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Vangelo del 10 giugno 2001.
 


NOI E I NOSTRI FIGLI

Gioietta -Vorrei parlarvi di alcuni fatti accaduti negli ultimi mesi e che mi hanno turbato profondamente: la violenza dei giovani nei confronti dei propri genitori e dei coetanei.
Ricorderò brevemente:
Febbraio 2001 : Novi Ligure, Erika, 16 anni, e il fidanzatino, Ornar, uccidono a coltellate la madre e il fratellino di lei. In un primo tempo accusano un extracomunitario e per poco non si mobilita una caccia alle streghe nei confronti degli stranieri. E' un delitto che fa orrore, ma che viene subito emulato: 5 marzo a Novara altri due fidanzati, di venti e 18 anni, cercano di uccidere la madre di lei perché si opponeva alla relazione; 24 marzo: a Pompei sedicenne strangola la madre; a Como, Michele, 30 anni, laureato in legge, disoccupato, uccide la madre infierendo su di lei con diversi coltelli. Il criminologo Francesco Bruno dice che negli ultimi cinque anni la percentuale di coloro che uccidono i propri genitori è aumentata del 100%, cioè è raddoppiata.
E si potrebbe continuare: 27 maggio 2001 un ragazzo di 14 anni molesta e poi uccide, gettandolo sotto il treno, l'amico di sei. 26 maggio 2001: avvelena il padre e la madre perché detestavano il suo fidanzato. Forse aveva avvelenato anche la nonna. Meno di una settimana fa una tredicenne, senza alcun motivo apparente, accoltella ripetutamente l'insegnante con il coltello che portava in cartella, dice per tagliare la focaccia.
Verrebbe fatto di chiedersi con una frase famosa di Benigni "Oh i'che c'è?" Da notare che questi episodi di violenza non sono avvenuti in un ambiente degradato, fatto di incultura, fame e miseria, bensì in un ambiente borghese. Il padre di Erika è un manager di successo, la madre era insegnante di catechismo. Come può accadere una cosa simile? I pareri degli esperto non si sono fatti attendere, ve ne riporterò qualcuno ma vorrei che prima si discutesse esponendo le nostre opinioni.

Parere di alcuni esperti:
Lo scrittore israeliano Yehoshua, che ha studiato e descritto la famiglia, dice che questa si sta disgregando perché la democrazia si è infiltrata al posto della tirannia e i suoi membri sono più indipendenti e il legame al suo interno è meno forte. Le discussioni e i conflitti, spiacevoli, ma anche salutari, non ci sono più.
Per Roberto Pazzi, scrittore, il grande assente oggi dalle famiglie è l' amore, o meglio, la capacità di amare, spenta da un Io malato.
Giuliano da Empoli, giovane scrittore controcorrente, dice che i nostri figli sono disorientati perché hanno troppo potere, sono cresciuti tecnologicamente più dei genitori e considerano questi ormai obsoleti.

Alcuni, come il filosofo Bollea, dicono che è perché non si parla più di politica.
Per il giornalista Curzio Maltese non c'è niente da fare, Erika è una psicopatica e cita il Ministro Veronesi che dice che in metà delle famiglie italiane c'è un malato di mente.
Chiara Saraceno, sociologa, dice che "C'è grande paura dei conflitti e la convivenza si trasforma in accoglimento passivo delle richieste dei figli. "
Un'altra sociologa, Carla Facchini, ha studiato questo progressivo arretramento dei genitori: la casa, come dicevano una volta le madri infuriate, sembra sempre di più un albergo con buoni servizi.
L' 81% degli adolescenti, secondo questo studio, commissionato all 'Istituto Iard, può ospitare in casa gli amici, 1'80% li sceglie come crede, i177% decide i luoghi dove trascorrere il tempo libero, il 62% non ha vincoli di orario, il 55% può dormire fuori senza difficoltà, i rapporti sessuali sono liberi. Il figlio sconosciuto entra ed esce quando vuole, frequenta chi vuole. Quando è in casa resta altrettanto estraneo; più del 70% non collabora nel fare la spesa, il 77% non cucina, il 72% non fa pulizie. Più dell' 80% non sbriga pratiche (pagamenti, bollette) né si cimenta in piccoli lavori domestici. Solo un 27% collabora attivamente nel rimettere in ordine. La Facchini conclude commentando: "Cresce la libertà, ma non la responsabilità"


Gustavo Charmet "I nuovi adolescenti" (Cortina editore) dice che l'Italia "ha un indice di permanenza dei figli in famiglia trai più alti del mondo. A 35 anni si sta, ancora, normalmente, a casa e anche quando se ne esce, i rapporti con i genitori e i vantaggi che ne derivano restano fortissimi. L' effetto è creare giovani intolleranti al dolore, una generazione depressa e narcisista, ipersensibile, che cerca consolazione e rapporti nel gruppo di amici. La famiglia non forma più uomini, soldati, sacerdoti, dirigenti, ma figli felici. Hanno attività ricreative forsennate, consumano molto. Hanno ottenuto tutto ciò che chiedevano i genitori contestatori, ma manca ogni ideologia. Ci sono regole e non norme morali. Ai figli si chiede di non lasciare lo zainetto in ingresso, ma non si pongono punti di vista etici o politici" e ancora: la scuola diventa "il luogo della costrizione". La scuola in generale è diventata "un luogo di socializzazione qualunque, come il bar. C'è assoluta demotivazione ed è inevitabile lo scontro tra giovani abituati alla libertà e le regole scolastiche che non sono rispettate". Questo giovane libero non è felice, è turbato, preoccupato, depresso. L'unico modo di esprimersi per lui è il gesto, l'azione, la violenza, contro di sé e contro gli altri.


Paolo Crepet, nel libro "Non siamo capaci di ascoltarli", Einaudi tascabili stile libero, dice che spesso i genitori rimproverano i figli per le loro mancanze ma poi si comportano male con loro, non sono coerenti con quanto affermano (pag. 39).
I genitori sono autoritari ma non autorevoli; la regola e il divieto dovrebbero servire a rinforzare il legame familiare. Quando poi un papà afferma una regola poi smentita o messa in discussione dalla mamma o viceversa, il tasso di credibilità educativa dei genitori crolla vertiginosamente agli occhi dei figli.
La società senza regole è anche una società anaffettiva o autistica, perché senza relazioni ed emozioni.


Pag.40: per insegnare le regole occorre una mite autorevolezza. Bisogna correggere, ma con amore e stima.
Pag.83: saper educare dovrebbe essere unito al comunicare emozioni.
Erika non sapeva comunicare emozioni, non conosceva la dimensione del dolore, dolore che l'avrebbe fatta crescere.

Cosa penso io?
- E' attraverso la rinuncia e la frustrazione che ne deriva che impariamo a rispettare la vita e a
contentarci di quello che ci dà.

- Per noi, generazioni di sessantenni, non è stato facile: la guerra, la miseria, la difficoltà di lavoro, ci hanno tenuto a stecchetto nonostante i nostri genitori ci volessero molto bene.

-Ora godiamo di un relativo benessere e ai nostri figli non facciamo mancare nulla. Abbiamo voluto dare loro la libertà che non abbiamo avuto... Però.. però anche questo non va bene: bisogna dar loro più responsabilità. E anche offrire loro un atteggiamento più fermo: pochi no, ma decisi, autorevoli e soprattutto molto ascolto, molta comprensione e anche discussione, ma senza colpevole indulgenza.