| |
|


Lettura corale
Si recò a Nazaret, dove era stato allevato;
entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga
e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia;
apertolo trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e bandire un anno di grazia del Signore.
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette.
Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui.
Allora cominciò a dire:
"Oggi si adempie questa profezia che avete udita". …
(dal Vangelo di Luca)
Comunità dell'Isolotto - Firenze
Incontro comunitario eucaristico - Domenica 21 maggio 2006
Breve riflessione
Il brano del Vangelo di Luca che insieme abbiamo letto, fondendo le nostre
voci a testimonianza di un comune sentire che viene da lontano, fa parte
di un complesso letterario simbolico, quasi una sintesi esplicativa, che
l'autore del vangelo ha posto all'inizio della vita socialmente impegnata
di Gesù. Oggi non siamo sicuri che il fatto raccontato da Luca sia
veramente avvenuto. E forse nemmeno i lettori del primo secolo ne erano
sicuri. O meglio, non interessava loro la storicità del racconto
evangelico. A loro interessava la sostanza, importava il messaggio. E la
sostanza era composta da tre elementi.
Primo: la vita della piccola comunità di cui Gesù fa parte, le sue attese,
il suo impegno, sono un annuncio di liberazione nuova (buon annuncio =
vangelo).
Secondo: quell'annuncio rende attuale e reale l'utopia annunciata in nome
di Dio dai profeti biblici ("oggi si compie questa profezia").
Terzo: l'annuncio di Gesù è rifiutato. Il racconto di Luca infatti ha una
conclusione che non abbiamo letta ("All'udire queste cose, tutti nella
sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della
città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era
situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a
loro, se ne andò").
Alle comunità del primo secolo a cui era indirizzato il Vangelo
interessava questa sostanza e non il modo con cui veniva descritta: se con
un racconto reale o simbolico.
L'autore del Vangelo di Luca, attraverso questo racconto probabilmente
simbolico, descrive i sentimenti delle primitive comunità cristiane
(quando ancora non si chiamavano col nome di "cristiane") e al tempo
stesso cerca di orientare il senso della loro vita.
Poi, col passare del tempo, nei secoli, il Vangelo ha assunto altri
significati. Purtroppo da indicazione di senso, il Vangelo è stato
imbalsamato in una fasciatura di bende per mummie e chiuso in un sarcofago
dogmatico. E' diventato verità assoluta da prendere o lasciare. O peggio
ancora da imporre con la forza. Nonostante ciò il significato originario
del Vangelo è stato sempre tenuto vivo da piccole minoranze, spesso
ignorate, talvolta perseguitate, non di rado strumentalizzate. Generazioni
di cristiani e non cristiani in questi due millenni hanno letto
quell'annuncio come contributo fra altri, con pari dignità, per orientare
la loro esistenza e la loro fede. Pensiamo oggi alle esperienze cristiane
di base nel mondo e alle teologie della liberazione.
Quel Vangelo, insieme a tanti altri contributi umani di sapienza e di
lotta, ha illuminato da sempre e illumina oggi un pezzo importante del
nostro cammino: l'impegno per l'umanizzazione del carcere nella
prospettiva del suo superamento.
Presentazione del tema
Diritti umani e sistema carcerario: sono compatibili? Su questo tema
sempre inquietante e reso incandescente da recenti denuncie di
sovraffollamento, progressiva invivibilità e addirittura pestaggi nel
carcere di Sollicciano e ora posto all'ordine del giorno della politica
dalla domanda forte di amnistia e indulto, si svolgerà il nostro incontro
comunitario di oggi a cui partecipa Antonio Cassese, professore di diritto
internazionale, già presidente del Comitato del Consiglio d'Europa per la
prevenzione della tortura e del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Yugoslavia,
autore di numerose pubblicazioni nel settore del diritto internazionale
pubblico, ma soprattutto testimone di un impegno personale per il rispetto
dei diritti umani e la difesa delle vittime
Alcune domande
che da tempo pone alla città il movimento per l'umanizzazione del carcere
in prospettiva del possibile superamento del sistema carcerario:
1) in una condizione personale di privazione della libertà individuale e
di impossibilità ad autodeterminarsi in ogni piccolo atto del quotidiano,
è possibile garantire i diritti umani elementari delle persone detenute?
2) le condizioni gravi di sovraffollamento vissute in alcune carceri, tra
cui Sollicciano, non creano di fatto condizioni assimilabili alla tortura?
3) esistono esperienze internazionali significative che possano
rappresentare un punto di riferimento nella prospettiva del superamento
del carcere?
4) quale percorso potrebbe essere immaginato per operare concretamente,
sia pure nei tempi lunghi, in questa prospettiva (come è avvenuto per
l'abolizione dei manicomi?)
5) più in generale come possiamo inquadrare il problema dei diritti umani
oggi, nel mondo globalizzato e con riferimento al problema delle carceri?
* * * * *
Alcuni dati
da cui scaturiscono quelle e altre domande:
L'istituzione carcere negli ultimi anni, in conseguenza del mutamento
delle condizioni sociali ed economiche, di fenomeni quali l'immigrazione e
la tossicodipendenza, ha accentuato ulteriormente la sua funzione di
'discarica sociale' (al 31 dicembre 2005 il 32,5% dei detenuti erano
tossicodipendenti o alcolisti; 30% stranieri, che rappresentano il 45% dei
nuovi ingressi nel 2005).
Questa situazione, il sovraffollamento, il bassissimo numero di detenuti
che svolge in carcere attività lavorative o di formazione, determina
condizioni di "non vita" inutilmente aflittive, non rispettose del dettato
costituzionale. Spesso le persone vengono contenute solo grazie al
massiccio uso di psicofarmaci (questo tra l'altro determina gravi e giuste
preoccupazioni nei familiari dei detenuti stessi), rimesse sulla strada a
fine pena senza nessuna misura di accompagnamento e quindi senza nessuna
preoccupazione dello Stato (che a volte ha avuto quelle persone in
custodia per anni) per il loro futuro. Una spesa enorme é destinata di
fatto solo al mantenimento dell'istituzione, senza nessuna attenzione per
l'efficacia della spesa, che può essere determinata solo dall'attivazione
di processi che evitino nel futuro le recidive.
In queste condizioni il carcere non pare riformabile, i periodici
sfollamenti vengono annullati da massicci nuovi ingressi e molte persone
si trovano a vivere un'esperienza che ha come unica ragione un
'risarcimento' nei confronti delle persone offese dai reati, che non può
però tradursi per loro stesse in reinserimento sociale, in determinazione
di condizioni diverse rispetto al vissuto che ha originato il reato.
Possono esserci altre forme di risarcimento o di allontanamento
dall'ambiente in cui si é verificato il reato, che permettano di superare
il carcere?
Sul piano psicologico la detenzione ha effetti devastanti: molte
associazioni di volontariato sottolineano che l'unica cosa che può tirare
fuori le persone dalla situazione di disagio che le ha portate in carcere
é l'esistenza di rapporti interpersonali e familiari che siano di
sostegno, a fronte della totale inadeguatezza dei rapporti con educatori o
operatori interni all'istituzione. Si determina in molte persone una
regressione e un blocco nella naturale evoluzione e maturazione personale,
in fasi cruciali della loro vita.
Tra l'altro Sollicciano é divenuto teatro negli ultimi mesi di proteste
clamorose da parte di detenuti di religione islamica che hanno denunciato
l'offesa delle loro pratiche religiose da parte degli operatori
penitenziari. Un'istituzione che assolve alla funzione primaria di
perpetrare se stessa non pare in grado di attrezzare culturalmente i
propri operatori rispetto al problema della conoscenza e del confronto con
culture e religioni diverse.
Preghiera della eucarestia
Desideriamo rendere attuale il significato originario della eucarestia
tenuto vivo nei secoli da tante esperienze di base:
condivisione esistenziale mai appagata
dai livelli di giustizia raggiunti storicamente;
testimonianza di un impegno personale e comunitario
che cerca e vuole livelli sempre più alti di giustizia
e quindi tende di continuo a un "oltre"
Perché la condivisione del pane e del vino
è simbolo della condivisione del corpo e del sangue,
della vita intera,
anima della trasformazione continua della storia,
motore intimo della lotta inesausta per la giustizia.
Come ci ha testimoniato Gesù.
Prima di essere ucciso, mentre sedeva a tavola con gli apostoli,
prese del pane, lo spezzò, lo distribuì loro dicendo:
"prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo".
Poi, preso un bicchiere, rese grazie, lo diede loro e tutti ne bevvero.
E disse loro: "questo è il mio sangue che viene sparso per tutti i
popoli".
Invochiamo il tuo Spirito: questo pane e questo vino condivisi,
questa comunità che li offre e li consuma in memoria di Cristo, divengono
segni di vita, di resurrezione, di liberazione
per chi è oppresso, carcerato, emarginato,
assetato di giustizia e di pace.
In questo Spirito ti chiamiamo Padre secondo l'invito di Gesù …
|
|
|