| |
|
Intervento di Enzo Mazzi alla Conferenza
stampa del 2 novembre 2004 di presentazione del convegno Archivi e Memoria
E' la trasformazione culturale, sociale, religiosa l'anima dell'archivio
storico, della mostra, del video e degli eventi in occasione dei 50 anni
dell'Isolotto. E' la partecipazione popolare, di massa dell'Isolotto al
grande processo storico di trasformazione dopo la guerra nell'oggi.
Questo quartiere "crogiolo", all'inizio considerato discarica sociale,
assorbì le spinte vitali del dopoguerra, le rielaborò e le rilanciò.
Lo fece per necessità, per bisogno di sopravvivenza, per non affogare nel
vuoto di identità, per non essere soffocato dall'anomia e per un grande
bisogno di speranza nuova.
E bisogna dire che tutte le componenti del quartiere e non solo la
comunità religiosa hanno partecipato e partecipano tutt'ora ad una tale
creazione d'identità sociale in un intreccio molto fecondo.
Basta guardare quelle foto di volti da cui traspare una tensione; un senso
di attesa e al tempo stesso una voglia di esserci. Sembrano espressioni
pittoriche della sensibilità sociale del realismo di un Pel lizza di
Volpedo o di alcuni pittori russi.
Ma la trasformazione sociale non è innocente. Non è un fluire tranquillo.
E' piuttosto un fiume in piena. Con tutte le contraddizioni che il fiume
impetuoso porta con sé.
E prima di tutto la contraddizione tra creatività e conflitto.
Perché il nuovo che nasce genera sempre due reazioni opposte: accoglienza
e rifiuto.
Il problema è trovare il sentiero per una gestione positiva del conflitto.
Infatti la creatività, il nuovo che nasce, di fronte alla reazione
negativa non di rado violenta, può degenerare in rinchiudimenti e
settarismi e, al limite estremo, trasformarsi esso stesso, cioè il nuovo,
in violenza. E il cerchio si chiude.
L'archivio, la mostra, il video esprimono anche la storia di questo sforzo
di gestione positiva del conflitto, della ricerca che dura tutt'ora di un
passaggio stretto tra oblio-rinchiudimento e mitizzazione-settarismo.
E' il passaggio della speranza.
E' uno sforzo favorito dalla vicinanza del movimento della comunità di
base e di persone aperte anche della istituzione come il Cardinale Silvano
Piovanelli.
Per questo gli abbiamo chiesto di accompagnarci, seppur criticamente, in
questo incontro di memoria viva.
E lui ha accettato, ancora una volta.
|
|
|
| |
|
La memoria e il futuro (a proposito dei
cinquant'anni dalla nascita dell'Isolotto)
(per Informaquartiere 4)
In una bella foto di cinquant'anni fa si vede un
bambino che tenuto orgogliosamente in collo dal padre riceve dal sindaco
Giorgio La Pira le chiavi della casa che è stata assegnata alla loro
famiglia nel nuovo villaggio dell'Isolotto. Il padre ora ha ottanta anni,
il figlioletto ne ha quasi sessanta. Il loro ricordo di quell'eccezionale
evento sta svanendo. La loro memoria ha un futuro? Ma in fin dei conti
serve preoccuparsi che abbia un futuro?
"Senza memoria non c'è futuro" è uno slogan dato quasi sempre per scontato
da padri maestri e dottori. E invece bisognerebbe metterci un bell'interrogativo
finale. Le giovani generazioni sentono la memoria come un peso. E' il
presente il "luogo" del loro interesse, un presente dinamico, in cui non
c'è spazio per la sosta. L'attimo è sempre fuggente, scalzato da quello
successivo. Ogni evento, mentre avviene è già passato.
La storia, la storia, utero pregno del futuro! E' bello. Intanto però ai
giovani si dà normalmente, fin da piccoli, un concetto nozionistico,
statico, disarticolato, funerario della storia. E le ricorrenze o
rievocazioni di eventi passati sono gestite in forma rituale, noiosa,
ripetitiva. La storia come vita, come processo, come memoria generativa
sono per lo più negate ai giovani. Non c'è da meravigliarsi allora che
essi rifiutino le radici e le fonti e si gettino nell'illusione
vitalistica offerta a piene mani dal mercato. Ed è proprio questo esito
distruttivo che si persegue dai poteri che dominano il mondo: vogliono
automi, produttori/consumatori, illusi di dominare il presente senza
vincoli di memoria e senza prospettive future.
Le numerose iniziative che si stanno svolgendo o che sono in cantiere a
cinquant'anni dalla nascita del villaggio dell'Isolotto hanno come
obiettivo proprio la valorizzazione della memoria come fatto vivo,
gestazione, infaticabile cammino.
Il nuovo quartiere fiorentino dell'Isolotto quando fu inaugurato nel 1954
fu indicato da La Pira e dal cardinale Elia Dalla Costa come "luogo di
fraternità, solidarietà, pace dalla giustizia". I fiorentini invece lo
chiamarono subito "Bronx". Nello scarto fra i due nomi c'è la storia di
questi cinquant'anni. La storia dell'Isolotto ma anche, come paradigma, la
storia della città e della società intera.
Il bisogno di solidarietà e la necessità di lottare per ottenere i servizi
negati creò unità oltre le divisioni ideologiche e al di là delle
separazioni di bandiera e di credo. Tutto ciò fece paura. Nel 1968 venne
la repressione e la chiusura della esperienza di Vangelo legato alla vita,
di spiritualità incarnata, di unità e solidarietà, esperienza che avevamo
portato avanti nella parrocchia dell'Isolotto per quindici anni, dal 1954
al 1968. Ma tale esperienza, vitale per molti, continuò e continua
tutt'ora fuori dalle mura della chiesa, in piazza e nel territorio.
I cinquant'anni dell'Isolotto possono essere visti come un cammino
ininterrotto, come un processo storico tutt'ora in divenire, un paradigma
della storia di oggi? Le utopie non si uccidono. L'amore, la speranza, la
solidarietà vivono e risorgono sempre dal basso.
Quando venimmo all'Isolotto, cinquant'anni fa, è come se avessimo
oltrepassato le mura della città.
C'insediammo in un territorio considerato fuori dai confini, una landa
chiamata da secoli "sardigna", mala Sardegna, il territorio del "nulla".
Ci trovammo insieme persone provenienti da tradizioni e culture diverse.
Potevamo davvero trasformare il territorio in un Bronx. E invece da lì è
partita una intrigante avventura che ha trasformato l'Isolotto in un
quartiere fra i più vivi e vivibili, fra i più aperti alla città e al
mondo e fra i più animati da senso di solidarietà. Non lo diciamo noi in
uno slancio narcisistico. Lo dicono ricerche sociologiche. Quindi ora
possiamo sederci e dedicarci ai riti funerari della memoria? Non proprio.
Quando venimmo la prima volta oltrepassammo una cinta di mura, ho scritto
sopra.
In questi cinquant'anni le mura si sono spostate ma non sono state
completamente abbattute. Oggi la cinta muraria, ormai simbolica, fatta di
pregiudizi e di esclusioni, è costituita dal viadotto dell'Indiano. Oltre
quel confine c'è la discarica del Poderaccio e sulla discarica il campo
rom, il popolo senza cittadinanza, popolo del "nulla".
Dall'intreccio solidale con quel popolo, come con le culture di cui sono
portatori gli altri immigrati, sta maturando una nuova identità
comunitaria "oltre i confini". Il Quartiere 4 è stato uno dei primi ad
aprire scuole, servizi sociali ed occasioni di lavoro agli immigrati. E'
stato trainante per l'intera città. Fra le altre cose è nata ad esempio
l'esperienza cooperativa di "donne per le donne". Donne volontarie
dell'Isolotto e donne rom del Poderaccio, fianco a fianco, nel Laboratorio
Kimeta in via Modigliani 125, offrono i servizi di stireria del bucato
lavato a casa e di piccola sartoria per indumenti da aggiustare e
riparare. E' un servizio prezioso per le cittadine e i cittadini che hanno
sempre meno tempo e anche meno competenze. Ed è una esperienza propositiva
a livello cittadino e oltre.
Ecco, in questo nuovo crogiolo intendiamo immergere la memoria dei nostri
cinquant'anni come utero pregnante.
|
|
|
| |
|
Comunità dell'Isolotto
Appunti per l'incontro sulla "memoria" 6 novembre 2004
Il percorso del nostro Archivio è un sentiero stretto attraverso le
ambiguità insite nella memoria.
Prima ambiguità: la memoria tende ad aprire la storia, gli dà continuità e
spessore, offre l'orientamento, alimenta il senso della vita; al tempo
stesso però la memoria tende a imbalsamare la storia e la vita, crea
grandi monumenti che nutrono il sogno d'immortalità, mitizza fatti,
persone, cose, sottraendole al flusso vitale e ipotecando attraverso i
miti il futuro (così è stato così sempre sarà).
Seconda ambiguità: la memoria traduce la storia nel linguaggio e
nell'immaginario dell'oggi rendendola fruibile, ma al tempo stesso la
tradisce perché dà per scontato che la sua traduzione sia una specie di
resurrezione dei fatti mentre è sempre solo la loro rappresentazione.
Terza ambiguità: la memoria ha sempre un contenuto di liberazione perché è
solo ricordando che si può elaborare in positivo il lutto, si può superare
la paura, si possono volgere in positivo i conflitti, si può dare senso e
forza alla lotta per la pacificazione nella giustizia; mentre l'oblio
offre solo illusioni, fascia le ferite rendendole invisibili, ma produce
cancrene profonde. Al tempo stesso però la memoria ha in sé un limite che
la rende facilmente strumentalizzabile: non si ricorda mai tutto ma solo
ciò che ci serve. E' su questo limite che il sistema del dominio epoca per
epoca seleziona la memoria sociale e anche personale piegandola alle
proprie esigenze di potere, imponendo solo la trasmissione dei fatti
funzionali al potere stesso.
L'Archivio nostro oltre a dover affrontare le sfide poste da queste
contraddizioni deve anche confrontarsi con le contraddizioni proprie della
Comunità.
Una fra tutte: la tensione fra creatività e conflitto. Tutti i processi di
trasformazione profonda vivono una tale tensione. Il nuovo che nasce è
sempre avvertito come destabilizzante per le abitudini consolidate, per i
ritmi consueti, per le sicurezze acquisite. Produce reazioni di difesa. I
sistemi di dominio si sentono minacciati e sfruttano paure e angosce
alimentando e infuocando il conflitto, sia il conflitto personale,
interiore, quello che viviamo dentro fra vecchio e nuovo, sia il conflitto
sociale e politico. La realtà nuova è sottoposta a una grande tensione:
può affrontare il conflitto arroccandosi in una reazione di fanatismo e al
limite tentando di rispondere alla violenza con altrettanta violenza o al
contrario arrendendosi e spengendosi. E la memoria è in pieno dentro tale
tensione, pressata fra due poli: la mitizzazione del nuovo e l'oblio.
Ambedue sono sbocchi distruttivi. Una terza possibilità è la gestione
positiva del conflitto che porti al superamento delle paure e conduca a
una serena accettazione del nuovo. La memoria è indispensabile anche per
questa terza opzione. E' significativa una affermazione di Paolo Prodi,
professore di storia moderna all'Università di Bologna, nella relazione al
recente Convegno sulla creatività che si è svolto qui a Firenze: "La
creatività della storia non consiste nella ricostruzione del passato ma
nel liberarci dall'oppressione del presente, nel conoscere le molteplici e
intricate strade che abbiamo percorso: questo ci aiuta a capire dove
stiamo andando e almeno ci dimostra che domani saremo ancora diversi". La
memoria dunque come aiuto ad accettare il più serenamente possibile la
trasformazione come condizione perenne, compresa la trasformazione estrema
della finitezza della esistenza, quella che si chiama morte, sia quella
personale sia quella delle costruzioni umane con le quali tentiamo e
c'illudiamo di sopravvivere.
Ma è un sentiero molto stretto e aspro.
L'Archivio nostro è nato, si è sviluppato e vive nel tentativo di trovare
un tale passaggio.
Per mezzo di:
- lo stretto legame fra memoria e vita attuale….
- la fedeltà ai fatti storici…
- la valorizzazione delle memorie minute, delle memorie dei senza storia…
|
|
|