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ERNESTO BALDUCCI E LA LAICITÀ DELLA FEDE
Per il Convegno "Se essi tacessero griderebbero le
pietre",
8° Settimana Alfonsiana dedicata al decennale della morte di Emesto
Balducci,
Palermo 21/29 settembre 2002
Come fiorentino vissuto e cresciuto nell'esperienza del "dissenso
cattolico" ho avuto la fortuna di conoscere Emesto Balducci, il suo
eloquio affascinante, la sua forte personalità, la sua presenza
ingombrante, la sua radicalità intransigente; ho avuto la fortuna di
mettere in relazione i suoi scritti con le sue parole, di collegare quello
che diceva con la sua persona. Che è cosa che non accade spesso e
contribuisce talvolta a creare dei miti, a disumanizzare gli individui, a
impoverire la loro naturale complessità.
Non voglio essere frainteso. Insisto su questo tema
della consapevolezza di non fare di nessuno mai un mito perché mi sembra
decisivo anche nell'incontro cui stiamo partecipando, di cercare di non
idealizzare mai nessuno, di non illudersi troppo e di non caricare di
troppe aspettative le persone, di non attribuire a nessuno un ruolo
indispensabile perché ciò può diventare facilmente solo motivo di dolorose
delusioni nella vita e di inconcludenti celebrazioni dopo la morte.
Purtroppo la visione dominante del mondo alimenta la
voglia di protagonismo perché si fonda quasi esclusivamente sull'emergere
di fatti e di personaggi isolati: è la proiezione del bisogno di ciascuno
di noi di distinguersi, di primeggiare, ricorda Enzo MazzI nel suo ultimo
libro dedicato proprio a Balducci (Ernesto Balducci e il dissenso
creativo, Roma, Manifestolibri, 2002). Mitizzare Balducci sarebbe come
volerlo imbalsamare, astrarlo dal contesto reale in cui ha vissuto e dal
rapporto che ha avuto con tutti gli altri, significherebbe ignorare i
processi profondi e collettivi in cui si frantuma e che condizionano il
divenire storico, escludere la rilevanza e la contraddizione della
quotidianità, fare piazza pulita dei "senza storia" cui Balducci (figlio
di un minatore, toscano dell' Amiata terra dura per i lavoratori) era
invece tanto legato, impedire in definitiva di vedere con distacco critico
il suo messaggio e di separarne gli aspetti ancora utili e attuali.
Bisogna guardare alla intera foresta e non ai singoli alberi (per
riprendere ancora Enzo Mazzi) perché non stempera le differenze che ci
sono pure dentro un medesimo orizzonte culturale (e ci sono state, per
esempio proprio fra Balducci e l'esperienza dell'Isolotto; vedi sul punto
B. Bocchini Camaiani, Ernesto Balducci. Chiesa e la modernità, Bari, Laterza, 2002), ma
serve a valorizzare l'impegno di ogni singolo individuo dentro l'immenso
crogiolo che alla fine rimescola tutto e indica nuove direzioni nella
ricerca dell' avanzamento dell'umanità.
Detto questo e consapevole di cadere in profonda contraddizione - ma
questa è la vita - dico anche che, come succede per tante persone che
consideriamo dei punti di riferimento e vengono a mancare, mi è capitato
di pensare a cosa avrebbe detto Balducci in questi nostri più recenti e
incredibili anni. Io credo che dobbiamo essere grati a Ernesto per aver
messo in risalto con largo anticipo soprattutto un punto su cui tutti noi
siamo oggi drammaticamente chiamati a ragionare, su cui dobbiamo alla
svelta confrontarci, che è quello della necessità di una profonda
trasformazione dell'esperienza religiosa per l'uomo planetario.
C'è un passaggio nella riflessione che Balducci
soprattutto negli ultimi tempi era andato precisando in maniera sempre più
esplicita, sempre più irrequieta e avanzata, attraverso successive rotture
(come sottolinea S. Saccardi, Attualità di una lezione, sul fascicolo di
Testimonianze, 2002, 421-422, interamente dedicato al decennale della
morte di Balducci), legato alla critica durissima della eterna egemonia
della civiltà occidentale sul mondo - e della sua immagine tanto spesso
così violenta -con il contributo determinante della religione cristiana.
E' un punto quanto mai attuale. C'è una componente religiosa decisiva nel
fenomeno del fondamentalismo, diceva Balducci. Siamo noi che abbiamo
costruito l'immagine di Dio a nostra immagine e somiglianza: "I1 Dio a cui
ci siamo assuefatti è un Dio aggressivo, discriminante, implacabile,
giusto nel modo con cui noi pensiamo che si debba essere giusti, capace di
mantenere in totale estraneità da sé i cattivi per tutti i secoli".
Insomma, "l' aggressività passata attraverso Dio, sacralizzata ai vertici,
ridiscende su di noi" e il cerchio si chiude (E. Balducci, La rivoluzione
non violenta, in Testimonianze, 1990, 328, p. 26.).
Il Dio della fede non può essere questo, è un altro - scriveva Balducci -
La sua convinzione era che il cristianesimo doveva morire perché Dio
nascesse: "la città degli uomini, anzi la città delle creature tutte è una
sola e essa potrà essere salvata dalla distruzione solo da un atto
collettivo di trascendimento delle molte culture e delle molte religioni"
(E. Balducci, La terra del tramonto, San Domenico di Fiesole, Edizioni
Cultura della Pace, 1992, p. 176). E' qui Balducci che auspica il
passaggio alla laicità della fede, fondata sulla totale laicità di Gesù di
Nazareth il cui messaggio - come egli scriveva con una bellissima immagine
-"non può nemmeno dirsi propriamente religioso perché in realtà abita la
frontiera della totalità umana" (vedi P. L. Di Giorgi, Balducci e
Bonhoeffer, in Testimonianze, 2002, 421-422, cit.).
Viviamo tutti nell'età dell'incertezza. Forse stiamo barattando le nostre
sicurezze con una maggiore libertà. Gli inconvenienti della nostra
condizione sembrano risultare uniti in modo inestricabile a quelli che
pensiamo siano i suoi vantaggi. Incertezza, dubbio, fatica, tanta fatica a
creare qualcosa che non ci è stato insegnato - Balducci ricorreva alla
immagine dei frammenti di un vaso rotto che bisogna ricostruire senza
conoscerne il modello - sono i compagni di strada della nostra autonomia,
della nostra emancipazione, della conquista di una maggiore libertà di
azione individuale (troppa, effetto dell'agiatezza degli stati sociali
dell'occidente, come sostiene il sociologo tedesco U. Beck, I rischi della
libertà. L'individuo nell'epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino,
2000, fino a mettere in crisi il principio di solidarietà). Siamo
abitatori di frontiera, diceva Balducci: "in questa situazione le
religioni non hanno altra alternativa: o si prestano ad accogliere gli
uomini impauriti e desiderosi di consolazione e allora esse non hanno che
da restare fedeli al proprio passato, avvolgersi nei propri miti, tutelare
gli spazi sacri come se fossero alternativi a quelli della storia comune;
oppure si decidono a confrontarsi con l' età adulta del mondo per
ripensare il proprio messaggio all'interno degli interrogativi che
prorompono nell'uomo di frontiera" (L'uomo planetario, Brescia, Camunia,
1985, pp. 84-85).
Balducci non voleva essere etichettato. La qualifica di cristiano mi pesa,
ripeteva Ernesto Balducci. C'è un brano - sempre tratto da L'uomo
planetario, di cui è la conclusione - che trovo bellissimo e riesce sempre
a commuovermi, non solo intellettualmente, nel quale egli dice: "chi
ancora si professa ateo, o marxista, o laico, e ha bisogno un cristiano
per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura,
non mi cerchi, io non sono che un uomo". Può essere considerato il
manifesto della sua esistenza. Bisogna essere grati a Balducci per aver
avuto la capacità di esprimere in modo così efficace, in modo così
raramente efficace, sentimenti e ragioni di tante persone. Credo davvero
che questo sia in fondo il messaggio più importante che ci ha lasciato:
recuperare fra le tante ambivalenze e contraddizioni della vita, senza
separare mai nulla dei suoi momenti, la voglia di pensare e il coraggio di
costruire una casa comune che abbia finalmente le dimensioni del pianeta.
Luciano ZANNOTTI (Università di Firenze)
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