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Comunità dell'Isolotto
Incontro comunitario
Letture corali
Gesù si recò a Nazaret dove era stato allevato.
Come al solito entrò nella sinagoga
In giorno di sabato per la lettura.
Gli fu presentato il volume del profeta Isaia.
Aperto che l'ebbe, trovò questo brano:
"Lo spirito del Signore è su di me,
egli mi ha inviato ad annunciare il vangelo ai poveri.
Mi ha mandato a rinfrancare i cuori sfiduciati,
a proclamare la libertà ai prigionieri,
a restituire ai ciechi la vista, a rendere liberi gli oppressi,
a proclamare il tempo della liberazione".
Richiuse il volume, lo restituì, poi si sedette.
Gli sguardi di tutti erano fissi sopra di lui.
Incominciò dunque a dir loro:
"Oggi si è compiuta questa scrittura
che avete udito poco fa con i vostri orecchi".
All'udir queste parole, tutti i presenti nella sinagoga
si sentirono pieni di sdegno
e, levatisi in piedi, lo cacciarono fuori dalla città.
dal Vangelo di Luca
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Amate i vostri nemici,
fate del bene a chi vi odia.
A chi ti percuote su una guancia, porgi anche l'altra.
A chi ti porta via il mantello,
dagli anche il vestito.
E come volete essere trattati voi,
così voi stessi trattate gli altri.
dal Vangelo di Luca
Preghiera della eucarestia
Desideriamo rendere attuale
il significato originario della eucarestia
tenuto vivo nei secoli da tante esperienze di base.
Eucarestia: condivisione esistenziale mai appagata
testimonianza di un impegno personale e comunitario
che cerca e vuole livelli sempre più alti di giustizia
che tende di continuo a un "oltre"
perché la condivisione del pane e del vino
è simbolo della condivisione del corpo e del sangue,
della vita intera,
anima della trasformazione continua della storia,
motore intimo della lotta inesausta per la giustizia.
Come ci ha testimoniato Gesù.
Prima di essere ucciso,
mentre sedeva a tavola con gli apostoli e le apostole,
prese del pane, lo spezzò, lo distribuì loro dicendo:
"prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo".
Poi, preso un bicchiere, rese grazie, lo diede loro
e tutti ne bevvero.
E disse loro: "questo è il mio sangue
che viene sparso per tutti i popoli".
Invochiamo il tuo Spirito:
questo pane e questo vino condivisi,
questa comunità che li offre e li condivide
in memoria di Cristo, divengono segni di vita,
di resurrezione, di liberazione
per chi è oppresso, carcerato, emarginato,
assetato di giustizia e di pace.
Lettura dal Vangelo di Giovanni cap. 8
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di
nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li
ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna
sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: "Maestro, questa
donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci
ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? ". Questo
dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù,
chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano
nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato,
scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di nuovo, scriveva
per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando
dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse:
"Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno,
Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non
peccare più".
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Pensieri tratti da una lettera aperta di don Luigi Ciotti a una donna rom
in fuga da Ponticelli con i suoi figli.
(apparsa sull' Unità del 16 maggio 2008)
Cara signora,
ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto
che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle
attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più
grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l'altra, piccola, che ha
invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la
figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Siete in fuga da
Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cui abitavate è
stato incendiato. Sul retro di quel furgoncino male in arnese - reti da
materasso a fare da sponda - una scritta: "ferrivecchi".
Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa. …
Cercherò di spiegarmi con un'immagine. E' come se ci sentissimo tutti su
una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è
limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come
un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è
allora di scacciare dalla nave quelli considerati "di troppo", e pazienza
se sono quasi sempre i più vulnerabili. La logica del capro espiatorio -
alimentata anche da un uso irresponsabile di parole e immagini, da
un'informazione a volte pronta a fomentare odi e paure - funziona così. Ci
si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire
che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un
giorno in vittime.
Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose. …
Vorrei però anche darLe un segno di speranza. Mi creda, sono tante le
persone che ogni giorno, nel "sociale", nella politica, nella
amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppi e le
associazioni che con fatica e determinazione cercano di dimostrare che
un'altra sicurezza è possibile. Che dove si costruisce accoglienza, dove
le persone si sentono riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi
doveri e responsabilità, vogliono partecipare da cittadini alla vita
comune.
La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla
giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge senza
averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in
giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un
"reato d'immigrazione clandestina" nasce proprio da questo mix di cinismo
e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando
di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.
Un'ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa foto che
La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po' le nostre
coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la
direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione,
sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda - anche per
essere stati figli e nipoti di migranti - continuano a nutrire.
La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Sue
bambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti che
credono e s'impegnano per un mondo più giusto e più umano.
Spunti utilizzabili anche per un eventuale documento della Comunità
Gli odiosi episodi di razzismo di questi giorni sono il frutto e il
coronamento di una politica che incentiva la paura, la coltiva, la fa
crescere per poterla sfruttare come strumento di dominio. La politica
aspramente repressiva indirizzata soprattutto contro i dannati della
società, rom, accattoni, immigrati, lavavetri, barboni, viene giustificata
come asettico rispetto della legalità, voluta dalla maggioranza della
popolazione e necessaria per contenerne la rabbia che potrebbe divenire
incontrollabile. Insomma si dà in pasto il capro espiatorio di turno alla
bestia famelica che cova nella complessità del profondo dei singoli e
della società. Viene così diffusa sottilmente la convinzione che non c'è
nulla da fare. I valori in ascesa sono quelli della cultura xenofoba,
della paura dell'altro, della colpevolizzazione collettiva. E chi resiste
sul fronte dei valori opposti, di accoglienza, difesa dei diritti di
tutti, solidarietà, è al massimo un'anima bella, ma non ha spazio né
consenso né futuro.
"Al ladro al ladro" gridano i grandi ladri, indicando gli straccioni.
Spingono così gente a rifarsela con il più miserabile e a non vedere chi
ci deruba in grande della qualità della nostra vita. E' un colossale
imbroglio, favorito da una cultura di dipendenza, questo considerare i rom
o qualunque capro espiatorio d'occasione, come la causa principale del
disagio sociale e della sicurezza.
Il clima di violenza e di esclusione che sta avvelenando la società e il
sentimento di insicurezza e di paura che ci assedia pone particolari
problemi di senso a chi ha speso la vita per l'affermazione di una cultura
di pacifica convivenza e di speranza.
Come abbiamo potuto ridurci a questo?
Bisogna reagire subito e forte: "Prima che sia troppo tardi" dice Moreno
Biagioni,
"Xenofobia e razzismo non in nostro nome" gridano un gruppo di
associazioni coordinate dall'Arci toscana, "Guardarci dentro e chiederci
se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare, stimolare quei
sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti
italiani, anche per essere stati figli e nipoti di migranti, continuano a
nutrire" scrive don Luigi Ciotti a una madre rom in fuga da Ponticelli i
fiamme.
E' il momento di reagire in positivo. Con azioni unitarie mirate e
valorizzando e sostenendo i gruppi e le associazioni che con fatica e
determinazione cercano di dimostrare che un'altra sicurezza è possibile.
Che dove si costruisce accoglienza, dove le persone si sentono
riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità,
vogliono partecipare da cittadini alla vita comune.
Domenica 25 maggio 2008
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