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L' ALTRA FIRENZE
 


Per costruire un mondo nuovo dobbiamo riscrivere la storia e riappropriarci della memoria.


Il Social Forum ha radici. Non è un'increspatura di superficie come si vorrebbe far credere.
L' ideologia del liberismo mercantile si fonda sulla certezza che solo la competizione fra egoismi fa la continuità della storia. Per la strategia liberista, la gente deve dimenticare il suo passato sociale e ogni generazione deve ripartire sempre da zero per un presente senz' altro ideale e identità che l' affermazione di se attraverso la competizione e il danaro. Sono da considerare fuochi fatui, spruzzi di utopie infeconde i movimenti che vogliono e costruiscono un mondo nuovo fondato su valori condivisi di socialità, solidarietà, cooperazione, dissenso creativo. E la memoria della fatica e anche del sangue versato da generazioni per quei valori sociali è muffa inconsistente.


L' omologazione liberista tende a tale obbiettivo di annullamento della memoria sociale imponendo una storia e una memoria fatta di mitizzazioni: disarticola il processo storico trasformandolo in un insieme di singoli episodi separati fra loro in modo che ad esempio il Social forum non si possa assolutamente collegare con i movimenti e le lotte che lo hanno preceduto; accentra l'attenzione su singole personalità emergenti, i grandi personaggi, in modo da oscurare il protagonismo dei "senza storia". Questa è la storia con cui ci indottrinano e a cui noi stessi talvolta diamo spazio con le nostre contraddizioni. Anche il movimento ha i suoi miti. E invece c' è un'altra storia. E in quest'altra storia c'è anche un'altra Firenze.

 

Come ogni città, anche Firenze ha un' anima profonda di storia- memoria antica e recente fondata sui valori della socialità, solidarietà, dissenso creativo. Ma non è visibile. E' completamente oscurata dalla Firenze smemorata che accoglie il Forum sociale europeo offrendo il solito spettacolo di stupende vestigia del passato straordinariamente lucenti ma fondamentalmente morte. Sono pietre, marmi, legno, ferro, colori e luci messi insieme secondo un ordine magnifico, abbacinante fin quasi allo stordimento, che parla di un tempo in cui l'uomo era al centro della vita.

 Ma noi, fiorentini di oggi, quell' ordine lo abbiamo consegnato ormai alla mitologia e al mercato del turismo usa e getta. Il danaro, nuova divinità, ha preso il posto dell'uomo e il marmo è tornato ad essere materia fredda. Non che in quel tempo mitico mancassero le contraddizioni: la geometria perfetta, l' arte e la poesia del Rinascimento grondano sangue in abbondanza. Ma era un po' come il sangue del parto. L'umanesimo è riconosciuto come l'anima profonda e la matrice del Rinascimento. La letteratura, l'arte, la filosofia, la politica, i costumi, l'economia, la stessa religione esplodono in forme nuove e magnifiche perché traggono la linfa da una nuova immagine che l'uomo ha di se stesso. Non più l'uomo appendice malata di Dio, immagine deforme della perfezione infinita, secondo l'idea che ne aveva il Medioevo, ma l'uomo quasi dio egli stesso, con tutti i limiti e le contraddizioni implicate. E non si tratta di novità pura ma di memoria, perché le tracce di una tale esaltazione dell'uomo l'umanesimo le ritrova nell'età antica, greca, romana e perfino egiziana.

Dov'è oggi questa centralità dell'uomo? Invece di correggere e sanare le contraddizioni di tale centralità, stiamo tornando al medioevo ? L 'uomo è di nuovo appendice di dio, di un nuovo dio, che non è più il Padre onnipotente creatore e signore, ma è il danaro e il mercato? Firenze ha perso, forse, gran parte della pregnanza della sua memoria storica. Ai suoi visitatori ha da offrire solo spazi senz'anima e senza voce e botteghe omologate al mercato globalizzato. Non tutta Firenze però.

C' è una Firenze invisibile ai turisti che tenta di vivere, rappresentare e mostrare un' anima creativa.
E' sopratutto l' associazionismo della legalità, solidarietà, pace, diritti sociali universali. Tale associazionismo ha continuato negli anni anche recenti e prosegue tutt'ora ad animare la città con esperienze creative e vitali di socialità planetaria.
E' la società civile fiorentina che riesce ancora ad esprimere una rappresentanza democratica-istituzionale almeno in parte attenta ai valori della solidarietà.
E' il popolo fiorentino che si ritrova anche qui nel Forum sociale europeo o che comunque accoglie il Forum come una grande risorsa positiva.


Spunti per una storia-memoria dell' "altra Firenze".


Il Battistero, costruito sopra a un tempio di Marte, dio della
guerra, e dedicato invece a Giovanni battista simbolo delle vittime
del potere, è l'emblema della città della pace.

Uno storico come il Davidsohn ci avverte della esistenza di un'altra anima della città fino dalle sue primissime probabili origini etrusche: la città della pace, "creata dalla pace che gode l'Italia dopo lunghe guerre (le guerre puniche)" e poi letteralmente rasa al suolo nell' 82 a.C. da Silla. Il dittatore romano volle così punirla esemplarmente per la partecipazione di Florentia alla lega delle città italiche il cui ideale politico era di creare "una confederazione fondata sulla eguaglianza delle varie schiatte d'Italia", incompatibile con la politica di predominio aggressivo di Roma.
Rinata, in epoca successiva, Firenze non dimentica questa memoria di vittima "destinata a portare la pena delle guerre" e della cultura del dominio violento e cambia significativamente patrono: abbandona il dio romano della guerra Marte, a cui era stata dedicata in quanto base militare romana, e si converte a S. Giovanni battista, il testimone-martire dell'opposizione profetica al potere fondato sull' ingiustizia e sul sangue innocente versato.
Dante Alighieri sostiene che il dio della guerra non perdonerà mai a Firenze il tradimento e per questo continuerà per sempre a rendere triste la città imbrigliandola con l'arte della guerra: "I' fui de la città che nel Battista mutò 'l primo padrone; ond'ei per questo sempre con l'arte sua la farà trista..."fa dire a un anonimo fiorentino suicida nel canto XIII dell'Inferno.

In piazza San Giovanni c' è il palazzo vescovile che fu animato nella seconda metà del secolo scorso da un vescovo, il cardinale Elia Dalla Costa, che univa il rigore di un antico profeta con l'apertura al nuovo e che fu il grande elettore di papa Giovanni. Dalla Costa favorì il nascere di un vero e proprio crogiolo di dissenso creativo che ebbe risonanze ben oltre la città. E' il vescovo che quando Hitler, in visita in Italia, passò da Firenze con Mussolini, mentre quasi tutti palazzi erano festosamente imbandierati, lui fece sbarrare il palazzo arcivescovile in segno di protesta. Mentre poi aprì lo stesso palazzo agli operai, ad esempio a quelli delle Officine Galileo, cacciati dalla loro fabbrica nel 1959 e sottoposti proprio in piazza San Giovanni a una feroce carica della polizia. Per questo suo coraggioso ma anomalo impegno fu posto sotto controllo dal potere ecclesiastico centrale e la diocesi fiorentina dopo la sua morte fu normalizzata.

È in piazza San Giovanni che viene alzata periodicamente dall'associazionismo la "Tenda della pace", ogni volta che il dio della guerra porta la tristezza della sua arte bellica e c'è da manifestare contro le varie guerre o contro le discriminazioni xenofobe e razziali e in solidarietà con le vittime

Il David di Michelangelo: la storia di un'utopia di giustizia e di pace, anima profonda del Rinascimento fiorentino, scolpita nel marmo.

La statua del David, capolavoro di Michelangelo Buonarroti, 1501-1504, Firenze, Galleria dell'Accademia. Copie sono collocate in piazza della Signoria, dove si trovava l' originale fino a un secolo fa, e al centro del piazzale Michelangelo.


Nel 1501, dopo che la straordinaria esperienza fiorentina della pacifica rivoluzione repubblicana popolare della fine del '400 era stata schiacciata nel fuoco e nel sangue, col rogo di Savonarola e dei suoi compagni e con la feroce repressione che ne seguì, la potente Arte della lana, nel clima della restaurazione oligarchica, commissiona al grande artista rinascimentale una scultura simbolica da porre davanti al Palazzo della Signoria a significare la continuità e la stabilità eterna del potere.
Michelangelo, che aveva partecipato alla rivoluzione dei "profeti disarmati", così Machiavelli chiamava dispregiativamente l'esperienza repubblicana fiorentino-savonaroliana, scolpisce il David. Ma l'artista imprime nell'opera la convinzione che la storia nella sua realtà più profonda è dei deboli. David non è infatti raffigurato come presumibilmente l'Arte della Lana avrebbe voluto e cioè rivestito dalle insegne del potere militare e regale secondo l'iconografia tradizionale, ma come adolescente disarmato e disprezzato il quale sconfigge Golia, il guerriero apparentemente invincibile, rifiutando le anni del potere, usando invece gli strumenti umili e poveri della propria cultura pastorale: la fionda e le pietre levigate del fiume.
Il David è una specie di schiaffo al potere. E' una rivincita dell'utopia, che continuava a covare in Michelangelo, sulla miseria dei suoi compromessi.


Il Salone dei 500 nel Palazzo della Signoria: icona della "rivoluzione dei profeti disarmati".

Il Salone dei cinquecento ha in se un messaggio ancor più esplicito. Fu costruito infatti dal 1495 al '98 per ospitare il Consiglio Grande, una delle più importanti e significative riforme della "Repubblica popolare".

Dopo la cacciata dei Medici il "popolo", cioè la nascente piccola borghesia, ottiene di partecipare direttamente al governo della città attraverso la formazione del Consiglio Grande allargato anche ai giovani sotto i 29 anni, finora esclusi. E' la "rivoluzione dei profeti disarmati" ispirata da Girolamo Savonarola. E' una rivoluzione sostanzialmente pacifica basata sulla solidarietà, la tolleranza e la giustizia, coerente con una aspirazione popolare, con un ideale, una esperienza e anche un interesse diffusi nel "popolo" di quel tempo. Savonarola non inventa infatti quei valori, li trova nel popolo e dà loro forza e voce.

Il messaggio implicito scolpito nel David e quello esplicito espresso dal Salone dei 500 è stato attualizzato dal crogiolo di dissenso creativo che ha animato Firenze nella seconda metà del secolo scorso. A tale crogiolo appartiene nella sua anima profonda l' esperienza amministrativa del sindaco Giorgio La Pira. E' arduo parlar di dissenso in relazione a La Pira, così ligio al principio di autorità. Come giudicare però il suo andar contro corrente sui temi della pace, dell'incontro fra civiltà diverse, dell'apertura al movimento operaio, dell'attenzione ai bisogni essenziali della gente? Le sue contraddizioni (e chi non ha contraddizioni?) ci possono forse impedire di affermare che il suo impegno complessivo si sviluppò sotto il segno del "dissenso" verso la guerra fredda e verso tutte le strategie, anche ecclesiastiche, di contrapposizione e di demonizzazione reciproca dei due mondi, quello comunista e quello capitalista, che si contendevano il dominio globale, economico, culturale, ideologico, militare?
Firenze, insieme a lui, divenne davvero una "città sul monte". Perciò fu considerata contagiosa e pericolosa per la stabilità dell' "ordine mondiale". La Pira nelle elezioni amministrative del 1966 fu estromesso dalla lista del partito cattolico ormai in mano alla destra interna democristiana e finì politicamente emarginato.
Il dio Marte ebbe la sua provvisoria rivincita .

 Piazza ss. Annunciata

(Turoldo -Michelucci)


Oltre le mura: la discarica che si anima ed anima la città.


Il territorio fuori dalle mura è stato tradizionalmente dominato da due realtà opposte: le grandi ville signorili e le discariche materiali e umane. Gli abitanti della campagna erano uomini del nulla. Con l' industrializzazione le periferie estramurarie divengono luoghi di affermazione dell'identità proletaria. 'anima sociale e solidale della città è proprio lì che meglio e più fortemente si esprime fino dall' 800.
Ed è lì, in questa tradizione di cultura popolare, che dalla fine degli anni '50 del secolo scorso e poi in maniera più netta dal '68 si sviluppa una delle esperienze del crogiolo fiorentino di dissenso creativo: l'esperienza della Comunità dell' Isolotto, in una prima fase comunità parrocchiale e poi, estromessa dalla chiesa, comunità cristiana di base.
L' Isolotto è nato almeno due volte: una prima volta nel novembre 1954, quando furono consegnate le chiavi del lotto iniziale di circa mille alloggi di quella che era stata progettata come la prima "città satellite", nella piana a sud-ovest di Firenze, per gl'immigrati dal meridione e dalle campagne e per gli accampati dei centri sfrattati o in case sovraffollate. La seconda nascita avviene nell'autunno 1968. A quel tempo l'Isolotto si è ingrandito a dismisura ed è divenuto ormai davvero quasi una città dotata di identità propria e di vari aspetti di autonomia, identità e autonomia conquistate con dense esperienze di rinnovamento religioso e sociale, acquisite nella partecipazione solidale a tante lotte per i servizi, per il lavoro e per la pace. L' esperienza della comunità parrocchiale e territoriale dell' Isolotto era divenuta positivamente contagiosa. E per questo però "pericolosa". Nel '68 il dio Marte ha di nuovo la sua rivincita. La comunità parrocchiale a cui in vario modo partecipa la massa della popolazione viene estromessa insieme ai suoi parroci dalla parrocchia.
L' operazione di estromissione è favorita da squadre fasciste, le prime della strategia della tensione, e dalla polizia. E' così che la comunità partecipò, pur se con diversi livelli di consapevolezza e intensità, al processo di trasformazione della società, il '68 appunto, destinato a cambiare nel profondo la cultura e i modi di vivere.
Ambedue le nascite, o meglio le due fasi di un unico processo do nascita, si collocano in momenti cruciali della trasformazione della società italiana e in tale trasformazione danno un contributo originale e incisivo.
Oggi la Comunità dell'Isolotto è quantitativamente un "piccolo resto", usando una locuzione biblica. Si riunisce per l'eucaristia ogni domenica in piazza, cioè "fuori dalle mura", "fuori dal Tempio", "oltre i confini", nel grembo fertile dove matura il nuovo parto. Fa parte del movimento delle comunità cristiane di base italiane ed europee.
Partecipa la movimento del Forum sociale.
Altre periferie, "discariche umane", hanno afferrato il testimone. Ad esempio le Piagge, dove una comunità giovane sta tentando oggi di trasformare la disgregazione urbanistica e l'emarginazione sociale in affermazione di identità comunitaria oltre i confini. "L'altra città" è il suo giornale, "Il muretto" il suo centro sociale, "La comunità cristiana di base" il suo centro di ispirazione e pratica evangelica ecclesiale.



La Badia fiesolana.

Nella Badia fiesolana si è sviluppata una esperienza che ha avuto in Ernesto Balducci il suo animatore.

Il padre scolopio è uno dei testimoni di una Firenze che nei decenni dopo il fascismo e dopo la guerra ha dato un forte contributo alla diffusione planetaria della speranza nuova che si apriva nel superamento di tutti i confini, di tutti i nazionalismi e di tutti i razzismi comunque mascherati, nel raggiungimento di crinali storici che si aprivano su orizzonti inediti.
E' un testimone di una Firenze trainante nel grande sforzo di unificazione del pianeta nel segno del dissenso creativo, ad opera dei movimenti di base negli anni '60, dopo che la guerra e l'equilibrio del terrore avevano dato sì al mondo la coscienza della interdipendenza globale ma nel segno tragico della distruzione e della paura. Balducci è un testimone di una Firenze in cui prezzi molto alti sono stati pagati da tante persone per il loro impegno in questo tentativo immane di transizione dalla globalizzazione della paura e della sottomissione alla globalizzazione del dissenso creativo e della speranza.

Balducci non ha solo esercitato l'arte della retorica pacifista. Si è sporcato le mani, ha subito una condanna penale, ha faticato per dare il sostegno di una lucida razionalità, si è calato in mezzo a quanti sono lì, sul fronte della paura, in ogni ambito sociale, in ogni formazione politica, in tutte le istituzioni, negli anfratti, nelle fessure, nelle venature del cosiddetto ordine mondiale, a tentare caparbiamente, spesso con mezzi insignificanti e senza visibilità, di trasformare la paura in consapevolezza, in "dissenso creativo, progettuale e razionale", in speranza. Per questo anche lui è stato variamente inquisito ed emarginato.

Allontanato da Firenze ha potuto poi tornare ma oltre i confini e cioè nel territorio di Fiesole, alla Badia fiesolana. E' morto a seguito di un incidente d'auto nel 1992. Al funerale il vescovo di Firenze, che pure accoglieva la salma di Balducci in duomo ed elogiava la coerenza di lui, prese le distanze da questa "sua personale coerenza" in quanto "vissuta talvolta sul fronte del cosiddetto dissenso cattolico e in qualche caso può sembrare ai confini dell'ortodossia" .


Hic sunt leones: uno dei luoghi impervi della campagna toscana, Barbiana, dove si viveva separati dal mondo, dove si arrivava solo a dorso di mulo, diventa faro.


Vedendo le cose dal di dentro, si capisce quanto sia scorretto estrapolare dal contesto storico singole esperienze e si svela l'imbroglio inSito in operazioni che pretendono giudicare, nel bene o nel male, una persona, quale ad esempio don Milani, isolandola da un profondo e vasto processo sociale.
E' riduttivo racchiudere l'esperienza di don Milani nell'ambito della scuola o in quello della conquista della parola da parte dei poveri.
Le esperienze prima di Calenzano, dove Milani fu viceparroco e scrisse Esperienze pastorali, e poi di Barbiana sono uno dei segni di un processo più vasto: il riscatto e la emersione di culture popolari da secoli di negazione e di demonizzazione; emersione che avviene, in questo immenso crogiuolo che è la nostra epoca, grazie a un intreccio e a una fusione con le culture, tradizionalmente separate, di élites in crisi di identità.
Don Lorenzo, Sandro, Francuccio, Carlo, Gianni...i loro genitori, gli ambienti da cui provenivano, gli artigiani, gli operai, gli intellettuali che frequentavano Barbiana, erano portatori di filoni culturali diversi che hanno fuso e utilizzato per non subire la transizione ma piuttosto per guidarla verso sbocchi adeguati alle attese di liberazione dei poveri. "Il mondo ingiusto l'hanno da raddrizzare i poveri - scriveva don Milani in Esperienze pastorali - e lo raddrizzeranno solo quando l'avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola".
Ecco il grande progetto, la positiva presunzione di Barbiana: vivere la crisi della società arcaica e la caduta di secolari barriere per soddisfare l'altrettanto secolare sete di protagonismo, anzi di sovranità delle classi popolari; e in secondo luogo far propri gli strumenti offerti dalla società moderna, cioè la diffusione delle conoscenze e del senso critico, giungendo a usare tali strumenti contro lo stesso progetto di trasformazione delle classi dominanti.

La eterogenea comunità di vita e di lavoro intellettuale della scuola di Barbiana, e non il solo Milani, è quella che ha permesso di analizzare e contrastare con mente aperta e sveglia l'ignobile progetto di modernità delle élites al potere; ma soprattutto ha consentito ai ragazzi, al priore, agli intellettuali che la frequentavano di ritessere le fila di una identità e di intravedere una nuova sintesi di vita.
L'esperienza di Calenzano e di Barbiana, dunque, come uno dei segnali di orientamento e di senso, uno dei segni di un grande flusso positivo in un processo profondo di trasformazione della società e della vita.

Arginato, deviato, mitizzato, portato alle stelle per poterlo poi devitalizzare (sono note ormai le sofferenze ecclesiali e sociali inflitte a Milani dalla triste rivincita del dio marte) tale flusso positivo continua tuttora adattandosi agli anfratti della storia, nonostante tutti i pentitismi e le meschine rivincite.
Per questo le indicazioni che vengono da Barbiana sono attuali.