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Appunti per l'incontro sui diritti a Olbia 10 dicembre 2002
 

Globalizzazione dei diritti
contro globalizzazione del liberismo senza regole.

I diritti nell'era della globalizzazione

Il Forum sociale europeo, che si è svolto a Firenze dal 6 al l0 novembre, è stato un' esperienza straordinaria. Vi ho partecipato con particolare intensità contribuendo a promuovere diverse iniziative. Da lì desidero partire per sviluppare un colloquio con voi sul tema dei diritti nell'anniversario della Dichiarazione dei diritti umani approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948: un colloquio, un confronto, dunque, non una lezione specialistica né un predicozzo moralistico.


I temi che abbiamo affrontato nel Forum hanno un'anima comune: globalizzazione dei diritti contro globalizzazione del liberismo senza regole. Qualcuno la chiama "lotta per i diritti" e non da ora. Stefano Rodotà, garante nazionale della privacy, ci ricorda che "Lotta per il diritto" è il titolo di un classico del pensiero giuridico, scritto addirittura nel 1872 dal giurista tedesco Rudolf von Jhering, diffuso in Italia da Benedetto Croce negli anni '30 del Novecento per sostenere la resistenza contro il regime di violazione sistematica dei diritti. A Firenze, tra le decine di migliaia di partecipanti al Forum sociale europeo, era palpabile la consapevolezza diffusa che la lotta per la globalizzazione planetaria dei diritti è la nuova dimensione della secolare lotta per i diritti che in forme diverse ha impegnato ormai molte generazioni.


La parola globalizzazione è ambigua. Qualcuno attribuisce alla globalizzazione solo il senso stretto di mercato globale liberista. Globalizzazione sarebbe solo quella delle merci, della cultura del consumismo e soprattutto dei capitali finanziari. Mentre per quanto riguarda la tecnologia e l'informazione preferisce parlare di globalità e per definire la estensione a tutti e ovunque dei diritti e la diffusione mondiale della cultura della socialità/solidarietà preferisce la parola universalizzazione o planetarizzazione. Nel Forum sociale europeo si è invece parlato di globalizzazione come un processo storico ambiguo: insomma si è detto che c' è una globalizzazione del mercato liberista e una globalizzazione sociale. Condivido questo modo di esprimersi e lo userò in questa mia conversazione.


Ambigua è del resto la stessa parola diritto. Globalizzazione è un processo storico totalmente nuovo prodotto dallo sviluppo delle tecnologie della guerra, della produzione e della comunicazione. I processi di unificazione del mondo che prima dell'epoca attuale si sono verificati nella storia possono essere accostati alla globalizzazione solo per analogia.

Producevano una unità parziale sia territorialmente che socialmente e culturalmente. La globalizzazione invece è una unificazione del pianeta che investe ogni angolo della terra e ogni anfratto della società, della cultura e della vita. Il mondo scopre di essere fragile come un nido di pagliuzze nella tempesta di fuoco, esile come un pulviscolo errante nello spazio infinito fra miliardi di miliardi di mondi, ristretto come un piccolo paesino dove ogni sospiro è udito da tutti e dove tutto è intercomunicante. Fino a scoprire che la dimensione spazio-temporale della nostra consapevolezza è parziale e relativa essendo solo una delle dimensioni possibili della nostra esistenza. E lo stesso potere si ritrova nudo come il re agli occhi del bambino o insignificante come il re travicello nella favola di Fedro. E deve faticare come non mai a giustificare e a imporre la propria assolutezza ed eternità.


Al tempo stesso però l'umanità ha l'impressione opposta, quella di stare raggiungendo il culmine dell'onnipotenza. Nessun traguardo è ormai impossibile, nessun segreto inaccessibile: questa la percezione che io però ritengo fallace. L'uomo si stente Dio dal momento che ha raggiunto il cuore stesso della materia, cioè l' atomo, della vita, cioè il Dna, della psiche, cioè l'inconscio, il lato misterioso dell'esistenza. E il potere ha l'impressione di avere il mondo ai suoi piedi.

 

E quando dico potere intendo ogni potere, il sistema stesso del potere, dal piccolo potere dell'uomo-bambino che usa la sua moto o la sua auto come fossero giocattoli della giostra mentre invece sono bombe, al potere dell'uomo e della donna che sognano di diventare eterni riproducendo il proprio Dna con la tecnica della clonazione, al potere dell'attuale sistema finanziario che moltiplica il danaro semplicemente manipolando danaro, pura astrazione, senza passare attraverso la mediazione della produzione materiale, come Pinocchio che semina gli zecchini d'oro sognando germinazioni lucenti, fino al potere dell'attuale sistema imperiale che pensa di chiudere definitivamente la storia col ricatto universale della guerra stellare e delle armi intelligenti.


Forse il senso della limitatezza dell'esistenza e il senso dell'onnipotenza stanno insieme, come stanno insieme la morte e la vita. Gli psicanalisti ci dicono che il bisogno di vincere l'angoscia della morte ha davanti a se due strade: una è.la strada della accettazione gioiosa e tragica insieme della finitezza e mortalità della vita; l'altra è la strada dell'ansia di sconfiggere la morte con l'acquisire immortalità. Il primo percorso è quello che porta ad accettare la provvisorietà di tutto, a vivere con intensità il presente, a non accumulare, ad accogliere il fluire della storia, a lasciare spazio a tutto ciò che nasce, a costruire cose piccole, eventi senza pretese. Il secondo percorso è all'opposto quello che porta a costruire piramidi eterne, a innalzare torri e cupole, a realizzare istituzioni indefettibili e potenti, ad accumulare ricchezze, a vivere con l'ossessione della sicurezza, ad accogliere la prole non per se stessa, non come fluire della vita, ma come continuazione del proprio Io, come riproduzione di sé, fino a giungere all'aberrazione della clonazione. La strada della accettazione della finitezza e mortalità della vita porta a riconoscere l'altro, a fagli spazio, ad accoglierlo; la strada della ricerca di eternità del proprio io porta invece ad escludere l'altro, a considerarlo un rivale se non un nemico, a strumentalizzarlo e sfruttarlo fino all'ossessione della "mors tua vita mea".

 

 Tutto questo fa parte della storia da sempre. Ora però la globalizzazione ha esasperato la situazione. Ha reso evidente in modo sconcertante la limitatezza e la finitezza del mondo e della vita e al tempo stesso ha estremizzato il senso dell'onnipotenza e della eternità del potere umano.
Una tale situazione è insieme sia estremamente pericolosa sia carica di futuro. E' pericolosa se affrontata con la cultura dell'individualismo egoista, competitivo e aggressivo che come si sa è però la cultura egemone nella modernità.

 

E' pericolosa perché tale individualismo come si sa tende a espandere la libertà propria, individuale ed egocentrica appunto, fino a rescindere ogni legame, fino ad annullare ogni relazione che non sia la relazione del dominio, fino a eliminare l'altro in quanto alterità. E' pericolosa questa cultura dell'individualismo illimitato perché l'individuo nel momento in cui nega l'altro nega anche se stesso, nega l' altro che è in sé, nega la propria possibilità di trasformazione, nega la natura che vive in lui. Il narcisismo è ritenuto dagli psicanalisti la malattia della psiche più pericolosa e meno trattabile. Il narcisismo come cultura è sempre stato pericoloso ma ora, nell'epoca nostra della globalizzazione, la sua pericolosità è estremizzata. Perché l'individualismo illimitato ha oggi a disposizione strumenti talmente potenti di annullamento dell'altro e della natura intera da giustificare previsioni di apocalisse.


Ma la situazione nostra è anche carica di speranza e di futuro se affrontata con la cultura dei diritti universali e inalienabili. Ecco l'importanza di incontri come questo.
Va detto però che la globalizzazione richiede una attualizzazione della cultura dei diritti. Perché anche i diritti sono una realtà ambigua. L'ambiguità dei diritti non si scioglie mai una volta per tutte. Si ripresenta in forma nuova in ogni epoca e ogni generazione deve impegnarsi e lottare. Oggi, nell'età della globalizzazione, acquistano valenze nuove, inedite, i diritti sanciti in epoche diverse.
Faccio solo alcuni esempi: diritti e pace, diritti ed emarginazione sociale, diritti e migrazione. La metodologia usata per analizzare questi binomi può essere applicata a molti altri aspetti.


Diritti e pace

Il preambolo della Dichiarazione si apre con questa premessa: "Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo...". E' una affermazione che come tutta la Dichiarazione è fatta all'interno di un ordine mondiale basato sulla sovranità assoluta e sull'eguaglianza legale di tutti gli Stati. Tale ordinamento delle relazioni internazionali fu sancito nel 1648 dal trattato di Westpalian ed è considerato formalmente tuttora valido sebbene, come vedremo, sia in via di superamento.

 

La dignità e i diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana, fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo sono visti, valutati e assicurati dagli ordinamenti autonomi e liberi di ogni Stato. Per cui ad esempio nell'ordinamento legale italiano il diritto alla vita di un'Erica che uccide la mamma e il fratellino viene considerato prioritario rispetto al diritto alla sicurezza della società e induce il tribunale a condannarla solo a un certo trattamento carcerario, mentre negli USA al contrario il diritto alla sicurezza prevale sul diritto alla vita e lì Erica sarebbe stata condannata a morte. E nessuno può impugnare la Dichiarazione dei diritti umani contro gli USA, se non con denunce di organismi senza potere come Amnesty, perché sarebbe una violazione della sovranità assoluta di quello Stato.


Da un po' di tempo però la globalizzazione sta cambiando le carte in tavola. Il mondo è diventato piccolo e i confini degli stati sono ormai come bandiere sbiadite. Questo porta due conseguenze in certo senso opposte. Da un lato nasce la cittadinanza planetaria, di cui parleremo dopo, dall'altro nascono la guerra globale e il terrorismo anch'esso globale.
Finora la guerra era uno scontro armato fra stati sovrani. La guerra fra stati è considerata da alcuni storici e antropologi come un progresso storico positivo rispetto alla guerra di tutti contro tutti. Lo Stato assume il monopolio della forza. E' lo Stato che assicura il rispetto dei diritti e che dirime le controversie interne fra i propri cittadini con le "forze dell'ordine", cioè la polizia, e nessuno può farsi giustizia da sé; è lo Stato che affronta i rapporti di forza con gli altri stati fino alla guerra, la quale soggiace a un certo diritto internazionale.


L 'ONU nasce non per sostituire gli stati ma per sancire i diritti universali, favorirne il rispetto e prevenire la guerra attraverso il dialogo e la cooperazione e in ultima istanza anche attraverso il consenso a una "azione coercitiva internazionale", come recita la Carta costitutiva dell'ONU (entrata in vigore il 24 ottobre 1945). L 'ONU non assume affatto il ruolo di monopolio sovranazionale della forza; non si dota di forze di polizia né di forze militari proprie. La nascita dell'ONU non cambia l'ordine mondiale basato appunto sulla sovranità assoluta dei singoli stati.


Da tempo però quest'ordine internazionale è messo in crisi dalla globalizzazione. Ciò che accade in Medio Oriente o in India o in Argentina o in Iraq si ripercuote nel resto del mondo con una forza e una velocità inimmaginabili mezzo secolo fa. Il mercato mondiale delle merci, della forza lavoro e del danaro non ha più confini ed ha bisogno di un nuovo ordine internazionale che superi la sovranità statale. Ed appare di nuovo la grande ombra dell'Impero. Chi ha più forza ritiene di avere il dovere e il diritto di intervenire militarmente in ogni parte del mondo, oltre tutti i confini, per difendere i diritti, ristabilire l'ordine e la pace assicurare la libertà. Il mercato globale richiede la guerra globale. Lo Stato più potente, gli USA, insieme ai suoi alleati, si erge a Comunità internazionale e scatena la guerra che vuole dove vuole quando vuole, per il bene globale dell'umanità.

L'ONU è ormai ridotta a poco più che una foglia di fico. Bush lo ha affermato più volte a chiare lettere: o con l'ONU o senza l'ONU noi possiamo e dobbiamo intervenire per abbattere in regime di Saddam o disarmarlo. Del resto i bombardamenti su Bassora e sulle fasce di non-volo dell'Iraq già avvengono senza nessuna autorizzazione delle Nazioni Unite. E neppure la guerra contro la Serbia aveva l'autorizzazione dell'ONU. Per quanto riguarda in particolare l'Italia si arriva da parte di qualcuno a sostenere che sarebbe superato ormai l'articolo 11 della Costituzione. che contiene il "ripudio della guerra". Nell'era della globalizzazione non è possibile escludere la guerra purché anch' essa sia globale, miri cioè non all'interesse di uno Stato ma all'interesse globale del mondo. Va da sé che questo interesse globale coincide con l'interesse dell'Occidente, con lo sviluppo dell'Occidente, con la sicurezza dell'Occidente, da cui deriverà progressivamente la democratizzazione del pianeta, la libertà di tutti gli uomini, il superamento della miseria e della fame, l'affermazione dei diritti umani universali.

 

Altri uomini e osservatori politici sostengono che per intervenire militarmente non c' è nemmeno questa necessità di modificare l'articolo 11 perché la guerra globale, se autorizzata dalle Nazioni Unite, in realtà non sarebbe affatto guerra ma semplice "azione coercitiva internazionale", come già previsto dalla Carta dell'ONU del 1945. Si tratterebbe insomma di un'azione di polizia internazionale, per mantenere o ristabilire i diritti e la pace. In conclusione la Dichiarazione dei diritti umani universali legittimerebbe in forma del tutto nuova la guerra, la guerra umanitaria. E' in base a questa stessa logica del globalismo planetario che altri gruppi di potere si fanno paladini dei diritti e del ristabilimento dell'ordine mondiale attraverso la forza che hanno e cioè l'uso della tecnologia e del fanatismo ideologico e religioso per azioni terroristiche senza confini. E' l'altra ombra minacciosa che incombe sul mondo, l'ombra del terrorismo globale il quale colpisce dove vuole, chi vuole, quando vuole, anch'esso per il bene globale dell'umanità. Personalmente inorridisco di fronte a queste posizioni. Brucia il bassissimo livello di dibattito sulla guerra che anche questa volta ci è imposto.

 

Brucia che alle soglie del terzo millennio si debba ancora discutere sulla validità o meno delle motivazioni giuridiche, politiche, morali di una guerra. E' ripugnante e per me lo è fino alla nausea questa piaggeria verso i poteri che fondano sulla guerra l'ordine mondiale: piaggeria dei media, di un certo mondo della cultura e della politica. E' ignobile che ci costringano ad attaccarci anche noi, come ultima spiaggia, e non possiamo farne a meno, agli argomenti umanitari, a esibire i corpicini martoriati dalla guerra o dall'embargo, per far leva sull'opinione pubblica blandendo i sentimenti di pietà. La guerra è da bandire non solo perché crea vittime ma perché soffoca la vita dell'intero pianeta in quanto sistema, perché divora l'esistenza anche quando non dà spettacolo di orrendi massacri. La guerra è da bandire perché nell'era atomica la capacità distruttiva degli arsenali bellici è tale da annullare in radice qualsiasi pretesa di razionalità della guerra stessa. La guerra è da bandire come cultura di dominio: il dominio del Nord verso il resto del pianeta. La guerra è da bandire come motore dello sviluppo e della ricchezza delle nazioni ricche e al tempo stesso generatrice di povertà e fame.

 


E' ignobile questo attacco generalizzato ai pacifisti: dipinti come i fondamentalisti della pace, incapaci di uscire dalla prigione dell'ideologia, chiusi nel narcisismo della propria fede acritica, gente che sfrutta i vantaggi materiali della guerra e però si vanta di non sporcarsi le mani.
E' un attacco che richiama la critica sufficiente di Machiavelli a Savonarola. L'autore de Il Principe afferma contro l'esperienza savonaroliana che per innovare la società corrotta non basta la moralizzazione dei costumi attraverso le preghiere e le prediche. Ci vuole la forza delle armi. Infatti "Tutti e' profeti armati vinsono, e gli disarmati ruinorno.... Moise, Ciro Teseo e Romolo non arebbono possuto fare osservare lungamente le loro costituzioni se fussino stati disarmati; come ne' nostri tempi intervenne a fra' Girolamo Savonarola, il quale ruinò ne' suoi ordini nuovi come la moltitudine cominciò a non credergli, e lui non aveva modo a tenere fermi quelli che avevano creduto, né a far credere e' discredenti".

 

Poi, però, in un'altra sua opera, cioè nei Discorsi, Machiavelli in qualche modo si contraddice in quanto riconosce che anche i "profeti armati" falliscono. Essi vanno incontro a una contraddizione insanabile per l'opposizione radicale fra bontà e violenza, "perché il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono, e il diventare per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo". Per questo "radissime volte" accade che una persona buona possa riuscire a riordinare la città per "vie cattive (cioè violente ndr)" o che un "reo divenuto principe" voglia "usare bene quella autorità che ha male acquistata". La contraddizione di Machiavelli dunque c'insegna che i profeti disarmati alla fine dei conti non hanno affatto torto perché il sistema della violenza non può produrre che disordine.

 

Brucia che a cinquant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale non si sia giunti a democratizzare l'ONU e a dotarla della capacità giuridica e materiale di gestire il monopolio della violenza, di una violenza al minimo livello, nel mondo intero. Perché questo è il passaggio storico obbligato verso la pace: l'assunzione effettiva del monopolio della violenza da parte di un organismo internazionale democratico e rappresentativo di tutti gli stati del mondo, di tutte le nazioni e i popoli, e di tutti gli individui.
Siamo qui invece ancora a discutere se uno Stato abbia o no il diritto di realizzare i propri interessi di sicurezza con lo strumento della guerra. Siamo a discutere se uno Stato, dotato di armi di distruzione di massa capaci di seminar morte ovunque e di incenerire diverse volte la faccia della terra intera, abbia o no il diritto di intervenire in proprio, magari all'interno di alleanze, per disarmare un altro Stato, sia pure allo scopo di imporre l'attuazione di risoluzioni dell'ONU.

 

Siamo qui a discutere sulla guerra USA-Iraq, a sbandierare le procedure democratiche che la renderebbero legittima, a misurare vantaggi e svantaggi, ad auspicare la multipolarità al posto della supremazia di una sola superpotenza, ad evocare pericoli o speranze, a fare la conta delle possibili vittime innocenti. Gli USA - ci viene detto - sono una democrazia; se essi detengono arsenali distruttivi di massa e muovono la guerra, lo fanno con il consenso e sotto il controllo della maggioranza della nazione e sulla base di una costituzione democratica. Mentre l'Iraq è una dittatura. Questo è il discrimine che separa nettamente le democrazie dai totalitarismi e divide la cultura democratica dalla cultura mafiosa. E' il grande passo avanti fatto dalla civiltà rispetto allo sbriciolamento medioevale dei principati e all'assolutismo monarchico o oligarchico. Questo è vero, anche se con dei distinguo.

 

Ma si tratta di una conquista adeguata a un mondo ancora tolemaico. Oggi la Terra è diventata un piccolo paese e le democrazie, in particolare gli USA, hanno arsenali da apocalisse che possono sfuggire al controllo delle loro stesse rappresentanze democratiche. C'è bisogno di un'amministrazione federale mondiale rappresentativa di tutti e che gestisca l'uso della forza a nome e per conto e soprattutto al posto di tutti. Non che sarebbero scongiurati tutti i pericoli di degenerazione imperialistica di un tale assetto internazionale. Ma i tempi sono più che maturi. Già all'indomani della prima guerra mondiale si delineò la necessità di un tale traguardo di civiltà. E invece si giunse alla seconda guerra.

 

Dopo la bomba atomica e la globalizzazione non c'è scampo. O l'ONU cambia pelle, si. democratizza realmente, giunge a rappresentare su un piano di parità le nazioni, i popoli, gli stati del pianeta, e in questa veste nuova decolla quale detentrice planetaria del monopolio della violenza, di una violenza ridimensionata in conseguenza del disarmo dei singoli stati nazionali, o il rischio che gli arsenali militari sfuggano di mano all'uomo sarà sempre più incombente come fine della civiltà. Mi sembra quanto mai irrazionale, al limite di una grande e autodistruttiva follia collettiva, stare ancora a discutere se sia meglio che la fine della civiltà avvenga per mano di una dittatura o col rispetto di tutte le procedure democratiche e magari col consenso dell'ONU.

 

La nostra speranza sta nel contagioso diffondersi, nel dilagare di una cultura che consideri primario in assoluto il diritto alla pace attraverso la pace. Non semplicemente il diritto alla pace perché questo vogliono affermarlo anche i fautori dell'intervento militare. Il loro è il diritto alla pace ad ogni costo anche a costo della guerra. Lo spirito, se non la lettera, della Dichiarazione dei diritti umani universali è perfettamente opposto a questo principio imperiale. Se si fosse trattato di riaffermare il diritto alla pace anche, al limite, attraverso l'intervento militare con l'impiego di arsenali bellici mostruosamente distruttivi, non ci sarebbe stato bisogno di una solenne Dichiarazione, sarebbe bastato il motto dell'antica trionfante Roma "Si vis pacem para bellum", se vuoi la pace prepara la guerra.

 

La Dichiarazione nacque dal bisogno di andare oltre. Non semplicemente affermare il diritto alla pace universale ma il diritto alla pace attraverso il dialogo, la trattativa, la cooperazione, il disarmo. La grande manifestazione per la pace contro la guerra che si è svolta a Firenze il 9 novembre, a conclusione del Forum sociale europeo, voleva affermare quello spirito. Un milione di persone provenienti da tutta l'Europa. La prima manifestazione europea per il diritto alla pace attraverso la pace. E il giorno dopo, in piazza dell'Isolotto, nel mio quartiere, centinaia di persone si ritrovarono per concludere la partecipazione al Forum con un incontro ecumenico laico-religioso il cui tema fu proprio "La pace per la pace".


Diritti e migrazioni internazionali.

Un'altra conseguenza della globalizzazione è la tendenza a uscire dall'identità fondata sulla appartenenza di razza, etnia, religione, cultura, nazione. E' il trionfo dell'individuo. Esso può sfociare nell'individualismo egocentrico radicale senza confini ma anche senza limiti. Infatti, l'ideologia del progresso illimitato su cui si fonda la società industriale e la convinzione che la tecnica è ormai capace di produrre una quantità sempre maggiore di beni in grado di soddisfare ogni esigenza, ha condotto l'umanità a regredire allo stato di egocentrismo e individualismo infantile, l'egocentrismo del lattante. lo sono ciò che ho ed ho ciò che consumo, questa la radice antropologica dell'individualismo radicale di oggi.


Ma la globalizzazione può anche avere un esito diverso. Invece che sfociare nell'individualismo radicale può portare a una socialità allargata, dove si attenuano le appartenenze particolari, o meglio dove tali appartenenze confluiscono in un senso di appartenenza universale. Quindi: tendenza a uscire dall'identità imprigionata nelle appartenenze tradizionali, non per negare o rinnegare i valori delle tradizioni ma anzi per affermarli meglio intrecciandoli con le tradizioni altre.


Se io sono identificato come il nero o il somalo o l' americano o il cattolico o il musulmano o l'ebreo, sento la mia appartenenza come una gabbia. A scuola, quando ancora insegnavo, c' era una bambina rom che si lavava in continuazione strisciando forte la pelle. Voleva sbiancare. Non accettava di essere identificata come "la zingara". Se l'appartenenza è una prigione non la valorizzo. Se invece la mia identità è fondata su qualità personali, su ciò che so fare, sul mio ruolo nella società allora riesco anche a valorizzare le mie appartenenze. Gl'immigrati che vengono in Europa, a lavorare nelle nostre fabbriche, a colmare i vuoti nei nostri servizi, a imbandire le nostre tavole, a badare ai nostri bambini e ai nostri vecchi sempre meno hanno il senso di abitare in un paese straniero.

 

Sto parlando di una tendenza, di una consapevolezza e di .una rivendicazione, non di un approdo tranquillo. La xenofobia, il rifiuto del diverso, il sospetto, l'inospitalità, perfino il razzismo sono tuttora molto forti. Anzi in certo senso sono più forti e quantomeno più gridati proprio a causa di questa mobilità planetaria che inquieta. Producono sofferenze indicibili e danni enormi anche all'economia. Gli imprenditori italiani sono i primi a criticare la legge Bossi-Fini restrittiva e repressiva verso l'immigrazione. E non sempre lo fanno per motivi nobili. Fa molto comodo avere schiavi. Ma la blindatura dell'identità nazionale e addirittura la enfatizzazione dell'identità regionale con questa legge della devoluzione sono reazioni anacronistiche e impotenti a fermare il processo storico della planetarizzazione. E' come fermare la lava dell'Etna. Si fanno solo danni.
So bene che c'è un grande rischio: il prevalere della identità individualistica basata sul danaro. Il possesso del danaro rende automaticamente cittadini del mondo. Il danaro è l'acqua magica che sbianca tutte le appartenenze. Non mi dilungo su questo problema che però meriterebbe di essere approfondito.
Al Forum sociale europeo di Firenze il tema delle migrazioni internazionali e dei diritti dei migranti è stato affrontato in diversi appuntamenti. Ho avuto modo di rivisitare riflessioni e analisi fatte da me già in altre occasioni.


Che sia questo il momento in cui l'utopia della condivisione si fa concreta? Che cosa dicono le manifestazioni in tutti i paesi europei dei sans papiers o immigrati clandestini? Dicono, parlando in termini generici e non strettamente giuridici, che il diritto di cittadinanza è ormai incondizionato e universale e che i "diritti sociali" di base che compongono il diritto di cittadinanza: lavoro, alimentazione, cure sanitarie, scuola, abitazione, fanno parte a pieno titolo dell'identità della persona umana. Non sono una variabile della politica economica e soprattutto non sono da affidare alla discrezionalità. dell'assistenza o delle Questure. Il potere non ne può disporre. Su quel fondamento inoltre, cioè sull'universalità dei diritti di cittadinanza, si può e si deve anche costruire l'universalità delle responsabilità e dei doveri. E' questa l'altra faccia della globalizzazione, la faccia umanistica che è in tensione con la faccia mercantile o finanziaria.


Non so quanto gli immigrati che manifestano per il diritto di cittadinanza siano consapevoli che la loro rivendicazione ha un significato universalistico ed è in aspro conflitto con le leggi fondamentali del libero mercato capitalista. Ma se si afferma che il potere, in qualsiasi forma si presenti e sia riconosciuto, compreso il potere del danaro e di chi lo possiede, non può disporre dei diritti sociali, lo si dice per tutti.
La rivendicazione dei diritti di cittadinanza avanzata dagli immigrati ha un significato universale anche perché apre gli occhi a tutti noi cosiddetti autoctoni. Ci avverte che nella società "globale" i nostri diritti fondati sul suolo non sono così sicuri come ci illudevamo che fossero. E' proprio il caso di dire che ci viene meno la terra sotto i piedi. Nella società globale o ci riconosciamo tutti cittadini o siamo tutti stranieri. E' anche per questo forse che aumenta il senso di insicurezza. Mentre la soluzione sarebbe quella di dare certezza di diritto ai bisogni essenziali di tutti. Porre cioè alla base delle norme della convivenza l'etica della condivisione. Siamo ancora molto lontani da una consapevolezza diffusa e da un consenso maggioritario verso una tale etica. Tanto lontani che questa ci appare un traguardo velleitario e impossibile il quale ci distoglierebbe dai traguardi possibili.


Mi guardo bene dall'addentrarmi in una questione di tipo giuridico, su che cosa sia possibile e impossibile, questione che richiede strumenti specifici.
Mi basta osservare come di fatto la rivendicazione dei diritti di cittadinanza degli sradicati e degli immigrati ha un significato universalistico e data l' ampiezza. e l'ineluttabilità del fenomeno può costituire il segno di una rivoluzione in atto.
Insomma tanto i diritti sociali per i quali si battono gli immigrati tendono di fatto alla condivisione come etica universalistica, quanto invece la logica e la cultura capitalista tendono alla competizione e alla divaricazione.
Non so se e quando tale divaricazione arriverà a un punto di rottura.
Noi per ora viviamo tutto il peso e la lacerazione della tensione crescente fra i due poli, cioè fra l'universalismo dei diritti sociali e il particolarismo del diritto derivante dal possesso capitalista.
Il risveglio di una tale consapevolezza non è né facile né indolore.
Ed è qui che si apre uno spazio significativo e caratterizzante per il volontariato e più in generale per l'associazionismo.


Diritti ed emarginazione sociale

Un altro aspetto della cultura dei diritti, che richiede di essere affermato con modalità aggiornate, è la lotta alla emarginazione sociale. Al Forum sociale europeo di Firenze due sono stati gli incontri dove centinaia di giovani e meno giovani hanno socializzato questo tema: un workshop centrato più sulla gestione sociale e politica della marginalità in Europa, l'altro indirizzato più alla gestione legale e penale.
Il documento conclusivo di ambedue gli incontri analizza in modo puntuale un processo di restaurazione repressiva e autoritaria rispetto ai traguardi di stato sociale raggiunti nella seconda metà del '900.
Riporto testualmente dal documento:

"Tutta 1 'Europa è attraversata da un processo rapido e violento di inasprimento del governo autoritario, repressivo e penale delle povertà, del disagio e dell'emarginazione sociale, della malattia e delle diversità.
Le politiche sociali, il sistema di welfare e della sicurezza sociale, sotto il dominio delle leggi dell'economia e della globalizzazione, stanno venendo progressivamente convertiti in politiche penali e di controllo improntate alla "tolleranza zero", comprimendo o addirittura annullando i diritti acquisiti negli scorsi decenni.
Vecchie e nuove istituzioni totali vengono deputate al contenimento di quanti - vecchi e nuovi poveri, migranti, persone con disagi psichici o problemi di dipendenza, ma anche minori e giovani delle periferie delle metropoli - non potendo essere controllati direttamente dai meccanismi della produzione, vengono contenuti e governati come "gruppi nemici". Ciò avviene attraverso la segregazione nelle carceri, nei nuovi manicomi privati, nelle comunità coatte, nei percorsi dei trattamenti sanitari obbligatori, nel controllo disciplinare delle povertà, nel governo militare delle metropoli.

L'etichetta della pericolosità sociale, ovvero quanto di più arbitrario, ingiusto e privo di ogni garanzia si possa pensare, torna con prepotenza a dominare la vita e i destini dei più deboli e dei più emarginati e viene amministrata con sempre minori garanzie da poliziotti, medici e le varie figure deputate al controllo sociale.
Nella civile Europa, il passaggio da uno stato del welfare a uno stato penale è un processo in atto che ha già corroso molti diritti sociali fondamentali ".

Poi vengono analizzati i dati:

"Nella gran parte dell'Unione Europea:
" le carceri vedono aumentare in modo esponenziale il numero dei detenuti, peraltro in assenza di un aumento nelle statistiche dei reati. Si tratta in gran parte di persone migranti e tossicodipendenti. Vittime privilegiate dell'intolleranza e dei processi di stigmatizzazione e criminalizzazione, sono loro che fanno salire alle stelle i numeri dei suicidi e dell'autolesionismo, sono loro che non fruiscono di pene alternative, sono loro che scontano fino all'ultimo giorno, perché non esiste un reale diritto alla difesa;
" se in alcuni paesi dell'Unione le politiche sulle droghe hanno saputo limitare i danni del proibizionismo, in altri i consumatori di droghe conoscono sempre più il carcere e sempre meno il diritto alla salute, alla cura e alla libera scelta. Si parla per loro, con più frequenza e meno imbarazzo, di trattamenti coatti, di comunità-carcere, di nuove carceri private per contenerli e punirli per ciò che è un comportamento individuale e non dovrebbe essere definito un reato;
" le persone con disagio psichiatrico tornano nei manicomi, che magari oggi si chiamano cliniche e sono private, ma funzionano secondo il vecchio principio delle detenzione e della cura coatta, della separazione violenta dal contesto sociale, del nascondimento e della morte civile. Decenni di conquiste di diritti e dignità, di convivenza sui territori, di diritto alla cura rischiano di venire azzerati o compromessi;
" per minori e adolescenti si aprono sempre più le porte del carcere, si chiudono quelle della cittadinanza e del diritto a crescere, a favore di dispositivi disciplinari, sanzionatori, punitivi.
" Nuove istituzioni totali, quali i centri di permanenza temporanea, su tutto il territorio della "fortezza Europa" rinchiudono centinaia di migliaia di migranti che non hanno commesso alcun reato ed hanno la sola colpa di provenire dal sud del mondo.
I costi umani di questo passaggio epocale sono già immensi, misurati in sofferenza gratuita, arbitraria e feroce, come lo sono quelli sociali e quelli sul terreno del diritto e dei diritti fondamentali ".

L ' appello che ne scaturisce è aperto alla speranza che unicamente può venire dal basso. Ma non da un volontariato che cerca di far del bene comunque sia. Il volontariato deve misurarsi più sulle cause della emarginazione che dedicarsi a curar ferite. Tutte le guerre hanno una Croce rossa. Non di volontari-croce rossa nella guerra della globalizzazione liberista abbiamo bisogno.

"È urgente - continua il documento - costruire movimento, reti e iniziative per lottare contro questo processo e per proporre un'altra società possibile: quella della convivenza, dei diritti, del rispetto e della solidarietà.
È urgente stringere alleanza tra movimenti, gruppi e persone che in prima persona soffrono di povertà, malattia e disagio, e gruppi e persone che per professione operano nel sociale e intendono contrastare le tendenze allo stato penale, mettendone in discussione e criticandone radicalmente le filosofie e le strutture disciplinari e di contenimento.
Dal Forum Sociale europeo lanciamo questo appello-manifesto, a partire dal quale nei prossimi mesi e in diversi Paesi ci impegniamo a costruire e rafforzare movimenti e iniziativa contro lo Stato penale e le istituzioni totali.
Lanciamo questo appello allo stesso Forum Sociale, perché al suo interno cresca l'attenzione su tutti i temi del welfare, dei diritti sociali, della lotta all'esclusione sociale. Costruiamo movimento ".

Non trovo parole migliori per concludere la mia testimonianza.