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ALL'ATTENZIONE DI PIETRO JOZZELLI - LA REPUBBLICA - FIRENZE - 280108

INVIA ENZO MAZZI - FIRENZE - 716918

19 DICEMBRE 1995

Chi scrisse e inserì nei Vangeli quelle storie di concepimenti e nascite miracolose, di grotte, stelle, pastori, magi, voleva forse soltanto esaltare Gesù. Ma nel profondo s'intravedono valori ed esperienze positive.
La prima generazione di discepoli aspettava la fine del mondo e il ritorno di Cristo. Egli avrebbe creato una società tutta nuova che chiamavano regno di Dio. Quando però, ormai in vista del secondo secolo, le comunità della seconda generazione di cristiani, meno segnate da un messianismo radicale, si resero conto che non arrivava la fine del mondo annunciata nell'Apocalisse, si misero a lavorare per cambiare tanti piccoli mondi di ingiustizia e di violenza. Tali comunità, inserite ormai nella società greco-romana, sentirono il bisogno di dare nuovo valore a tutta l'esperienza positiva del cammino umano e di trasfromare dal didentro e dal basso le distorsioni della società. I racconti mitici dell'infanzia di Gesù portano l'eco di queste esperienze e progetti di vita delle comunità cristiane della fine del primo secolo.
Forse nel profondo delle esperienze da cui nacquero i racconti simbolici dei vangeli di Matteo e di Luca possiamo vedere riflessa la nostra condizione in questa fine millennio, in vista del duemila.
Il tempo delle rivoluzioni globali è tramontato. L' "ora X", tanto attesa, non è scoccata. Anzi è crollato il castello ideologico e politico che l'annunciava. Si è preso consapevolezza che puntare all'ora fatidica era aspettare Godot, cioè l'inesistente. La bella canzone di Claudio Lolli, "Aspettando Godot", che richiama la geniale suggestione di Beckett, esprime bene tali sentimenti.
Economisti e sociologi avveduti affermano che l'umanità di questa fine millennio si trova di fronte a un problema impossibile: "quadrare il cerchio", cioè mettere insieme benessere economico, coesione e solidarietà sociale, libertà. E molti si domandano come farà la società umana a evitare la catastrofe. "Solo un dio ci può salvare", concludono alcuni. L'attesa apocalittica è dunque una tentazione perenne. Ma questa fine secolo è anche tutta un pullulare di piccole fucine di traformazione. Non aspettano più la salvezza dall'alto, anche quando sono profondamente segnate dalla fede. Non pretendono più rovesciare il mondo intero. Vogliono cambiare un pezzetto di realtà e di vita.
Ci si domanda: è solo frammentazione infeconda o qualcosa accomuna tutti questi percorsi di microprogettualità?
L'interrogativo riguarda da vicino questa nostra vita quotidiana stretta fra il bisogno di felicità, responsabilità, solidarietà, libertà e l'invadenza del dominio, della competizione globale, della guerra di tutti contro tutti.
La spiritualità del natale si può vivere forse nel crocicchio e nella piazza, come spazio simbolico dove è possibile vegliare, oltre l'omologazione delle mura e dei confini. Non per aspettare Godot, ma per tentare di liberare un po' della propria esitenza personale e sociale, per creare e costruire progetti di cambiamento, intrecciando liberamente insieme i sentimenti, le ansie, le attese, le esperienze e le fedi più diverse.

 

La Comunità

 

 

Vegliare in piazza la notte di Natale fa parte ormai dell'identità dell'Isolotto e dell'intera città.

Non è un rito ripetitivo ma un momento di intensa partecipazione anche emotiva. Vi si intrecciano varie culture, diversi simboli e molti modi espressivi.

Il Natale è una festa popolare molto sentita. Il consumismo l'ha purtroppo inquinata. Il luccichio dei festoni per le strade, lo sfarzo non di rado pacchiano degli addobbi delle vetrine e perfino delle chiese, la frenesia dei regali, la maschera di bontà che ognuno si mette per un giorno, rendono difficile cercare nel profondo, in noi e nella comunità sociale, il significato vero di questa festa e il richiamo antico delle sue origini. Perché il Natale non è una festa nata duemila anni fa, ma molto prima, agli albori dell'umanità. Il cristianesimo nascente ha trovato già la tradizione del Natale. Ovviamente non come natale di Gesù, ma come rinascita del sole. Era una festa della cultura romana. I romani stessi però l'avevano ereditata da più antiche tradizioni. L'albero sempreverde, specialmente l'abete, ne era un simbolo diffuso, perché significa la vita che non muore. La religione cristiana ha fatto sua la festa della nascita del sole e l'ha per così dire battezzata, trasformandola nella festa della nascita del nuovo sole, cioè appunto Gesù. Ed ha sotituito i simboli tratti dalla natura, come l'albero, con un simbolo tratto dalla storia e cioè il presepio. Ma il presepio non ha cancellato del tutto il richiamo della natura. Perché è una capanna o una grotta in mezzo alla campagna, illuminata dalla luce di una stella.

La spiritualità del natale, di quel mitico natale in cui s'intrecciano tante culture e religioni, di un natale che ha risonanze anche nella coscienza laica, si può vivere forse nella piazza e cioè fuori dall'omologazione del consumismo, fuori dalle mura che proteggono ma imprigionano, fuori dai confini che uniscono e dividono. Magari, nella piazza dell'Isolotto, in mezzo agli alberi di cui è ricco il qartiere più verde di Firenze, sotto la luce delle stelle, protetti da quella specie di grotta che è la tettoia del mercato, riscaldati dal fuoco vivo. Lì è possibile vegliare intrecciando liberamente insieme i sentimenti, le ansie, le attese, le esperienze e le fedi più diverse. E' più di venticinque anni che proviamo una tale emozione ed è sempre un evento nuovo.

 

La Veglia avrà inizio

alle ore 22,30

del 24 dicembre 1995,

in piazza Isolotto.

  

 

Quest'anno la Veglia di Natale in piazza Isolotto si snoderà su un interrogativo cruciale: è possibile tendere alla pace attraverso percorsi positivi? E quali sono questi percorsi positivi della pace? Insomma, la pace è inevitabilmente frutto della violenza delle armi, oppure nasce dalla radice di amore universale nel profondo delle persone e dei popoli e chiede percorsi positivi?

Non sono interrogativi vuoti. Riguardano sia i processi di pace in atto, come in in ex-Jugoslavia e in Palestina, sia i modi di affrontare il problema dell'immigrazione, sia questa nostra vita quotidiana stretta fra il bisogno di soliarietà e l'invadenza della competizione globale e della guerra di tutti contro tutti.