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Eucaristia e fame nel mondo
(appunti per l'Assemblea eucaristica della comunità dell'Isolotto
Firenze domenica 16 giugno 2002)
"Prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro dicendo:
prendete, questo è il mio corpo. Poi, preso un calice, rese grazie, lo
diede loro e tutti ne bevvero. E disse: questo è il mio sangue".
Le tradizioni religiose sacrificali: la salvezza viene dal sacrificio.
Tutte le religioni hanno al loro centro il problema della salvezza. Sono
vie di salvezza di fronte al mistero del male, del dolore e della morte.
Lo strumento principe della salvezza è quasi sempre il sacrificio. E
spesso si tratta di un sacrificio cruento di un essere divino, di una
persona umana divinizzata o di un animale sostitutivo. Fino dalle
religioni più antiche.
Già il totemismo prevede pasti rituali in cui ci si ciba della carne del
proprio animale-totem.
Il momento liturgico culminante della religione orfica, una delle più
diffuse nell'antichità occidentale classica, era il pasto conviviale in
cui si celebrava la passione, la morte e la resurrezione di Orfeo, mitico
figlio di Dio, sacrificato dai Titani.
È ben nota la centralità del sacrificio nella religione ebraica: "Consacra
al Signore ogni primo nato tra i figli d'Israele, sia degli uomini che
degli animali: esso è mio. Lo riscatterai sacrificando al suo posto un
animale" (libro dell'Esodo ). La consacrazione dei primogeniti avviene
attraverso il sacrificio cruento di un animale sostitutivo.
Nel buddismo il sacrificio rituale è sostituito dall'ascesi. La quale può
anche essere vista come un sacrificio, non cruento però, della parte del
sé, la parte attiva e desiderante, che è all'origine del dolore e della
morte.
Ed eccoci al cristianesimo.
Nel racconto della cena pasquale, prima della morte di Gesù, è recuperata
gran parte della tradizione sacrificale. Ma, a me sembra, è stato inserito
un elemento nuovo che avrebbe potuto essere rivoluzionario se non fosse
stato devitalizzato: l'identificazione fra pane e corpo e fra vino e
sangue, la fusione cioè fra il sacro e la vita.
Va tenuto conto che il racconto dell'ultima cena, prima di essere
codificato nei Vangeli, nasce e si diffonde oralmente fra piccoli gruppi
di persone che vivevano al di fuori delle strutture sacrali, celebravano
l'eucaristia in casa e non nel tempio. I primi cristiani lasciarono il
Tempio, anzi furono cacciati via dal Tempio, non avevano sacerdoti, i loro
ministri erano presbiteri, erano anziani, rifiutavano le parole sacrali.
La loro collocazione nella società era una collocazione di tipo laico Non
avevano cornici sacre. Per questo stesso motivo i cristiani furono
perseguitati anche dal mondo pagano che era un mondo religioso. Erano
combattuti perché non erano religiosi cioè non avevano una simbologia
sacrale, non sacrificavano a nessuno. Il loro momento espressivo era la
cena. E non c'erano tra loro gerarchie ma ministeri. Quindi anche questa
struttura sacrale della gerarchia non esisteva... E morivano versando il
sangue per l'umanità nuova (Balducci).
Non il sacrificio ma la condivisione.
Tradotto in termini espliciti, e quindi riduttivi, il messaggio che emana
dalla simbologia dell'ultima cena potrebbe essere questo: la via della
salvezza non passa attraverso il sacrificio rituale, che è solo
consolatorio, anzi è una truffa mascherata di sacro (il Tempio-spelonca di
ladri). La via della salvezza sta nella condivisione degli elementi
offerti dalla natura e dal lavoro dell'uomo, essenziali alla vita,
simboleggiati dal pane e dal vino. E il sacrificio? È scomparso? No, non è
affatto scomparso. È anzi inserito, con un significato però nuovo, come
elemento essenziale nella profondità del significato della condivisione.
La condivisione eucaristica del pane e del vino non è una qualsiasi
spartizione contrattuale: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. La
giustizia ha bisogno di leggi e norme che regolino il contratto sociale.
Ma non deve sacralizzare e rendere eterne le leggi e le norme. Il sabato è
fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato: la spartizione dei beni della
terra e del lavoro, simboleggiata nella Bibbia dalla legge del sabato,
strumentalizzata e dominata dal potere, resa sacra dal Tempio, ha ridotto
la dimora di Dio a una spelonca di ladri. Bisogna andare oltre. La
condivisione coinvolge insieme al pane e al vino tutta la esistenza umana,
corpo e sangue. È una condivisione esistenziale. È una condivisione che
non è mai appagata dai livelli di giustizia raggiunti storicamente dalle
spartizioni contrattuali. Cerca e vuole livelli sempre più alti di
giustizia e quindi tende di continuo a un "oltre". Perché il corpo e il
sangue, la vita umana, non si possono esaurire mai in un contratto o in un
programma politico. Il corpo e il sangue sono l'anima della trasformazione
continua della storia. Sono il motore intimo della lotta inesausta per la
giustizia.
Condividere pane e corpo, pane e vita.
È sottile e profondo questo significato della eucaristia nel Vangelo.
Condividere il pane e il vino è salvifico, produce salvezza, perché è
condividere corpo e sangue, è condividere la vita.
E condividere la vita, ecco un ulteriore passaggio, è accettare che la
vita sia limitata e mortale. E quindi in qualche modo è anche vincere la
morte. È un vincere pieno di drammaticità ma sostanzialmente è gestire e
superare l'angoscia della morte. Tant'è vero che il Gesù dei Vangeli
affronta la conflittualità, con cui i dominatori del Tempio tentano di
contenere e reprimere il carattere destabilizzante di quella condivisione,
affronta lo scontro mettendo in gioco il proprio corpo e il proprio
sangue. E così poi faranno i primi cristiani che affronteranno col
martirio la conflittualità con la cultura e il potere dell'Impero, che
vuole dominio e non condivisione.
L' eucaristia è l'anima della ricerca inesausta e anche della lotta
pacifica
per la giustizia. Non si può condividere pane e vino, i simboli della
eucaristia, senza condividere corpo e sangue.
Nel racconto dell'ultima cena vedo la conclusione di un percorso che parte
dal discorso della liberazione degli oppressi fatto da Gesù a Nazareth, se
non addirittura dal cantico di Maria (Magnifica l'anima mia il Signore ...
perché ha ricolmato di beni gli affamati e rimandato a mani vuote i
ricchi), passa per il discorso delle beatitudini (beati voi che siete
poveri perché vostro è il regno della giustizia), per l'annuncio del regno
nuovo di giustizia, per le moltiplicazioni dei pani per una folla che ha
diritto a mangiare, per l'affermazione misericordia voglio e non
sacrificio perché il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato,
per l'annuncio della distruzione del Tempio spelonca di ladri, per la
profezia del giudizio finale (mi avete trovato affamato e mi avete dato da
mangiare), per la crocifissione e il sepolcro vuoto.
Tutto questo nel periodo del cristianesimo nascente.
E venne la transustanziazione a devitalizzare l'eucaristia.
Quando è avvenuto l'inserimento delle comunità cristiane negli spazi del
potere c'è stata la sacralizzazione della Chiesa. È cominciata l'avventura
della fede dentro le categorie del sacro. Il cristianesimo-potere ha
rovesciato il senso di questa simbologia insita nell'ultima cena. È stata
sancita la transustanziazione. Il pane non è più pane ma è il corpo di
Cristo. Il pane e il corpo sono stati di nuovo contrapposti. La vita, la
natura e il sacro sono stati di nuovo separati. E all'ansia di giustizia e
alla lotta pacifica per la giustizia è stata tolta l'anima. E l'eucaristia
è stata devitalizzata.
Può avere un senso oggi l'eucaristia come contributo a una trasformazione
della cultura di vita?
Per chi ha raggiunto tali convinzioni sembrerebbe coerente sbarazzarsi
della eucaristia. N n è stata e mi sembra di poter dire che non è la
scelta della nostra comunità e delle comunità di base.
La memoria simbolica di una esperienza che ha attraversato i millenni e
che è praticata da un terzo dell'umanità può aiutarci a dare anima oggi
alla nostra ansia di giustizia e anche alla lotta pacifica?
Lo dico con molta trepidazione e con l'umiltà che caratterizza un
movimento, quello delle comunità di base, senza struttura e senza potere.
Siamo alle prese con la fame nel mondo: una fame che cresce col crescere
dello sviluppo del mondo opulento. Cresce la ricchezza nel mondo e cresce
ancor più la fame nel mondo. Siamo alle prese con un ordine mondiale che
genera fame. Dunque non è all'interno di questo ordine che si può trovare
la soluzione della fame. Si possono trovare dei correttivi, dei lenimenti,
ma non la soluzione. Non è vero allora che siamo in realtà alle prese con
l'eterno problema del male? Che siamo alle prese con l'eterno problema
dell'angoscia della morte la quale genera voglia di immortalità e di
onnipotenza e quindi produce e sancisce strutture di sopraffazione,
violenza, ingiustizia, distruttività? Abbiamo certamente bisogno di
strategie politiche "possibili" e di programmi economici "realisti" per
combattere la fame. Ma bastano da soli? o ci vuole contemporaneamente un
grande impegno di trasformazione della cultura di vita che vada alle
radici, a cominciare dalle radici della ingiustizia che sono in tutti noi,
nei nostri gesti quotidiani? E in questo impegno può avere un ruolo
l'eucaristia?
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