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Intervista per Metropoli - Enzo Mazzi - Firenze 21
aprile 2004
Quali mutazioni sociali hanno investito l'Isolotto dagli anni '60 in poi?
Il nuovo quartiere fiorentino dell'Isolotto quando fu inaugurato nel 1954
fu definito da La Pira "città satellite". I fiorentini invece lo
chiamarono subito "Corea". Nello scarto fra i due nomi c'è la storia di
questi cinquant'anni. La storia dell'Isolotto ma anche, come paradigma, la
storia della città e della società intera.
Il bisogno di solidarietà e la necessità di lottare per ottenere i servizi
negati creò unità oltre le divisioni ideologiche e al di là delle
separazioni di bandiera e di credo. Tutto ciò fece paura. Nel 1968 venne
la repressione e la chiusura della esperienza di Vangelo legato alla vita,
di spiritualità incarnata, di unità e solidarietà, esperienza che avevamo
portato avanti nella parrocchia dell'Isolotto per quindici anni, dal 1954
al 1968. Ma tale esperienza, vitale per molti, continuò e continua
tutt'ora fuori dalle mura della chiesa, in piazza e nel territorio.
I cinquant'anni dell'Isolotto possono essere davvero visti come un
paradigma della storia italiana. Le utopie non si uccidono. L'amore, la
speranza, la solidarietà vivono e risorgono sempre dal basso.
Che importanza ha avuto il concetto di "accoglienza"?
Tutti noi che venimmo ad abitare il nuovo villaggio eravamo come
sradicati, privati dei punti di riferimento, delle amicizie e identità
culturali da cui provenivamo, e quindi sentivamo forte il bisogno di
accogliere ed essere accolti.
In che senso le mura di Firenze si sono spostate oltre l'Isolotto? Dov'è
oggi il popolo del nulla?
Quando venimmo all'Isolotto, cinquant'anni fa, è come se avessimo
oltrepassato le mura della città. C'insediammo in un territorio
considerato fuori dai confini, una landa chiamata da secoli "sardigna",
mala Sardegna, il territorio del "nulla". Oggi la cinta muraria, ormai
simbolica, fatta di pregiudizi, è costituita dal viadotto dell'Indiano.
Oltre quel confine c'è la discarica del Poderaccio e sulla discarica il
campo rom, il popolo senza cittadinanza, popolo del "nulla".
Che significato può avere il villaggio del Poderaccio?
Dall'intreccio solidale con quel popolo, come con le culture di cui sono
portatori gli altri immigrati, sta maturando una nuova identità
comunitaria "oltre i confini". E' nata ad esempio l'esperienza cooperativa
di "donne per le donne". Donne volontarie dell'Isolotto e donne rom del
Poderaccio, fianco a fianco, nel Laboratorio Kimeta in via Modigliani 125,
offrono i servizi di stireria del bucato lavato a casa e di piccola
sartoria per indumenti da aggiustare e riparare. E' un servizio prezioso
per le cittadine e i cittadini che hanno sempre meno tempo e anche meno
competenze.
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