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COMUNICATO STAMPA
NATALE 2002
VEGLIA IN PIAZZA ISOLOTTO - FIRENZE
"Il Natale e il lavoro:
fra retaggio di maledizione e storia di riscatto.
La Veglia avrà inizio alle ore 22.30 del 24 dicembre
Daranno la loro testimonianza lavoratori della FIAT e di altre aziende
fiorentine, i quali lottano per i diritti al lavoro e nel lavoro,
operatori impegnati contro la insicurezza sul lavoro, donne immigrate che
vivono il lavoro fra schiavitù e riscatto, carcerati che chiedono alla
società di aprirsi al loro bisogno di lavoro, giovani del Social Forum che
vogliono un "mondo nuovo" dove il lavoro non sia una variabile del
profitto ma lo strumento per la realizzazione di sé.
LA COMUNITA' ISOLOTTO
Firenze 23 dicembre 2002
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Se le feste sono tutte colorate di buonismo, il Natale
lo è in modo esponenziale. I temi più drammatici del nostro tempo ricevono
una saporazione dolciastra, collocati nel presepio, inseriti nei sermoni
della notte santa e nei biglietti di auguri. Si sprecano gli inviti
moralistici che generano al più innocui sensi di colpa. Il giorno dopo i
volti tornano torvi. Le feste sono anche altro, lo so bene. Anzi, è
proprio la ricerca appassionata di questo "altro" che impone di analizzare
razionalmente il convenzionale scontato verso cui tutti, religiosi e anche
laici, siamo un po' troppo indulgenti o pecchiamo di omissione.
E il Natale, nella sua versione dogmatica tradizionale, non è nemmeno solo
buonismo. Può essere una matrice di distruttività collocata nel profondo
della nostra coscienza sia collettiva sia individuale. Questo Dio che si
fa uomo per salvare l'umanità va ripensato. Si fa presto: si toglie Dio e
il problema è risolto! Così pensano alcuni dei cosiddetti atei. Come se la
realtà potesse essere totalmente dominata dalla razionalità e si potesse
fare a fatte come si seziona un cadavere. Come se noi potessimo
volontaristicamente fare e disfare le regioni profonde della coscienza
individuale e sociale. Di fronte al Natale cosa facciamo? Prendiamo gli
aspetti folcloristici e ci sottraiamo a quelli propriamente religiosi? Ma
con questo modo individualistico di affrontare aspetti non secondari della
vita collettiva, la cultura non fa un passo avanti. Senza una riflessione
un po' seria non abbiamo nemmeno parole per i nostri figli, non sappiamo
cosa dire e cosa fare.
E non di rado finiamo per consegnarli o direttamente o
indirettamente alle parole e ai gesti invadenti degli addetti alla
espressione e alla trasmissione religiosa delle confessioni di fede. Li
segniamo così per tutta la vita perché, come dice una che se ne intende,
Rita Levi Montalcini, "i sistemi etico-sociali ai quali l'individuo è
stato esposto sin dall'infanzia …dettano la condotta del giovane e
dell'adulto … I messaggi recepiti negli anni nei quali il cervello è
immaturo, dall'infanzia all'adolescenza, periodo nel quale esso gode della
massima plasticità neuronale, assume un valore fondamentale nel
comportamento dell'individuo adulto" (La Repubblica, 7 maggio 2002).
Per parte mia provo ogni tanto a dare un modesto contributo, poco più che
una indicazione di percorso. Questa volta vorrei dare qualche spunto di
riflessione a proposito del Natale in relazione al lavoro, cogliendo un
tema, quello del lavoro appunto, che agita le nostre veglie e i nostri
sonni.
Ci sono due modi di intendere il Natale, fra loro in qualche modo opposti:
il Natale come miracolo dall'alto e il Natale come evento esemplare ma
totalmente iscritto nella storia e nella natura. E sono due modi che
corrispondono a due immagini diverse di Dio: Dio assoluto cioè privo di
relazione alla pari con noi e Dio relativo, cioè relazione-amore; Dio
trinità separata e autosufficiente e Dio relazione trinitaria, aperta ad
ogni relazione cosmica e umana, bisognosa di amore e di completamento; Dio
onnipotente e Dio senza potere; Dio perfezione infinita e Dio in divenire
con noi e attraverso noi; Dio totalmente altro nel senso della separatezza
trascendentale e Dio totalmente altro ma interno alla nostra realtà, come
faccia misteriosa del nostro essere, come potenzialità in divenire che sta
sempre oltre le parziali realizzazioni.
Ora, se il Natale è concepito come miracolo dall'alto è in sé una condanna
del lavoro perché è una condanna di tutta la storia umana e della stessa
natura. Se c'è bisogno che Dio si faccia miracolosamente uomo per salvare
il mondo, vuol dire che il mondo, l'evoluzione della vita e il genere
umano non hanno in sé capacità di salvezza. Sono in sé dannati. La storia
umana e la storia della salvezza non coincidono. Il lavoro umano, questo
immenso sforzo di liberazione prodotto nei secoli non ha valore in sé ma
riceve tutto il suo valore dalla grazia divina concessa attraverso la
miracolosa incarnazione di Gesù. E' quanto dice sostanzialmente Giovanni
Paolo II nella sua enciclica Laborem exercens, che esalta la dignità del
lavoro, e non è cosa da poco, ma lo fa nell'ambito del personalismo
cristiano che è appunto una filosofia condizionata dal peccato, dalla
maledizione, dal sacrificio dalla incarnazione e dalla grazia. Pagine e
pagine di apprezzabile trattazione sociologica sul lavoro finiscono nel
ricatto metafisico del sacrificio, della alienazione e della sofferenza
che per sempre accompagnano il lavoro a causa del peccato. Il papa al
termine dell'enciclica ripropone infatti la maledizione del lavoro
pronunciata da Dio nel racconto biblico della creazione: "Maledetto sia il
suolo per causa tua! Con dolore trarrai il cibo per tutti i giorni della
tua vita".
Il pontefice commenta così l'invettiva rivolta ad
Adamo a casa della disubbidienza: "Questo dolore unito al lavoro segna la
strada della vita umana sulla terra e costituisce l'annuncio della morte".
Dio incarnandosi assume il lavoro umano e lo trasfigura ma in vista della
resurrezione trascendente e della salvezza eterna non della storia. La
storia continua il suo corso di maledizione dello sforzo umano e del
lavoro verso l'Apocalisse. "Quest'opera di salvezza - è scritto nella
Laborem exercens - è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di
croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso
per noi, l'uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla
redenzione dell'umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù, portando
a sua volta la croce ogni giorno nell'attività che è chiamato a compiere …
Mediante la fatica - e mai senza di essa".
Quasi tutte le ufficialità delle confessioni cristiane e non solo i
vertici del cattolicesimo pongono al centro della loro fede Cristo-Dio
incarnato che prende su di sé la maledizione e la redime attraverso la
croce e il sacrificio. E' una redenzione trascendentale e non storica.
Essa ha delle ricadute sulla storia ma come per una sorta di effetto
collaterale. In realtà la storia e la natura restano segnate dal
sacrificio. I lavoratori della FIAT potranno esser messi nel presepio
insieme ai pastori e al bue e all'asinello ma sono lì per sentirsi dire
che "devono portare la croce ogni giorno nell'attività che sono chiamati a
svolgere, alla catena di montaggio o in cassa integrazione magari alla
ricerca di qualche "lavoretto".
Questo è il Natale del fondamentalismo strutturale del cristianesimo
ufficiale, in quasi tutte le sue confessioni e non solo nel cattolicesimo.
Tanto più dunque sono ammirevoli gli sforzi di tanti cristiani, laici,
teologi, preti e perfino vescovi che all'interno di un tale quadro
strutturalmente fondamentalista cercano di impostare una pastorale del
lavoro aperta ai diritti del lavoro, solidale con le lotte dei lavoratori,
capace di denunce forti e decise verso l'alienazione e contro i danni
causati dalla globalizzazione liberista. Da lì è sperabile che lentamente
si facciano passi avanti verso un superamento del fondamentalismo
dogmatico in modo che quella pastorale aperta si fondi su presupposti
strutturali profondi e non solo su buone volontà contingenti.
Perché è possibile vedere il Natale in maniera diversa e anzi direi
opposta. L'ho accennato all'inizio ispirandomi anche a un bel libro di
Dorothee Sölle, Per lavorare e amare, Claudiana, 1990. Non il
Natale-miracolo ma il Natale-evento che s'inserisce pienamente nella
storia, per quanto grande possa essere la sua esemplarità. Un tale
ribaltamento porta alla valorizzazione della storia e della natura in sé
stesse e non per una grazia dall'alto attraverso il ricatto del
sacrificio. Porta al riscatto del lavoro, alla solidarietà con lo sforzo
umano per liberare il lavoro dalla alienazione, dalla coazione,
dall'asservimento alle esigenze del profitto, dall'insicurezza, dalla
precarietà. Porta a cercare con determinazione e fiducia una
riconciliazione fra lavoro e piacere come struttura stessa della
organizzazione sociale, cioè per tutti, e non solo come affermazione
individuale dei più fortunati. Porta infine a una riconciliazione fra
lavoro e sessualità.
Discorso complesso questo, da riservare a un altro
momento. Per ora basti ricordare che la maledizione del lavoro nel
racconto biblico della creazione è abbinata alla condanna della sessualità
e al dolore del parto come punizione: "Moltiplicherò i tuoi travagli e le
doglie delle tue gravidanze - dice Dio ad Eva - nella sofferenza
partorirai figlioli; verso tuo marito ti spingerà il tuo desiderio ed egli
dominerà su di te". Poi si rivolge ad Adamo per maledire la terra che egli
dovrà coltivare e per condannarlo alla fatica e alla pena del lavoro.
Dunque sessualità e lavoro abbinati nello stesso destino di alienazione e
dominio, secondo la interpretazione fondamentalista della Bibbia che è
tutt'ora dominante ed è imposta dai poteri ecclesiastici.
Ben altra è l'interpretazione della tradizione che potremmo chiamare
"eretica" o anche "mistica", presente fin dagli albori sia dell'ebraismo
che del cristianesimo. Il mito biblico della trasgressione di Eva e Adamo
che mangiano il frutto proibito della conoscenza del bene e del male è
visto come una specie di archetipo della condizione della crescita umana.
Il mito rispecchia il senso di colpa che noi tutti sperimentiamo nel
crescere - scrive Dorothee Sölle sulla scia di Erch Formm - nel fare le
nostre scelte, nell'abbandonare un padre autoritario e nel rinunciare alla
simbiosi col grembo materno, che nel mito è simboleggiato dal paradiso
terrestre. Adamo ed Eva diventano adulti responsabili di sé della propria
sessualità e del proprio lavoro. La sessualità e il lavoro entrano così
nella storia umana che può essere di alienazione e di asservimento ma
anche di liberazione e di riscatto; che può essere di separazione dal
piacere ma può tendere invece a un progressiva riconciliazione fra
sessualità, lavoro e piacere, di cui il Natale può essere un lieto
annuncio.
Buon Natale!
Il lavoro come diritto
(Testimonianza di Cipriani Marcello)
Sono un vecchio ex cassa integrato Fiat e mi fa piacere essere tornato qui
con voi a distanza di tanti anni. Già nel 1980 ero stato invitato da Enzo
Mazzi per la grave crisi della Fiat di allora: ci fu una grande
ristrutturazione del Gruppo e la Fiat chiese allora 23.000 licenziamenti,
che poi furono trasformati in 23000 cassa integrazioni a zero ore; io ero
uno di quelli.
Allora fu anche una cosa politica, ricordo che furono buttati fuori dalle
fabbriche i sindacalisti, gli operai più politicizzati, le donne, e gli
invalidi. A Torino successero cose che furono messe poco a conoscenza
dell'opinione pubblica: ci furono molti suicidi di persone che non
sopportavano quella situazione drammatica. Addirittura c'erano persone che
facevano finta di andare a lavorare, montando alle 6, andavano via di casa
e tornavano alle 14 ;facevano per non far sapere al vicino di casa o ai
parenti che erano state messe in cassa integrazione a zero ore; perché
avevano un marchio in fronte. Un marchio che ci siamo portati dietro per
tanti anni.
Anche a Firenze, nella nostra piccola realtà, furono messi fuori 285
lavoratori, io ero uno di questi. Anche qui mandarono via (oltre a noi
lavoratori) 7 impiegati, proprio quelli che scioperavano. In questi anni
venivamo chiamati dentro la fabbrica (dicevano) a colloquio, ma più che un
colloquio era una provocazione, ci diceva: " ecco prendete questi soldi,
tanto voi in fabbrica non ci metterete più piede"! Mi ricordo che
rispondevo sempre: "voi datemi il lavoro e i soldi ve li potete tenere".
Si passò degli anni veramente brutti, non sapevamo se rientrare in
fabbrica o no. Venivamo anche pedinati dai sorveglianti della Fiat; ci
facevano seguire e chi veniva trovato a lavorare veniva licenziato o
costretto a dare le dimissioni, perché avevamo firmato di non lavorare per
conto terzi e quindi eravamo fuori legge.
E' quindi strano che oggi un Capo del Governo vada a dire ai lavoratori in
cassa integrazione a zero ore "di fare del lavoro in nero".E' una
vergogna!!
Ricordo che allora si fece un Coordinamento di noi cassa integrati:
volevamo renderci utili alla società, volevamo fare dei lavori sociali; ma
tutta la nostra volontà veniva ostacolata da leggi e leggine della
burocrazia! Non c'era niente da fare: dovevamo stare a casa senza fare
niente.
Così sono passati 5 anni, ricordo che allora (negli anni 80) avevo la
bambina in prima elementare e quando rientrai in fabbrica era in quinta.
Quando vide che mi rimettevo la tuta mi disse: "babbo vai a lavorare?";
era abituata a vedermi sempre a casa e pensava che toccasse alla mamma
andare a lavorare, e al babbo stare a casa. Una cosa che mi colpì molto.
Finalmente giunse il giorno del rientro. Fu un giorno bello ; ricordo che
quando tornai a lavorare il primo giorno fui portato a mensa in collo dai
compagni; per me fu una grande vittoria, una vittoria della mia volontà,
ma capii anche che era una vittoria di tutti quei lavoratori che
scioperarono per me, per farmi rientrare. Lavoratori che io, ancora oggi,
ringrazio, perché grazie a loro sono rientrato in Fiat, rientrammo solo in
28, ma fu una vittoria di tutti gli altri.
Oggi non siamo più dipendenti Fiat, ma della GKN , una Società inglese che
dietro l'affare Fiat ebbe un giro di diversi miliardi. La fabbrica è a
Campi e siamo ancora 620 dipendenti, ma è inevitabile che la crisi della
Fiat di oggi si risenta noi che lavoriamo per l'80% di questa azienda. Già
sono stati mandati via 70 giovani che non sono licenziati, ma non sono
stati rinnovati loro i contratti, il che vuol dire (per me) che sono
licenziamenti; perché sono ragazzi che da due anni lavoravano con noi,
ormai si erano fatti una famiglia,avevano preso impegni con dei mutui,
ecc…;adesso si trovano fuori dalla fabbrica.
Non finisce qui, l'Azienda ha già annunciato che ci saranno altri 80
esuberi nel 2003.Non sappiamo in che modo si muoverà, ma purtroppo siamo
pessimisti, perché pensiamo che se continua in questo modo, dato che vanno
via delle lavorazioni importanti nel nostro stabilimento, come la nuova
Panda che a giugno verrà fatta in Polonia e la Punto in una azienda della
General Motor....ci portano via le grandi lavorazionI. Quindi siamo
pessimisti, noi speriamo che solo questi 80 giovani siano una realtà, ma
temiamo per il futuro di tutto lo stabilimento.
Voglio fare gli auguri a tutte le aziende in crisi perché, come sempre, a
pagare sono sempre i lavoratori. Vi ringrazio molto, ma temo che presto ci
risentiremo perché si tornerà a parlare della GKN.
NATALE. 2002
(Testimonianza di Beppe Banchi)
Il lavoro può dare si una sicurezza per la vita, un modo per realizzarsi
ma la logica del massimo profitto fa pagare spesso costi altissimi ai
lavoratori ed alle loro famiglie.
Sarebbe stato bene sentire l'intervento sulla insicurezza del lavoro
direttamente da un lavoratore, magari dell'edilizia o delle fonderie
Questo però è un problema che, in un modo o nell'altro, ci riguarda tutti,
specialmente noi che siamo figli di operai o contadini.
Mio padre era falegname, lavorava per le belle arti, anche lui spesso su
impalcature. Vedevo sempre l'angoscia di mia madre quando lui tardava a
tornare. Cosa sarà successo?, si chiedeva sempre. Anche perché lui spesso
parlava di operai ripresi per i piedi mentre stavano precipitando o di
altri a cui era andata peggio ed i drammi per le loro famiglie, per i
figli.
Per quanto mi riguarda sono andato a lavorare presto, come perito chimico
in una fabbrica alla fine degli anni '50. Già poche settimane dopo il mio
arrivo dovetti accompagnare sull'ambulanza in ospedale un operaio di una
ditta un appalto che montava una tettoia in Eternit, una lastra si era
rotta ed era precipitato ed aveva la testa gravemente ferita. A distanza
di più di quarant'anni ho ancora presente quell'immagine.
Cercai di mettere grande attenzione a questo problema quando ebbi maggiori
responsabilità nella fabbrica. Per gli infortuni quasi si riusciva ad
azzararli, mentre per le malattie professionali mancavano ancora
conoscenze.
Come lavoratori, una decina di anni dopo, si riprese la lotta contro
questo stato di cose . Lavorare era come andare alla guerra, titolava un
manifesto. Infortuni mortali o infortuni gravi con esiti invalidanti. Un
milione di invalidi in venti anni.
Ricordo ancora Antonio Monaco, giovane paraplegico divenuto tale per
essere caduto da una impalcatura in Svizzera dove dal sud dell'Italia era
dovuto andare a lavorare, compagno di lotte con Gabriella finché ha potuto
vivere, per ottenere servizi che mancavano quasi totalmente per le persone
divenute disabili.
I lavoratori capirono che bisognava ribellarsi, riprendere in prima
persona la gestione della salute, contro la monetizzazione del rischio,
contro ritmi e orari massacranti, per avere più potere in fabbrica.e
chiesero agli Enti Locali tecnici di fiducia per conoscere meglio le
nocività a cui erano sottoposti.
Io ebbi la fortuna di essere tra questi. Fui assunto dal Comune di Prato
per quello scopo all'inizio del '73.dopo che avevo lasciato la fabbrica
per andare in Inghilterra per far curare Gabriella.
(Quando tornammo l'amico di prima, Antonio, era in fin di vita e poco dopo
morì).
A distanza di trent'anni che ho fatto questo lavoro è giusto che mi venga
chiesto cosa hai fatto, che risultati avete raggiunto e qui può venire un
nuovo scoraggiamento.
I mezzi che il sistema ha messo in atto per la prevenzione sono sempre
stati esigui.
A Prato, quando le ASL subentrarono all'Ispettorato del Lavoro per i
controlli per la sicurezza ci trovammo in due U.P.G. su 23.000 aziende
Se viene a mancare la pressione dei lavoratori e dei diretti interessati
ci vuole poco a tornare al punto di partenza
Riferendoci alla nostra regione, riprendendo anche quanto ha scritto un
amico e collega, Gino Carpentiero la situazione attuale è questa;:
La Toscana anche nel corso del 2001 ha continuato ad occupare le prime
posizioni nella tragica classifica degli infortuni, compresi quelli
mortali e gravi; l'INAIL ha di recente fornito i dati relativi all'anno
scorso rapportandoli ai 3 anni precedenti 1998-2000.
Analizzando i dati dell'Industria e Servizi, si vede che la Toscana ha nel
complesso proseguito nel trend negativo passando a 72154 infortuni totali
denunciati (la quota più alta, degli ultimi 4 anni ), attestandosi al 5°
posto dietro Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. 13419 infortuni
riguardano aziende artigiane, prevalenti nel proprio territorio: in questo
caso la Toscana è quarta davanti al Piemonte. Soltanto in Agricoltura
sembra esserci un trend inverso in quanto si sono verificati 5955
infortuni (il valore più basso degli ultimi 4 anni).
Per gli infortuni mortali nell'Industria e Servizi la Toscana è quarta con
104 infortuni (record nel quadriennio considerato in quanto si superano i
dati del 1998, 102, quelli del 1999, 80, e quelli del 2000, 91).)
preceduta solo da Lombardia (259, con impennata dovuta all'incidente aereo
di Milano-Linate), Emilia Romagna (144), Veneto (106).
31 ( 1/4 del totale) sono risultati nel 2001 gli infortuni mortali nelle
aziende artigiane. In agricoltura gli infortuni mortali sono risultati 7 (
9 nel 1998, 14 nel 1999, 12 nel 2000) il valore più basso del quadriennio.
Gli infortuni mortali in itinere sono risultati 8 nel 2001, contro 14 nel
2000 e questo eleva la % di infortuni lavorativi "reali" a 94 nel 2001
contro 77 nel 2000.
Nella graduatoria per Provincia, Firenze si colloca in testa con 17.857
seguita da Lucca, Livorno e Arezzo. Tra i mortali sempre Firenze in testa
con 21 infortuni, ma seconda è Arezzo che passa a 15 ( 8 nel 2000) contro
13 di Lucca e Pisa, e 12 di Livorno e Grosseto. Un po' più bassi sono
stati i dati di Prato con 3, Siena con 4 e Massa Carrara con 0, per il
2000 ma hanno ripreso a salire nel 2001.
Nell'industria e Servizi, l'Edilizia resta al primo posto in tutta la
regione, unitamente all'Autotrasporto Rimangono ad alto rischio alcuni
comparti che riguardano aree geografiche ben definite: Cave (Massa e
Lucchesia), Sierurgia (Piombino), Porti (Livorno), Cartiere ( Lucchesia),
Grandi Opere edili (area fiorentina)
Nei lavori dell'Alta Velocità ferroviaria tra Firenze e Bologna ove esiste
un'Osservatorio sugli Infortuni, parallelo e autonomo dai dati INAIL, gli
infortuni del triennio 1999-2001 si attestano sopra i 400 all'anno come
numero totale sui versanti emiliano e toscano (426 nel 2001), mentre
l'indice di frequenza rimane superiore a 150 (154,3 nel 2001 ) e l'indice
di gravità è più variabile (4,8 - 5,6 e 4,5 rispettivamente nel 1999, 2000
e 2001). Sul versante fiorentino è negativo invece l'andamento per gli
infortuni mortali e gravissimi, in quanto a fronte di 0 infortuni, negli
anni 1996-1999, si sono avuti un infortunio mortale nel 2000 e uno nel
2001; inoltre nel primo semestre del 2002 è avvenuto un infortunio
gravemente invalidante.
In quello che viene comunemente definito dagli esperti l'albero delle
cause degli infortuni si possono elencare in ordine di importanza:
1) Le violazioni da parte delle aziende alla normativa di sicurezza, sia
quella "storica" degli anni '50 (DPR 547/55 sulla sicurezza di macchine e
impianti, DPR 164/56 sull'Edilizia, DPR 320 sulle gallerie e lavori in
sotterraneo), sia quella recente che recepisce le Direttive Europee (Dlgs
626/94, DLgs 494/96 "Direttiva Cantieri", DPR 459/96 "Direttiva
Macchine"). Tali violazioni nel caso della Direttiva Cantieri coinvolgono
molto spesso i consulenti liberi professionisti ( ingegneri, architetti e
geometri ) sia i committenti ( e quelli pubblici, vedi FF.SS., Comuni,
Aziende municipalizzate, ASL etc non fanno eccezione). Per quanto riguarda
il DLgs 626 viene particolarmente evasa la formazione, in particolare dei
giovani, alla sicurezza.
2) Un sistema degli appalti "selvaggio", nel quale si innesta il
reclutamento di mano d'opera " a nero" con un sistema simile a quello del
caporalato di storica memoria.: si tratta in prevalenza di lavoratori
extracomunitari e in minor misura meridionali: clamorosa la tratta dei
lavoratori che avviene giornalmente tra le 4 e le 6 del mattino nell'area
Campi Bisenzio Signa, con relativo "smistamento" nei vari cantieri
dell'area fiorentino-pratese.
3) Precarizzazione del lavoro "bianco" con un progressivo aumento, a parte
il classico apprendistato, dei cosiddetti lavori atipici; il lavoratore
precario, quasi come il lavoratore " a nero" riesce raramente a far valere
i propri diritti sulla sicurezza del lavoro, in quanto spera nella
trasformazione del proprio posto di lavoro in uno a tempo indeterminato;
agli occhi del datore di lavoro non gli gioverebbe certo un atteggiamento
rivendicativo su formazione, Disposititivi di Protezione Individuale,
rispetto della normativa etc
4) Un' organizzazione del lavoro sempre meno a misura d'uomo, con una
flessibilità eccessiva degli orari, con uso smodato del lavoro notturno in
settori lavorativi per i quali non esiste alcuna necessità se non quella
spietata di aumentare i profitti a tutti i costi; tutto ciò determina
aumento dello stress, e ovviamente una conseguente riduzione dei livelli
di attenzione, che può provocare infortuni
5) Il prolungamento dell'età pensionabile, che determina nel lavoratore
anziano e più "usurato" una minore rapidità di azione in caso di pericolo
e un abbassamento della soglia di attenzione.
Queste considerazioni derivano dall'analisi di infortuni gravi avvenuti di
recente nel nostro territorio.
Un sesto punto da aggiungere a mo' di concausa rispetto ai 5 sopraelencati
è rappresentato dall'ancora troppo scarsa efficacia sulla riduzione del
fenomeno infortunistico dell'attività di controllo che svolgono i Servizi
di Prevenzione delle ASL.sul quale ci siamo soffermati in altre occasioni.
Che fare ?
La Toscana e il suo modello di detto di "liberismo temperato" è afflitta
dagli stessi mali delle altre zone ad industrializzazione antica o
recente.
Risulta pertanto difficile parlare di rimedi specifici per la realtà
toscana, in una situazione in cui i diritti elementari dei lavoratori
vengono sempre più calpestati.
E' chiaro che sarebbe necessaria prioritariamente un'azione coordinata a
più voci che veda impegnati gli Enti preposti ai controlli (ASL, Direzione
Provinciale del Lavoro, INAIL, VV.FF.) unitamente agli Enti Pubblici, per
un'azione incisiva, sul rispetto della normativa di sicurezza, sugli
appalti, sul lavoro nero etc.
Ma tutto questo non basta se parallelamente non riprende su queste
tematiche anche in Toscana un'azione di lotta efficace del Movimento
Operaio e delle sue organizzazioni.
Deve essere chiaro che i risultati nella lotta agli infortuni sul lavoro
rimarranno deludenti, se il sindacato non sarà capace di riprendere
l'iniziativa passando dalle lotte difensive a quelle offensive, contro la
precarizzazione del lavoro, per riportare le pensioni di anzianità per gli
operai a 35 anni e riprendere le lotte per "Più salario, meno orario",
ricontrattando l'organizzazione del lavoro, e uscendo dalla logica della
monetizzazione del rischio e dela vendita della salute e della sicurezza
sul lavoro; che invece sono ritornate attuali.
Su questo occorrerà una rivoluzione culturale vera e propria, se si pensa
che ancora di recente la Fillea-CGIL toscana asseriva che il turno a ciclo
continuo con 48 ore settimanali è per i lavoratori dell'Alta Velocità e
per quelli delle grandi opere "il migliore dei turni possibili" .
Se non si riparte da qui, penso che continueremo ancora per anni a fare i
notai delle statistiche degli infortuni mortali e gravi, nonché delle
malattie professionali, non meno importanti degli infortuni, delle quali
si parlerà in un eventuale contributo successivo.
Come operatore della prevenzione, per quanto è dipeso da me, il rapporto
stretto con i lavoratori ho cercato di mantenerlo, ricordandomi lo scopo
per cui ebbi questo lavoro trent'anni fa.
Mi ha fatto particolarmente piacere che la Direzione Nazionale della FIOM,
dopo la presentazione di un nostro libro sulla sicurezza del lavoro e
l'impatto sull'ambiente delle fonderie mi abbia chiesto di partecipare ad
un incontro nazionale dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza
di questo settore per riportare a loro quello che abbiamo scritto, (in
maniera un po' complessa), nel libro.
Come dicevo all'inizio è un problema che direttamente od indirettamente ci
riguarda tutti.
Se sapremo, non solo i lavoratori ma tutta la collettività, unire le
forze, divulgare le conoscenze che ora ci sono sui rischi e sui danni e
sulle cause che li provocano, solidarizzare con i lavoratori per
raggiungere gli obiettivi che dicevo prima, richiamare gli Enti preposti
ad un maggiore impegno, chiedendo via via conto dei risultati raggiunti,
far sentire ai padroni il fiato sul collo dell'attenzione della comunità,
potremo togliere ai nostri figli la paura del lavoro, tutelare di più chi
nonostante tutto, condizionato dal bisogno è costretto comunque ad
accettare e contrribuire a riacquistare il diritto ad un lavoro più umano,
uno strumento per una migliore realizzazione di sé.
Testimonianza di Valeria Parrini Toffolutti
Tra il sangue che bagna questa nostra Terra c'è il sangue dei lavoratori
che ogni giorno, nell'indifferenza più assoluta, perdono la vita mentre se
la stanno guadagnando, nei Paesi poveri e nel resto del pianeta. .
Ogni anno, solo in Italia, sono oltre 1.300 . Mio figlio Ruggero è uno di
loro.
E' morto stritolato da un ingranaggio alla Magona di Piombino il 17 marzo
1998. Quel l' ingranaggio ha lavorato così bene, che non abbiamo potuto
vederlo, né vestirlo. Sappiamo solo che ha avuto il tempo per accorgersi
di quanto gli stava accadendo. E il terrore che leggiamo nei suoi occhi,
si riflette nei nostri. Ancora.
Col suo nome, è nata un'associazione che accoglie i familiari delle
vittime e tante altre persone di buona volontà che, come noi, si battono
perché il valore unico, irripetibile, non risarcibile della vita, sia
posto al centro delle dinamiche produttive. Non abbiamo colorazione
politica, né connotazione religiosa: il nostro impegno è rivolto a
sensibilizzare l'opinione pubblica con ogni strumento non violento, come
sta scritto nel nostro statuto. E perché almeno, non si faccia finta
di niente o ci si limiti a lanciare qualche grido di sdegno ogni volta che
un lavoratore non torna a casa dalla sua famiglia.
Vogliamo far capire che dietro la freddezza delle statistiche, ci sono
uomini e donne, i loro affetti, le loro speranze. E, soprattutto, che il
termine fatalità è da bandire dal vocabolario infortunistico.
Personalmente, da cristiana, sottopongo alla vostra attenzione alcune
intenzioni di preghiera.tutte le vittime del lavoro, perché riposino in
pace e il loro sangue contamini le coscienze dei colpevoli, inducendoli a
riflettere sui propri errori e ad agire di conseguenza per impedire altre
morti,
Perché le imprese cessino di sacrificare la vita dentro e fuori le
fabbriche, violando prima di tutto la legge di Dio
Per le famiglie come la nostra, che il Signore ha sottoposto ad una prova
così dura, affinchè il loro desiderio di giustizia non si trasformi mai in
rancore né in silenzio, ma sia coltivato giorno per giorno,
costruttivamente, con fede e amore in Cristo
Preghiamo.
Valeria Parrini Toffolutti
(presidente dell'associazione Ruggero Toffolutti)
Altre testimonianze:
Il lavoro come crescita nella consapevolezza, come affermazione della
identità di genere, come uscita dalla cultura della sopravvivenza
residuale
testimonianza di Fatima Rufat del campo rom del Poderaccio
Sono qui in Italia da tredici anni. Vivo al campo del Poderaccio, dove
abitano tante famiglie. Siamo tutti della Macedonia o del Kossovo. Abbiamo
tanti problemi. Via via ci assegnano delle case. Io voglio tanto una casa
con un bagno tutto mio. Insieme a questo gruppo di donne dell'Isolotto
abbiamo fatto questa cooperativa sociale dove si stira e si aggiustano
vestiti. Si chiama Kimeta. Per adesso siamo cinque donne rom ma potremmo
essere di più. Per noi questa cosa è buona perché ci sentiamo accettate in
questa città diversa da noi. Finora vivevamo isolate in tante cose. Ma in
fondo siamo donne uguali con gli stessi desideri per la nostra vita.
Il diritto ad ottenere sostegno e solidarietà per il lavoro di
microimprenditoria
Eros Cruccolini, presidente del Quartiere dell'Isolotto (Q4 di Firenze),
ha illustrato l'iniziativa denominata "Essere". Si tratta della creazione
di un Fondo finanziario destinato a concedere microprestiti senza
interessi per combattere la crescita della povertà nel nostro Quartiere.
Partecipano al progetto molte associazioni fra cui anche la Comunità
dell'Isolotto. Creare lavoro contribuendo a finanziare la microimpresa è
uno degli obbiettivi del Fondo Essere.
Preghiera eucaristica
Il Natale concepito come intervento di Dio dall'alto
fa dipendere il valore del lavoro dalla grazia divina:
il lavoro, questo immenso sforzo di liberazione prodotto nei secoli
sarebbe segnato per sempre dal peccato
e dalla maledizione biblica,
non avrebbe valore in sé
ma riceverebbe tutto il suo valore
dall'incarnazione e dal. sacrificio di Cristo.
Una diversa interpretazione
della Bibbia, del lavoro e del Natale,
si è sviluppata nei secoli.
Con la cacciata dal Paradiso terrestre
è iniziata la crescita umana
verso l'autonomia dal Padre onnipotente.
E' incominciata l'avventura del lavoro
che può andare verso l'alienazione e la sofferenza
ma anche verso la liberazione e il riscatto.
E anche Dio è in divenire con noi e attraverso noi.
Il Natale è un evento esemplare,
se si vuole sommamente esemplare,
stella polare, buon annuncio,
ma iscritto totalmente nella storia e nella vita.
Allora i lavoratori che lottano contro i licenziamenti
e per difendere i diritti e la sicurezza;
i giovani che lottano contro il precariato
a cui li condanna la globalizzazione liberista;
i carcerati e gli immigrati che chiedono lavoro
per acquisire cittadinanza,
hanno valore in sé,
fanno parte del grande processo
della liberazione storica dell'umanità
di cui il Natale è lieto annuncio.
Facciamo nostra questa interpretazione,
di una religiosità profetica e mistica,
rinnovando la memoria di Gesù.
Il quale la sera prima di essere ucciso
mentre sedeva a tavola con i suoi apostoli
prese del pane lo spezzò e lo diede loro dicendo: prendete e mangiate,
questo è il mio corpo.
Poi prese un bicchiere di vino lo benedì
e lo diede loro dicendo:
questo è il mio sangue sparso per voi
Fate questo in memoria di me.
Che per lo Spirito di Gesù
anche l' eucaristia non sia un sacrificio
in vista della salvezza eterna
ma un principio e un annuncio evangelico
di riconciliazione
fra il corpo, il sangue, il lavoro,
la vita spesa per la giustizia, la storia, il mistero.
E questo pane che condividiamo
sia segno di tale riconciliazione.
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