| |
|
Comunità Isolotto
Domenica 15 gennaio 2006
Incontro eucaristico
Lettura dal Vangelo di Matteo (cap. 18, 12-14+19-22)
Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà
forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se
gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più
che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro
celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per
domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò
perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? ". E
Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte
sette.
Riflessione
Se cerco nella nostra lunga esperienza di comunità aperta e libera gli
stimoli, le spinte che hanno alimentato il nostro cammino dall'inizio fino
ad oggi trovo certamente questa espressione del Vangelo di Matteo: dove
sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Diciamo subito che la frase si presta ad essere strumentalizzata, come
tutte le parole e specialmente le parole pronunciate o scritte tanti
secoli fa in contesti molto diversi dai nostri. Che cosa volesse dire chi
ha inserito quella frase nel Vangelo non ci è affatto noto. Sappiamo che
in questi duemila anni ha alimentato scelte ed esperienze diverse anche
opposte.
L'uso più diffuso è quello della presenza di Cristo nella Chiesa. "
Riuniti nel mio nome" viene interpretato come se volesse dire "riuniti
sotto la mia bandiera", riuniti nella mia chiesa.
Non è affatto in questo senso che la frase ha alimentato i nostri percorsi
di comunità.
Anzi forse l'abbiamo presa in un senso opposto. "Riuniti nel mio nome" per
noi ha significato e significa "riuniti nel nome dell'uomo" e oggi si deve
dire "riuniti nel nome dell'uomo e della donna" in omaggio all'emergere
storico della soggettività femminile.
Lo storico e teologo James Robinson che ha curato l'edizione dei Detti di
Gesù in italiano scrive che il nome o titolo principale con cui Gesù
identifica se stesso è quello di "Figlio dell'uomo", espressione semitica
che significa "figlio dell'umanità".
La cosa è confermata sostanzialmente da Giuseppe Barbaglio nel suo "Gesù
ebreo di Galilea".
Riuniti nel nome del figlio dell'umanità è proprio l'opposto che riuniti
nel nome di una chiesa. E' invece riuniti in nome dell'umanità più nuda,
in nome di ciò che dell'umanità resta una volta spogliata da tutte le
sovrastrutture, le bardature, le bandiere, le appartenenze, le proprietà,
in nome dell'umanità che si manifesta nella sua essenzialità in quelli che
si chiamano gli ultimi. Perfino la quantità, il numero dei riuniti è
ridotto all'essenziale, al minimo: due o tre.
E' su questi valori di universalità reale che è nata e si è costruita e
tenta di vivere la comunità. Il fatto che li abbiamo desunti da pagine del
Vangelo è relativo. Possiamo dire, se ci guardiamo dentro, dentro ognuno
di noi e dentro l'essere insieme, che il Vangelo è stato un po' come la
levatrice. Quei valori erano in noi. Il Vangelo ci ha aiutato
semplicemente a partorirli. E insieme al Vangelo altre esperienze di vita
e di spiritualità.
E riflettendo trovo che è su questi stessi valori che sono nati nella
storia i movimenti che hanno consentito all'umanità di rinascere
perennemente dalle crisi dovute alla periodica perdita di umanità.
Ad esempio il movimento cooperativo….
Le cooperative sono nate, per affrontare il perverso intreccio fra
sviluppo urbano-industriale e disagio sociale, da quell'humus di spontanea
solidarietà che ha sempre caratterizzato i ceti popolari specialmente nei
momenti di emergenza.
Nel primo decennio del '900 i "poveri" e i "miserabili" censiti dagli
uffici comunali fiorentini comprendono quasi la metà della popolazione. Ma
non è solo per riuscire a mangiare almeno una volta al giorno che i poveri
mettono in atto strategie di cooperazione e mutualità. Lo fanno anche per
porre le fondamenta di una nuova identità collettiva di fronte alle sfide
della trasformazione industriale-capitalista. La cooperazione è la
risposta popolare al capitalismo padronale che considerava l'operaio come
merce funzionale al profitto. La dignità umana del "socio" era il valore
supremo della cooperazione. E di conseguenza anche la dignità del lavoro e
dei prodotti del lavoro. Ma oggi la cooperazione rischia di essere
ingoiata dal nuovo capitalismo degli gnomi senza volto. Se vuol salvare
l'anima la cooperazione deve anch'essa rinnovarsi, quasi rinascere. Non
basta che offra merci in concorrenza spietata con un mercato globale
impazzito. Né tantomeno basta che offra servizi anonimi agli enti pubblici
a prezzi concorrenziali che obbligano a trascurare la dignità e talvolta i
diritti dei soci lavoratori. La cooperazione deve ritrovare la via del
protagonismo di base aprendosi ai servizi diretti alle persone e alla
natura. "I beni privati (i prodotti commerciali) offerti dalle imprese
capitaliste sono più che sufficienti a soddisfare i desideri più futili e
strampalati".
Lo scrive un osservatore esperto e attento come Giorgio Ruffolo su la
Repubblica (8 gennaio 2006). E ne deduce la seguente indicazione di
orientamento per la cooperazione: "C'è invece una crescente scarsità
relativa di beni sociali…. Sarebbe proprio questo il terreno sul quale la
natura genetica solidaristica e democratica del movimento cooperativo
potrebbe trovare una rinnovata fioritura". Cose simili dice, se ho ben
capito, il presidente della Legacoop Giovanni Doddoli: "Bisogna
coinvolgere la gente nella gestione dei servizi, associarli nell' impresa"
(la Repubblica-Firenze 1 giugno 2005). E' un buon segno che dirigenti di
alto livello puntino a riscoprire e attualizzare i valori della
cooperazione con affermazioni simili. La cultura cooperativa toscana può
dare un contributo forte a livello nazionale in questo senso. Purché non
restino solo parole. E forse si può andare anche oltre. "Coinvolgere la
gente" è ancora un marcare il protagonismo della dirigenza. Come lo è il
progetto del "cuore che si scioglie". Pillole di solidarietà a buon
mercato per coscienze che aspirano a sedare i sensi di colpa in modo da
non perdere l'appetito. Perché non puntare di nuovo all'autorganizzazione
di base, all'autoimprenditoria, alla solidarietà dal basso, mettendo a
disposizione gli strumenti strutturali della cooperazione per realizzare
reti efficienti e ampie di coordinamento? Le grandi imprese cooperative
centralizzate hanno futuro solo se si piegano al dominio assoluto della
finanza. Il danaro per il danaro. Questo è il messaggio distruttivo che ci
viene dallo scandalo Unipol. Ma dietro scorgiamo la crisi della società
postindustriale. Lo spettro di un baratro senza fondo verso cui stiamo
scivolando sta riaprendo la discussione sui fondamenti, sul senso dello
sviluppo, della crescita e del consumo, sulla "razionalità" del mercato,
sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità.
La cooperazione a servizio non della finanza ma di un sussulto del
protagonismo di base. Purché tutti ci diamo una regolata e usciamo insieme
da questo coma profondo.
Non si tratta di una predica domenicale. Ma del nuovo paradigma storico
che si sta delineando. Trovo pertinente con le prospettive a cui è
chiamato il movimento cooperativo quanto sostiene lo storico inglese
Arnold Toynbee: la globalizzazione gestita col sistema politico
tradizionale prepara il big bang, l'esplosione catastrofica; è
indispensabile una nuova organizzazione della società a rete dove conviva
la dimensione globale di macrostrutture di coordinamento con la dimensione
costituita da cellule delle dimensioni delle comunità di villaggio
neolitiche, una dimensione entro la quale i membri possano conoscersi
personalmente, interagire, cooperare.
E si torna al due o tre riuniti nel nome dell'umanità più nuda.
Le interviste di Doddoli………
"Estendere il modello Coop alla gestione dei servizi pubblici"
la Repubblica-Firenze 1 giugno 2005 - Simona Poli
Mentre le altre imprese toscane arrancano, licenziano, chiudono o
delocalizzano parte delle produzioni per pagare meno la manodopera, il
sistema cooperativo sembra più florido che mai. Tutti gli indicatori
segnano una crescita dal 2003 al 2004: il fatturato sale del 4,4 per cento
e raggiunge i 5785 milioni di euro, l' occupazione aumenta del 2,7 per
cento e conta 38450 lavoratori di cui il 48,5 sono donne (più 5%) e il 4,4
cittadini extracomunitari (più 14%), gli investimenti registrano
addirittura un balzo del 17 per cento rispetto all' anno prima, co n un
terzo delle risorse impegnate su brevetti industriali, marchi e assunzioni
nelle aziende di laureati che si dedichino alla ricerca di nuovi prodotti.
Forte di questi numeri il presidente della Legacoop Giovanni Doddoli
propone le sue strutture come modello vincente anche in epoca di crisi, un
modello che potrebbe essere esteso ai servizi pubblici, alla gestione dei
trasporti, alla distribuzione di energia, alla raccolta dei rifiuti, alla
trasformazione societaria delle farmacie comunali dove la privatizzazione
non sta dando buoni risultati. "La cooperazione non è qualcosa di
anticiclico ma di sicuro dimostra una forte capacità reattiva di fronte
alle difficoltà decisamente superiore a quella di altre imprese. Intanto
perché le nostre aziende hanno una robusta struttura patrimoniale e per
statuto reinvestono tutti gli utili nella cooperativa: due garanzie che
permettono di sviluppare un ottimo rapporto con le banche. Anche le
dimensioni aiutano: l' organico delle coop è di 4-5 volte maggi ore di
quello delle imprese toscane, mediamente inferiore ai 4 addetti". Ci sono
altre ragioni, secondo Doddoli, per candidare il sistema cooperativo a
diventare struttura portante dei servizi pubblici locali. "Il nostro mondo
punta sull' integrazione tra le imprese locali, una formula tanto
auspicata che noi mettiamo in pratica davvero e da tempo. E investiamo
molto in innovazione e ricerca, anche questo non è così scontato in una
regione come la nostra". Alla Regione, che sta preparando una legge
quadro, Doddoli manda un messaggio chiaro: "Noi siamo un settore in
crescita, che lavora con fantasia e dinamismo. E non pensiamo che l'
utente di un servizio sia solo una pagatore di bollette. Bisogna
coinvolgere la gente nella gestione dei servizi, associarli nell' impresa
per incoraggiare forme di risparmio energetico. La ripartizione degli
utili dovrebbe essere condizionata alla capacità di offrire tariffe più
basse del resto d' Italia. Difficile fare un salto di mentalità? Sì,
perché c' è molta resistenza al cambiamento".
Capitalismo moderno: "Servizi pubblici alle coop vi spiego perché
conviene"
la Repubblica 17 giugno 2005 - Massimo Vanni
"Estendiamo il modello cooperativo anche alla gestione di servizi
fondamentali come acqua e gas". Così il presidente della Lega delle
cooperative Giovanni Doddoli torna a proporre l' idea di cambiare l'
organizzazione dei servizi toscani. E se la Cispel, che riunisce tutte le
aziende pubbliche della regione, non gradisce la rivoluzione prospettata
per la gestione dei servizi, Doddoli insiste. "Non funziona il modello
interamente privato e orientato al profitto. Ma non funziona neppure la
gestione pubblico-burocratica che fa derivare le tariffe dai co sti di
gestione", sostiene Doddoli. Non funzionano perché "in mezzo resta l'
utente consumatore che non può esercitare il suo diritto all' acquisto più
conveniente". Quando si parla di acqua, gas o rifiuti, dice Doddoli,
occorre tenere presente che si tratta di servizi diversi da tutti gli
altri: "Questi servizi pubblici altro non sono che amministrazione e
distribuzione locale di risorse globali, di tutta l' umanità", dice il
presidente della Lega. Nel caso dell' acqua è locale la sua raccolta e la
sua distribuzione, ma diventa globale la sua depurazione. Il metano è
acquistato globalmente e consumato localmente invece. Oggi la gestione di
queste risorse naturali è affidata a Spa, a grandi Spa che raccolgono i
territori di circa cinquanta amministrazioni locali, com' è il caso di
Publiacqua. Ma secondo il presidente della Lega delle cooperative, "ci
sono dei limiti intrinseci nelle Spa, perché si tratta di società che
tendono a svilupparsi secondo logiche imprenditoriali". Hanno cioè bisogno
di aumentare i l fatturato rispetto all' anno precedente, di aumentare
cioè il consumo di acqua e di gas. "Ma se questo è comprensibile dal punto
di vista imprenditoriale è meno comprensibile quando si pensa che si
tratta di risorse naturali - chiede Doddoli - che fine ha fatto ad esempio
il risparmio energetico?". Il modello cooperativo, dice il capo della
Lega, offre una via alternativa: "Nelle coop l' attività imprenditoriale è
realizzata a vantaggio dei soci. Sono comunque società di capitali, dal
momento che possiedono un patrimonio aziendale, ma l' attività destina il
lucro allo sviluppo dell' impresa stessa. E a me sembra una forma
capitalistica molto innovativa e moderna, che può farci apprezzare un'
idea forte di imprenditorialità, un patto tra i soci per la centralità del
lavoro e per la responsabilità sociale dell' essere e del fare impresa",
dice Doddoli. Convinto che i tempi siano ormai maturi per affermare che la
forma cooperativa non è più riservata ai settori tradizionali di attività.
Le 2703mCoop toscane chiedono per questa via di ampliare il loro giro di
affari? "Siamo già soci di Publiacqua, nella gestione dei servizi ci siamo
già, il punto è oggi il coinvolgimento dei cittadini, cioè degli utenti -
sostiene Doddoli - questo significa che devono essere tutte cooperative?
Questo non lo so. So però che oggi non si può fare a meno di coinvolgere
il cittadino-utente". E per questo il modello cooperativo, "storicamente
sperimentato nel consentire ai clienti-consumatori di un supermercato di
divenire soci", può offrire qualcosa in più. "Se davvero ci sta a cuore un
moderno sistema dei servizi pubblici che coniughi sostenibilità e sviluppo
- conclude il presidente della Lega - all' impresa che gestisce serve una
partecipazione attiva delle aziende e dei cittadini".
|
|
|