo di non far mancare le note necessarie a rendere più armoniosa la voce della comunità. Non di quella parte chiassosa e intemperante. Ma, di quanti, fedeli al Vangelo, nel silenzio e nell’operosità quotidiana, hanno condiviso la sofferenza di Eluana, di Beppino Englaro e delle migliaia di bambini che muoiono di fame.

Faccio il mio esame di coscienza. E mi permetto di invitare tutti i difensori della vita a fare altrettanto.
Quale festa sarà mai questa Pasqua duemilanove?

 

 

 

Quale festa sarà mai questa Pasqua duemilanove?

 Enzo Mazzi

da il manifesto 11 aprile 2009

 

Il dramma del nostro Abruzzo rende particolarmente pregnante, bene o male, la simbologia della festa pasquale imperniata sulla rinascita. Quale festa sarà mai questa Pasqua duemilanove per le donne, gli uomini, i bambini, i vecchi, che la madre terra ha stritolato con un abbraccio mortifero inaudito distruggendo i loro corpi e le loro anime? Quale festa per tutti noi svuotati dal senso dell’esistere, devastati nelle nostre più profonde certezze, sommersi nell’intimo da quelle immani rovine che richiamano nella veglia e nel sonno tutte le macerie che sovrastano le nostre vite?

Eppure la simbologia festiva è stata creata fin dai tempi più remoti, prima che le religioni istituite ne rivendicassero il monopolio, proprio per dare un senso al dramma dell’esistenza, per ricondurre l’umanità all’essenza dell’essere, alla danza senza sosta del nascere e morire, al sogno del continuo rinascere del tutto, alla poesia perenne dell’esistere senz’altro scopo al di sopra e al di fuori dell’esistere in sé, uno scopo quindi capace di animare tutta l’infinita gamma dei colori dell’esistenza stessa.

Cambiano i nomi delle feste, cambiano i loro simboli, i riti, i tempi. Le feste però hanno tutte uno stesso nucleo profondo: distacco dalla quotidianità dominata dalla fatica e in certo modo dall’insensatezza del vivere e immersione nella dimensione del sogno, della danza, della poesia, che consente di emergere all’io profondo normalmente compresso dalla fatica del dover essere. La festa induce a svuotare un po’ i nostri scrigni per non dire i nostri sarcofagi di verità assolute, di obiettivi irrinunciabili, di “non possumus” senza speranza. La festa è anche invito a fare tutti un passo indietro in modo da dare spazio all’inedito, alle cose nuove che premono per nascere. Ma è possibile che la frenesia feriale si metta un po’ da parte in senso vero, reale, profondo? Oppure il dominio totalizzante e ossessivo dei fini, degli obiettivi, delle tecniche, della “crescita” infinita, dell’operosità insaziabile ha ormai invaso anche la festa? Lo smarrimento del senso festivo della vita è preoccupante  e devastante. Le religioni istituite hanno la loro responsabilità perché hanno piegato la festa a scopi trascendenti, che in fondo sono scopi di potere, separati dall’esistere per sé, estranei alla nuda esistenza e alla sua immanente poesia. Invece di unire il trascendente e l’immanente, li hanno separati. E così hanno consegnato l’esistenza senza difese a tutte le violenze e la festa a tutte le strumentalizzazioni. Sarà possibile recuperare il senso profondo della festa?

Prendiamo la Pasqua. Pasqua è un termine ebraico, pesah, trascritto in greco con la parola pascha che in latino s’intreccia col termine pascua il quale serve a indicare “i pascoli”. Significa letteralmente “passaggio”. La festa di Pasqua nasce come grande festa della primavera di tipo agricolo-pastorale. Acquista poi gradualmente significati religiosi, storici, politici. Al fondo però mantiene sempre questo tema del passaggio: perdere una condizione e tendere a un’altra senza averla ancora acquisita. Come avviene per la natura a primavera. Quindi il “passaggio” a livello esistenziale ha il senso di un protendersi nel vuoto. La stessa simbologia pasquale cristiana è infatti segnata dall'assenza e al tempo stesso dall'attesa: il sepolcro vuoto e la speranza del ritorno. Questa è la resurrezione per molti di noi, variamente credenti. E non il miracolo della rianimazione di un corpo morto, evento senza storia che si trascina da duemila anni, imbalsamato nel dogma, perduto nelle nebbie dei secoli.

E' possibile ancora oggi liberare il paradigma della resurrezione dal dominio del sacro e del miracolo e ricondurlo alla quotidianità e all'etica laica che è l'etica originaria dello stesso Vangelo mantenuta viva nella storia da un cristianesimo "ribelle"?

Più che una possibilità è forse un impegno. Perché un’etica laica, di cui sentiamo una grande necessità, non nasce dal nulla. Ha bisogno del recupero di tutti i frammenti di creatività, di saggezza e di senso disseminati dalla fatica umana nella storia.

Possiamo allora vivere la festa pasquale duemilanove valorizzando questa grande solidarietà senza frontiere né condizioni che sta risorgendo nel dramma delle popolazioni terremotate e nella loro volontà di rinascere. E inoltre accogliendo con la nostra partecipazione il risorgere dell'utopia concreta della condivisione e del rispetto della natura nei nuovi orizzonti sociali, politici ed economici che si stanno aprendo a livello mondiale sollecitati dalla crisi economica. Ed anche vivendo con speranza la resurrezione di Eluana Englaro nel grande movimento per l'autodeterminazione. E tanto altro che è nel cuore e nella vita di ognuno e ognuna.

E' un augurio e insieme un impegno che può dare senso alla festa pasquale.

 

                                               Enzo Mazzi