Home                                            Notizie    Storia    Archivio storico     Incontri Domenicali    Esperienze Educative    Libri    Progetti Condivisi     Echi di Stampa   e-Link      Contatti
RICERCA <           Y   '81 '82 '83 '84 '85 '86 '87 '88 '89 '90 '91 '92 '93 '94 '95 '96 '97 '98 '99 '00 > NOTIZIARIO       VEGLIE
               a    b    c             W  02 04 05 17 23 26 38 39 40 46 50 52          
   

   
   

Invito alla Veglia
 


La Veglia di Natale in Piazza Isolotto - Firenze
inizierà alle ore 22,30 del 24 dicembre 2000.
 

Il Natale deriva per i cristiani dalla memoria del Vangelo ma è una festa legata anche ai miti e alle memorie di tante culture e religioni. La celebrazione del Natale richiama l'impulso profondo a nascere sempre di nuovo che è in ognuno e nella natura intera.


Il Natale ha risonanze nella sensibilità religiosa ed anche nella coscienza laica. La piazza aperta a tutti, senza distinzioni di fedi, razze, culture e bandiere, può essere un luogo appropriato per vivere il Natale. Lì è possibile vegliare intrecciando liberamente insieme i sentimenti, le ansie, le attese, le esperienze e le fedi più diverse.


La Veglia in piazza Isolotto vuole avere queste caratteristiche di apertura. Vegliare in piazza dell'Isolotto la notte di Natale non è un rito ripetitivo. E non lo è perché ogni volta si riempie di contenuti nuovi.


Il Natale quest'anno trova il luogo della sua origine, la Palestina, di nuovo drammaticamente insanguinato e sul l'orlo di una guerra.


Il Dio delle tre religioni abramitiche (Abramo è il "padre della fede" per ebrei, cristiani, mussulmani) nel suo cammino storico insieme alle donne e agli uomini di tutti i popoli della terra è giunto ormai nelle coscienze di molti credenti ad aborrire il sacrificio, il sangue versato, la guerra. È un processo di trasformazione e maturazione della fede sia cristiana, sia ebrea, sia musulmana, che va favorito e accelerato come contributo alla pace in Medio Oriente e nel mondo.


La Veglia di Natale in piazza Isolotto ha dunque come tema l'interrogativo che sta nei cuori e nelle menti di molti: Quale pace possibile in Palestina?
Una mostra di foto e didascalie spiegherà la storia della questione israelo-palestinese.


La Comunità dell'Isolotto
 

 

PER IL CAPOREDATTORE DE LA REPUBLICA
FIRENZE
 

Il Natale ormai, nella nostra cultura, più che la memoria di un evento storico è una specie di "presepio interiore". Come evento storico è più supposto che provato. I racconti dei Vangeli sulla nascita di Gesù non hanno consistenza storica sicura.

 

Anche un miscredente però si porta dentro le tenere immagini stereotipate del bambino che nasce in una stalla, riscaldato dal bue e dall'asino, visitato dai pastori come segno di "pace agli uomini di buona volontà", annunciato da una stella cometa, perseguitato dal tiranno, salvato da Dio, ecc.

 

Sono immagini che hanno servito nella storia agli scopi più diversi. Non di rado sono state utilizzate dai sistemi di dominio come strumento di consenso per il buonismo a buon mercato che tramite loro veniva propinato. Contemporaneamente le stesse immagini hanno alimentato sentimenti di identificazione in soggetti gravati da oppressioni e povertà e desiderosi di riscatto. E' in questo secondo senso che il "presepio interiore" fu inteso e utilizzato da Francesco d'Assisi agli albori della modernità. Il povero che si autovalorizza è il bambino Gesù che nasce di nuovo e che inizia una nuova storia. Attraverso il povero e non per il danaro, nelle città che rivivono, può nascere un nuovo umanesimo.

 

Questo fu il messaggio di Francesco. La storia non è andata né come la speravano le comunità povere ed emarginate che furono alle origini dei racconti evangelici del Natale né come la auspicava la comunità di Francesco. E oggi, in un'epoca di transizione analoga a quelle della gestazione del cristianesimo e dell'umanesimo rinascimentale, siamo ancora una volta lì fra buonismo strumentalizzato dal business, dal mercato profano ma anche da quello sacro, e il bisogno di nuova società fondata sulla giustizia e la pace. E' inutile e fuorviante domandarsi se tale dualità si risolverà mai nella storia.

 

E' un comodo alibi per evitare difficili scelte. Ed oggi le scelte che ci stanno davanti sono rese più ardue e complesse dal conflitto che coinvolge proprio i luoghi storici del Natale: la Palestina, Betlemme, Gerusalemme.


Chi mettiamo nel nostro presepio interiore? Il bambino palestinese ucciso mentre si rannicchia impaurito fra le braccia del padre o il bambino israeliano dilaniato da una bomba? Alla radice l'interrogativo che condisce la nostra festa è la praticabilità della pace fra due realtà sulle quali il mondo uscito dalla guerra ha scaricato le sue più intricate contraddizioni. Non è questo il luogo per una analisi politica del problema.
Una cosa invece mi sembra che parlando del Natale si possa dire con chiarezza e cioè che di fronte al dramma palestinese le religioni devono fare un passo indietro.


I poteri religiosi con la loro pretesa di assolutismo esistenziale ed etico sono fonte di esasperazione dei conflitti anche quando predicano a parole la pace. E' la profezia dal basso, senza corona, senza copricapo, senza mitria e senza turbante, cioè senza potere, che può trarre dai libri sacri e dalle antiche tradizioni paradigmi di senso capaci di animare sentieri di giustizia e di pace.

 

Ad esempio il paradigma universale della liberazione degli oppressi espresso da brani della Bibbia come il seguente:
"Se un tuo fratello, ebreo o ebrea, si vende a te, ti serva per sei anni, ma al settimo lo rimanderai libero…Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e il signore Dio tuo ti ha riscattato…Non violerete il diritto dello straniero e dell'orfano e non prendete in pegno la veste della vedova: ricordati che tu sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore, Dio tuo…" (Dal libro del "Deuteronomio" capp. 15, 12 e 24, 17). Oppure il paradigma della pace annunciato da un bambino rifiutato, profugo, fuggitivo: "Pace in terra agli uomini di buona volontà".


Paradigmi di senso come questi se liberati dal monopolio delle religioni e affidati invece al profetismo dal basso non solo possono essere un potente contributo alla pace ma ci consentono anche di vivere gioiosamente la festa perché risuonano nel profondo di ognuno come ansia e speranza di liberazione di quegli aspetti di noi che sono come oppressi dal già realizzato a cui siamo attaccati fino ad esserne schiavi. La festa in fondo non dovrebbe essere in radice il dominio del rito sempre uguale a se stesso ma invece una rottura del quotidiano affinché trovi spazio il nostro essere non ancora pienamente manifestato e realizzato e più in generale di tutto ciò che non è venuto alla luce ed è allo stato potenziale.

 

 

 

 

PER I CAPOREDATTORI DE IL MANIFESTO
ROMA
 

 

Se c'è una festa usata e abusata questa è il Natale. Forse perché ci riporta un po' nel seno materno, culmine di tutti i nostri desideri, rifugio di tutte le nostre frustrazioni. Ci restituisce per un giorno alla nostra infanzia allentando le difese e quindi rendendoci malleabili a tutte le manipolazioni. Di fatto il Natale ormai, nella nostra cultura, più che la memoria di un evento storico è un paradigma di senso. Volendo semplificare oltre misura si potrebbe dire che è una specie di "presepio interiore". Come evento storico è più supposto che provato. I racconti dei Vangeli sulla nascita di Gesù non hanno consistenza storica sicura.

 

Anche un miscredente però si porta dentro le tenere immagini stereotipate e piene di fascino del bambino che nasce in una stalla, riscaldato dal bue e dall'asino, visitato dai pastori come segno di "pace agli uomini di buona volontà", annunciato da una stella cometa a misteriosi Magi, perseguitato dal tiranno, salvato da Dio, ecc. Sono immagini che hanno servito nella storia agli scopi più diversi. Non di rado sono state utilizzate dai sistemi di dominio come strumento di consenso per il buonismo consolatorio a buon mercato che tramite loro veniva propinato.

 

Contemporaneamente le stesse immagini hanno alimentato sentimenti di identificazione in soggetti gravati da oppressioni e povertà e desiderosi di riscatto. E' in questo secondo senso che il "presepio interiore" fu inteso e reso vivo da Francesco d'Assisi agli albori della modernità, quando a Greccio mise un bambino del popolo al posto di Gesù. Il povero che si autovalorizza è il bambino Gesù che nasce di nuovo e che inizia una nuova storia. Attraverso il povero e non per il danaro, nelle città che rivivono, può nascere un nuovo umanesimo. Questo fu il messaggio di Francesco. La storia non è andata né come la speravano le comunità povere ed emarginate che furono alle origini dei racconti evangelici del Natale né come la auspicava la comunità di Francesco.

 

E oggi, in un'epoca di transizione analoga a quelle della gestazione del cristianesimo e dell'umanesimo rinascimentale, siamo ancora una volta lì fra il Natale buonista, oggi strumentalizzato a piene mani dal business, dal mercato profano ma anche da quello sacro, e il Natale-annuncio dal basso di nuova società fondata sulla giustizia e la pace. E' inutile e fuorviante domandarsi se tale dualità si risolverà mai nella storia. E' un comodo alibi per evitare di scegliere. Ed oggi ci stanno davanti scelte ardue e complesse come ad esempio quelle relative al conflitto che coinvolge proprio i luoghi storici del Natale: la Palestina, Betlemme, Gerusalemme.


Chi mettiamo al posto di Gesù bambino nel nostro presepio interiore? Il bambino palestinese ucciso mentre si rannicchia impaurito fra le braccia del padre o il bambino israeliano dilaniato da una bomba? Alla radice l'interrogativo che condisce la nostra festa è la praticabilità della pace fra due realtà sulle quali il mondo uscito dalla guerra ha scaricato i suoi sensi di colpa e le sue più intricate contraddizioni. Non è questo il luogo per una analisi politica del problema. Il Manifesto non manca certo di spazi adeguati e non gli fa difetto la pluralità informativa e la intelligenza nelle scelte politiche che in gran parte condivido.
Una cosa invece mi sembra che parlando del Natale si possa dire con chiarezza e cioè che di fronte al dramma palestinese le religioni istituite sarebbe bene che facessero un passo indietro.


I poteri religiosi con la loro pretesa di assolutismo esistenziale ed etico, obbiettivamente aggressivo, sono fonte di esasperazione dei conflitti anche quando predicano a parole la pace. E' la profezia dal basso, senza zuccotto, senza mitria e senza turbante, cioè senza potere, che può trarre dai libri sacri e dalle antiche tradizioni paradigmi di senso capaci di animare sentieri di giustizia e di pace. Ad esempio il paradigma universale della liberazione degli oppressi espresso da brani della Bibbia come il seguente:
"Non violerete il diritto dello straniero e dell'orfano e non prendete in pegno la veste della vedova: ricordati che tu sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore, Dio tuo…" (Dal libro del "Deuteronomio" capp. 15, 12 e 24, 17).


Oppure il paradigma della pace annunciato dalla nascita di un bambino rifiutato, profugo, fuggitivo di fronte al tiranno: "Pace in terra agli uomini di buona volontà". Quella parola fatidica, "pace", ha senso nel Vangelo proprio e solo direi perché pronunciata nell'orizzonte di una nuova nascita o se si vuole del riscatto di soggetti sociali rifiutati, profughi, fuggitivi. Nel Tempio, in ogni tempio, in ogni luogo del potere, risuona vuota se non ingannevole.


Paradigmi di senso come questi, liberati dal monopolio delle religioni istituite oltre che dalla strumentalizzazione del business e affidati invece al profetismo dal basso, sia esso religioso che laico, non solo possono essere un potente contributo alla pace in senso politico, ma hanno anche un risvolto esistenziale perché ci consentono di vivere gioiosamente la festa.

 

Risuonano infatti nel profondo di ognuno come ansia e speranza di liberazione di tutta la realtà umana e specialmente di quegli aspetti di noi che sono come oppressi dal già realizzato a cui siamo attaccati fino ad esserne schiavi. La festa in fondo dovrebbe essere in radice non il dominio del rito sempre uguale a se stesso ma invece una rottura del quotidiano affinché trovi spazio il nostro essere non ancora pienamente manifestato e realizzato e più in generale di tutto ciò che non è venuto alla luce ed è allo stato potenziale.

Enzo Mazzi

Firenze 22 dicembre 2000
 

 

   
   

Veglia di Natale 2000
(Appunti per intervento di Enzo)
 


Non è per buonismo natalizio che abbiamo impostato la Veglia sulla ricerca delle vie della pace in Palestina. Per noi è una questione di coerenza. Se vuoi la pace prepara la pace è il preciso orientamento che abbiamo seguito fin dall'impegno pacifista per la guerra in Vietnam negli anni '60.

 

E poi via via fino ad arrivare alla scelta non affatto scontata di partecipare alla Tenda della pace di fronte all'intervento umanitario della NATO in forma di bombardamenti in Kossovo e in Serbia. Nella Pasqua di guerra dello scorso anno dicemmo sotto la tenda in piazza S.Giovanni che si poteva contribuire a por fine alla violenza nazionalista solo con una ingerenza umanitaria sì ma che sposasse la causa delle forze di pace sia serbe che albanesi. I bombardamenti invece avrebbero favorito di fatto il regime di Milosevic e soprattutto avrebbero depresso le forze democratiche interne.

 

E' quello che poi è avvenuto. Confermato dalle dichiarazioni di Kostunica nel settembre scorso: i bombardamenti - ha detto l'attuale presidente serbo - hanno dato "un colpo diretto a tutte le forze democratiche e responsabili a livello nazionale del nostro paese", mentre hanno "aiutato l'irresponsabile comportamento corruttore del regime".


I bombardamenti dicevamo nella tenda della pace avrebbero acuito l'odio e i conflitti etnici. Cosa che è regolarmente avvenuta. Ed ora ci troviamo con un UCK, il nazionalismo armato albanese, scatenato, che massacra non solo serbi e rom ma anche gli stessi moderati albanesi per impedire un compromesso, non affatto facile né scontato, fra l'albanese Rugova e il serbo Kostunica e in pratica per bloccare la strada della pacificazione.


Questo è solo un aspetto che dimostra il fallimento del principio guerra contro guerra, atrocità contro atrocità. Senza contare questa cosa così difficile da accettare che è la leucemia a scoppio ritardato dei nostri soldati e delle popolazioni civili colpite dalle bombe a uranio. Fallimento della guerra dunque.
D'altra parte però c'è la speranza che viene dal successo politico delle forze di opposizione serbe al regime totalitario e dall'incontro a Zagabria finalmente dei rappresentati degli stati nati dalla dissoluzione della ex-Jugoslavia insieme ai quindici della Europa, incontro avvenuto il 24 novembre scorso.

 

E' una speranza che può illuminare di luce positiva anche il conflitto israeliano-palestinese.
E' per questo che nella nostra veglia abbiamo cercato di dare voce al pacifismo di ambedue le parti, sia israeliano che palestinese. E' per questo che nella preghiera della eucaristia abbiamo fatto nostro l'appello congiunto di organizzazioni di donne israeliani e donne palestinesi. Se vuoi la pace, prepara la pace.

 

 

COMUNICATO STAMPA

inviato dalla Comunità dell’Isolotto

Firenze tel. 055 711362

26 dicembre 2000

 

 

 

SVOLGIMENTO DELLA VEGLIA IN PIAZZA ISOLOTTO LA NOTTE DI NATALE

 

La tettoia del mercato in piazza Isolotto, dipinta con figure e simboli di pace dall’artista curdo Fuad Aziz, ha ospitato la Veglia la notte di Natale a cui hanno partecipato circa duecento persone.

 

 Era la trentaduesima veglia in piazza da quel fatidico ’68-‘69. Il tema è stato centrato sulla ricerca delle vie della pace nei luoghi del conflitto violento e specialmente in Palestina. Si è dato spazio a testimonianze ed esperienze provenienti dai costruttori di pace sia israeliani che palestinesi. Faceva da sfondo al semicerchio dei partecipanti, di fronte a un falò che bruciava testardamente nonostante la pioggia, una mostra sulla genesi storica e la situazione attuale del conflitto, intitolata “Due popoli una pace”.

 

La condivisione eucaristica è stata fatta con pane azimo e pane arabo insieme al pane toscano e una invocazione alla pace ha fatto proprio l’appello congiunto di organizzazioni di donne israeliane e di donne palestinesi di Gerusalemme, in cui fra l’altro si dice: “ Non vogliamo che i nostri figli siano assassinati né che si trasformino in assassini. Vogliamo dividere le risorse di questa terra, la sua acqua, il suo vino, i suoi luoghi sacri.

 

E’ possibile dividere Gerusalemme fra due nazioni indipendenti e uguali. Israele non deve dominare la vita dei palestinesi. Nessuno dei due popoli deve credere che sia possibile conseguire la pace con la violenza. Prima che sia troppo tardi fate che le donne trovino la strada di una intesa che gli uomini non hanno trovato. Fate parlare le donne, fate agire le donne”.

 

Da notare il fatto che una bomba, quella esplosa in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, aveva segnato la prima veglia in piazza dell’Isolotto, nel Natale del ’69 appunto, e una bomba, quella esplosa nella sede del manifesto a Roma, ha segnato la veglia del 2000.

 

I partecipanti alla Veglia che hanno vissuto tutta questa storia hanno trovato conferma di una loro analisi ormai consolidata: da trent’anni e forse da sempre la forza vitale spinge a nascere, a uscire dai confini e dai recinti, a cercare strade nuove per dar vita all’inedito, al senza potere, da trent’anni forse da sempre uno stesso “patto del potere con la morte” vuole impedire la nascita e stabilizzare l’ordine violento del dominio. Per questo dalla Veglia è partito un messaggio di solidarietà con il manifesto.