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Comunità dell'Isolotto
per l'incontro comunitario
domenica 6 febbraio 2005
gruppo Adriana-Enzo-Fiorella-Benedetta-Paola
Lettura da vangelo di Matteo cap. 24
Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi
discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro:
"Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su
pietra che non venga diroccata".
Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono
e, in disparte, gli dissero: "Dicci quando accadranno queste cose, e quale
sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo".
Gesù rispose: "Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio
nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. Sentirete
poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è
necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. Si solleverà
popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti
in vari luoghi; ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori. Allora vi
consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i
popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si
tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e
inganneranno molti; per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si
raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvo. Frattanto
questo annuncio del mondo nuovo sarà diffuso in tutto il mondo, perché ne
sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.
Qualche spunto di riflessione:
Il brano che abbiamo letto è un modo di esprimersi molto lontano dalla
nostra capacità di comprensione. Va visto nel contesto storico in cui è
stato scritto. Forse così è possibile trovarvi un messaggio di sapienza
valido per noi oggi.
Chi ha scritto il Vangelo di Marco probabilmente si riferiva alla
distruzione di Gerusalemme da parte dell'esercito romano nel 70 dopo
Cristo, dopo un lungo assedio durato quasi un anno. La città fu prima
saccheggiata e poi letteralmente rasa al suolo. Migliaia di persone furono
orrendamente massacrate. Il tempio distrutto. Fu la risposta dell'impero a
una ribellione generalizzata del popolo ebreo scoppiata quattro anni
avanti, nel 66. Prima di Gerusalemme tutte le città e i villaggi della
Palestina erano stati distrutti. Gerusalemme si era riempita di profughi.
Per questo il massacro fu immane.
I primi cristiani furono presi fra due fuochi. Anzi tre. Erano
perseguitati per il loro pacifismo dagli ebrei ribelli armati, gli zeloti,
i guerriglieri si direbbe oggi, quelli che dirigevano la rivolta. Ma i
cristiani erano anche malvisti dal partito dei farisei, i moderati si
direbbe oggi, perché i cristiani era sì pacifisti ma radicali, contrari al
compromesso con l'impero, mentre i farisei avrebbero voluto cercare una
via di compromesso con i romani. Infine i cristiani erano considerati dai
romani come la fazione degli ebrei più pericolosa. Il loro radicalismo
pacifista basato su un messianismo nonviolento poteva infiammare la
rivolta popolare più di quello che non sapessero fare gli
zeloti-guerriglieri. Contro la ribellione armata i romani avevano armi a
quel tempo imbattibili. Ma contro la ribellione sorda del messianismo
pacifista si sentivano impotenti.
Anche noi, come i primi cristiani, abbiamo le nostre apocalissi. Ci
servono motivi per continuare a sperare. Forse il pacifismo radicale dei
primi cristiani ci può dare qualche spunto di speranza.
Introduzione alla testimonianza degli ospiti di oggi:
Oggi parleremo dell'apocalisse dello tsunami nel sudest asiatico. Ce ne
siamo già dimenticati. E' la legge dell'informazione usa e getta. Nuove
emergenze incombono. La tragedia vissuta da milioni di persone ha riempito
giornali e televisioni fino a che faceva audience. Gradualmente è passata
in secondo ordine. Ora più nulla. Ma forse non è solo la legge
dell'informazione spettacolo. Il silenzio sulla tragedia si deve anche al
bisogno di creare il buio intorno alle tre grandi questioni che restano
aperte.
Prima questione. La ricostruzione deve seguire le leggi inesorabili del
mercato. Quelle stesse leggi che hanno reso quei paradisi turistici
fragilissimi di fronte alla violenza dello tsunami. Si ricostruisce
preparando il prossimo disastro. Meno se ne parla meglio si traffica.
Seconda questione. Il rapporto fra il terribile terremoto che ha prodotto
poi il maremoto e l'aggressione al delicatissimo equilibrio della natura
attraverso imponenti esplosioni sottomarine alla ricerca di petrolio e gas
e attraverso la stessa estrazione indiscriminata di questi elementi. Anche
a questo proposito, timide ammissioni su cui è bene che cada il silenzio.
Terza questione. Il nostro rapporto malato con la natura, con la vita e
con Dio stesso fatto affiorare dalla sensazione di angoscia che ci ha
preso di fronte alla immane tragedia. Anche questa questione va risepolta
nel profondo, annegata nelle parti oscure della nostra coscienza. Perché
se ci convinciamo che il nostro rapporto con la natura, con la vita e con
Dio è malato allora nasce il bisogno di guarirlo. E guarire questi aspetti
così intimi della nostra esistenza può significare mettere in crisi gli
ordinamenti su cui si fonda la convivenza a tutti i livelli.
Su questo una breve riflessione.
Di fronte all' "apocalisse" molti di noi hanno immediatamente provato come
un senso di ostilità verso "madre natura". L'abbiamo sentita nemica.
Ci sono gravi responsabilità umane nel disastro. Detto questo, però, il
problema della distruttività della natura resta. Chi crede in Dio
"creatore onnipotente" scioglie in lui il fondo del problema. Il mistero
di Dio tappa ogni buco nero della razionalità impotente. Da molto tempo
qui abbiamo messo in discussione l'onnipotenza divina. Siamo in compagnia
non solo di tanta gente comune, la gente della strada a cui ci
accompagniamo, la più saggia, ma siamo anche in compagnia di una crema di
teologi. Ad esempio Dietrich Bonhoeffer, il grande teologo evangelico
impiccato nel campo di sterminio di Flossemburg a causa della sua
opposizione al nazismo fino a cospirare contro Hitler. Durante la
prigionia contestualizza con forza nuova l'interrogativo cruciale che
rimbalza da sempre nei secoli: dov'è Dio nell'orrore dei campi di
sterminio? Giunge così a negare l'onnipotenza divina e a immaginare una
società umana che vive e si organizza nella piena laicità "come se Dio non
ci fosse".
Ma che Dio è un essere impotente? Non è come negare l'esistenza di Dio? O
forse no?
Ernesto Balducci giunge a far propria la famosa implorazione del mistico
medioevale Eckardt, teologo domenicano, che nel XIII-XIV secolo invitava a
liberarsi dalla onnipotenza divina: "Io prego che Dio mi liberi da Dio".
Ma dopo che Dio, o la nostra razionalità, a piacere, ci ha liberato da
Dio, resta il problema della distruttività della natura. Chi è questa
terra, questo pulviscolo, vagante nello spazio forse infinito, che genera
la vita con tanto amore e la schiaccia con così inaudita ferocia? E chi
siamo noi suoi figli fatti della sua stessa pasta?
Forse la riflessione su Dio va rivolta anche alla natura.
La percezione che abbiamo di Gaia è distorta, direi quasi malata. O forse
meglio sarebbe dire mitica. Abbiamo bisogno di guardare la natura con
occhi nuovi.
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Ci può esser di aiuto avvicinare l'esperienza di Pierre Teilard de
Chardin. gesuita, teologo con propensione al misticismo, grande
scienziato, geologo e paleontologo. Professore all'Istituto Cattolico di
Parigi, poi ricercatore in Cina e quindi negli Stati Uniti dove è morto
nel 1955. Gli fu proibito dall'autorità ecclesiastica di pubblicare gli
scritti teologici e dopo la morte furono condannate le opere pubblicate
postume. L'accusa era di scarsa chiarezza teologica, in sostanza di
panteismo e di materialismo. La sua intuizione di fondo sembra essere il
"muoversi verso", cioè la trasformazione finalizzata. Attraverso la sua
indagine di rigore scientifico sulla evoluzione biologica giunge alla
convinzione che la Biosfera tende alla coscienza, cioè si evolve verso la
Noosfera. Ma ciò non avviene perché già all'inizio c'è un ordine
precostituito. L'evoluzione non segue una linea ben individuabile, si
muove anche a tentoni, a strappi e a impennate inspiegabili. L'ordine è
nel futuro, non nel passato: cioè va costruito. L'Universo si dipana nella
libertà e nell'autonomia. E sono precisamente questi valori di
trasformazione che costituiscono il compito umano di "costruire la Terra".
Nel 1919 egli esplode in un mistico "Inno alla materia":
"Benedetta sii tu, aspra Materia … pericolosa Materia, mare violento,
indomabile passione, tu che ci divori se non t'incateniamo. …Per
raggiungerti, o Materia, bisogna che, partiti da un contatto universale
con tutto ciò che, quaggiù, si muove, sentiamo via via svanire nelle
nostre mani le forme particolari di tutto ciò che stringiamo, sino a
rimanere alle prese con la sola essenza di tutte le consistenze e di tutte
le unioni. Se vogliamo possederti, bisogna che ti sublimiamo nel dolore
dopo averti voluttuosamente stretta tra le nostre braccia. O Materia, tu
regni sulle vette serene ove i santi pensano di evitarti. …Portami su, o
Materia, attraverso lo sforzo, la separazione e la morte, portami dove
sarà finalmente possibile abbracciare castamente 1'Universo".
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E siamo al dunque finale. Oltre a guarire la percezione di Gaia, abbiamo
bisogno contestualmente di guarire anche la nostra malata percezione del
rapporto fra vita e morte. Noi percepiamo la morte come separata dalla
vita, anzi contrapposta alla vita. In particolare il cristianesimo ci ha
abituati se non obbligati fin da piccoli a considerare la morte come
punizione per il peccato: "a causa di un solo uomo (Adamo) il peccato è
entrato nel mondo e col peccato la morte e la morte si è estesa a tutti
perché tutti hanno peccato" (Lettera ai Romani di Paolo). E la Chiesa
indefettibile assicura la vita eterna a chi si affida al suo abbraccio. E
nel mondo secolarizzato la funzione di esorcizzare la morte è assolta da
altre grandi costruzioni sociali fra cui non ultime il danaro e le
strutture militari. E non è forse una tale assolutizzazione della vita e
la separazione fra vita e morte che rende tanto aggressivo l' "ordine"
mondiale in cui viviamo? Chi s'intende di psicoanalisi potrebbe aiutarci.
Mentre portiamo avanti ogni giorno il nostro impegno politico e sociale
per la giustizia e la pace, contro la guerra, al tempo stesso il nostro
pacifismo ci deve portare oltre la dimensione socio-politica della lotta.
Assumere in noi stessi e diffondere questa cultura della vita potrebbe
essere indispensabile per combattere la violenza, anche quella contro la
natura e la guerra e per affrontare un futuro incerto nella piena
consapevolezza della nostra vulnerabilità e finitezza.
Segue la testimonianza di un rappresentante di Medici del mondo (Marco
Zanchetta) e di Gregorio Malavolti.
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