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La piazza oltre le mura
(appunti per la relazione "Il quartiere vissuto: l'esperienza degli
abitanti" al Convegno "Città nella città", per i 50 anni dalla Nascita
dell'Isolotto - Firenze villa Vogel/Capponi - 15 aprile 2004)
Il 6 novembre del 1954, sotto un cielo di autunno stranamente sereno,
quasi che il sole non avesse voluto mancare l'evento, le mani irrequiete
del sindaco La Pira distribuirono circa mille buste contenenti ognuna un
fatidico mazzo di chiavi.
Prima di consegnare le chiavi, il sindaco "sognatore" aveva voluto
coinvolgere la piccola folla ansiosa nella sua utopia: la città e la rete
solidale delle città del mondo come nuovo moderno soggetto della pace
mondiale, dopo le guerre e il fallimento degli stati. Chiamò infatti
l'Isolotto "città satellite" aperta alla solidarietà planetaria, secondo
una tendenza socializzante dell'urbanistica più avanzata di quel tempo.
"Ebbene: create anche voi, in questa città satellite un focolaio di
civiltà: - disse, quasi ricevendo le parole da un'ispirazione profonda -
ponete a servizio dei più alti ideali dell'uomo (...) i talenti di cui
siete ricchi: fate che in questa città satellite sia coltivato, per le
generazioni future, un seme fecondo di bene e di civiltà. (...)
Non vi siano tra voi divisioni essenziali (...): ma la pace, l'amicizia e
la carità fraterna fioriscano in questa città come l'ulivo a primavera.
Dite, giovani, è un sogno?
Sia pure: ma la vera vita è quella di coloro che sanno sognare i più alti
ideali e che sanno poi tradurre nel tempo le cose intraviste (...)".
La Pira aveva ricevuto il testimone dal suo predecessore, Mario Fabiani,
il sindaco operaio, attraverso il quale "la maestà del popolo governava",
come scrisse Pablo Neruda, il sindaco che nella sua progettualità vedeva
nascere dalle rovine belliche della città germinazioni di insediamenti
urbani dove il popolo potesse esprimere e vivere la propria sete di
riscatto, di giustizia, di fraternità e felicità.
Anche al cardinale Elia dalla Costa, che era presente alla consegna delle
chiavi, urgeva dentro un'utopia. Era condensata nel motto del suo stemma
vescovile: "ex iustitia pax", "dalla giustizia la pace". E aveva voluto
seminarla in quel terreno carico di futuro:
"In mezzo a noi a nessuno sarà fatto oltraggio, se sapremo amarci come
fratelli e soprattutto se non dimenticheremo il motto: la pace è opera
della giustizia".
Quelle parole non erano sgusciate via. Penetrate nelle coscienze, si erano
trovate in sintonia con altre parole di giustizia, fraternità e pace
radicate in profondità. Perché molti degli assegnatari venivano da una
convinta militanza nella lotta per la giustizia e la pace.
Intreccio fecondo, questa sintonia fra le parole ispirate alla profezia
biblica, pronunciate dal sindaco e dal vescovo, accompagnate da indubbia
coerenza di vita, e le parole dell'esperienza umana, radicate nel cuore di
tanti assegnatari.
Dopo le parole, mille mani tremanti si erano protese a ricevere finalmente
la magica chiave capace di aprire le porte del paradiso e di liberare da
una vita d'inferno.
Ben presto però il paradiso cominciò a mostrar delle crepe. Soprattutto
mancavano i servizi essenziali. Fra l'altro, non era stato previsto il
collegamento di autobus con la città. Dietro le proteste di una cittadina
impiantata sulla Luna, l'Azienda dei trasporti pubblici istituì in fretta
e furia la linea urbana n° 9, rimettendo in uso vecchie vetture un po'
arrugginite. Il "nove" portava da piazza Santa Maria Novella a piazza
dell'Isolotto. E qualche volta l'autobus giunto ansimante a Porta a Prato,
lì dove un tempo correva la cinta,muraria, non voleva più saperne di
andare avanti.
Uso questa riottosità come metafora. L'autobus era un mezzo concepito
ancora in qualche modo dentro il perimetro sacro. Lo so che sognava e
progettava da molto tempo di liberarsene. Ma intanto sentiva ancora la
città come un utero costituito dalla cupola che allargava il suo abbraccio
fino alle mura. La cinta muraria che doveva oltrepassare era ormai
simbolica, unico residuo la grande Porta a Prato. Era una cinta fatta di
pregiudizi, di mentalità tradizionali, di strutture e funzioni basate
sulla sacralità del potere e sulla assolutizzazione altrettanto sacrale
del profitto. Il carattere simbolico e astratto delle mura non le rendeva
però meno efficaci nel discriminare fra dentro e fuori, fra cittadini ed
estranei, fra civili e barbari. Oltre la cinta anche nel 1954 si apriva
l'estraneo e l'ignoto. Era il medioevo incuneato nella modernità.
Un antico nome individua una parte dell'Isolotto come "Sardigna", cioè
terra malsana, mala Sardegna, zona paludosa, cimitero dei cavalli,
discarica di rifiuti. Ancora nel 1954 era popolata da decine di cernitori
i quali per recuperare fra la spazzatura un po' di sopravvivenza morivano
di setticemia e di tubercolosi, immersi nella melma maleodorante di
interminabili inverni o soffocati dal fumo della combustione spontanea
nell'estate senza tregua. L'Isolotto era inoltre luogo di segregazione per
appestati. Non a caso vi si trovava il Lazzeretto: complesso di grandi
baracche ormai adibite a centro per sfrattati. L'Isolotto era infine e
soprattutto immensa distesa di orti coltivati dalla categoria dei paria: i
contadini. Lunghe, interminabili file di carretti trainati da ciuchi e
cavalli percorrevano fina dalla notte via Pisana, via Torcicoda, via
dell'Isolotto, via del Palazzo dei diavoli, per rifornire la città di
frutta e verdura. I contadini scaricavano la merce al mercato di Sant'Ambrogio,
contrattavano il prezzo e tornavano all'orto. Questo era pressoché l'unico
rapporto che essi avevano con la città. Per qualche anno ancora dopo la
nascita dell'Isolotto, chi aveva il sonno leggero o doveva alzarsi prima
dell'alba, sentiva per ore lo scalpiccio ritmico dei ciuchi. Era una
scoperta sconcertante.
Ora però l'Isolotto non veniva più chiamato "Sardigna". Il nome novello
che i fiorentini avevano affibbiato a quella che La Pira aveva chiamato
"Città satellite" era di una modernità sconcertante: "Bronx" o anche
"Corea".
L'autobus non arrivava a questi pensieri. Certo, però, il suo motore non
era fatto per superare i confini urbani. E di fronte alla salitina del
ponte della Vittoria si spengeva inesorabilmente.
Quei pensieri erano ben presenti invece ai passeggeri che tutti insieme lo
spingevano oltre il culmine. Sapevano di oltrepassare un limite. Ma non
provavano incertezze. Era gente per la quale l'ignoto si presentava con i
contorni netti del sollievo e della speranza. Dentro la città la vita per
loro si era fatta impossibile. In un modo o nell'altro ne erano stati
espulsi. Le loro speranze erano tutte fuori le mura.
Quel luogo dove ora si trovavano, tra dentro e fuori, costituiva davvero
il punto strategico di un trapasso d'epoca. Essi costituivano un campione
reale della grande trasmigrazione sociale, materiale, psicologica e
culturale, che in pochi anni cambierà volto alla penisola.
Masse di pendolari provenienti dalle campagne, di sfrattati dai vecchi
quartieri storici, di profughi di guerra, di immigrati meridionali, si
riversarono, negli anni '50-60, ad affollare le nuove periferie delle
città. Si lasciavano alle spalle dure esperienze di sofferenze,
privazioni, emarginazioni. I nuovi insediamenti popolari del "piano
Fanfani" aprivano loro orizzonti dai colori dell'alba. Un miraggio veniva
posto loro davanti: l'individualismo piccolo-borghese. Si trattava in
realtà di quartieri-dormitorio. Lì si doveva consumare un totale
sradicamento dalle culture di origine e un inserimento nel vuoto più
completo di strumenti di identificazione.
I quartieri-dormitorio, come l'Isolotto, erano tali perché obbedivano a
una legge inesorabile della società industriale: il luogo della produzione
deve essere separato dal luogo della riproduzione.
Non esisteva tale frattura nella società pre-industriale. Sia che si
trattasse delle campagne o dei quartieri popolari della città, produzione
e vita si intrecciavano, "personale" e "sociale" si fondevano in una
sintesi che in qualche modo realizzava l'unità della persona e del gruppo
umano. Nei quartieri popolari fiorentini la persona umana poteva
esprimersi globalmente. Casa-bottega-bettola erano una cosa sola. E nelle
campagne la mezzadria, che richiamava in qualche modo le condizioni della
servitù della gleba, veniva vissuta dalla famiglia patriarcale in un
orizzonte di autarchia e autosufficienza. I limiti molto gravi erano
quelli ben noti: staticità invalicabile delle situazioni di disuguaglianza
e di ingiustizia, fissità assoluta dei ruoli e dei confini di classe,
mancanza di diritti e di libertà individuali. Si pagava inoltre un tributo
ai problemi della sopravvivenza che oggi consideriamo eccessivo e
insopportabile. La rivoluzione industriale ha rotto quell'arcaica sintesi,
in nome di grandi valori umani di libertà, di diritti individuali, di
fratellanza universale; ma non ha ricomposto le contraddizioni emerse. Il
parto ha prodotto due realtà separate con tratti di mostruosità: la
fabbrica e il territorio.
La fabbrica è il luogo dove si produce la ricchezza. Lì si concentrano gli
strumenti della tecnologia produttiva, compreso lo strumento-uomo. Lì si
combatte la guerra concorrenziale contro il mondo intero. Lì si sviluppa
la dialettica di classe in un duro confronto che lascia poco spazio ai
sentimenti e ai bisogni.
Il territorio, a sua volta, è il luogo dove si soddisfano i bisogni
personali, lontano dai conflitti sociali, sotto la protezione materna
dello stato più o meno assistenziale e sui binari tracciati dai media. Una
tale schizofrenia lasciata sviluppare in maniera caotica o governata con
stupidità politica, per ghettizzare la conflittualità nella fabbrica, ha
dato luogo alla duplice mostruosa crescita delle grandi città: da un lato
gli enormi complessi industriali, dall'altro gli immensi alveari
abitativi. Due mondi opposti. Due culture inconciliabili.
La vita, però, ha risorse capaci di oltrepassare sempre gli orizzonti
dati. Agli inizi degli anni sessanta avvenne una feconda congiunzione. La
classe operaia fu costretta a uscire dalla fabbrica per cercare alleanze
contro l'affacciarsi della crisi industriale che insidiava l'occupazione.
I soggetti delle lotte per i servizi negli insediamenti abitativi avevano
raggiunto, a loro volta, una maturità che li portava alle radici, alle
cause profonde della invivibilità delle periferie abitative. Sentivano
forte l'esigenza di superare la cultura della separatezza. Cercavano in
una unità più grande e in un progetto complessivo, capace di coinvolgere
dal basso tutta la società, lo sbocco del loro impegno di animazione e
unificazione del territorio.
Si giunse così al processo di progressiva e feconda integrazione tra
fabbrica e territorio, fra lotte sindacali e lotte per i servizi e le
riforme, fra cultura operaia e cultura dei settori della società più
legati al territorio come le donne, gli studenti, i cristiani che
gravitavano intorno all'ambiente parrocchiale. E siamo alla stagione del
'68-'69. Da quel processo di unificazione dal basso, nascono in tutta
Italia, per non dire in Europa, centinaia di esperienze di comunità di
base.
Una di queste nacque anche all'Isolotto.
Erano una delle espressioni di una cultura "altra", direi quasi di una
controcultura popolare, che contrastava l'obbiettivo dei centri di potere.
I quali tendevano proprio a realizzare una sottile ma sostanzialmente
violenta spersonalizzazione delle vecchie classi della società rurale. Si
trattava di produrre nuovi soggetti, individualisti spietati, infaticabili
produttori e avidi consumatori, da consegnare senza difese agli ingranaggi
massificanti dei media. Progetto che non trovò oppositori sul versante
culturale e politico. Anche perché si presentava col volto accattivante
del progressismo avanzato rispetto alla politica dell'inurbamento
selvaggio che produceva baraccopoli.
L'opposizione venne da di dentro delle "città satelliti". Fu la vita che
si ribellò. Ottenere la linea di trasporto pubblico, far aprire la
farmacia e gli ambulatori medici, realizzare il mercato, imporre la
costruzione della scuola, insieme alla difesa del posto di lavoro in
sinergia col mondo operaio come si è detto sopra, furono i primi
obbiettivi di mobilitazione popolare. Erano obbiettivi in sé limitati. Non
avrebbero salvato il mondo. Ma aprivano prospettive nuove. I quartieri
dormitorio sarebbero rimasti alienanti anche col mercato e la scuola.
Fossero stati pure dorati, restavano ghetti. Era la città intera che si
apprestava a diventare un grande insieme di ghetti, un accostamento
puramente fisico di spazi e funzioni non comunicanti fra loro. Quella che
Giovanni Michelucci chiamava la città-carcere.
Gradualmente però si svelerà e svilupperà un contenuto delle lotte sociali
positivamente alternativo. Attraverso la socialità e l'unità si
progetteranno e sperimenteranno nuovi modi di pensare e di vivere capaci
di allentare la morsa soffocante dei modelli omologanti, produttivi e
consumistici del capitalismo. E si proverà a ritessere le fila di una
identità culturale autonoma.
Non si trattava di un ritorno nostalgico al passato né di frenare il
processo di inserimento nella società moderna. La volontà era di non
lasciar distruggere un patrimonio di cultura popolare accumulato in secoli
di impegno e di vita e soprattutto di spenderlo per vivere da protagonisti
le nuove situazioni.
Sono passati molti anni. La cinta muraria della città è stata allargata
per inglobare la "Corea". L'Isolotto è ormai parte integrante della città.
Le mura, in senso sociale e morale, sono state spostate all'altezza
dell'imponente viadotto dell'Indiano. Oltre l'Indiano di apre il
territorio degli uomini del nulla. Sono i rom. Il popolo dall'identità
eternamente negata. Da sempre in antitesi alla cultura della città.
Perennemente cacciati e redivivi. Hanno preso il posto della "tribù dei
serpenti gialli" nella discarica dismessa.
Non è la prima volta che Firenze amplia la cinta delle mura. Ormai però è
pura coazione a ripetere. Si vede bene che le crepe si allargano
inesorabilmente. Il muro crollerà su se stesso. La crisi della società
industriale non si risolve con qualche allargamento della cinta delle
mura. Ed è solo esorcismo il convulso tentativo di rafforzare i bastioni e
di chiudere le porte.
La crisi è dentro la città. La invivibilità è solo il sintomo estremo. Si
sta sgretolando il patto fra cittadini, di uguaglianza-libertà-fraternità,
che è all'origine della città intesa come emblema della società
industriale.
L'uguaglianza nella ricchezza per tutti era la promessa e la scommessa del
patto fra produttori. Puntare tutti insieme alla produzione illimitata di
beni apriva a un avvenire radioso. Anche la lotta per la giustizia e
contro lo sfruttamento e l'alienazione capitalista era fatta in nome
dell'uguaglianza nella ricchezza per tutti. La società industriale produce
invece corsa al consumo per pochi mentre fabbrica povertà a un ritmo
vertiginoso. Piuttosto che avvicinare, seppure a piccoli passi, povertà e
ricchezza, aumenta la forbice della disparità fra i dannati della terra e
la minoranza opulenta. Crea nei privilegiati angoscia e reazioni
irrazionali di difesa del benessere raggiunto. Mentre riserva ai dannati
frustranti sogni senza speranza. Prepara magma incandescente sotto la
bocca del vulcano.
E la promessa di liberazione? Affidarsi al dominio della tecnologia
prometteva traguardi di liberazione umana oltre ogni limite e
immaginazione. Un baratro invece si è aperto: il pericolo di estinzione
della specie umana. La "libertà" ha assunto il volto mostruoso della fine
della vita sulla Terra. La statua della libertà ha tutt'ora in mano la sua
fiaccola, ma la fiamma ha assunto ormai l'aspetto mostruoso del fungo
atomico.
Il patto fra cittadini si fondava infine sulla fraternità universale. La
nazione era il mezzo per rendere concreta tale fraternità. E' degenerata
invece nel nazionalismo violento e distruttivo. La nazione si è fatta dio
sanguinario che esige solidarietà mafiosa fra uguali ed esclusione anche
violenta dei diversi.
Saltare il muro di cinta della città, aprirsi alla città-mondo, s'impone
ormai come condizione di sopravvivenza della specie umana.
Quell'autobus sgangherato e incerto ha cambiato forse passeggeri. E'
spinto ora da un arcobaleno di mani. Ma continua a viaggiare "oltre le
mura". Il suo capolinea è la piazza senza confini murari, che Michelucci
definiva "città-tenda" in opposizione alla "città-carcere", la piazza in
cui si vive l'autonomia e la libertà del nomadismo abramitico, la piazza
dell'esodo, crogiolo dove avviene l'intreccio e la fecondazione fra
culture diverse e anche fra istituzioni e società civile. Sappiamo che è
così non per astrazione mentale e ideologica, ma per esperienza concreta.
La piazza oltre le mura è il paradigma culturale della nuova civiltà della
speranza.
All'Isolotto una tale densa esperienza di esodo oltre le mura è tutt'ora
viva. Tante sono tuttavia le contraddizioni e tanto incerto è lo sbocco
che è da escludere ogni forma, non dico di mitizzazione sempre
improduttiva, ma perfino di scontato ottimismo. Tuttavia resta
un'esperienza viva anche perché ha prodotto istituzioni amministrative
pubbliche che a loro volta l'hanno favorita e le hanno dato saldezza e
continuità.
I problemi che ci stanno a cuore si possono così riassumere: fare un
bilancio di questi cinquant'anni è roba da archeologia urbanistica sociale
oppure incide sui problemi che ci impegnano oggi? Può interessare le
giovani generazioni?
In una bella foto di cinquant'anni fa si vede un bambino che tenuto
orgogliosamente in collo dal padre riceve dal sindaco Giorgio La Pira le
chiavi della casa che è stata assegnata alla loro famiglia nel nuovo
villaggio dell'Isolotto. Il padre ora ha ottanta anni, il figlioletto ne
ha quasi sessanta. Il loro ricordo di quell'eccezionale evento sta
svanendo. La loro memoria ha un futuro? Ma in fin dei conti serve
preoccuparsi che abbia un futuro?
"Senza memoria non c'è futuro" è uno slogan dato quasi sempre per scontato
da padri maestri e dottori. E invece bisognerebbe metterci un bell'interrogativo
finale. Può essere di aiuto lo spunto offerto da Iean Iamin e Francois
Zonabend curatori di Archives et antropologie in Gradiva - aprile 2002:
"E' arrivato il momento che gli antropologi, al pari degli storici e degli
psicoanalisti, si interroghino sul modo di costruire e di trattare un
archivio e, come dice Jaques Deridda, si preoccupino della relazione che
intrattengono con esso e che oscilla tra il desiderio assoluto di tutto
conservare e quello, non meno assoluto, di tutto cancellare".
Le giovani generazioni sentono la memoria come un peso. E' il presente il
"luogo" del loro interesse, un presente dinamico, in cui non c'è spazio
per la sosta. L'attimo è sempre fuggente, scalzato da quello successivo.
Ogni evento, mentre avviene è già passato.
La storia, la storia, utero pregno del futuro! E' bello. Intanto però ai
giovani si dà normalmente, fin da piccoli, un concetto nozionistico,
statico, disarticolato, funerario della storia. E le ricorrenze o
rievocazioni di eventi passati sono gestite in forma rituale, noiosa,
ripetitiva. La storia come vita, come processo, come memoria generativa
sono per lo più negate ai giovani. Non c'è da meravigliarsi allora che
essi rifiutino le radici e le fonti e si gettino nell'illusione
vitalistica offerta a piene mani dal mercato. Ed è proprio questo esito
distruttivo che si persegue dai poteri che dominano il mondo: vogliono
automi, produttori/consumatori, illusi di dominare il presente senza
vincoli di memoria e senza prospettive future.
Le numerose iniziative che si stanno svolgendo o che sono in cantiere a
cinquant'anni dalla nascita del villaggio dell'Isolotto hanno come
obiettivo proprio la valorizzazione della memoria come fatto vivo,
gestazione, infaticabile cammino.
Enzo Mazzi
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