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Comunità dell'Isolotto
Incontro comunitario
domenica 20 aprile:
"Santificare il vescovo di San Salvador mons. Orcar
Romero, (come annuncia il Vaticano nel XXVIII anniversario del suo
assassinio) o santificare le donne e gli uomini, fra cui anche Oscar
Romero, che si sono impegnati e s'impegnano per la liberazione del
popolo?"
Partiamo da questa notizia (la riporta e commenta Francesco)
Un'intera pagina dell'Osservatore Romano (28/3/2008) dedicata a mons.
Oscar Romero e alle celebrazioni romane del XXVIII anniversario del suo
martirio (assassinato il 24 marzo 1980), con un articolo di mons. Vincenzo
Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia, postulatore della causa di
beatificazione dell'arcivescovo, e una riflessione del vicedirettore Carlo
Di Cicco su "La vicinanza di Paolo VI e papa Woityla.
Fatto inedito e sorprendente. Per tutti questi anni il Vaticano ha
ignorato e qualche volta denigrato la figura di mons. Romero. Inoltre il
vescovo assassinato all'altare descritto negli articoli dell'Osservatore
Romano ha ben poco a che vedere con quello che un altro vescovo, Pedro
Casaldáliga, ribattezzò San Romero d'America: "Romero è santo in un modo
del tutto particolare.
È già stato canonizzato dal popolo. Non occorre
altro. Nessuno deve canonizzare Romero, perché sarebbe come pensare che la
prima canonizzazione non è servita". Il teologo della liberazione María
López VigiIl ha dichiarato (in un'intervista rilasciata ad Adista nel
2005, v. Adista n. 84/05) l:
"Il Vaticano, non può aggiungere nulla. Semmai, può
togliere. E cosa può togliere? La contraddizione, il conflitto, la
vicinanza alla Teologia della Liberazione. D'altra parte, il popolo del
Salvador proverà un grande orgoglio nazionale nel vedere il volto di mons.
Romero in Vaticano, a Roma: Roma che è lontana, che è grande, che è la
televisione. Ma questo non ha più a che fare con la santità, bensì con un
problema di identità nazionale".
Per noi è scontato il senso critico verso questa decisione del Vaticano di
santificare mons. Romero. Ma ci domandiamo se possiamo accogliere
acriticamente, senza porsi interrogativi, la "canonizzazione dal popolo",
la santificazione dal basso.
lettura biblica dalla lettera di Paolo ai Filippesi (2, 6-11)
(Adriana).
"Gesù Cristo, pur essendo in forma di Dio, non stimò una rapina l'essere
alla pari con Dio, ma annientò se stesso, prendendo forma di schiavo,
divenuto simile agli uomini … umiliò se stesso, divenuto obbediente fino
alla morte, anzi fino alla morte di croce.
Per questo anche Dio lo esaltò e gli donò il nome che
è sopra ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio
delle creature celesti, terrestri e sotterranee, ed ogni lingua confessi
che Cristo Gesù è il Signore, a gloria di Dio Padre".
Appunti per una breve riflessione (Enzo)
Questo brano di Paolo è questo uno dei tanti segni della mitizzazione di
Gesù avvenuta già a partire dal Nuovo Testamento cioè dal I° secolo. In
pratica pochi anni dopo la morte di lui.
La mitizzazione di Gesù avviene già all'interno della
cerchia di persone che avevano vissuto con lui. Anche quella di Gesù è una
specie di santificazione dal basso. Che poi viene assunta e sancita dal
potere.
Si può ritenere che la mitizzazione di Gesù valga in modi diversi per
tutti i grandi personaggi. Ad esempio quelli che vengono definiti
fondatori di grandi religioni: Mosè, Buddha, Maometto.
Anzi forse il sistema della mitizzazione costituisce
ancora oggi il fulcro della organizzazione della società e della vita e il
modo comune di vedere e insegnare la storia.
La storia è per lo più storia della emersione di
grandi personaggi, di grandi civiltà, di grandi opere. Il resto è appunto
"resto", massa informe.
La
sacralizzazione-esaltazione-santificazione-divinizzazione di alcuni esseri
umani e al limite di uno solo, per salvare l'umanità intera dall'angoscia
esistenziale della morte, della solitudine e del nulla; la "sequela"
spirituale del modello; l' immedesimazione simbolica nella vittima
sacrificale che salva col suo sangue, tutto questo se assunto come tappa
provvisoria del processo evolutivo umano può avere un grande e positivo
significato personale e sociale.
Quante energie positive si sono sprigionate nella
storia di questi due millenni dall'immedesimazione con Gesù e quante ne
scaturiscono ancora. Quale immensa spinta hanno ricevuto valori essenziali
per una pacifica e giusta convivenza umana. In primo luogo il valore della
solidarietà con le vittime dell'ingiustizia o meglio ancora con le vittime
senza aggettivi. Quanti esseri umani crocifissi si sono sentiti dire
insieme al ladrone crocifisso con Gesù la frase del Vangelo: "Oggi sarai
con me in paradiso".
Ma ha ragione chi, come la teologia della liberazione,
vede anche il bicchiere mezzo vuoto. Se l'immedesimazione con la vittima
sacrificale viene assunta non come una tappa ma come un assoluto, allora
essa alla fine dei conti serve a stabilizzare per sempre il sistema del
dominio, della ingiustizia, della violenza.
Le mitizzazioni dei salvatori ci dicono, infatti, che
non l'umanità non è salvata dall'estinguersi della violenza ma soltanto
dalla solidarietà con le vittime. Il riscatto storico può e deve essere
affidato alla dimensione non della giustizia ma della carità come
anticipazione di ciò che sarà reale e compiuto solo alla fine della
storia, nell' "al di là".
La croce deve sciogliere i cuori ma non deve intaccare
i meccanismi del potere. E' stato facile per ogni potere oppressivo, fino
dagli inizi del cristianesimo, fin da Costantino, strumentalizzare la
croce come invito alla rassegnazione di fronte alla sofferenza e di fronte
alla ingiustizia. Su tale strumentalizzazione è stata costruita la
ideologia del dominio e, nell'orizzonte del dominio, la cultura della
carità cristiana in questi due millenni.
La santificazione di Romero, martire, segue gli stessi meccanismi sacrali
di mitizzazione che hanno portato alla mitizzazione e divinizzazione di
Gesù.
Questo vale anche per la santificazione dal basso? Da parte del popolo?
Mons. Romero, quando fu eletto vescovo era piuttosto conservatore,
staccato dal popolo e dalle su ansie e lotte di liberazione. Poi piano
piano, a causa della feroce politica e della brutale repressione
antipopolare, si convertì. Fu il popolo che lo convertì.
Fu la sua salvezza perché divenne un altro uomo: restò un contemplativo ma
con gli occhi e la sensibilità della gente umile che contempla dal basso,
laicamente, cioè con le mani, con i piedi, col sangue, con la collera, con
la lotta.
Si può parlare di Romero senza partire da tutta questa
gente, senza vederlo interno al grembo vitale della massa povera della
gente del Salvador, generato da lei? Certo che si può, ma facendo torto
alla sua seconda nascita.
Non ha vissuto per emergere ma per convergere, per
dare forza e voce e potere ai senza potere. Pur senza saldare
definitivamente, neppure lui, il debito incolmabile che ognuno di noi
mantiene verso la coerenza.
Non fare santo lui, fare santa tutta questa gente. Questo potrebbe essere
l'obiettivo delle comunità di base, delle organizzazioni popolari e della
teologia della liberazione. Liberarsi e liberare da tutte le mitizzazioni
e santificazioni.
E' quello che fa, ci sembra, Claudia Fanti, che ha scritto il libro "El
Salvador: il Vangelo secondo gli insorti".
Claudia Fanti: da anni redattrice dell'agenzia di informazione Adista, è
specialista dei movimenti ecclesiali e sociali dell'America Latina.
Il suo non è uno dei tanti libri che esaltano il mito e il martire Romero.
E' un racconto avvincente di tante storie di gente umile, quella che
normalmente viene oscurata se non annullata dalla mitizzazione del santo.
Romero c'è, ma dentro la rete della relazioni, non sull'altare o nel
santino.
E' scritto nel retro di copertina del libro di Claudia:
"Se, come scrisse Ignacio Ellacuria, 'con mons. Romero Dio è passato per
El Salvador', molte altre tracce ha lasciato questo passaggio.
L'arcivescovo martire è stato il frutto pìù grande, ma non l'unico, di una
terra fecondata con il sangue di tanti suoi figli. Figli poveri, indifesi
ed oppressi, ma anche fieri ed eroici, pronti a combattere al prezzo della
vita per un mondo altro, un Paese altro, un'esistenza altra. Questo
libroro racconta la storia di alcuni di loro, uomini e donne, tutti pronti
a dare la vita pur di spezzare le catene dell'oppressione. E si delinea
così anche la storia di un'altra Chiesa, meno conosciuta, non quella della
gerarchia, ma quella del popolo di Dio, fatta di persone prima che di
sacerdoti che hanno sposato, ,in nome di Dio, la causa degli oppressi,
lottando e morendo alloro fianco. Una storia di eroismo e di martirio, di
dolore e di speranza per un Salvador libero".
Leggeremo brani del paragrafo 1 del libro di Claudia "El Salvador: il
Vangelo secondo gli insorti", ed. Sankara, Roma, 2007, da pag. 87 a pag.
90. sulla partecipazione delle donne ai movimenti popolari. (Adriana -
Francesco - Enzo)
L'altra metà della rivoluzione
1. Donne in lotta
Doppio sfruttamento, quello di cui sono vittime le donne. Le donne
lavorano in fabbrica o nei campi le stesse ore degli uomini, ma con un
salario inferiore. E, come se non bastasse, sono soggette agli abusi dei
padroni, degli amministratori, dei caporali, e minacciate di
licenziamento. C'è poi il lavoro dentro casa, ma questo, ovviamente, non
retribuito. "Mi sorprende - afferma Romero in un'omelia - che la donna
continui a restare segregata, e a ricevere un salario uguale a quello
degli invalidi e dei bambini. Perché diritti diversi da quelli dell'uomo?
Innumerevoli le donne che hanno dedicato la loro vita al processo di
liberazione del loro popolo. Moltissime anche le militanti di Feccas
(l'organizzazione sindacale cristiana Federazione cristiana dei contadini
salvadoregni), anche se, come afferma Rutilio Sanchez, "la presenza delle
donne in Feccas si è affermata a poco a poco. Erano gli uomini infatti
quelli che si mettevano in marcia e passavano alcuni giorni fuori. E, se
c'erano manifestazioni, erano le donne che dovevano restare a casa ad
occuparsi dei bambini".
Hanno, le militanti di Feccas, tratti simili a quelli di Ramona Espinosa,
contadina della comunità di San Francisco, in La Cabaiias. La sua è la
storia di innumerevoli altre figlie del popolo, infaticabili e fiere. Era
militante di Feccas ad Azacualpa, dove i compagni si riunivano sotto un
mandorlo a leggere il vangelo. Le minaccie di Orden erano pane quotidiano,
come il lavoro, come la fatica. Ramona si trova a subire la repressione
che Orden scatena contro i contadini organizzati. La sua risposta alla
violenza è la dignità. Una volta viene fermata dalla guardia e al soldato
che minaccia di ucciderla risponde soltanto: "se la mia vita deve finire
qui, fin qui vivrò". Vengono i tempi difficili della guerra. "A volte non
avevamo veramente di che mangiare, ma tra noi c'era un senso di comunione
che ci faceva star bene, perché tutto quello che avevamo lo condividevamo
come ftatelli. Se avevamo solo una tortilla, la dividevamo tra tutti. Ed
eravamo coscienti che la lotta era giusta e che sarebbe arrivato il giorno
in cui avremmo vinto".
Viene catturata ancora, durante la guerra. "Dicevano
che ero una comandante guerrigliera e minacciavano di uccidermi. Ma i
soldati non mi facevano più paura, perché avevo superato la paura. Mi
dissero che avrebbero trattenuto i miei figli. Avevo un bambino di tre
anni e minacciavano di portarmelo via. 'Dovete prima uccidere me - risposi
-, perché io non ve lo darò mai'. Mi trattennero per otto giorni, senza
che potessi comunicare con alcuno. Ma grazie alle pressioni internazionali
venni rilasciata e andai a vivere da una sorella. Sapevo però che mi
cercavano e quindi andavo in posti sempre diversi, perché temevo che
venissero a catturarmi durante la notte. Grazie a Dio, sono qui a
raccontare tutto questo. La guerra mi ha fatto molto soffrire e nella
lotta ho perso anche dei figli, ma in nessun modo mi pento di aver
lottato. Il signore della hacienda in cui lavoravamo come coloni ci diceva
che l'unica cosa che avrebbe fatto era lasciar crescere l'erba perché noi
la mangiassimo. Era questo che dovevamo mangiare noi poveri, altro non ci
meritavamo. L'organizzazione per noi era una necessità. E un diritto".
Tra le donne di Feccas un ruolo di primo piano spetta sicuramente a Gavina
Du Bon, originaria del cantone La Ventana, a El Paisnal. Operatrice di
pastorale ad Aguilares, aveva preso atto della necessità di uno strumento
politico con cui lottare per miglioramenti salariali, per la terra, per
l'abitazione, con cui affrontare i padroni della hacienda, le autorità.
"Conoscevamo Apolinario Serrano, e lo chiamammo affinché ci parlasse di
Feccas: che cos'era, come era nata, quali erano i suoi obiettivi. E come
comunità accettammo di entrare a far parte di questa organizzazione".
Gavina lavora alla formazione di leader contadini e alla promozione delle
donne.
Suo marito, Cirilo Garcia, lavora a tempo pieno con
l'organizzazione, diventando dirigente della Ftc e del Bloque. Quasi
nessuno della sua famiglia si salva: il fratello Felix viene assassinato
nel 1979, nell'imboscata in cui cadono anche sua moglie Patricia e Polin;
un altro fratello, Ricardo, cade a San Vicente e Cirilo muore durante
l'offensiva dell'89, praticamente l'ultima della guerra. Muore anche il
fratello minore, Francisco, dopo gli accordi di pace. Sopravvive solo una
sorella. An_he la famiglia di Gavina non viene risparmiata: suo padre
desaparecido, il fratello e la cognata assassinati. "La paura - spiega
Gavina - è un fatto normale. All'inizio tutti avevamo paura di morire. Ma
ci sorreggeva la coscienza di aver optato per un progetto di giustizia,
anche se ciò, sapevamo, avrebbe comportato sacrifici enormi. La
disponibilità del proprio compagno a sacrificare la propria vita era poi
come nuovo sangue che dava più forza, che aiutava ad andare avanti.
Inoltre i nostri principi erano fondati in Dio, nella speranza della
giustizia e dell'uguaglianza. Potevamo andare a morire, ma pensando alla
resurrezione".
A causa della repressione, Gavina lascia Aguilares e
va a Chalatenango e poi a Cojutepeque, dove rimane dal '78 all' 8l, quando
si vede costretta a smettere di lavorare a tempo pieno per
l'organizzazione. "Fu una decisione che mi costò molto, ma non volevo che
i miei figli rinunciassero agli studi. Allora, dopo averne parlato con mio
marito e con i miei responsabili, cercai un lavoro per provvedere
all'alimentazione e all'istruzione dei figli. E cominciai a lavorare in
arcidiocesi, in un progetto a favore dei rifugiati. Ero contenta perché
raggiungevo due obiettivi: servire la mia gente e percepire un'entrata
economica per il sostentamento della famiglia. Il progetto durò 5 anni.
Poi lavorai a un progetto a favore di quanti erano fuggiti dal Paese e
volevano ritornare, il progetto delle repoblaciones".
La partecipazione al processo rivoluzionario non è senza conseguenze sulla
vita di coppia. "Al principio - afferma Gavina - l'impegno di entrambi
rafforzò la nostra unione. Ma non mancarono i momenti difficili. Finché
operai nell'ambito della comunità, infatti, tutto andò bene: i problemi
iniziarono quando il mio lavoro passò ad assumere una dimensione
regionale. Alla donna spettava la responsabilità dei figli, la loro
educazione, la gestione economica della casa. In più, c'era tutto il
lavoro nell'organizzazione, che era completamente gratuito, perché
l'organizzazione non aveva risorse. Tutte queste difficoltà limitavano la
partecipazione della donna, perché era lei che doveva assumersi la
responsabilità della famiglia. Vi sono state donne, però, che sono
riuscite a superare il tradizionale ruolo della donna di casa per prendere
parte attiva al processo rivoluzionario: Ana Maria Castillo, Patricia
Puertas, Rosenda Meléndez.
Le donne devono spesso fare i conti con i problemi che sorgono con i
mariti, che non accettano il fatto che le loro compagne entrino nelle
organizzazioni popolari e combattano in prima linea. "Si contano a
centinaia - a giudizio di Lorena Penale donne che non si coinvolgono per
non entrare in conflitto con i propri compagni; forse non viene loro
esplicitamente impedito, ma si rende loro la vita impossibile perché non
lo facciano".
In molti casi la donna partecipava a diverse attività senza che il marito
lo sapesse, ma in altri marito e moglie operavano insieme. È,
quest'ultimo, il caso di Felix Garcia e di Patricia Puertas (conosciuta
dai lavoratori del campo come Ticha), entrambi dirigenti di Feccas. "lo e
Patricia - ricorda Gavina Du Bon eravamo compagne, più che parenti. Era
semplice, dinamica, tenace, intelligente, grande lavoratrice. Aveva molto
amore dentro di sé e godeva di grande credibilità nell'organizzazione".
Patricia Puertas era nata nel cantone El Matazano, El
Paisnal, nel 1954. A 14 anni si era sposata con Felix, di due anni più
grande, e insieme a lui avrebbe vissuto tutto il suo impegno
rivoluzionario, fino all'ultimo istante della sua vita. Un impegno
cominciato a partire dal processo di evangelizzazione sviluppato con
l'arrivo di Rutilio Grande e della sua équipe ad Aguilares. Nel '75
Patricia si incorpora a Feccas, dove già militava Felix, e l'anno
successivo viene nominata segretaria di propaganda della Direzione
regionale di Aguilares. Il 30 luglio del 1977 viene catturata e
assassinata sua sorella Filomena, ma questo dolore rafforza il suo
coinvolgimento nella causa di liberazione del suo popolo. "Dei due -
racconta il parroco di Aguilares Octavio Cruz, che ha adottato i loro
quattro figli - Patricia era più aperta, più estroversa. Era una grande
leader, capace di ispirare molte donne". Pochi mesi prima di essere
assassinata insieme a suo marito, a Polin e a José Apolinario L6pez,
conosciuto come Chepe, era passata alla Direzione esecutiva nazionale
della Ftc, come segretaria delle relazioni. Patricia è la prima donna
rivoluzionaria contadina a ricoprire cariche direttive di tanta
responsabilità.
2. Le Fpl al femminile (Fpl credo che sia il del Fronte popolare di
liberazione - mi informerò meglio)
Melida Anaya Montes era fiera del ruolo che le donne rivestivano
all'interno delle Fp1. L'organizzazione, diceva, propugna la
partecipazione della donna alla lotta rivoluzionaria, non solo come
collaboratrice, ma come combattente e come dirigente. È quanto afferma
anche Lorena Pena, nome di guerra Rebeca Palacios, che aveva iniziato il
suo cammino con la Jec, la gioventù studentesca cristiana, svolgendo
attività di alfabetizzazione nei tuguri, e àveva preso quindi coscienza
della necessità della rivoluzione come unica via di trasformazione della
società. Era stato suo fratello maggiore, Felipe, già dirigente delle Fpl,
a reclutarla nell'organizzazione, alla fine del '72. "Dagli anni Settanta
fino al 1980 - afferma Lorena Pefia - ci fu una crescita di partecipazione
delle donne a tutti i livelli di lotta, inclusa la direzione del Fronte
Farabundo Martì. Nelle Fpl questo fatto è risaltato maggiormente perché in
due occasioni la seconda responsabile dell'organizzazione è stata una
donna": Clara Elizabeth Ramirez, caduta in combattimento nel 1976, e
Melida Anaya Montes, nome di guerra Ana Maria.
Non viene concessa una morte eroica alla comandante Ana Maria.
Professoressa di scuola secondaria, aveva partecipato alla creazione del
Comitato coordinatore dei maestri, che poi avrebbe preso il nome di
Associazione Nazionale di Educatori Salvadoregni 21 di giugno (Andes), dal
giorno in cui si era svolta la prima grande manifestazione di insegnanti.
Nel '71 Ana Maria prende contatto con Salvador Cayetano Carpio e due anni
più tardi entra a tempo pieno nelle Fpl. Si incorpora all'organizzazione
senza abbandonare il suo posto di dirigente di Andes, di cui è segretaria
generale dal '63 al '75 e dal '75 al '77. Nelle Fpl il compito di Ana
Maria è quello di avvicinare i leader dei distinti settori popolari che
avevano fino ad allora registrato uno sviluppo simultaneo ma parallelo, e
anche quello di educare i dirigenti, soprattutto contadini.
Ana Maria non cade in combattimento, non viene uccisa dal nemico. Viene
assassinata dai suoi stessi compagni, addirittura dal responsabile
dell'organizzazione a cui aveva dedicato la sua vita. È Salvador Cayetano
Carpio, il fondatore delle Fpl, il mitico comandante MarciaI, che
pianifica l'omicidio. Non sopportando la caduta del suo prestigio e della
sua autorità all'interno dell'organizzazione, aveva finito per
identificare Ana Maria, più flessibile, più aperta alla comprensione dei
nuovi fenomeni, più avanzata, come la responsabile di quelle che lui
considerava pericolose deviazioni piccolo borghesi. MarciaI era rigido e
dogmatico nell'applicazione del marxismo-leninismo, ad esempio imponendo
come verità assoluta, contro ogni evidenza, la tesi del proletariato come
avanguardia rivoluzionaria, relegando i contadini al ruolo di una sorta di
compagni di viaggio.
E aveva rivelato gravi limiti politici di fronte
alla necessità, emersa pienamente nel 1980, di risolvere il problema
dell'unità della sinistra. Nel 1982, quando aveva ormai perduto la sua
leadership nelle Fpl e nel Fmln, egli decide di uccidere Ana Maria,
incaricando dell'assassinio Marcelo, membro del comitato centrale e
responsabile della sicurezza. Quando Marcelo viene catturato e il piano
portato alla luce, viene concessa a MarciaI la possibilità di andare in un
altro Paese, ma egli decide di togliersi la vita.
Tra le eroine della rivoluzione, non si può non ricordare Ines Dimas, una
maestra della scuola primaria che era passata alla clandestinità già in là
con gli anni. Ne aveva più o meno 60 al momento della morte, prima
dell'offensiva dell'8I. Si trovava con altri due compagni, una ragazza di
21 anni in stato interessante e un ragazzo di 16, in una casa adibita a
centro di propaganda delle Fpl, nelle vicinanze dell'ambasciata degli
Stati Uniti. Quando i tre si rendono conto che la casa era stata
circondata dalla guardia e dalla polizia - una cinquantina di uomini
armati fino ai denti - le compagne si occupano della distruzione del
materiale di propaganda, mentre il ragazzo inizia a sparare con la sua
pistola: un'unica pistola opposta alla furia del bombardamento nemico.
Dopo un quarto d'ora il piano superiore della casa è in fiamme. Ines viene
colta da una crisi nervosa, ma si riprende di fronte al corpo senza vita
della compagna che era a difesa del portone, occupando il suo posto di
combattimento. È lì che viene uccisa, mentre il compagno riesce a fuggire
dal tetto e a mettersi in salvo. Quando l'esercito e la stampa entrano
nella casa trovano i corpi delle due donne. Sulla parete, con il suo
sangue, Ines aveva scritto la parola d'ordine dell'organizzazione:
"Rivoluzione o morte,,.
Claudia Fanti ci offre ora la sua testimonianza.
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