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ABELE NON È INNOCENTE
"lo sono convinto che non ci può essere cultura della pace se non con la
eliminazione del sacro: la fine del sacro è la fine della cultura di
guerra...quando è avvenuto l'inserimento delle comunità cristiane negli
spazi del potere, c'è stata la sacralizzazione della Chiesa ...il
Cristianesimo si è inserito nei quadri della cultura sacrale ed ha assolto
la funzione di religione della società; e la religione di una società ha
il compito di portare i sigilli alla violenza della società"
"Dio è la cifra assoluta dell'aggressività umana....
L'aggressività passata attraverso Dio, sacralizzata ai vertici, ridiscende
su di noi ... Noi siamo i promotori di una rivoluzione non-violenta
all'interno della Chiesa ...".
Ernesto Balducci, padre- scolopio (S. Fiora 1922 -Firenze 1992)
citazione tratta da Testimonianze 338/1990 e da
"Ernesto Balducci e il dissenso creativo ", Enzo
Mazzi, manifestolibri, Roma, 2002.
Molte cose rendono diversi i molteplici tipi di martirio. Ad esempio
Abele, il martire-agnello che mette in gioco la propria vita ma non la
vita altrui, non è certo assimilabile al martire-kamikaze che invece si
suicida per uccidere e ambedue sono altro rispetto al martire della patria
che per uccidere mette a rischio la propria vita. Tutti e tre hanno però
una cosa in comune: sono profeti del legame stretto fra salvezza e
sacrificio. Ed è in questo cortocircuito, fra salvezza e sacrificio
appunto, che si annida una profonda violenza. Essa inquina la vita e la
società ben oltre il massacro fisico compiuto dal martire-kamikaze o dal
martire della patria ma smentisce anche la presunta non-violenza del
martire-agnello.
Martire significa propriamente "testimone". E ' un termine greco della
tradizione cristiana primitiva che poi ha assunto un significato
universale.
Testimone di che? Inizialmente era partecipe e quindi testimone del
movimento di Gesù di Nazareth, quindi di una esperienza di liberazione
storica, che aveva un significato trascendente non in senso astorico e
dogmatico ma in quanto si collocava in un orizzonte
culturale-sociale-spirituale-religioso totalmente "altro" rispetto alle
sistemazioni date.
La sofferenza era messa nel conto e anche la morte, ma
come conseguenza storica delle scelte di vita e di impegno. "Come hanno
perseguitato me perseguiteranno anche voi", dice Gesù. La sofferenza non
era ancora connaturata alla testimonianza e al "martirio" perché il
cristianesimo non era ancora ideologizzato.
La sofferenza era un prezzo storico da pagare per una
coerenza di vita e di impegno che destabilizzava i poteri del tempo. Ben
presto però nasce il bisogno e la tentazione di trasformare la sofferenza
e la morte in un fine terreno da perseguire in se stesso in vista della
salvezza eterna. La trasformazione del mondo viene rimandata nell'al di là
mitico, nel "dopo la morte" mentre qui sulla terra resta solo la
sofferenza e il sacrificio.
Ciò avviene già nel I° secolo, quando sfumano le
attese di una trasformazione sociale- religiosa-politica che chiamavano
secondo la cultura del tempo "Regno di Dio" (oggi si direbbe "mondo
nuovo"), quando la frustrazione rischia di prendere il sopravvento, quando
sfumano gli ideali e i cristiani non trovano più motivazioni forti per
restare coerenti nella pesantezza del conflitto. Già si intravedono
accenni di tale trasformazione nelle lettere di Paolo apostolo e
soprattutto nella letteratura dei Padri della Chiesa.
Lentamente il martire viene destoricizzato e diviene
il testimone della fede nella salvezza trascendente donata all'umanità e
al cosmo intero attraverso il Cristo. Sottoposti ad atroci supplizi, i
martiri cristiani dimostravano prima di tutto la forza della loro fede:
ciò che soffrivano nella carne era niente di fronte alla felicità infinita
ed eterna che li attendeva.
Questa è l'ideologia che diviene dominante nel
cristianesimo. Supplicavano le fiere o il fuoco di affrettarsi non per
metter fine alla sofferenza ma per sedare la loro ansia di congiungersi a
Dio. E siccome le torture erano considerate insopportabili, superiori alle
forze umane, specialmente di bambini e donne, la loro incrollabile fede
testimoniava a sua volta che l' oggetto della fede era veritiero.
Davvero dietro a loro, alla loro fede, alla loro forza
sovrumana, c' era l' intervento miracoloso di Dio onnipotente. Secondo l'
ideologia cattolica egli si serve del martirio di pochi, per educare i
molti, per dimostrare che è un Dio misericordioso capace di premiare chi
vuole, e vuole i buoni, con la felicità senza limite e senza fine, per
dimostrare però anche che egli è un Dio giusto giudice che ha bisogno di
sacrificio e di sangue versato e di vite infrante per placare la sua
giustizia infinitamente giusta.
Ed ha bisogno della condanna dei cattivi alla
sofferenza senza limite e senza fine, di fronte alla quale le sofferenze
del martirio sono niente, un fruscio d'ali, un battito di ciglio.
Perché questo passaggio della rivelazione e della salvezza divina
attraverso il dolore e la morte? Qui si disvela la violenza intima
contenuta nella testimonianza del martirio, di qualsiasi tipo di martirio
ideologizzato, violenza che va oltre lo stesso massacro compiuto dai
kamikaze, come dicevo sopra.
Il martire non è solo testimone della violenza
subita ma anche di quella che Dio stesso non può impedire che si consumi.
Dio, per riaprire all'umanità l'accesso a1la salvezza eterna, ha bisogno
di sofferenza e di sangue versato. La violenza è frutto del peccato ma per
vincere la violenza non c' è altra strada che ulteriore violenza. Dio si
rivela come la giustificazione radicale della guerra.
"Dio è la cifra assoluta dell'aggressività umana"
diceva il padre scolopio Ernesto Balducci. Su questo dovrebbero riflettere
tutte le persone che s'identificano con una religione istituita. Rischiano
di contraddirsi e di non fare un buon servizio alla cultura della
non-violenza se condannano la guerra ma non toccano le radici della guerra
che si annidano nella loro idea di Dio. Sono come quei capitalisti che
condannano la povertà ma non mettono in discussione le cause
dell'impoverimento che si annidano nella religione del danaro.
Per vincere la morte eterna dunque Dio ha bisogno di vite infrante su
questa terra. Il martire stesso non può non essere sacrificato. Perché
mai, se lui è un essere così docile e buono? La risposta della teologia
dominante non solo nel cristianesimo ma, in forme diverse, in tutte e tre
le cosiddette religioni del libro è questa: Abele deve essere sacrificato
perché non è innocente.
Anche il martire, prima di essere assunto da Dio come testimone, è al
fondo come tutti peccatore e in quanto tale destinato alla morte eterna e
al supplizio senza fine. Di fronte al peccato di origine con cui Adamo ed
Eva hanno inquinato tutta l'umanità per tutti secoli dei secoli non c' è
bontà che tenga. La giustizia infinita di Dio non può transigere di fronte
all'offesa infinita appunto perché è una giustizia infinita e perfetta.
Per salvare il genere umano peccatore e quindi per
salvare anche il martire ha bisogno di sangue versato. Caino e tutti i
massacratori della storia sono al fondo strumenti della giustizia divina,
perversi quanto si vuole, liberamente perversi, ma sempre strumenti,
previsti e messi nel conto dalla onniscienza di Dio.
La cosa poi nel cristianesimo si complica ulteriormente perché tutto il
sangue dei martiri e tutte le sofferenze e tutte le morti non sarebbero
affatto sufficienti. Il peccato di origine ha prodotto un'offesa
"infinita", perché è ribellione a un Dio infinito, e quindi ci vuole una
riparazione anch'essa di valore infinito. Ecco il martirio di Dio fatto
uomo, Gesù. Solo lui, assumendo un corpo umano ma restando Dio, con la
morte di croce apre la salvezza al mondo intero.
La croce è la sofferenza e la morte di un uomo ma ha
un valore infinito perché quell'uomo è Dio. E così Dio dimostra il suo
grande infinito amore. La giustizia infinita è placata ma è soddisfatto
anche l'amore infinito. Così stanno insieme giustizia infinita e amore
infinito.
Ma allora, se Cristo da solo è sufficiente, perché i martiri? Non se ne
poteva fare a meno? Non bastava il sangue e la morte dell'uomo-Dio? No,
perché i credenti in lui, i salvati, i buoni, sono la continuazione nel
tempo del suo corpo e quindi non possono non passare attraverso la
partecipazione alla sofferenza e alla morte di lui.
Per risuscitare con lui alla vita e alla felicità
eterna non possono non essere crocifissi in qualche modo con lui e con lui
sepolti nella morte terrena. La felicità eterna ha bisogno di sofferenza
terrena; la resurrezione ha bisogno di morte. Ogni sofferenza e ogni morte
è in qualche modo un martirio attraverso cui si può accedere, se Dio lo
vuole, alla vita eterna.
E allora i martiri sono i testimoni di questo corto circuito fra salvezza
sofferenza-morte. Sono esempi eclatanti di una sorte che è di tutti. Sono
strumenti di identificazione. Ci rendono amabile la nostra condizione di
sofferenza e di morte perché ci dimostrano che Dio le trasforma
miracolosamente in felicità e vita eterne. Sono lo specchio della nostra
realtà esistenziale.
Lo stesso sacrificio di sé compiuto da cristiani e
preti esemplari nella amorosa donazione agli altri, poi santificati
proprio perché eroici, ha talvolta questa carica di violenza inflitta a se
stessi, violenza considerata non una conseguenza storica del conflitto
sociale ma violenza-sacrificale, autoflagellazione masochista voluta da
Dio, in sé salvifica. Violenza che viene poi scaricata all' esterno,
rovesciata su tutti noi come identificazione vicaria.
Siamo indotti fin da piccoli a riconoscerci in quella
violenza, a sentirla nostra, a costruire su di essa la nostra identità di
peccatori destinati a morte eterna salvati dalla sofferenza e dalla
violenza. Scaricata su tutti noi anche come senso di colpa per non
riuscire ad essere eroici come loro.
Questo significato di violenza, non solo subita ma attiva, ha sommamente
il simbolo cristiano della croce. Il crocifisso sta lì a testimoniare che
per essere salvi bisogna soffrire e in radice sta lì a testimoniare che
non si supera la violenza senza violenza e non si supererà mai nel tempo
terreno della storia.
Il crocifisso è per sempre perché per sempre è il
peccato e per sempre è la necessità suprema del sacrificio: non potrà mai
diventare inutile. Il crocifisso, per come viene inconsciamente esibito e
percepito, è l' icona della giustificazione in radice, nei secoli dei
secoli, della violenza e della guerra.
Inoltre, siccome in realtà ci si ribella alla
sofferenza e alla morte o quantomeno si cerca di sfuggirvi, quel
crocifisso sta lì ad alimentare i nostri sensi di colpa. Da cui nasce
altra violenza. Altri sensi di colpa e altre radici di violenza stanno nel
fatto che il crocifisso soffre non per i suoi peccati, ma per i nostri.
"Sono stati i miei peccati, Gesù mio perdon pietà" , si cantava e si canta
ancora in qualche liturgia di adorazione della croce.
Può sembrare un marchingegno infernale, ma in realtà,
per quanto conosco, è ciò che offre a tutt'oggi la teologia cattolica,
dalle encicliche papali all'ultima lezione di catechismo. E siccome queste
cose ce le inculcano da bambini, quando la nostra coscienza è creta
malleabile, ci restano dentro, nel subconscio, e ci accompagnano come
ferite profonde e doloranti e come fonte di violenza anche nelle fasi
adulte, quando razionalmente siamo in grado di rifiutarle.
Dopo il Concilio si è accentuato il lato
misericordioso di Dio ma il martirio con tutta la sua carica di violenza
resta, nella teologia ufficiale, il fondamento della testimonianza e della
fede cristiana. Nelle altre religioni le cose non vanno molto
diversamente.
Accenno appena, per chiudere in positivo, a un'altra teologia che da
sempre si è sviluppata in certe esperienze di fede spesso considerate
eresie. E' la teologia che oggi si esprime ad esempio a partire da
esperienze attuali di liberazione come quelle delle comunità di base. Esse
tentano di sradicare la violenza attiva, insita nel martirio, in quello di
Gesù e in quello dei credenti in lui.
Tentano di offrire elementi di consapevolezza per
disinnescare l'ordigno esplosivo insito nel corto circuito fra
peccato-sofferenza-morte-salvezza. La morte di croce ha un significato
storico.
E' la vita di Gesù, i valori per cui lui ha vissuto,
che dà significato alla sua morte. E' nella sua vita mortale e limitata la
salvezza, come nella vita di tutti noi. Non nella sofferenza e nella morte
considerate in sé come qualcosa di separato dalla vita.
La vita non è il mezzo per poter soffrire e morire e
pagare così il prezzo del peccato alla giustizia di Dio. La vita e la
morte sono una cosa sola. E la morte è immersione della vita nel mare
della vita. E chi vuol chiamare in causa Dio sarebbe bene che tenesse
conto di ciò che dice lo stesso Vangelo: "è Dio dei viventi non dei
morti". E la sofferenza è un male storico da affrontare in un equilibrio
dinamico fra "resistenza e resa". Resistenza quando è frutto della volontà
umana, resa quando è legata alla limitatezza della esistenza.
Mi sono dilungato a spiegare il significato del martirio nella religione
cattolica perché ha attinenze col significato universale che ormai il
martirio ha assunto.
I martiri-agnelli sacrificali non sono completamente innocenti. I kamikaze
fanno violenza più col simbolismo del sacrificio loro e degli altri che
col massacro fisico in sé. Lo stesso vale per i martiri della patria, per
i soldati israeliani, per i professionisti della guerra infinita, per gli
arsenali bellici in cui essi sono inseriti: prima ancora di uccidere
fisicamente essi uccidono con la loro semplice esistenza la nostra
speranza in un superamento storico della violenza e della guerra.
Scriveva Eugenio Scalfari in polemica col pacifismo,
da lui definito "ideologico", di Gino Strada: "Non ci sono riusciti né il
Budda né Mosè né Gesù Cristo né Maometto a cambiare la natura dell'uomo.
Perciò non ho nessuna ragione di credere che possa riuscirci Gino Strada.
Purtroppo" (la Repubblica 25 novembre 2001).
Ecco dove sta la violenza del martirio e del
crocifisso: nel convincerci che la natura umana è immutabilmente e per
sempre votata alla violenza e alla guerra. Sarà ideologico il pacifismo ma
come definire la sicurezza dei tanti Scalfari nella immutabilità della
natura umana se non come una fede ben più ideologica che non quella dei
pacifisti?
Si considerano razionali ma sono anch'essi utopisti.
L'opinione assai comune cui Scalfari dà voce è inconsapevolmente affine
alla ideologia dei martiri che coprono di sangue la storia e la
trasformano in mito. Sono tutti in un modo o nell'altro icone come lo è il
crocifisso del cortocircuito fra salvezza eterna e sangue versato.
Sono tutti torturatori delle nostre coscienze. Sono
iniezioni di veleno della violenza che inquina la nostra cultura. Sono
giustificazioni in radice della guerra in saecula saeculororum.
Come è stata spezzata la centralità della terra nei
confronti dell'universo, che sembrava una centralità eterna e razionale,
così può essere spezzata l'analoga centralità, eterna e razionale, della
sofferenza-violenza intorno a cui gira l'universo della salvezza.
Enzo Mazzi
Firenze, 30 sett. 2002
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FORUM SOCIALE EUROPEO
L' ALTRA FIRENZE
ARCI, Fondazione Michelucci, Comunità
Isolotto, FIOM stanno costruendo il progetto di una guida della città
sociale e solidale, quindi "altra" rispetto all'immagine convenzionale, da
offrire ai partecipanti al Forum sociale europeo di novembre. Il progetto
è di realizzare qualcosa come un opuscolo il quale, dopo una beve
introduzione che dia il senso della pubblicazione (per costruire un mondo
nuovo dobbiamo riscrivere la storia e riappropriarci della memoria),
mostri, in una serie di quadri sinottici, tre elementi:
-la memoria antica di
socialità-solidarietà-cosmopolitismo impressa in pietre, marmi, legno,
ferro, messi insieme secondo un ordine magnifico, abbacinante fin quasi
allo stordimento, che parla di un tempo in cui l'uomo era al centro della
vita. Tale anima profonda è completamente oscurata e ignorata. Noi,
fiorentini di oggi, quell' ordine lo abbiamo consegnato ormai alla
mitologia e al mercato del turismo usa e getta. La blindatura di Firenze
sarebbe la sua morte. Vorremmo dare un segno di riappropriazione della
storia e della memoria, portando come esempio, con foto e brevi note di
storia, alcuni monumenti, opere d'arte e assetti urbanistici
particolarmente dotati di significato nel senso di quella memoria di
valori sociali.
-Ognuno degli esempi di memoria antica
dovrebbe essere affiancato sinotticamente alla memoria di quel “crogiolo
di dissenso creativo” che ha di nuovo animato la città nel secolo scorso
attraverso la nascita del movimento associativo operaio e contadino, il
quale dopo la guerra è sfociato nella grande esplosione di esperienze
innovative che hanno coinvolto ceti intellettuali e borghesi e strati
della popolazione tradizionalmente legati a una cultura antagonista
rispetto al movimento operaio (le esperienze: amministrativa di Giorgio La
Pira, urbanistica di Michelucci, culturale-ecclesiale di
DallaCosta-Lorenzo Milani-Emesto Balducci-Isolotto, ecc.).
Infine, affiancati ancora in forma
sinottica ai due aspetti precedenti, accenni a mo' di esempi alla realtà
attuale: la Firenze che tenta di vivere, rappresentare e mostrare un'anima
creativa. E' l'associazionismo della legalità, solidarietà, pace, diritti
sociali universali. E' la società civile fiorentina che riesce ancora ad
esprimere una rappresentanza democratica-istituzionale attenta ai valori
della solidarietà. E' il popolo fiorentino che si ritrova nel Forum
sociale europeo o che comunque accoglie il Forum come una grande risorsa
positiva.
La guida avrà molte foto e un testo
illustrativo in due lingue (italiano e inglese).
Firenze 1 ottobre 2002
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