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VERBALE
DI ISTRUZIONE SOMMARIA
Art.389 e seg. Cod. di proc. pen.
PROCURA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE
L'anno millenovecento 69 il giorno 27 del mese di Gennaio in Firenze
Procura
Avanti a noi dott. Piero Luigi Vigna sost. Procuratore della Repubblica di
Firenze, assistiti dal sottoscritto
È comparso Perolli Don Injac nato a Scutari 29.7.28
res. Firenze piazza San Felice 5
DR
Sono curato della Parrocchia di Piazza San felice della quale è parroco
Mons. panerai.
La mattina del 5 gennaio, domenica, mi recai, essendo
perfettamente d'accordo con Mons. panerai ad accompagnare Mons. Ernesto
Alba presso la Chiesa dell'isolotto, ove Mons. Alba doveva celebrare le
messe per incarico ricevuto dalla Curia Arcivescovile.
Rammento che Mons. Alba si accinse, intorno alle ore
6,45 a suonare la campana, ma gli cadde giù la fune con il gancio di ferro
finale: per fortuna non riportò lesioni.
Poiché ci fu detto che non era possibile accedere al
campanile per via interna fu richiesto l'intervento dei VV.FF. che infatti
giunsero sul posto.
Fui io a celebrare le prime due messe e cioè
quella delle ore 7 e delle ore 9 alle ore 7 calcolai che potessero esserci
120 persone e di più alla messa successiva. La messa delle 7 si svolse in
perfetta regolarità cos' pure quella delle 9 sebbene notassi un certo
movimento nei pressi della porta centrale della Chiesa sul lato sinistro
per chi guarda l'altare.
Intorno alle ore 10,15 alcune persone, potevano essere
8 o nove, rapidamente rimossero le panche dalla loro originaria posizione
e le collocarono a forma di cuneo sul piano della Chiesa antistante lo
Altar maggiore. Furono rimosse anche le sedie che vennero collocate
intorno all'altare in forma circolare facendo un paio di cerchi di sedie.
Da come quelle persone agivano ebbi l'impressione che si trattasse di una
operazione preordinata.
Cominciarono poi ad affluire numerose persone nella
chiesa e ebbe inizio la assemblea di preghiera della Comunità
dell'isolotto. Verso le 11 monsignor Alba mi pregò di recarmi all'altare
per far presente che egli doveva dire la messa a tale ora. Preciso che vi
era notevole affollamento e vi erano persone sia sedute sulle sedie e
sulle panche che in piedi intorno all'altare ed anche sui gradini
dell'altare e anche in immediata prossimità dell'altare nonché varie
persone vicine all'ambone ove è situato il microfono.
Io dunque raggiunsi il microfono e feci presente che
era intendimento di Mons. Alba e mio che fosse celebrata la messa delle
ore 11, in conformità alle disposizioni date dalla autorità costituita e
come avveniva in tutte le chiese ed anche in quella secondo i rituali
orari. Le persone e in particolare quelle lì vicino all'ambone
manifestarono la loro opposizione, opposizione che del resto era stata
manifestata in più riprese quella stessa mattina durante lo svolgimento
dell'assemblea: queste manifestazioni di opposizione nel corso
dell'assemblea si erano manifestate nell'approssimarsi dell'ora in cui
Mons. Alba doveva celebrare la messa.
In quella occasione, in cui andai al microfono,
io ebbi a leggere un testo che aveva scritto su un foglio Mons. Alba. le
frasi erano le seguenti che io riferisco consultando un appunto "riguardo
all'uso di questa chiesa, come del resto è nell'uso di tutte le nostre
chiese, vi ricordo quanto ho già dichiarato durante le messe precedenti, e
cioè che ogni manifestazione di culto deve essere regolata e svolgersi
sempre secondo le norme liturgiche attualmente vigenti, che il parroco è
tenuto ad osservare.
Riguardo poi a qualunque altra manifestazione o
riunione in chiesa, vi fo ancora presente che questa può essere ammessa
soltanto se promossa dal parroco o almeno col suo consenso; diversamente
non può che considerarsi abusiva e tale da essere anche causa di
spiacevoli conseguenze. Firenze 5 gennaio 1969". Fu osservato, da quelli
che stavano vicini che la dichiarazione non era sottoscritta e quindi
priva di valore legale, al che io feci presente che la nostra presenza era
garanzia di autenticità della dichiarazione. Rammento che essendosi creato
del trambusto e dato che non mi veniva concesso di esprimermi al microfono
come stavano facendo gli altri io a un certo punto feci come per staccare
la spina del microfono. Rammento che si sentivano delle voci che dicevano:
"La nostra Messa è quella di don Mazzi".
Visto che la discussione si prolungava ed assumeva toni concitati,
intervenne Mons. Alba vestito dei paramenti sacri. Alba ripetè che er sua
intenzione di celebrare la Messa ed affermò che il documento da me letto
aveva pieno valore come testimoniava anche la sua presenza e che eravamo
pronti a firmarlo, cosa che effettivamente successivamente facemmo, in
Sacrestia. Una delle persone che stavano al microfono, rammento che si
trattava di una persona giovane, con occhiali senza barba e che potrebbe
essere o la persona raffigurata nella foto n.5 o quella raffigurata nella
foto 7, foto che la SV. insieme ad altre mi mostra, disse in tono acceso
che indiceva una votazione per stabilire se la maggioranza voleva o no la
messa. Sono ben sicuro e certo che ad indire la votazione fu questo
giovane e non Mons. Alba.
Le persone che erano nella chiesa alzarono la mano per
manifestare la loro opposizione alla messa e si sentirono anche alcuni
dire di "no" alla messa. Sempre lo stesso fece fare una controprova e
nessuno alzò la mano. Mons. Alba disse che quella votazione non aveva
valore e che la messa egli intendeva dirla lo stesso.
Fu allora ribadito, naturalmente la cosa si svolgeva animatamente e con
calore da parte degli isolottiani, che la maggioranza non voleva la messa
e si sentirono ancora voci che dicevano si vuole don mazzi.
Come ho già detto la gente occupava anche lo spazio intorno all'altare
nella immediata prossimità di questo e mons. Alba non aveva la pratica
possibilità di movimento e di accesso all'altare per dire la messa.Allora
egli disse "voi mi costringete a ritirarmi contro la mia volontà" e si
diresse verso la sacrestia dopo aver affermato che avrebbe detto la messa
di mezzogiorno. Si accennò in sacrestia da parte di membri della comunità
che avrebbero mandato una delegazione in arcivescovado, penso, fra
l'altro, per fare annullare la messa di mezzogiorno in conseguenza della
votazione della quale ho detto ho detto e fu detto che prima di celebrare
la messa avrebbe dovuto attendersi il ritorno della delegazione.
A mezzogiorno Mons. Alba unitamente a me tentò di
riportarsi all'altare ma le persone che si trovavano nella parte
posteriore di questo nei pressi della sacrestia fecero come un cordone in
modo da non farci passare. Noi si cercava di spingere per accedere
all'altare ma venivamo respinti e visto che venivano anche rivolti a noi
discorsi ostili e che il tempo fissato per la messa e cioè l'orario di
mezzogiorno era passato decidemmo di rientrare in sacrestia. Era circa le
12,20 quando si decise di rientrare in sacrestia.
Io ero con Mons. Alba anche la domenica 29 dicembre e in tal giorno io
dissi le messe delle ore 7 e delle ore 9 e mons. Alba quelle delle 11, 12
e 18. Fu annunciato in quella occasione che sarebbero state celebrate
regolari messe nelle festività successive. Ricordo che quel giorno, mi
pare alla messa delle ore 12, penso per l'intervento di persone estranee
allo Isolotto si determinarono degli episodi incresciosi costituiti dal
fatto che venivano pronunciate da questo e da quello frasi offensive che
venivano dirette dall'uno all'altro gruppo manifestante ciascuno diversi
principi sul punto che la messa dovesse o non essere celebrata. Rammento
che i membri della comunità volsero le spalle all'alare mentre veniva
celebrata la messa usando solo loro il microfono a tal fine ponendosi
alcune persone tre o quattro vicino alla porta della sacrestia in cui, in
un quadro vi sono i comandi del microfono, in modo tale che noi non vi
potessimo accedere. I membri ella comunità usavano il microfono
disturbando in tal modo e clamorosamente e in modo indecoroso la
celebrazione della Messa.
La sera di quel giorno 29 dicembre la comunità a mezzo di don Caciolli che
disse di rappresentare la parrocchia rifiutò di dare a mons. Alba le
chiavi per Accedere alla sacrestia. Si tenga presente che lì in sacrestia
tenevamo i nostri paramenti personali.
Rammento che fra gli altri quella mattina del 5 gennaio prese la parola al
microfono anche don Barbieri.
L.C.S.
Sac. Injac Perolli
VERBALE
DI ISTRUZIONE SOMMARIA
Art. 389 e seg. Cod. di proc. pen.
PROCURA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE
L'anno millenovecento 69 il giorno 27
del mese di Gennaio in Firenze
vanti a noi dott. P.L. Vigna
procuratore della repubblica di Firenze, assistiti dal sottoscritto
Mario Marsili uditore giudiziario
È comparso Mons. Ernesto Alba già qualificato in atti.
Confermo le dichiarazioni che ho reso alla .P.G. e delle quali ho ricevuto
lettura.
ADR. Io avevo avuto l'incarico di celebrare le messe alla Chiesa
dell'Isolotto da parte del Cardinale e del vescovo ausiliare essendo in
ciò pienamente d'accordo Mons. Panerai.
ADR. Io non fui affatto invitato dai membri della Comunità ad accedere al
microfono, ma fui io a recarmici in mezzo a notevoli resistenze, come ho
già dichiarato.
Fui proprio io che spingendo e spostandomi sulla destra riuscii a
raggiungere il microfono. Io mi recai dal presbiterio verso il microfono
quando vidi che non potevo raggiungere l'altare e anche per confermare la
dichiarazione letta precedentemente da don Perolli, che è del tenore
riferito da questi alla S.V. e che sentivo veniva contestata assumendosi
che non era sottoscritta. Io raggiunto il microfono dissi che confermavo
la dichiarazione che del resto era stata sempre fatta anche nelle
precedenti festività quando mi ero recato all'Isolotto ed esortai i
presenti a desistere dal loro atteggiamento che era illegale ed abusivo.
Mentre io così esortavo i presenti, e si era avuta
dell'animazione, sentii una persona che era venuta alle spalle: si
trattava del Quercioli che ravviso anche nella foto n° 5 che insieme ad
altre mi si mostra, Quercioli che sempre avevo visto: costui prese il
microfono dicendomi che avrebbe provveduto lui a far stare calma la gente
e chiese se volevano la Messa; si sentirono delle voci che dicevano
vogliamo la Messa di don Mazzi. Allora sempre il Quercioli invitò ad
alzare la mano chi non voleva la Messa e le persone fino a metà della
Chiesa circa che evidentemente erano quelli della Comunità o simpatizzanti
con essa, alzarono la mano mentre le persone che stavano più in fondo non
fecero alcun gesto.
Poi sempre il Quercioli chiese che alzassero la mano
le persone che volevano la messa e nessuno alzò la mano. Si notava che la
cosa era ben organizzata come anche era organizzato il movimento delle
panche e delle sedie che in precedenti occasioni non erano mai state
spostate. Rammento che quella mattina del 5 mentre mi trovavo ancora in
sacrestia ed ero solo sentii rumori di chiavi allam porta che portava alla
chiesa. Subito mi avvicinai e trovai due giovanetti che stavano per
chiudermi dentro la sacrestia. Chiesi loro cosa facevano e loro subito
dissero che non pensavano che io fossi lì.
ADR. Dal microfono dove io mi trovavo, vi era una siepe di sedie strette
ed occupate per cui io non potevo accedere all'altare. La resistenza
maggiore era appunto dalla patte dell'altare proprio per non farmici
arrivare.
Ho visto quella situazione e considerato che era già ampiamente trascorso
l'orario delle 11 (erano le 11,30) dissi: "Voi non volete la Messa allora
io questa messa non la dico e tornerò a dire quella delle 12". Lì in
Sacrestia non si percepiva bene quanto avveniva in Chiesa ed inoltre si
era determinato un certo trambusto.
Rammento che un uomo, quello stesso che come dirò successivamente mi si
parò davanti e ho saputo chiamarsi Niccolini Abramo, venne in sacrestia e
si pose dinanzi al quadro dei comandi elettrici allo evidente scopo di
impedire che io potessi interrompere il collegamento elettrico del
microfono stesso. Rammento che in sacrestia vi era anche don Tozzi e fu
lui che chiese a quell'uomo come si chiamava. Mentre io mi accingevo a
recarmi in Chiesa, verso le ore 12, dopo che avevo mandato don Tozzi a
chiedere che lasciassero libero l'accesso all'altare per la celebrazione
della messa, il Niccolini uscì dalla sacrestia e mi si parò proprio
davanti per impedire che io proseguissi oltre, anche le altre persone
facevano barriera e benché io mi sforzassi non riucii a vincere le
resistenze dato che venivo sempre respinto.
Questa volta fu ancora peggio della prima volta ed io
non (ho) potuto raggiungere l'Altare. A miglior precisione di quanto detto
alla P.G., riferisco che non mi sembra sia stato Don Tozzi a dirmi che le
persone avevano detto che non se ne sarebbero andate fino al ritorno della
delegazione, ma mi pare invece che ciò mi sia stato detto, anzi ne sono
ben sicuro, da due o tre giovanetti dopo che si era visto che io mi
accingevo a levarmi i paramenti per andarmene. Erano ormai le 12,30.
Quando io cercavo di andare all'altare a mezzogiorno e neppure prima mi
era stato detto di questa delegazione. La prima volta che mi recai alla
Chiesa dello Isolotto su incarico della Curia fu il 29 dicembre
(domenica). Furono dette regolarmente le Messe delle 7 e delle 9 da don
Perolli. Verso le ore 10, mentre ero in Chiesa a pregare, mi si avvicinò
un uomo che mi chiese se era mia intenzione celebrare la messa. Io dissi
di sì facendo presente che avrei celebrato alle 11, alle 12 ed alle 18.
Quando furono le 10,30 entrarono numerose persone che dettero inizia
all'assemblea. Io inviai mi pare Don Perolli per un paio di volte alle 11,
11,05 a far presente che intendevo celebrare la Messa facendo anche dire
l'ultima volta che dopo cinque minuti mi sarei recato all'altare, così
feci dopo aver staccato il contatto elettrico del microfono e chiuso con
la chiave che riposi in tasca il quadro. Potei così celebrare la Messa.
Circa un quarto d'ora prima della Messa di mezzogiorno, le persone che
durante la messa delle 11 si erano spostate fuori rientrarono in Chiesa e
alcuni vennero nei pressi del quadro elettrico in modo che io non potessi
più togliere i contatti forzando la porta del quadro per riattivare i
contati. Fu don Caciolli a farlo. Durante la messa delle ore 12 la
celebrazione del rito fu fortemente disturbata dalle persone che usando il
microfono, ad alta voce, leggevano brani e cantavano¸rammento che verso le
ore 11 venne in Chiesa anche monsignor panerai che come ho detto era
pienamente d'accordo perché io celebrassi le Messe. Ho saputo che durante
la celebrazione della messa delle 12, fuori della Chiesa, vi furono
contrasti fra diversi gruppi. Seppi poi di essere stato accusato di aver
chiamato i fascisti, cosa assolutamente falsa. Il giorno 29 celebrai la
Messa delle 18, benché mi fossero state rifiutate le chiavi della
Sacrestia.
Il giorno primo gennaio le messe furono celebrate alle ore di rito.Io il
29 ed il primo gennaio avevo avvertito che le Messe sarebbero state
celebrate anche nelle festività successive.
Era anche intervenuta una comunicazione della Curia pubblicata sui
giornali
Ernesto Alba.
ESAME
DI TESTIMONIO SENZA GIURAMENTO
Art. 357 Cod, proc, pen.
L'anno millenovecento sessantanove il giorno ventisei
del mese di maggio alle ore undici in Firenze
Avanti a noi dott. Adolfo Pellegrini. giudice istruttore
È comparso il testimonio seguente cui rammentiamo anzitutto a mente
dell'articolo 357 del Codice di procedura penale, l'obbligo di dire tutta
la verità, null'altro che la verità, e le pene stabilite, contro i
colpevoli di falsa testimonianza.
Interrogato quindi sulle sue generalità, esso risponde, sono e mi chiamo:
Mons. Bruno Panerai, nato a >Firenze il 6 novembre 1901 il quale D.R.:
sono Vicario Urbano di Porta Romana, e nella vacanza della Parrocchia
dell'Isolotto fui nominato delegato Arcivescovile ad interim della
Parrocchia predetta, con tutte le facoltà parrocchiali, ufficio che ho
tenuti sino a oggi. Ebbi una regolare nomina, e fin da quel momento
assunsi ogni responsabilità pastorale. Dopo la rimozione di don Mazzi, la
Curia chiese la libertà delle stanze adibite a residenza del parroco per
cui trasferì il Curato dell'Isolotto, don Caciolli, a Curato di S. Felice
in Piazza, dove egli peraltro fino ad oggi non si è mai presentato, sia
pure che la nomina sia avvenuta con regolare decreto. Fra le mie
responsabilità parrocchiali mi sentii in dovere di celebrare la Messa
almeno nei giorni festivi, tant'è vero che tentai un accordo con la
'assemblea' dell'Isolotto, che aveva di fatto occupato la Chiesa e la
Canonica, per celebrare la Messa cosa che del resto io potei fare l'ultima
domenica di dicembre (se non erro) alle ore nove. Non credetti invece
opportuno, pur avendone la intenzione, di celebrare le altre Messe delle
undici e di mezzogiorno perché, a mio giudizio, ed a giudizio di sue miei
confratelli sacerdoti, che avevo pregato di venire a celebrare con me in
quella chiesa, il clima creatosi in mezzo alla "assemblea" accennava già
ad una contestazione grave, per cui non vedevo chiaro come se ne sarebbe
usciti. Questo lo dissi pubblicamente in Chiesa, prima di lasciare i
presenti, lo stesso giorno nel quale dissi la messa delle ore 9. Dissi
così che avrei celebrato la Messa alla Cappella del Piazzale del Re, cosa
che feci, anche per due domeniche 8° giorni festivi) successivi. D.R. il 5
gennaio non fui presente ai fatti. Ero invece presente alla Messa delle
11, il giorno che Mons,. Alba tentò per la prima volta di celebrare, non
senza inconvenienti di contestazione:i presenti voltarono le spalle
all'officiante. La messa però fu detta completamente.
D.R. Non so in base a quale provvedimento Mons. Alba ebbe i poteri di
celebrare in quella chiesa: egli venne da me e disse che avrebbe celebrato
le tre messe festive all'Isolotto (ore 9, 11, 12)
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ENRICO MANUELLI - anni 40 professione manovale specializzato alla SITA.
Abito all' Isolotto da dieci anni. Dal '37 al '53 sono stato di casa al
Ponte di Mezzo. Poi, fatto il soldato, mi trovai disoccupato.
Vendetti quel quartiere dove stavo di casa, mi toccò andare al centro
sfrattati. Si toccò il fondo del bicchiere un po' come tutti gli abitanti
dell'Isolotto. Io con la mia famiglia, la mia mamma ed il mio babbo
andammo al centro sfrattati in via Gian Paolo Orsini; ci trovammo per tre
anni nell'aula di una scuola divisa in due dove si faceva la cucina e si
dormiva, nell'umido e nella promiscuità.
Noi non eravamo abituati a vi vere così. Ognuno ha il suo sistema di
vivere più o meno decoroso. Anche io ho provato veramente cosa vuol dire
l'umiliazione di non avere una casa e di essere anche preso in giro da
persone che la casa l'avevano: quello poi!
Io sono sempre stato un tipo non voglio dire bacchettone, ma uno che si è
creato una fede da sé. Cioè sono arrivato a credere veramente perché,
smesso di andare a scuola, (ho fatto la seconda commerciale) mi sono
abituato a leggere molto.
Molti hanno la passione di vedere le partite di calcio o di andare a
pescare. La mia passione invece è quella di leggere. Attraverso la Bibbia
sono arrivato a crearmi veramente un sistema e a vedere come la religione
deve essere e come va applicata. Quindi, già dal 1953, quando io ero
ancora al Ponte di Mezzo, per potere applicare meglio questo sistema di
vita mi iscrissi alla confraternita della Misericordia di Rifredi {1),
proprio per cominciare a fare quello che un po' Gesù aveva detto. Poi un
giorno capitò, sempre nel '53, una disgrazia alla fabbrica di vernici a
Sesto; io ero di servizio alla Misericordia, ci chiamarono di urgenza e ci
erano due ustionati che avevano bisogno di sangue. Io, preso a bruciapelo
a quella maniera, dissi: "come devo fare? provate il mio se è buono".
E da quel giorno sono diventato donatore di sangue.
Anche attraverso questa esperienza ho imparato a toccare con mano cosa
veramente sia la religione, cosa veramente sia la disgrazia, il male. La
mia esperienza al1'Isolotto iniziò così: appena mi trovai qui la prima
cosa che dissi a mia moglie fu questa:
"Ecco qui è la vera Chiesa, qui è il vero posto dove si ragiona"
E mia moglie diceva:
"Mi sembra una Chiesa troppo spoglia: non c 'è nulla".
"Ma la Chiesa deve essere così, nella Chiesa ci deve essere il Crocifisso
, la Madonna e basta".
Ecco perché all'Isolotto io mi sono trovato sempre bene e mi sono
affezionato. Mi sono immerso nella comunità perché era proprio quello che
cercavo da tanti anni.
La prima occasione che ebbi di parlare con Don Mazzi fu per una disgrazia,
quando il mio povero babbo morì. Il giorno seguente fu fatto l'ufficio
funebre. Il giorno dopo, come in Italia purtroppo si usa,
andai a sentire se c'era bisogno delle spese. Enzo mi prese a braccetto e
mi disse:
"Questa è una famiglia; mi dispiace che sia successo questo a te, però
oggi tu hai avuto bisogno di me e domani posso avere io bisogno di te.
Qui non c'è da dare niente".
E mi fece veramente capire cosa voglia dire la comunità. Non volle nemmeno
un soldo, né per questo né per altre cose, perché veramente il cristiano
battezzato non deve pagare i sacramenti ma li deve avere gratuiti.
Purtroppo nella religione cattolica si paga anche i sacramenti.
Un'altra cosa che mi è piaciuta molto dell'Isolotto è 1a maniera di fare
catechismo: è molto bella. Un padre di famiglia può prendere addirittura
il suo figliolo, con altri bambini suoi amici, e mettersi qui in casa,
oppure in Chiesa, e spiegare loro veramente come è il Vangelo, proprio
facendolo toccare con mano. Attraverso questo catechismo la fede dei
ragazzi diviene cosi intimamente legata alla fede ed all'esperienza degli
adulti, dei genitori in particolare. Nei tempi passati non avveniva così e
non avviene nemmeno ora nelle altre parrocchie: il prete insegna il
catechismo, vanno a fare la Comunione come una cosa amministrativa e
basta, il ragazzo va per un periodo di tempo breve in Chiesa, non vede mai
nella Chiesa il suo babbo o la sua mamma, oppure li vede di rado, così a
un certo punto si stanca e non ci va più. Questo succede quasi nel 60% dei
casi, forse di più; è un'esperienza che non rimane perché è staccata dalla
vita.
Invece il nostro metodo catechistico è legato alla vita e rimane perché il
ragazzo riuscirà a collegarlo anche con i fatti che conoscerà attraverso
il giornale e la televisione, essendo stato abituato, proprio col
catechismo, a riflettere sulle immagini.
E questo vale anche per la predicazione dell'Isolotto: per conto mio il
vero Vangelo, e qui sta la difficoltà di poterlo applicare, è quello fatto
di vita veramente vissuta, perché Gesù ha predicato sempre ai poveri, ma
non ha mai predicato solamente di un al di là e basta; ha insegnato anche
a vivere ai poveri. Già Dio stesso quando trasse gli ebrei dall'Egitto per
mezzo di Mosè dimostrò di aver sentito il grido di dolore di un popolo
vittima di ingiustizie e reso schiavo. Del resto anche oggi noi siamo
schiavi: non. schiavi con la frusta e con il bastone, ma schiavi dal lato
economico e dal lato morale. Lo schiavismo infatti, non è solamente quello
del padrone che ti bastona e poi dopo ti tiene in carcere. No, una forma
di schiavismo è anche quando vai in fabbrica e loro, siccome parli
differente da come vogliono, ti buttano fuori da lavorare. Il vecchio e
nuovo testamento, il Vangelo stesso di Gesù, ci dicono di andare avanti,
di portare avanti esperienze vive, non cose morte. È giusto che ci sia
stato all'Isolotto l'assemblea sul Vietnam, proprio perché ti buon
cristiano deve reagire contro tutte le oppressioni. In qualsiasi luogo e
da qualsiasi parte vengano: oggi il Vietnam, domani la Cecoslovacchia, un
altro giorno Israele. In qualunque posto ci siano delle persone ridotte
schiave il cristiano deve prendere posizione, costi quel che costi, perché
il cristianesimo è verità e va portato avanti a costo di qualunque
sacrificio. All'Isolotto abbiamo creduto, tramite il nostro studio del
Vangelo, che questa sia l'unica cosa giusta, che sia l'unica strada per il
cristiano: o siamo con Dio o siano contro Dio. Se siamo con Dio dobbiamo
denunciare tutte le oppressioni, se siamo contro Dio allora si sta zitti.
La parrocchia si riduce allora ad un semplice caso amministrativo dove si
segnano nascite e morti e... tutti pari. Certamente agendo così non ci si
troverebbe nella situazione difficile in cui siamo ora all'Isolotto.
Conoscendo il fariseismo del nostro sistema religioso, mi aspettavo di già
che il primo prete, non solo all'Isolotto, che prendesse in mano il
Vangelo e lo portasse nella strada dicendo: "questo è il Vangelo, sarebbe
stato condannato subito. Perché è stato condannato Savonarola, sono stati
condannati tanti altri preti, compresi i frati minori. È successo a
Firenze nel 1400 e quindi non è molto.
Quelli che hanno messo in croce Gesù se lo stanno portando in processione.
Non è tanto questione di questo o quel Vescovo. Penso che ai nostri preti
anche con un altro Vescovo, forse in maniera più elegante, ma a lungo
andare gli sarebbe successo lo stesso. Perché ormai non è questione di
Vescovi: è questione di sistema. Anche il Vescovo fra il Vangelo e il
sistema si trova di fronte a un'alternativa come quella che è stata posta
a Don Mazzi: "O ti dimetti perché non ti va il sistema o stai nel sistema
ed accetti, e quindi accetti anche di fare come Florit". Probabilmente il
papa stesso non ci ha ricevuti perché è a capo del sistema .Ma voglio
essere ancora più magnanimo, voglio essere più ingenuo, voglio dire che il
Papa non sapeva nulla, perché anche lui vive dietro una cortina di ferro:
gli fanno sapere solamente quello che vogliono.
Quando una parrocchia si smuove come
appunto si è smossa la parrocchia dell'Isolotto e non viene ricevuta, ci
può essere solo questa giustificazione. Oggi però non so se il Papa non
sappia nulle di quello che sta succedendo all'Isolotto. Può sapere anche
in piccola parte, ma per forza bisogna che qualcosa sappia. Se lui lo sa e
non fa nulla per noi è ateo, dimostra di essere uno di quelli che ha
giocato la tonaca di Gesù. Se il Papa veramente sa dell'Isolotto, si spera
di no, ma se lo sa è uno di quelli che gli hanno messo prima la corona di
spine per prenderlo in giro, poi in mano una canna e poi l'ultimo chiodo
per sistemarlo alla croce. Questo sto pensando io, secondo il mio modo di
concepire la religione. Penso anche che la Messa detta in queste
condizioni è addirittura prendere in giro Gesù, tutta la sua parola, tutta
la sua verità, perché anche all'epoca di Gesù venivano dette le Messe,
cioè venivano fatti sacrifici, ma si sa benissimo che non erano graditi a
Dio perché sennò non c'era bisogno che Gesù venisse apposta per mettere in
pace gli uomini. Per questo la Messa oggi non va detta, perché, come i
sacrifici dei farisei, anche la Messa d'oggi non è la vera comunione, cioè
la vera cena
Non si sta assistendo a un sacrificio della cena nella maniera voluta da
Gesù, ma si sta assistendo a una Messa "amministrativa" per
abbuiare tutto, per far vedere all'opinione pubblica che al mondo non c'è
niente di nuovo. Invece no, il mondo deve vedere che è ritornato fuori il
Vangelo. E non sono d'accordo con coloro che dicono:
"ma la Messa ha un valore in sé, anche Mancando certe condizioni".
Rifacciamoci all'ultima cena con gli apostoli: Gesù si mise a sedere
insieme a loro, come si fa fra amici, come si fa in una famiglia.
Perché era fra amici che Gesù divise il pane e il vino, l'unico bene che
aveva. Erano infatti tutti poveri. E Gesù disse:
"Bevete perché questo è il mio sangue e mangiare perché questo è il mio
corpo, fate questo in memoria di me"
Dicendo "fate questo in memoria di me" disse anche che questo sacrificio
va fatto in pace. Ora all'isolotto il cardinale in pace non ci ha messo
davvero. Ecco perché noi non vogliamo la Messa. La vorremo il giorno che
sarà fatta questa pace, che ci saremo chiariti fra amici e tutti ci
potremo sedere in pace alla Messa.
Penso che noi non si possa far niente per questa pace, perché il Vangelo
non ha compromessi. Non si può fare un passo né in avanti né indietro,
dobbiamo stare fermi sulla nostra posizione.
Chi si accorge di aver sbagliato deve smuoversi se è un buon cristiano.
Perciò se io fossi il Cardinale prenderei uno di questi preti incriminati
e gli direi: "Vuoi venire a fare il parroco all'Isolotto?".
Ma i1 Cardinale non farà questo. Fare questo sarebbe già richiamarsi al
Vangelo, invece il Cardinale non ha mai preso in mano il Vangelo
in questa questione. Lui ha citato solo il diritto canonico. Perché?
Questo diritto canonico non ha niente a che fare col Vangelo, risponde a
un sistema medievale. È nato appunto quando c'era una società stratificata
e c'era incomunicabilità fra le persone. Per mezzo di questo diritto
canonico il nostro Vescovo ci ha condannati, quindi ci ha condannati
contro il Vangelo. Non so se mi sono spiegato bene.
Pensando a tutto questo i primi tempi ero per dire:io vengo via,
vengo via, mi fo protestante ma vengo via. Mi fo protestante perché, da
buon cristiano, ho diritto ai sacramenti e li voglio". Però dopo che Don
Mazzi ha detto:
"Fino a che ho fiato voglio un colloquio con lei, voglio che lei venga a
trovarci" anche io dico:
"Rimango nella Chiesa cattolica e fino a che ho fiato continuerò a
chiedere un colloquio".
Penso comunque che i nostri preti, se hanno disobbedito in qualcosa,
possono aver disobbedito solo al diritto canonico. Florit invece ha
disobbedito al popolo, che per 14 anni gli ha chiesto insistentemente
di venire all'Isolotto, e chi conta nel Vangelo, chi conta per Cristo è il
popolo di Dio, non il diritto canonico.
(1 )Confraternita religiosa di origine medievale, sorta a Firenze, che ha
come scopo principale il soccorso e trasporto e assistenza dei feriti e
degli inferni.
SIMONETTI WALTER - operaio
Ciò che emerge nell'esperienza dell'Isolotto io lo sintetizzo in poche
parole: è l'unità di uomini coerenti e onesti che attorno ai problemi che
travagliano l'umanità intera, fanno le loro scelte responsabilmente.
Ciascuno parte da posizioni personali o di gruppo, anche particolari, ma
il momento comune di unione sulla realtà delle cose travolge ogni
personalismo e finalmente si ritrova l'uomo nella sua natura, con il suo
coraggio civile.
Sul terreno della solidarietà umana e classista le forze più coscienti
all'Isolotto, da tempo, hanno superato molte barriere, in quanto fin dal
suo nascere come centro urbanistico tali forze si sono inserite nel
tessuto sociale interpretandone i bisogni e le esigenze.
Sintomatico è come questo quartiere si è sempre saputo unire, nella
parrocchia e fuori, al di sopra delle ideologie e posizioni personali,
dando sempre un serio contributo nei confronti delle lotte operai vertenti
sulla difesa del posto di lavoro (ed in cui molti abitanti dell'Isoloto
erano al centro), sui problemi riguardanti la Pace, universalmente intesa,
sulle ingiustizie sociali, sui problemi razziali, ecc.
Mi si chiede una testimonianza? Certo
Come operaio della Galileo - officina meccanica fiorentina - e come
abitante dell'Isolotto, mi trovai nel 1958 al centro di una delle prime
esperienze comunitarie del quartiere. Ero nella lista molto numerosa dei
licenziati e non a caso in quanto comunista.
Il momento politico era tra i più cruenti, le repressioni e le
discriminazioni rasentavano il costume medioevale.
Anche la Chiesa con la sua struttura diveniva strumento per tale politica,
quindi difficile era riuscire ad affermare un discorso unitario attorno al
problema.
Ebbene in questo quartiere fu costruito un largo comitato di solidarietà
tra i molti della città, comitato che, ruotando intorno alla parrocchia,
fu di valido contributo alla soluzione della lotta in atto.
Chi tra quanti di noi abitanti, non ricorda quei giorni che culminarono
con una grande assemblea in chiesa, tra cattolici, comunisti, socialisti,
democratici tutti, uniti in quel luogo tanto insolito a parlare di un
problema sociale e politico al tempo stesso.
Io ero uno scomunicato e fui delegato ad introdurre e mi sentivo molto a
disagio, considerando che dietro alle mie spalle vi era un altare e un
crocifisso che fino ad allora le gerarchie ecclesiastiche mi avevano
impedito di poter vedere.
Ricordo un discorso fattomi in forma molto sottile da una personalità
politica lì presente a proposito del tipo di assemblea"Sono 40 anni che
non metto piede in una chiesa, mi sento molto turbato, ma al tempo stesso
credo di ravvisare che qualcosa sta veramente cambiando nel mondo".
Ed infatti da allora molta strada è stata fatta ancora all'Isolotto. Don
Mazzi ha maturato la sua esperienza, il popolo la sua. Ognuno ha fatto le
proprie scelte fino ai tempi di oggi.
Molti anni sono passati da quella prima assemblea di popolo, molte altre
ne sono state fatte, forse troppe per chi ha fatto chiudere la chiesa e
cacciato don Mazzi e gli altri preti.
Io sono un operaio e mi rendo conto di queste cose: partono sempre dai
consigli per arrivare ai ricatti, dagli ultimatum alle crociate; rientra
nel sistema. La Conservazione Politica lotta per mantenere i privilegi, ma
il mondo soffre troppi mali; quindi ha bisogno di gente che con coraggio
affronti la realtà e all'Isolotto questo coraggio esiste, per consentire
ancora di rafforzare questo lavoro comunitario.
Questa è l'esperienza che traggo dall'Isolotto.
UNA TESTIMONIANZA SIGNIFICATIVA.
È molto difficile poter dire con tanta chiarezza quello che ha potuto
significare il nostro inserimento nella comunità dell'Isolotto e ancora di
più il conoscere profondamente don Mazzi.
Il nostro gruppo composto di grandi invalidi poliomelitici ed invalidità
analoghe si è inserito nell'ambiente dell'Isolotto da circa nove anni.
Nacque da un'esperienza, sentita da molti, di creare un rapporto di vera
uguaglianza e quindi di amicizia con gli altri e non solo, come era stato
fino allora, fra noi.
I nostri incontri venivano fatti una volta al mese e i locali della
parrocchia erano a nostra completa disposizione.
Inizialmente si stava insieme per scambiare qualche idea, per organizzare
qualche gita o festa poi pin piano si sentì forte l'esigenza che in queste
riunioni, così familiari, si potesse discutere e affrontare alcuni
problemi riguardanti sia la nostra categoria, sia i problemi di interesse
generale, che poi sono i problemi del mondo di oggi e che ci fanno sentire
parte integrante della società, fino allora da noi male affrontati per il
nostro tipo di vita che, come è comprensibile, si differenziava da quello
degli altri.
In sostanza la società non ha saputo offrirci nulla, anzi ci ha ignorati,
lasciandoci ai margini.
Per noi invalidi l'amicizia di don Mazzi e di altre persone dell'Isolotto
è stata una spinta decisiva per iniziare un cammino completamente nuovo.
I rapporti con gli altri, benché fossero pieni di amore e di buoni
propositi, erano rimasti vuoti, non erano serviti a concretizzare in pari
misura quel dare e ricevere comune fra tutte le persone di questo mondo.
Questi anni vissuti in un rapporto di vera amicizia hanno dato ad alcuni
invalidi (i più impegnati e i più maturi, una notevole spinta per
affrontare molti problemi con lo scopo preciso di dimostrare che
l'invalido può benissimo essere parte viva della società dimostrando
chiaramente come può essere affrontato il problema per un effettivo
inserimento.
A tale scopo si venne alla decisione di costituirci in associazione con le
premesse di non volere Assomigliare minimamente a tutte le brutte copie di
associazioni già esistenti che con i loro contrasti che spesso determinano
tanta confusione, per poca serietà e fiducia arrivano perfino a
denunciarsi l'una con l'altra; fanno così capire chiaramente come
l'invalido sia strumento di interessi di parte e personali.
Il gruppo nacque dunque dalla profonda esigenza di permettere a ciascun
invalido di realizzare, nella maniera più confacente possibile, la sua
dignità di uomo perfettamente inserito nella società. Battendosi perciò
per la sua elevazione, sia dal lato materiale che da quello sociale.
Nacque inoltre per testimoniare di fronte all'opinione pubblica una
situazione ormai intollerabile in una nazione civile che ignora quasi
completamente gli invalidi.
Questi gli scopi e gli impegni presi del gruppo:
a) creazione di laboratori per invalidi gravi;
b) avviamento al conseguimento di una qualifica professionale nel caso
siano idonei;
c) ricerca di una occupazione confacente con la possibilità del socio di
comune accordo con gli Enti pubblici, società, organismi comunque in grado
di assicurare un lavoro retribuito;
d) inserimento nella vita sociale tramite la formazione culturale degli
invalidi
Parte di questi impegni sono stati realizzati, altri si concretizzeranno
come è stato fatto per la realizzazione dei laboratori per gli invalidi
gravi, che sono stati definiti da persone competenti come gli unici
funzionali in Italia, dove finalmente gli invalidi hanno trovato un
inserimento ed una ragione di vita.
In sostanza quello che è stato fatto per inserire gli invalidi è stato
realizzato grazie all'impegno degli invalidi con la solidarietà e l'aiuto
che è stato portato da parte degli Enti locali.
Nonostante questo, il problema degli invalidi non è risolto.
Non basta l'iniziativa privata del singolo, ma occorre spingere perché la
società si interessi e intervenga giustament6e su questo problema, così
come su altri. Finora è mancata una volontà sincera da parte delle persone
responsabili. Le leggi si sono mostrate finora del tutto insufficienti.
Nessuno dei provvedimenti presi affronta radicalmente il problema.
È chiaro che se vogliamo che cambino veramente le cose, non solo per gli
invalidi ma per tante ingiustizie che ci sono nel nostro Paese, occorre
sensibilizzare sempre di più le persone a questi problemi, come è anche lo
scopo del nostro gruppo di far sì che, ponendo con forza questo problema
all'attenzione di tutta l'opinione pubblica, si riesca a smuovere coloro
che hanno in mano le sorti della nostra nazione.
Noi sentiamo, avendo preso coscienza non solo della nostra condizione ma
di tante ingiustizie che esistono nel mondo di oggi, che è necessario
impegnarsi sempre di più per migliorare questo mondo, per renderlo più
giusto per tutti.
Quel che abbiamo capito, fra l'altro, è che occorre trovare tra la gente,
indipendentemente dalle convinzioni ideali, religiose, politiche, punti
comuni per migliorare le condizioni umane di tante persone che soffrono e
che aspirano ad un mondo più giusto.
CECCARELLI GIUSEPPE - anni 57, coniugato con tre figli
Idraulico presso l' acquedotto comunale di Firenze.
Io vengo dal Casentino. La mia famiglia (14 persone) abitava vicino al
Castello di Rumena .lavorava presso il conte Goretti. Dopo la morte di mio
fratello ci trovammo ad essere troppo numerosi. Così, per alleggerire il
carico di famiglia, cercai un posto fuori. Lo ottenni versando
duecentomila lire di cauzione. Ma dopo cinque mesi la fabbrica dove
lavoravo fallì.
Mio cugino mi trovò un lavoro a Firenze: guadagnavo cinquantamila lire al
mese.
Per cinque anni abitai a Firenze da solo e dovevo pagare cinquemila lire
d'affitto per la camera, mantenere tre figlioli alle medie, pagare
l'affitto per la mia famiglia rimasta al paese, pagare i viaggi, al
sabato, da Firenze a casa.
A me dovevano bastare duemila lire la settimana per mangiare a Firenze e
pagarmi il viaggio. Se mangiavo la minestra non mangiavo il secondo e
viceversa: questo per cinque anni.
Nel 1954 ci fu assegnata la casa all'Isolotto
Ci fu una bella inaugurazione qui danti al nostro ingresso. C'era il card.
Elia Dalla Costa, c'era il prof. La Pira, c'erano altre personalità.
Furono consegnati diverse centinaia di alloggi.
La maggior parte delle famiglie proveniva dai centri sfrattati.
Ogni famiglia aveva alle sue spalle una storia.
I nostri figlioli andavano ancora a scuola. La Gabriella faceva il primo
anno dell'Istituto Magistrale, Giorgio la terza media e la Lidiana la
terza elementare.
Allora gli stipendi erano bassi, e tre figlioli a scuola costavano molto.
Non c'era niente di gratuito: bisognava comprare tutti i libri e tutti i
quaderni.
Tutte le mattine a chi mancava una cosa a chi ne mancava un'altra. Io e la
mia moglie bisognava cercare di stare un po' nei limiti delle spese, anche
per il mangiare.
Bis0ognava giostrare. La mia moglie cominciò allora a lavorare, a fare i
mezzi servizi. E cominciò con una famiglia americana. Perciò questo fatto
lo faccio dire a mia moglie.
FLORINDA RAGGIOLI CECCARELLI (anni 50)
Trovai una famiglia di due persone: erano due signorine americane,
cominciai ad andare a lavorare lì, mi presero a benvolere e mi pagavano
anche discretamente per quei tempi.
Io non avevo mai fatto quel mestiere: imparai nuove cucine ed imparai a
servire a tavola come non avevo mai fatto. Le accontentavo in tutto.
Cominciò a venire a mangiare da queste persone anche il console americano.
Lì mi vide anche la sua signora.Gli piacqui molto e mi portò al consolato
americano a fare delle cene, delle feste. Ci andavo volentieri perché
guadagnavo bene.
Di lì andai anche nelle case dei signori a servire, per aiutare mio marito
e far studiare i figlioli.
C'era anche il direttore dell'USIS e presi ad andare tutti i giorni anche
da loro. Poi trovai anche un'altra famiglia americana.
In conclusione per guadagnare ho fatto anche tre famiglie al giorno, più
tutte le feste notturne che facevano.
Così ho lavorato per mantenere i figlioli. Ho lavorato pazzamente e loro
hanno potuto studiare. Hanno studiato bene tutti e tre.
Nel '56 Giorgio cominciò a lavorare. Mia figlia che era stata in America
con una borsa di studio tornò e cominciò a lavorare anche lei. Allora io
rallentai il mio ritmo di lavoro.
C'era allora qui una signora che aveva un branco di figlioli e il marito
malato. così cedetti una famiglia a lei. Ma poco dopo, procedendo la
gravidanza, fu licenziata.
Le famiglie del palazzo l'aiutarono e si privarono del loro per dar da
mangiare ai suoi figli: naturalmente questo non bastava.
Don Mazzi intervenne e dette un aiuto decisivo a questa famiglia che oggi
vive una vita una vita normale come le altre.
Son tantissime le famiglie che don Mazzi ha avvicinato, non tanto portando
i soldi, ma soprattutto portando consiglio e incoraggiamento con quel
sorriso, spontaneo come lui, che rimette subito fiducia alla gente.
Giuseppe
Giorgio nel frattempo frequentava la parrocchia. Tornava a casa e ci
raccontava tante cose. Per esempio un giorno ci disse:
"Si era noi ragazzi e si è visto arrivare il card. Dalla Costa. Ci ha
detto che si era dei bravi ragazzi e che si faceva bene a seguitare a
venire alla parrocchia e a continuare la nostra esperienza". Poi
cominciarono a venire i poliomelitici. Quando don Mazzi entrò in questa
canonica vide che era molto grande e pensò, siccome c'era tanta gente che
aveva bisogno, di mettere questa canonica a loro disposizione.
Nel frattempo dei giovani con don Mazzi andavano a visitare degli
orfanotrofi e pensarono di prendere alcuni di questi ragazzi con sé.
Alcune ragazze si prestarono a fare da mamma a questi bambini e ognuna ne
prese due o tre. Decisero i giovani che se don Mazzi non fosse riuscito a
mantenere questi bambini gli avrebbero aiutati anche loro. Siccome avevano
preso ragazzi un po' difficili, questi giovani si impegnarono anche ad
essere loro amici. Li portavano fuori, al mare e in montagna, parlavano
con loro e vivevano insieme a loro delle esperienze.
Nel frattempo Giorgio si era comprato la macchina pagandola a rate.
Lavorava alla O.T.E. come impiegato. Era sempre in giro con questi
bambini: specie d'estate che andava con loro in montagna.
Altre domeniche Giorgio andava a prendere i poliomelitici e noi gli si
diceva: "Ma come fai a continuare così? Lavori tutti i giorni e la
domenica ti affatichi in questo modo". Ma lui rispondeva: "Io lo fo
volentieri". Poi si è sposato, è andato a stare con la sua moglie, ma
siamo sempre molto legati.
Io ti posso garantire che di tutta la razza dei Ceccarelli non ce n'è
stato uno che abbia salito gli scalini di un tribunale o di una prigione,
né dei carabinieri, levato che per fare i documenti. Io ieri sera andai di
nascosto in Piazza S. Firenze a vedere il mio figliolo salire le scale del
Tribunale. Poi venni via.
S'aspettò per due ore, due ore e mezza. Sua moglie telefonava, la nipotina
telefonava. Se l'avessero trattenuto non so come si sarebbe stati tutti.
Fino a che non tornò lui si passò qualche cosa che non lo posso nemmeno
raccontare, perché per gente come noi salire quegli scalini...
Ma poi perché? Per difendere la fede. Io se avessi creduto di arrivare a
questo forse avrei pregato per conto mio. Non so se avrei fatto vedere la
chiesa al mio figliolo.
Per la fede, per le cose vere ritrovarsi ad andare in Tribunale!
Vedere questi che si sono sacrif9icati, hanno trascurato i loro
interessi...
Noi si pensava che queste cose di chiesa dovessero essere risolte fra il
cardinale, il popolo e il Papa. Cosa c'entra che venga lo Stato italiano?
Certo senza Messa la gente non può stare e io sono stato anche uno che ha
insistito per averla. Però d'altra parte la Messa in quel modo non mi
piace, anche se sono sempre andato alla Messa. Non lo so spiegare, ma la
Messa in queste condizioni non è Messa perché l'hanno travisata. Non mi
sembra giusto che la Messa debba esser detta così per forza.
Domanda:
-Per quanto riguarda il Vescovo, mons. Florit l'hai mai visto? Ci hai mai
parlato? Hai avuto modo di incontrarlo?
Giuseppe C.
La domenica prima del colloquio col cardinale parlando con una persona
venni a sapere che era in visita a Certaldo. Era verso mezzogiorno e venni
a casa. Dissi alla mia moglie:
"Ho saputo che il Vescovo è a Certaldo a fare le cresime. Si va io e te a
vedere se si pone fine a questa cosa, a questa divisione. Si parte, si va
nella piazza di Certaldo: la chiesa era chiusa. Erano circa le quattro,
non si vedeva nessun movimento.Si chiese a qualche persona se c'era la
cresima a Certaldo. Ma non lo sapevano Allora si chiese ad un bar:
"Noi si deve andare da una famiglia dove c'è la cresima, dove c'è il
cardinale ma non siamo riusciti a trovare dov'è questa parrocchia". Ci
dissero di andare dalla mamma del proposto. Ci andammo e lui ci disse che
il cardinale era alla Pieve di S. Lazzaro. A forza di domande ci si
arrivò. Qui si vede la gent5e che ritorna indietro; allora si va in questa
chiesa e si domanda:
"C'è sempre il cardinale? Noi si aveva bisogno di vederlo".
"No - risposero - è andato a San Donatino che è sul cocuzzolo, perché qui
ha già finito". Ci si affaccia alla chiesa e il cardinale stava ancora
facendo la cresima. Ci si mise in chiesa. Finito tutto il Vescovo si mette
a parlare con la gente. Con tutte quelle donne intorno non c'era verso di
poterlo avvicinare. Cercai di parlarci mentre saliva in macchina. Mentre
il vescovo parlava con la gente il parroco si discostò un po' dal vescovo
e gli dissi che noi si voleva parlare col cardinale e si chiese come si
poteva fare. Ci disse di parlare col segretario. Dissi al segretario: "
"Io ho bisogno di parlare con lei in tutte le maniere. Siamo dell'Isolotto
e si deve parlare con lei di cose urgenti".
Entrammo in canonica con il segretario. In questa canonica si ebbe un
colloquio di quasi un'ora. Noi si disse tutti i fatti dell'Isolotto, tutto
quello che era successo. Gli si chiese un appuntamento con il Cardinale.
Ci si sarebbe andati cinque o sei, secondo quanto ci avrebbe detto il
Cardinale. Gli detti il mio numero di telefono e gli dissi:
"Lei ci telefona quando si è messo d'accordo con il Cardinale e noi si
viene".
Quando si tornò vennero in casa nostra tutte le famiglie del palazzo a
sentire come era andata.
Alle 21,30 invece del Cardinale mi telefonò don Mazzi che la mattina dopo
alle nove c'era il colloquio
La mattina dopo si andò in Curia.
Tutti sappiamo come andarono le cose. Il Cardinale aveva già deciso tutto
da sé.
Domanda:
Perché il Papa a Roma non ricevette i parrocchiani dell'Isolotto?
Giuseppe.
- Perché il Papa e il Cardinale sono tutti della stessa idea.
Forse a Florit è stata anche forzata la mano dal Vaticano.
Il Vaticano è più duro di Florit e questo l'ha dimostrato il colloquio di
Roma.
Loro sono gente che non parlano, sono gente che potevano esistere due o
trecento anni fa. Fra loro e noi c'è lo stesso distacco che c'è
dall'inferno al paradiso. Il diavolo per scappare dall'inferno salirebbe
anche questa scala di rasoi: se uno si prova a salirla a un certo punto
non ha né mani né piedi: i rasoi gli hanno tagliato tutte le membra e lui
rimane giù.
(1) - Giorgio è uno dei sedici che hanno avuto io mandato di comparizione
in Procura.
VITTORIA GARINEI, vedova - cuoca alla refezione scolastica comunale. Tiene
con sé, oltre che suo figlio, altri due ragazzi.
Il mio paese era Bergamo. Venni all'Isolotto nel '54. Non presi subito
contatto con questi preti, anzi dirò di più: che non mi riusciva entrare
in questa Chiesa.
Non mi piaceva e non mi piaceva nemmeno Don Mazzi, perché per me era un
prete troppo giovane e io provenivo da una città dove il prete oltre che
confessore è anche un consigliere. Don Mazzi, data la sua età, 27 anni per
me non era la persona più adatta a raccontarg1i i miei fatti.
Ho provato più volte a salire gli sca1ini per entrare in Chiesa: arrivavo
alla soglia della Chiesa e tornavo indietro, mi urtava in un modo tale
quella Chiesa, quel casermone che non mi riusciva nemmeno di entrare.
Finiva che mi portavo dietro il ragazzino piccino, Giordano, e andavo in
Duomo a confessarmi. Nel '62 morì mio marito. Anche quando era in vita mio
marito mi diceva sempre: "A me piace Don Mazzi come prete e come uomo".
Sempre lo diceva, però a me non riusciva di avvicinarlo; Don Mazzi non
rispondeva alle mie esigenze. Nel '62 dunque mio marito venne a morire;
prima di morire chiamò Don Mazzi e ci è stato più o meno 4 ore insieme. In
conseguenza di questo discorso fra Don Mazzi e mio marito morente, l'anno
dopo fu Don Mazzi a venire da me per offrirmi questi ragazzi. Io lì per lì
non sapevo nemmeno a cosa andavo incontro ma accettai, non per fiducia di
Don Mazzi come persona ma per fiducia in Don Mazzi in quanto sacerdote. A
varie riprese ebbi questi ragazzi tolti dai collegi. Per me fu e rimane
un'esperienza talmente valida che non ho parole per esporla. Vorrei tanto
che tutti la conoscessero, senza dovermi fare propaganda. Il collegio è un
ambiente troppo ristretto dove i ragazzi si rovinano. Vorrei tanto
rivolgermi a tutta la società perché tutte le famiglie che ne hanno la
possibilità prendessero qualcuno di questi ragazzi.
Dopo aver preso i ragazzi ad aver più familiarità con Don Mazzi, in
quanto, avendo l'impegno di questi figlioli per forza di cose dovevo
vedermi con 1ui. Anche se prima non mi piaceva a forza di starg1i vicino,
vedendo la sua vita essenziale, inattaccabile sotto tutti i punti di
vista, vedendo che lui dava tutto agli altri, mi sono messa in condizione
di ripensare un po' sulla sua persona. Tuttavia come Messa e come liturgia
continuava a non piacermi, in quanto io ero attaccata ai fatti esteriori
perché avevo avuto quell'educazione: educazione del 900 prima, educazione
fascista e clericale dopo. Ci avevano inquadrati in un certo modo e al di
fuori di quel certo modo si era peccatori. Quindi, dato che avevo avuto
questa educazione, io ero attaccata veramente alle cose esteriori, a
quelle formali, senza approfondire quello che voleva dire Vangelo.
Naturalmente di Vangelo ne sapevo poco, non avevo mai letto la :Bibbia in
quanto mi era stata sempre proibita. L'avevo in casa ma non la potevo
1eggere perché il prete stesso mi aveva detto che era proibito leggere 1a
Bibbia. Quindi non ero a conoscenza per niente di quello che era il
cristianesimo, all'infuori di questi esempi, di questi miracoli, di questi
Santi che non ci dicevano nulla. Quando si è cominciato a fare la Messa
con una maggiore partecipazione dei laici e quando poi, oltre al Vangelo,
si è spiegato alla luce di Cristo anche i fatti sociali, sono rimasta
interdetta. Mi interessavo, ritenevo giusto che anche noi si sapesse
qualche cosa ma non riuscivo a approvare del tutto.
2)
Specie quando si cominciava a fare delle veglie, quando si cominciava a
farla un po' lunga nella Messa, quando si rievocava il Martin Luter King,
quando si faceva delle assemblee; ecco, queste cose veramente non le
capivo fino in fondo, mi è stato difficile capire insomma, difficile,
difficile. Pian piano mi sono sempre resa più conto che imparare e sapere
le altre cose che succedevano nel mondo era valido, validissimo, in quanto
uno si metteva nelle condizioni come cristiano di pensare oltre a sé
stesso anche a quelli che soffrivano al di là delle nostre mura. Poi anche
un'altra cosa perché ora sono molto convinta: i nostri preti, fin
dall'inizio non hanno mai preso soldi per le Messe, in quanto per loro non
era giusto vendere la religione. Perché prendere 1.000 lire per la Messa,
mettere"poco onore o tanto onore" quando si porta via un morto, mettere il
matrimonio bello o non bello, questo ora ho capito che è un vendere.
Ripensando a questi fatti ho capito che la Chiesa ha venduto la religione,
ha adoperato Cristo per capitalizzare, per sfruttare indirettamente il
popolo. E tutto ciò è molto brutto.
A questo punto io ho provato un grande sconforto. Mi è crollato tutto il
mondo che avevo avuto intorno, perché avevo creduto veramente nell'onestà
di queste persone che mi Avevano insegnato ed educato prima. Ora ritengo
che i preti che vendono la Chiesa in questo modo lo facciano
coscientemente e lo dimostro con un esempio. Quando in questi ultimi anni
ho avuto modo di parlare con preti di diverse città, tutti quanti hanno
detto:
"Sì, è una esperienza che nel profondo è validissima, però noi ci si trova
in certe determinate condizioni...".
Un prete di Milano a questo riguardo ebbe a dire:
"Come faccio io a portare avanti questo discorso nella mia parrocchia
quando hanno già un sistema diverso e sono tutti capitalisti? Basti dire
che hanno speso 150 milioni per fare una cappellina e portarci, una volta
alla settimana, i figli dei signori".
Cosa vuol dire questo? Per me vuol dire che quel prete è prigioniero delle
strutture e della gente, che lui ormai ha preso questo indirizzo e non
vuol capire altre cose. Questo prete potrebbe invece cominciare, almeno
con i giovani, a portare avanti un certo discorso, a far conoscere loro i
bisogni della gente. Potrebbe soprattutto cominciare a avvicinarsi ai più
umili, agli operai. Il suo discorso si chiarirebbe pian piano. Non diciamo
si andare là e mettersi a rivoluzionare. Diciamo semplicemente di
cominciare a stare vicino alla gente che soffre, di essere più umile, di
non chiedere e di non accettare più i soldi per la religione. Ci sarebbero
tanti modi se dicesse di iniziare. È che anche loro stessi difendono la
loro posizione e questo è molto brutto insomma. Questo vale anche per il
Vescovo. Appena il Vescovo ha rimosso don Mazzi mi sono detta: "Se un
Cardinale leva di torno una persona onestissima che ha fatto del bene, che
ha cercato di insegnarci a volerci bene ed è stato col popolo, allora
questo che cosa vuol dire? Vuol dire che il Vescovo ha condannato don
Mazzi non perché non lo ha capito, ma perché ha capito benissimo e non può
accettare la linea di don Mazzi in quanto ha qualcosa da difendere. Io il
Cardinale non l'ho mai visto, nemmeno in fotografia, però mi sono fatta
questa idea. Naturalmente non posso sapere tutto quello che passa per la
testa del cardinale. Il mio quindi più che un discorso su Florit è un
discorso che vale un po' per tutti i Cardinali.
3)
Tutto ciò mi meraviglia a volte: penso infatti che accettare la linea di
don Mazzi è una questione anche di intelligenza.
Mi spiego: se la Chiesa entra nella determinazione di capire questa
situazione, cioè che la gente ormai ha aperto un po' la mente, e si decide
a cambiare un po' le strutture, a scendere un poco, a dialogare col
popolo, allora si salva. Invece se la Chiesa continuerà nelle sue
strutture così dure e non vorrà accettare il dialogo col popolo, non so
come finirà. Posso prevedere comunque. Ho visto insomma per esperienza che
la Chiesa, continuando così, non fa altro che perdere fedeli invece di
acquistarli. Ciò nonostante penso di rimanere nella Chiesa perché si sa
benissimo quello che si vuole. Se si va via non si vuole più nulla ed è
bell'e finito. Ho la speranza che si riesca ad affermare la nostra
esperienza, prima o poi: se non sarà oggi sarà domani. Prima o poi ci sarà
pure qualcuno che capirà.
Per quello che riguarda don Mazzi avrebbe fatto male a ritrattare o a
dimettersi. Il suo insegnamento per noi e per lui era valido. O perché
doveva ritrattare? Se lui non si è sentito di obbedire quando la Curia
diceva: "portate il popolo a votare D.C.". Se per la gerarchia
ecclesiastica questa è disubbidienza - perché io penso che le
disobbedienze di don Mazzi siano pochissime e fra queste disobbedienze c'è
anche quella di aver lasciato libera la gente nelle sue decisioni - allora
non è vero che don Mazzi disobbedisce e che fa politica, ma sono loro che
disobbediscono al Vangelo e vogliono quella tale politica.
PAOLO PISTOLESI - anni 31 - malato di emofilia, malattia del sangue,
ereditaria.
(20 gennaio 1969)
D. - Da quanto sei all'Isolotto?
Paolo - dal 1954, proveniente da Scandicci Alto. Arrivammo qui con la
prima assegnazione delle case popolari.
D. - In che condizione ti trovavi allora?
P. - In carrozzina da invalido; andavo a fare delle giratine, al cinema,
lavoravo in casa...
D. - Come avvenne il primo contatto con la Comunità?
P. - Cominciai ad andare alle riunioni sulla Bibbia, quelle che facevano
il giovedì; poi alle riunioni mensili per gli
invalidi. In seguito non sono più potuto uscire a causa della malattia. Da
5 anni sono a letto, qui, nella posizione in cui tu mi vedi, senza potermi
sedere né girarmi su un fianco, col piede sinistro sollevato, immobile,
per far defluire il sangue.
D. - Potresti parlare della tua malattia?
P. - Emofilia: da piccolo ho frequentato la scuola abbastanza
saltuariamente, stando a casa per periodi di 15 giorni o un mese, due o
tre volte all'anno o anche più spesso. Poi a 14 anni un ginocchio mi è
rimasto piegato, poi anche l'altro e quindi non ho più potuto camminare; e
ho viaggiato così, su una carrozzina da invalidi per 12 anni, fino a 5
anni fa.
D. - Come avvenne il peggioramento?
P. - Una emorragia all'anca, più grossa delle altre: l'anca è rimasta
immobilizzata e ha bloccato tutta la circolazione della gamba-
D. - Come avviene l'emorragia?
P. - Si rompe una vena dentro l'articolazione: al ginocchio, al gomito,
all'anca, al piede...
D. - E il dolore?
P. - È atroce; in certi momenti sembra di impazzire. E questo per giorni e
settimane. Poi passa ma rimangono certi residui. All'anca è rimasto un
grosso gonfio che impedisce la circolazione del sangue nella gamba e
allora la gamba è gonfiata; un edema doloroso che ha minacciato di
diventare cancrena...
La mamma di Paolo - Gli facciamo 8 punture di morfina al giorno, da cinque
anni.
D. - Perché?
M. - Per poter reggere il dolore del piede.
D. - Qual'è di solito il tuo stato d'animo?
P. - Si fa l'abitudine anche a una situazione come questa.
D. - Hai dei sentimenti di ostilità verso la vita?
P- - A volte, ma è abbastanza difficile. Vivere: è fondamentale.
D. - In tutto questo ti aiuta veramente la fede religiosa oppure
semplicemente l'amicizia?
P. - Aiuta tutto. Certo l'amicizia è fondamentale, soprattutto quando,
oltre che amicizia personale, si tratta di un incontro come con don Mazzi.
D. - Don Mazzi veniva a trovarti Ogni quanto in genere lo vedevi?
P. - Mah! Quando c'era tempo. Quando viene sta molto, delle ore. Si parla
di tutto. Si interessa minutamente del male: se stai meglio, se stai
peggio. Vuol sapere con precisione. Quando c'è stato l'occasione di farsi
in quattro don mazzi subito si è prestato. Quando si è trattato di dare il
sangue è stato subito pronto, e anche quando sono stato in fin di vita.
D. - Sei stato anche in fin di vita?
P. - Sì, due o tre volte in questi ultimi 5 anni. L'ultima volta al piede
c'era un edema molto gonfio, e don Mazzi lì a studiare come si poteva fare
a tenerlo sollevato, a metterci qualcosa sotto.
D. - Insomma come uno di famiglia!
P. - Sì, sì. Poi ecco... don Mazzi è la persona a cui ci si rivolge per
qualunque cosa ci sia bisogno, soprattutto quando non si riesce a vedere
nessuna via d'uscita.
D. - Per esempio?
P. - Quella ragazza che è andata via di qui ora....Sì è molto tempo che mi
vuol bene. Mi ricordo che quando venne fuori questa storia in casa mia non
ne volevano sapere. E neppure in casa sua naturalmente. Io allora
telefonai a don Mazzi, e lui via di corsa, venne e fece una lunghissima
discussione con tutti: mia madre, mio fratello, mia cognata. E continuò a
discutere fino a che non ebbe convinto tutti. Poi andò a casa di lei e
fece la stessa cosa.
D. - E si sono convinti tutti?
P. - Sì, tanto che la cosa continua ancora dopo sette anni.
D. - Quanti anni ha la ragazza?
P. - Trentatré.
D. - Ecco, don Mazzi che cosa diceva, qual'era il suo punto di vista,
l'argomento usato per convincere?
P. - La sua maniera di vedere le cose era opposta a quella che in simili
situazioni hanno i familiari e anche quella che è un po' la nostra logica.
Il suo era un discorso che partendo dal rifiuto di ogni forma di
discriminazione e di razzismo (un uomo è un uomo anche se non può
camminare), riusciva a mettere in luce i più profondi valori dello spirito
umano
D. - La condanna di don Mazzi da parte del Vescovo ti ha preso alla
sprovvista?
P. - Sì e no. Sì, perché non mi spettavo che lo rimuovesse da parroco; no,
perché mi aspettavo che il vescovo in qualche modo avrebbe reagito alla
lettera di solidarietà per quelli di Parma.
D. - Tu eri fra i firmatari?
P- - No, non volevo che la spedissero. Ebbi una lunga discussione con don
Mazzi per questo fatto, perché dicevo che io non l'avrei mandata. Una
lettera di solidarietà sì, però una lettera dal tono diverso, perché
c'erano frasi molto forti: "sepolcri imbiancati...". Intendiamoci, non è
che le cose non siano così, ma avevo paura che poi per don mazzi ci
fossero dei guai.
D. - Secondo te don Mazzi avrebbe dovuto ritrattare o dimettersi?
P. - No, penso di no
D. - In che stato d'animo hai vissuto questi ultimi mesi?
P. - Uno stato d'animo di grande tristezza per l'amicizia che mi lega a
don Mazzi e agli altri preti ed anche perché non si può non provare una
grande amarezza di fronte a una cosa come la rimozione che sentiamo
profondamente ingiusta e verso la quale ci si sente di non poter fare
niente. Per voi che avete potuto partecipare alle assemblee, alle riunioni
di preghiera, ai dialoghi con il vescovo e fare tutto ciò che è stato
fatto e che sarà possibile fare, forse la tristezza non è così grande.
Comunque nonostante la rimozione di don Mazzi, le denunce fatte ai preti e
ai laici, il rifiuto del dialogo da parte del vescovo, sono convinto che
occorra rimanere all'interno della Chiesa perché i valori che l'Isolotto
porta avanti sono valori profondamente cristiani e non possono alla lunga
essere ignorati o addirittura soffocati dalla Chiesa che oggi governa
D. - Ti ha meravigliato che il Papa non ci abbia ricevuti?
P. - A me fece molto effetto quando il Papa ricevé Johnson , di notte, a
Natale del 1967; molto effetto, quanto il fatto di non aver ricevuto don
Mazzi.
Comunque io mi aspettavo che una lettera così, dove si augurava un felice
Natale, la pace, la serenità...faceva presumere che don Mazzi sarebbe
tornato all'Isolotto come parroco o qualcosa di molto vicino: vice
parroco...non so, un certo compromesso, qualcosa di accettabile; o per lo
meno non una posizione così negativa, intransigente.
D. - Quando dicono che i nostri preti fanno politica, tu che tipo di
risposta dai?
P. - Tutto è politica. Tutto quello che si può dire e fare è politica. Ed
è proprio in questo senso che c'è stata una maturazione da parte di tutto
l'Isolotto. All'inizio si faceva un discorso puramente biblico, vedi le
riunioni del giovedì. Poi l'orizzonte si è allargato a tutte quelle che
sono le questioni del mondo, cioè la politica: la questione della Galileo,
della Fivre, l'alluvione, le veglie per il Vietnam, il Sudan, i negri
d'America, la Cecoslovacchia....Tutto in questo senso è politica;
ugualmente politica è non far politica.
D. - Ammesso che non vogliano rimettere don Mazzi, pensi che terranno
conto della esigenza della massa del popolo che sostiene don Mazzi,
scegliendo per esempio come parroco uno dei cinque preti denunziati oppure
un altro che eventualmente fosse di gradimento al popolo?
P. - Io penso che ne terranno conto, perché se non ne tengono conto si
creerà una situazione insostenibile per un parroco che dovesse venire.
D. - Tu pensi che il popolo mollerà?
P. - Ormai mi sembra chiaro che no.
ALDO DE SANTI - anni 42, impiegato, coniugato con tre figli. D. -
D. - Frequentavi la Chiesa anche prima oppure no?
R. - Ho assiduamente frequentato la Chiesa, parrocchia di San Felice in
Piazza, fino all'età di 13anni.
Le condizioni di vita all'epoca - 1939-40 - e la guerra mi costrinsero ad
interessarmi del mondo degli adulti assai prima del normale.
Ebbi così modo di scoprire un mondo nettamente contrastante all'Amore
insegnato da Cristo: dappertutto odio, violenza, discriminazione.
Anche la Chiesa, nonostante credessi in essa, si rivelò ad un mio più
attento esame piena di storture e di compromessi. Era uno dei tanti posti
ove "si predica bene e si razzola male". Pian Piano, nonostante rimanessi
fe4mamente convinto dell'esistenza di Dio e della validità degli
insegnamenti di Cristo, mi distaccai dalla Chiesa.
D. - Quali sono i motivi che ti hanno ricondotto in Chiesa?
R. - Sono tornato in chiesa tramite il catechismo. Sì, proprio il
Catechismo dell'Isolotto, quello condannato. I miei figli hanno appreso ad
essere cristiani con quel metodo e io in casa li ascoltavo e rimanevo
sorpreso delle differenze esistenti tra la loro,esperienza e la mia.
Conoscevano la parola di Gesù attraverso la lettura e il commento del
Vangelo e imparavano ad applicarla ai problemi della vita di tutti i
giorni.
Io, invece, ricordo di aver solo imparato a recitare "a pappagallo" alcune
risposte a precise domande.
Loro si dimostrano profondamente convinti della necessità di vivere
secondo i principi evangelici.
Per me invece il vangelo era qualcosa che interessava l'anima ma che
appena sfiorava le cose dalla vita.
La prima comunione fu per loro un vero incontro con Gesù, per me era stata
solo l'occasione per indossare un abito nuovo e ricevere alcuni regali.
Per loro il cristianesimo era una cosa viva e condizionava tutta la loro
esistenza¸per me era solo un insieme di riti, spesso incomprensibili, atti
e formule magiche riguardanti piuttosto il mondo dei morti.
Decisi di conoscere i motivi di tanta differenza e, benché diffidente,
ricominciai ad andare a Messa e a frequentare la parrocchia. Fu una
scoperta meravigliosa. Pian Piano le mie differenze caddero ed una sera
trovai, qui all'Isolotto, la Chiesa che sempre avevo sognato e che ormai
avevo rinunciato a cercare. Una Chiesa sempre disponibile ai miei problemi
di uomo e che rende veramente reale e attuale la presenza di Cristo fra
gli uomini.
D. - Perché secondo te il Papa non ci ha ricevuto alla vigilia di Natale
quando siamo andati a Roma?
R. - Ho partecipato al viaggio a Roma certo di un nostro incontro col
Papa.
Le parole con le quali egli iniziava la lettera a Don Mazzi, "Al diletto e
venerato figlio e fratello....." mi davano questa certezza.
Parlando poi in Vaticano con Mons. Benelli risultò che la lettera del papa
voleva solo dire: obbedisci, senza discutere e senza pretendere
spiegazioni.
Ricordo che mi venne alla mente una frase udita quando prestavo servizio
militare: "Il superiore ha sempre ragione, specialmente quando ha torto".
Ora domando: è giusto chiamare "figlio e fratello" un prete quando da lui
si pretende unicamente soltanto cieca e incondizionata obbedienza?
Perché, così stando le cose, non far precedere il nome della sola
qualifica gerarchica come in una qualsiasi organizzazione civile o
militare?
Perché il Papa, Cardinale e Vescovi si rivolgono ai fedeli chiamandoli
"figlioli" se questi figlioli non possono mai esprimere il loro vero
pensiero senza essere accusati di eresia o protestantesimo? Chiamiamoli
solo fedeli e non prendiamoci in giro con le parole!
D'altronde non ci si rivolge ai Vescovi, Cardinali e Papa chiamandoli non
padri ma "Eccellenza, Eminenza, Santità"?
Io ai miei figli do la possibilità di spiegarsi quando devo decidere
qualcosa che li riguarda ed è proprio questo fatto che mi qualifica padre.
Se non fossi un padre ma solo superiore potrei rifiutare il colloquio con
essi; darei ordini e pretenderei di essere obbedito.
La Chiesa, nonostante parole, è ormai di fatto solo una gerarchia e, come
è impossibile un vero colloquio fra un semplice soldato e il suo generale,
così purtroppo non è possibile un dialogo franco e leale fra il Papa e i
suoi "figlioli".
Noi cercavamo questo dialogo e per questo non siamo stati ricevuti.
LINO BENVENUTI - anni 42, trasportatore di kerosene, gas e altri
combustibili.
D. - Da quanto ti trovi all'Isolotto?
L. - Da due anni.
D. - Di dove vieni?
L. - Sono nato a Venezia e vengo da un collegio giudiziario, cioè da un
carcere.
D. - Vuoi raccontare qualcosa della tua vita?
L. - Ebbi una infanzia molto difficile, perché è stata difficile l'unione
fra mio pare e mia madre che ora sono morti.
Nel 1941, a sedici anni, mi arruolai nella marina militare, ma non ero
tagliato per quel genere di vita e allora scelsi il commercio, a Padova:
commercio di bestiame: capretti, vitellini... Anche lì però con poco
profitto perché mancavo di esperienza. Me ne andai all'estero, in
Germania, a lavorare nella bieticultura. Poi tornai in Italia e vissi per
tutto l'inverno con quello che avevo accumulato in Germania.
Dopo poco fui chiamato militare, e qui ci sarebbe da raccontare un'altra
storia. Fui condannato a morte per tre volte per abbandono del posto di
combattimento e per diserzione. Alla fine della guerra mi trovai più solo
di un cane in mezzo al deserto sahariano e con tanti debiti sulla groppa..
D. - Non avevi partenti?
L. - Sì, due sorelle, gli zii, i nonni ma avevo perso i contatti da un
pezzo e così a tutt'oggi. La nonna tra l'altro è morta lasciando un debito
piuttosto sostanzioso.
Nel 1944 i fascisti mi pizzicarono a Ferrara e sarei stato passato per le
armi se un provvidenziale ferro trovato lì non mi avesse permesso di
sfondare una porta e scappare.
Andai a fare il partigiano nella zona di Parma, Fornovo... poi nella zona
di Pesaro, Senigallia.
Facevo un tipo di lotta più personale che collettiva perché quando vedevo
qualcosa mi associavo a un gruppo di sette, dieci, venti persone, e
proponevo, non so, di far saltare un ponte. Se la proposta veniva
accettata si partiva e si faceva.
D. - Senza che ci fosse un centro di comando?
L. - Senza. Solo alla Spazia mi aggregai ad un gruppo comandato da un
certo Scarpa, ma il freddo era intenso quell'inverno del 1944-45 e me ne
andai per non morire assiderato.
Nel 1945 morì mia madre. Più disorganizzato che mai emigrai in Francia e
feci due campagne come raccoglitore di barbabietole, così come avevo fatto
in Germania. È un lavoro stagionale. A dicembre te ne torni a casa felice
e contento finché durano i soldi; poi riprendono i soliti guai.
Dopo la Francia risiedetti qualche tempo in Svizzera.
Passarono gli anni e, intorno al 1951, avevo deciso di cambiare vita, di
mettermi a posto, fare un'esistenza tranquilla e costituirmi una famiglia.
Avevo un po' di soldi da parte, mi ero trovato una ragazza, avevo comprato
a rate una bella moto. Un bel giorno la ragazza sparì con la moto e mi
trovai di nuovo solo e disperato. Fu la goccia che fece traboccare il
calice. Di nuovo una vita sbandata.
Nel 1953 facevo il bracciante agricolo a Casale Monferrato. Col padrone
avevamo stabilito una paga di quindicimila lire mensili. Dopo due mesi mi
vidi mettere in mano diecimila lire e mi sentii dare il benservito.
Passarono due anni ed io non pensavo più a quell'abuso. Un giorno, per
puro caso, mi trovai a passare per quel luogo e, guarda caso, mi trovo
dinanzi a un tale che neppure conoscevo, il quale, col fucile spinato mi
minaccia e mi dice: "Fermo o t'ammazzo!" Era buio, non ci si vedeva, non
potevo sapere se era amico o avversario. In seguito ho saputo che quel
tale non stava aspettando me, ma cercava qualche altro. C'era stato un
furto da quelle parti... Io comunque fui preso alla sprovvista da
quell'apparizione, stavo attraversando un momento drammatico della mia
vita, avevo avuto precedentemente dei delle liti con altri per la
spartizione di una certa somma, e il vedermi davanti quelle due canne di
fucile in una mano che tremava per il freddo - era il 29 dicembre - mi ha
messo in corpo una grande eccitazione.
Tentai di sviare quelle canne e sentii partire un colpo. Non sapevo se era
stato involontario. Cercai di strappargli il fucile ma l'altro era un uomo
grande e grosso, alto un metro e novanta. Io sapevo che gli rimaneva un
altro colpo. Nel dubbio di poter avere la meglio tirai fuori la pistola.
gliela appoggiai a un fianco e dissi: "fermo o sparo". Questo non si è
fermato, ha fatto un gesto come per tirare fuori qualcosa: io ho premuto
il grilletto e così è saltato fuori il caso giudiziario.
Al processo mi riconobbero le attenuanti della provocazione. Però mi
condannarono per eccesso di difesa e così finii a Portolongone.
E qui è inutile parlare di questa esperienza.
Tutti i giornali raccontano della vita che si conduce nei penitenziari
italiani.
Appena uscito dal collegio giudiziario, mi rivolsi, come mi avevano
consigliato, ad una istituzione religiosa che si occupa di ex carcerati:
l'OASI.
Partito da Treviso ero sceso alla stazione di Padova. Per giungere
all'OASI occorreva percorrere diversi chilometri. Mi incamminai a piedi e
mi ci vollero molte ore perché avevo perdutola capacità di resistenza nel
camminare. Quando finalmente arrivai, mentre stavo ancora sulla soglia
dell'entrata, mi fu chiesto da un tizio che neppure mi si fece incontro -
ricordo che stava appoggiato sul davanzale di una finestra - se avevo con
me i tali e tali documenti.
Così seppi che avrei dovuto tornare al carcere, farmi fare un documento da
cappellano della prigione, con questo documento andare in Comune e farmi
fare la residenza... Insomma ci sarebbe voluto come minimo quindici
giorni.
Ma ero senza casa e senza mangiare.
Tornai indietro, andai da un maestro che insegna a Treviso. Il maestro mi
diede cinquemila lire.
Mi comprai da mangiare e venni a Firenze, ultima ancora di salvezza. in
quanto che veniva in carcere una assistente sociale e mi aveva parlato di
questa parrocchia di don Mazzi. Io al solo sentire "parrocchia" ho avuto
un brivido per la schiena,ma parlando più a lungo seppi che don Mazzi più
che un prete era un uomo, un uomo che conosceva i problemi di questa
società e cercava di applicare dei principi che la rendessero più giusta e
più umana.
Dunque fui portato qui una sera e don Mazzi di primo acchito disse:
"siediti qui con noi".
Stava mangiando, si alzò, mise in tavola le stoviglie e mangiando parlammo
del più e del meno.
Poi io, tanto per mettere le mani avanti, dissi:
"Io intendo parlare con l'uomo, non con il prete; perché io con i preti,
in massa, non voglio avere a che fare nulla".
Da allora ci fu una grande amicizia fra me e Enzo che spesso chiamo
familiarmente "compagno". Compagno sta per me "molto amico". In seguito mi
accorsi che nessuno dei preti aveva una stanza a sua disposizione come
invece avevo io. Dormivano su dei divani-letto in stanze adibite agli usi
più svariati.
Per me fu come scoprire un nuovo pianeta; mi resi conto che c'era tanta
gente onesta fra i tanti figli di... in questo porco mondo.
Grazie a Mazzi cominciai a trovare subito lavoro e per un anno e mezzo fui
ospitato gratuitamente. Posso dire che grazie a Enzo ebbi cancellata una
misura di sicurezza giudiziaria che mi avrebbe imposto una vita
assolutamente impossibile e che mi avrebbe spinto senz'altro ai margini
della legge e mi avrebbe portato là, in galera un'altra volta.
Poi venne il giorno che volli provare a vivere autonomamente. È stato un
esperimento duro. Io cercavo un inserimento totale nella società, come
uomo, come cittadino, come contribuente. Dopo un po' di tempo però mi
convinsi, di fronte alle difficoltà, di tornare qui all'Isolotto, in seno
alla parrocchia. E ancora oggi sono qui.
D. - Quello che trovi qui, e non trovavi quando vivevi autonomamente,
penso che fosse la compagnia, un ambiente...
L. - Sì, infatti io qui ho potuto scoprire una vera umanità. Io venni qui
con propositi tutt'altro che amichevoli perché temevo sempre di tr9ovarmi
fra i piedi un paio di poliziotti che mi portassero in Questura per
misura, per controlli, per le solite storie che ti capitani fra capo e
colo dopo una pena giudiziaria. Invece, grazie a Mazzi, grazie a tanti
amici che potrei citare in una sfilza che non finirebbe più, posso dire di
essermi inserito e di avere una mia autonomia.
Penso che Mazzi sia un personaggio che passerà senz'altro alla storia per
quello che ha fatto e dovrebbe essere imitato da tutti i Don Mazzi di
questo mondo per vincere quella rivoluzione sociale che abbiamo in atto,
mirante a sfaldare e annientare quegli schemi che fanno dell'umanità un
agglomerato di schiavi, di ignoranti..
D. - Stammi a sentire - scusa se ti interrompo - don Mazzi in due anni che
sei con lui, ti ha mai invitato, non so, ad andare alla messa?
L. - No, appunto perché quando venni qui dissi che la mia presenza non
aveva nulla a sparire con la parrocchia, con la chiesa nel senso
religioso. Quello che intendo dire è che tutta l'amicizia, tutta la
simpatia che io ho per don Mazzi e per i preti di qui dentro, è appunto
basata su quel principio di fratellanza, del cameratismo non in senso
militare, su quei contatti che portano l'uomo ad acquistare fiducia nel
suo vicino, nel suo simile. Quello invece che non ha mai trovato altrove,
prima di questa nuova esperienza che per me è stata basilare, è stata
determinante.
D. - Tu credi in Dio?
L. - No, non credo assolutamente, né in Dio e neppure nell'anima.
D. - Questo fatto ha creato qualche difficoltà con questi preti? Hai
percepito una diminuzione di questa amicizia, hai notato un certo sforzo
nella loro amicizia con te?
L. - No, no, tutt'altro. Io penso che Mazzi, oltre a essere un prete più
che umano, è anche molto pratico, è uno psicologo che sa valutare il pro e
il contro di certi atteggiamenti psicologici dell'individuo col quale
viene contatto.
Di questi problemi comunque ne abbiamo parlato spesso, però né lui ha
convinto me né io ho convinto lui, perché viviamo esperienze diverse e
abbiamo origini anche diversissime.
D. - Comunque un affratellamento c'é!
L. - Sì, sì, c'è.
D. - Naturalmente non sui discorsi ma sui fatti..
L. - no, no, sui fatti.
D. - I fatti del vivere insieme?
L. - Sì.
D. - Tu che non credi, tu che, in un certo modo vedi la cosa da fuori,
come giudichi questa bega tra un vescovo, dei preti e dei parrocchiani?
L. - A me il lato religioso della faccenda non interessa, ma quello
sociale sì. Cioè il caso don Mazzi porterà senz'altro ripercussioni nella
vita sociale, per esempio nell'Isolotto stesso.
D. - Come spieghi il fatto che, in nome dello stesso identico Vangelo, ci
sia una contrapposizione così netta fra Florit e don Mazzi?
L. - Il fatto è che Florit non ha scoperto nel vangelo quello che ha
scoperto don Mazzi: Mazzi ha tolto il velo a un quadro che è un'opera
d'arte e che qualcuno cercò invece di occultare, nascondere. Mazzi ha
offerto a Florit una verità che Florit avrebbe dovuto scoprire ai tempi
che furono.
D. - E qual'è questa verità?
L. - L'amore verso il prossimo, coi fatti.In nome di questo principio si
supera la distinzione fra credenti e non credenti e così succede che io e
Mazzi viviamo insieme in un rapporto fraterno molto più che Mazzi e Florit
i quali credono nello stesso Cristo. Il quale Cristo, mi pare, diceva che
li voleva i fatti e non le chiacchiere.
D. - Secondo te, fra il Papa e Florit, c'è qualche differenza?
L. - Non c'è nessuna differenza. Comunque il Papa può decidere poco.
Quelle che contano sono le eminenze grigie nascoste dietro di lui. Il
centro motore non si chiama Paolo VI°, si chiama Vaticano. La stessa cosa
succede per i grandi personaggi tipo Kruscev, Kennedy, Breznev, Johnson e
Nixon.
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