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PER ADISTA
I racconti dei Vangeli sulla nascita di Gesù non hanno consistenza storica
sicura.
Anche un miscredente però si porta dentro, quasi come un "presepio
interiore" succhiato col latte della mamma, le tenere immagini
stereotipate e piene di fascino del bambino che nasce in una stalla,
riscaldato dal bue e dall'asino, annunciato dagli angeli come segno di
"pace in terra agli uomini di buona volontà", visitato dai pastori,
annunciato da una stella cometa a misteriosi Magi, perseguitato dal
tiranno, salvato da Dio, ecc.
Sono immagini che hanno servito nella storia agli scopi più diversi. Non
di rado sono state utilizzate dai sistemi di dominio come strumento di
consenso per il buonismo consolatorio a buon mercato che tramite loro
veniva propinato. Contemporaneamente le stesse immagini hanno alimentato
sentimenti di identificazione in soggetti gravati da oppressioni e povertà
e desiderosi di riscatto.
E' in questo secondo senso che il "presepio interiore" fu inteso e reso
vivo da Francesco d'Assisi agli albori della modernità, quando a Greccio
mise un bambino del popolo al posto di Gesù. Il povero che si
autovalorizza è il bambino Gesù che nasce di nuovo e che inizia una nuova
storia. Attraverso il povero e non per il danaro, nelle città che
rivivono, può nascere un nuovo umanesimo. Questo fu il messaggio di
Francesco. La storia non è andata né come la speravano le comunità povere
ed emarginate che furono alle origini dei racconti evangelici del Natale
né come la auspicava la comunità di Francesco. E oggi, in un'epoca di
transizione analoga a quelle della gestazione del cristianesimo e
dell'umanesimo rinascimentale, siamo ancora una volta lì fra il Natale
buonista, oggi strumentalizzato a piene mani dal business, dal mercato
profano ma anche da quello sacro, e il Natale-annuncio dal basso di nuova
società fondata sulla giustizia e la pace. E' inutile e fuorviante
domandarsi se tale dualità si risolverà mai nella storia. E' un comodo
alibi per evitare di scegliere.
Allora la domanda che si pone è la seguente: è possibile oggi liberare il
Natale dalla presa spietata della cultura caritativa, funzionale, come si
è visto, alla stabilità della competizione liberista per non dire della
guerra di tutti contro tutti? E' realistico o è pura utopia mettere in
relazione il Natale con la cultura della pace come frutto della cultura
dei diritti e delle responsabilità?
Forse vale la pena di dare credito e di sostenere chi tenta di liberare la
festa e il rito dalla cultura della carità e cerca di riportarlo,
convertirlo, alla dimensione della giustizia e dei diritti e quindi della
pace qui in terra. E non lo fa solo un giorno ma tenta di realizzare tale
conversione ogni momento della vita.
E' in una tale linea che la Comunità dell'Isolotto farà quest'anno la
Veglia nella notte di Natale in Piazza dell'Isolotto a Firenze.
La Comunità dell'Isolotto farà la Veglia
nella notte di Natale
in piazza dell'Isolotto a Firenze
a partire dalle ore 22,30 del 24 dicembre 2003
sul tema:
"Diritti e responsabilità:
l'unica pace possibile"
Testimonianze, non solo parole, di persone impegnate per i
diritti/responsabilità: diritto alla pace, diritti della donna, diritti
dei migranti, diritti del lavoro, diritti dei popoli, diritto alla
memoria, ecc.).
Canti, musiche, simboli, letture, preghiere, condivisione eucaristica.
Il Natale che scioglie il cuore o il Natale che valorizza l'impegno per
l'affermazione della cultura dei diritti e della responsabilità e così
invera l'annuncio evangelico: "pace in terra agli uomini di buona
volontà"?
Coinvolge anche il nostro Natale l'attuale dominio mondiale della cultura
neoliberista. La competizione globale, la quale sfocia necessariamente
nell'ingiustizia e nella guerra, ha bisogno della compensazione
caritativa.
Don Luigi Ciotti non ha dubbi: "La solidarietà viene usata per accettare,
giustificare e anzi perpetuare le ingiustizie sociali. La solidarietà, in
qualche modo, cala sempre dall'alto, muove da un'asimmetria sociale che
viene assunta come naturale e ineliminabile. I diritti sono invece motore
e bussola per ridurre le diseguaglianze, per costruire e ricostruire
cittadinanza e giustizia sociale" (in Rapporto sui diritti globali 200).
Allora la domanda che si pone è la seguente: è possibile oggi liberare il
Natale dalla strumentalizzazione spietata della cultura caritativa,
funzionale, come si è visto, alla stabilità della competizione liberista e
alla cultura di guerra? E' realistico o è pura utopia mettere in relazione
il Natale con la pace come frutto della cultura dei diritti e della
responsabilità?
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Resoconto della veglia di Natale 2003 in piazza
Isolotto Firenze
Una piccola folla, circa trecento persone, ha animato la veglia della
notte di Natale in piazza Isolotto a Firenze, sfidando le gelide folate
del vento tramontano che dal Monte Morello traversava le Cascine e l'Arno
e investiva impietosamente la piazza. Erano soprattutto giovani e
giovanissimi: la terza e quarta generazione dell'Isolotto. A causa del
freddo pochi dei più anziani hanno potuto partecipare.
Perché, allora, in piazza? Autolesionismo? Incapacità di modificare una
consuetudine, la veglia in piazza appunto, che dura da 35 anni?
Identificazione con l'archetipo dei pastori che vegliano all'aperto o con
Gesù che nasce in una grotta perché rifiutato da ogni luogo chiuso? Ma non
può diventare luogo chiuso anche la piazza? Bisogno di affermare una
identità basata sulla piazza come luogo privilegiato della testimonianza
di fede?
Ma che fede hanno da testimoniare i tanti non-credenti che partecipano
alla veglia? O forse ciò che accomuna tutti coloro, credenti e
non-credenti, che in qualche modo fanno riferimento alla comunità Isolotto
è proprio il bisogno di una religiosità e di una spiritualità
socializzate, non individualistiche, liberate dal dominio del Tempio, del
dogma, del gregge, recuperate alla dimensione delle relazioni vitali,
restituite all'intreccio fecondo dei rapporti personali, e per questo
espresse in modo impareggiabile dalla piazza, luogo privilegiato della
socializzazione? Tutte domande che si ripetono ogni anno senza trovare una
risposta. Si ripropongono anzi ogni settimana, perché l'incontro
eucaristico della comunità Isolotto avviene tutte le domeniche nella
piazza.
Sebbene da qualche anno nelle giornate di freddo più intenso la
comunità preferisca ripiegare nella propria sede, le "baracche" in via
degli Aceri 1. Sa di fatto che quando qualcuno della comunità e dintorni
anche quest'anno ha posto il problema, ha prevalso nei più l'esigenza
della piazza.
Il filo conduttore era legato al tema, disegnato su un grande cartellone
che dominava la piazza: Diritti e responsabilità: l'unica pace possibile.
La metafora assunta per caratterizzare la veglia, oltre alla nascita di
Gesù, è stata la figura di Lisistrata, personaggio di una commedia di
Aristofane, rappresentata nel 411 a.C., di sconcertante attualità.
Lisistrata, il cui nome significa "colei che scioglie gli eserciti",
saggia massaia ateniese, visto che le cose vanno a rotoli per il poco
senno degli uomini, è persuasa che le donne debbano prender l'iniziativa
se si vuol fare finalmente finir la guerra fra Atene e Sparta. Riunisce
quindi le donne delle due città belligeranti in una congiura. Le donne
organizzano uno sciopero singolare: rifiutano ai mariti ogni prestazione
coniugale. Tanto ad Atene che a Sparta l'insoddisfazione erotica ostacola
ogni attività di guerrra e, sotto la presidenza di Lisistrata, le
trattative di pace son presto concluse.
Ecco cosa afferma la sagace e ironica ateniese di fronte ai belligernati:
"Se aveste cervello trattereste i conflitti come si fa con la lana. Come
quando la matassa è ingarbugliata, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi,
tendendola da una parte e dall'altra, così se ci lasciate fare
sbroglieremo la guerra, lavorando da una parte e dall'altra, con le
ambascerie. Prima di tutto, come si fa con la lana, toglieremo via con un
bagno il sudiciume dalla città. Poi leveremo di mezzo con un bastone spine
e malanni. Poi carderemo quelli che tramano in società per le cariche, e
gli speleremo bene la testa. Poi in un paniere mescoleremo la concordia
comune e la pettineremo, mettendo insieme i meteci, gli stranieri che vi
sono amici e debitori dello stato. E le città dove abitano coloni ateniesi
dovete considerarle come i bioccoli caduti per terra, lontani gli uni
dall'altro. Bisogna prenderli e raccoglierli insieme e farne un solo
grande gomitolo, da cui tessere una tunica per il popolo".
I contenuti della veglia sono stati espressi da alcune testimonianze.
Testimonianza è più che parola. E' esperienza di vita che si comunica, che
trasmette un messaggio. I testimoni della veglia non erano estranei. Erano
persone provenienti dalla rete di relazioni e di movimenti in cui è
inserita la comunità, cioè dai mondi dell'immigrazione, del lavoro, della
liberazione dei popoli, della nonviolenza attiva, della reclusione
carceraria, dell'opposizione alla guerra.
Nell'epoca nostra di dominio della cultura della competizione
liberista globale, lo spazio privilegiato di lavoro politico e di
partecipazione democratica della società civile - è stato testimoniato da
tutti - è e non può che essere il terreno dei diritti anch'essi globali.
E' lì che si sta spendendo e che bisogna spendere molto in questo momento
se vogliamo tendere in modo efficace a superare la cultura di guerra e ad
avvicinare la pace possibile, mondiale e globale.
Un gruppo di giovani, cultori di teatro, attivi nel Comitato "fermiamo la
guerra" e in Emergency, ha eseguito una performance in solidarietà con le
vittime di ogni guerra, in particolare della guerra in Iraq, e per
richiedere il ritiro dei nostri militari da quel paese.
Naturalmente: canti, musiche, simboli, fuochi, letture, preghiere,
condivisione eucaristica.
La comunità isolotto Firenze
comis@videosoft.it
Firenze 26 dicembre 2003
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