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Dal fascicolo delle deposizioni sono state scelte queste tre. Esse sono un chiaro esempio di come la Curia fiorentina voleva a tutti i costi e con ogni mezzo stroncare l'esperienza parrocchiale dell'Isolotto. La testimonianza di mons. Panerai , delegato ad interim da parte della Curia, mostra come la Curia stessa non condividesse la sua "mano leggera" e andasse in cerca di chi era disposto allo scontro.

   
   

VERBALE
DI ISTRUZIONE SOMMARIA
Art.389 e seg. Cod. di proc. pen.

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE



L'anno millenovecento 69 il giorno 27  del mese di Gennaio in Firenze Procura
Avanti a noi dott. Piero Luigi Vigna sost. Procuratore della Repubblica di Firenze, assistiti dal sottoscritto
È comparso Perolli Don Injac nato a Scutari 29.7.28

res. Firenze piazza San Felice 5
DR

Sono curato della Parrocchia di Piazza San felice della quale è parroco Mons. panerai.

La mattina del 5 gennaio, domenica, mi recai, essendo perfettamente d'accordo con Mons. panerai ad accompagnare Mons. Ernesto Alba presso la Chiesa dell'isolotto, ove Mons. Alba doveva celebrare le messe per incarico ricevuto dalla Curia Arcivescovile.

Rammento che Mons. Alba si accinse, intorno alle ore 6,45 a suonare la campana, ma gli cadde giù la fune con il gancio di ferro finale: per fortuna non riportò lesioni.

 

Poiché ci fu detto che non era possibile accedere al campanile per via interna fu richiesto l'intervento dei VV.FF. che infatti giunsero sul posto.

 Fui io a celebrare le prime due messe e cioè quella delle ore 7 e delle ore 9 alle ore 7 calcolai che potessero esserci 120 persone e di più alla messa successiva. La messa delle 7 si svolse in perfetta regolarità cos' pure quella delle 9 sebbene notassi un certo movimento nei pressi della porta centrale della Chiesa sul lato sinistro per chi guarda l'altare.

 

Intorno alle ore 10,15 alcune persone, potevano essere 8 o nove, rapidamente rimossero le panche dalla loro originaria posizione e le collocarono a forma di cuneo sul piano della Chiesa antistante lo Altar maggiore. Furono rimosse anche le sedie che vennero collocate intorno all'altare in forma circolare facendo un paio di cerchi di sedie. Da come quelle persone agivano ebbi l'impressione che si trattasse di una operazione preordinata.

 

Cominciarono poi ad affluire numerose persone nella chiesa e ebbe inizio la assemblea di preghiera della Comunità dell'isolotto. Verso le 11 monsignor Alba mi pregò di recarmi all'altare per far presente che egli doveva dire la messa a tale ora. Preciso che vi era notevole affollamento e vi erano persone sia sedute sulle sedie e sulle panche che in piedi intorno all'altare ed anche sui gradini dell'altare e anche in immediata prossimità dell'altare nonché varie persone vicine all'ambone ove è situato il microfono.

 

Io dunque raggiunsi il microfono e feci presente che era intendimento di Mons. Alba e mio che fosse celebrata la messa delle ore 11, in conformità alle disposizioni date dalla autorità costituita e come avveniva in tutte le chiese ed anche in quella secondo i rituali orari. Le persone e in particolare quelle lì vicino all'ambone manifestarono la loro opposizione, opposizione che del resto era stata manifestata in più riprese quella stessa mattina durante lo svolgimento dell'assemblea: queste manifestazioni di opposizione nel corso dell'assemblea si erano manifestate nell'approssimarsi dell'ora in cui Mons. Alba doveva celebrare la messa.

 

 In quella occasione, in cui andai al microfono, io ebbi a leggere un testo che aveva scritto su un foglio Mons. Alba. le frasi erano le seguenti che io riferisco consultando un appunto "riguardo all'uso di questa chiesa, come del resto è nell'uso di tutte le nostre chiese, vi ricordo quanto ho già dichiarato durante le messe precedenti, e cioè che ogni manifestazione di culto deve essere regolata e svolgersi sempre secondo le norme liturgiche attualmente vigenti, che il parroco è tenuto ad osservare.

 

 Riguardo poi a qualunque altra manifestazione o riunione in chiesa, vi fo ancora presente che questa può essere ammessa soltanto se promossa dal parroco o almeno col suo consenso; diversamente non può che considerarsi abusiva e tale da essere anche causa di spiacevoli conseguenze. Firenze 5 gennaio 1969". Fu osservato, da quelli che stavano vicini che la dichiarazione non era sottoscritta e quindi priva di valore legale, al che io feci presente che la nostra presenza era garanzia di autenticità della dichiarazione. Rammento che essendosi creato del trambusto e dato che non mi veniva concesso di esprimermi al microfono come stavano facendo gli altri io a un certo punto feci come per staccare la spina del microfono. Rammento che si sentivano delle voci che dicevano: "La nostra Messa è quella di don Mazzi".


Visto che la discussione si prolungava ed assumeva toni concitati, intervenne Mons. Alba vestito dei paramenti sacri. Alba ripetè che er sua intenzione di celebrare la Messa ed affermò che il documento da me letto aveva pieno valore come testimoniava anche la sua presenza e che eravamo pronti a firmarlo, cosa che effettivamente successivamente facemmo, in Sacrestia. Una delle persone che stavano al microfono, rammento che si trattava di una persona giovane, con occhiali senza barba e che potrebbe essere o la persona raffigurata nella foto n.5 o quella raffigurata nella foto 7, foto che la SV. insieme ad altre mi mostra, disse in tono acceso che indiceva una votazione per stabilire se la maggioranza voleva o no la messa. Sono ben sicuro e certo che ad indire la votazione fu questo giovane e non Mons. Alba.

 

Le persone che erano nella chiesa alzarono la mano per manifestare la loro opposizione alla messa e si sentirono anche alcuni dire di "no" alla messa. Sempre lo stesso fece fare una controprova e nessuno alzò la mano. Mons. Alba disse che quella votazione non aveva valore e che la messa egli intendeva dirla lo stesso.
Fu allora ribadito, naturalmente la cosa si svolgeva animatamente e con calore da parte degli isolottiani, che la maggioranza non voleva la messa e si sentirono ancora voci che dicevano si vuole don mazzi.


Come ho già detto la gente occupava anche lo spazio intorno all'altare nella immediata prossimità di questo e mons. Alba non aveva la pratica possibilità di movimento e di accesso all'altare per dire la messa.Allora egli disse "voi mi costringete a ritirarmi contro la mia volontà" e si diresse verso la sacrestia dopo aver affermato che avrebbe detto la messa di mezzogiorno. Si accennò in sacrestia da parte di membri della comunità che avrebbero mandato una delegazione in arcivescovado, penso, fra l'altro, per fare annullare la messa di mezzogiorno in conseguenza della votazione della quale ho detto ho detto e fu detto che prima di celebrare la messa avrebbe dovuto attendersi il ritorno della delegazione.

 

A mezzogiorno Mons. Alba unitamente a me tentò di riportarsi all'altare ma le persone che si trovavano nella parte posteriore di questo nei pressi della sacrestia fecero come un cordone in modo da non farci passare. Noi si cercava di spingere per accedere all'altare ma venivamo respinti e visto che venivano anche rivolti a noi discorsi ostili e che il tempo fissato per la messa e cioè l'orario di mezzogiorno era passato decidemmo di rientrare in sacrestia. Era circa le 12,20 quando si decise di rientrare in sacrestia.


Io ero con Mons. Alba anche la domenica 29 dicembre e in tal giorno io dissi le messe delle ore 7 e delle ore 9 e mons. Alba quelle delle 11, 12 e 18. Fu annunciato in quella occasione che sarebbero state celebrate regolari messe nelle festività successive. Ricordo che quel giorno, mi pare alla messa delle ore 12, penso per l'intervento di persone estranee allo Isolotto si determinarono degli episodi incresciosi costituiti dal fatto che venivano pronunciate da questo e da quello frasi offensive che venivano dirette dall'uno all'altro gruppo manifestante ciascuno diversi principi sul punto che la messa dovesse o non essere celebrata. Rammento che i membri della comunità volsero le spalle all'alare mentre veniva celebrata la messa usando solo loro il microfono a tal fine ponendosi alcune persone tre o quattro vicino alla porta della sacrestia in cui, in un quadro vi sono i comandi del microfono, in modo tale che noi non vi potessimo accedere. I membri ella comunità usavano il microfono disturbando in tal modo e clamorosamente e in modo indecoroso la celebrazione della Messa.


La sera di quel giorno 29 dicembre la comunità a mezzo di don Caciolli che disse di rappresentare la parrocchia rifiutò di dare a mons. Alba le chiavi per Accedere alla sacrestia. Si tenga presente che lì in sacrestia tenevamo i nostri paramenti personali.
Rammento che fra gli altri quella mattina del 5 gennaio prese la parola al microfono anche don Barbieri.
L.C.S.
Sac. Injac Perolli

 



VERBALE
DI ISTRUZIONE SOMMARIA
Art. 389 e seg. Cod. di proc. pen.

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE
 


L'anno millenovecento 69 il giorno 27
del mese di Gennaio in Firenze
vanti a noi dott. P.L. Vigna
procuratore della repubblica di Firenze, assistiti dal sottoscritto
Mario Marsili uditore giudiziario
È comparso Mons. Ernesto Alba già qualificato in atti.

Confermo le dichiarazioni che ho reso alla .P.G. e delle quali ho ricevuto lettura.
ADR. Io avevo avuto l'incarico di celebrare le messe alla Chiesa dell'Isolotto da parte del Cardinale e del vescovo ausiliare essendo in ciò pienamente d'accordo Mons. Panerai.
ADR. Io non fui affatto invitato dai membri della Comunità ad accedere al microfono, ma fui io a recarmici in mezzo a notevoli resistenze, come ho già dichiarato.
Fui proprio io che spingendo e spostandomi sulla destra riuscii a raggiungere il microfono. Io mi recai dal presbiterio verso il microfono quando vidi che non potevo raggiungere l'altare e anche per confermare la dichiarazione letta precedentemente da don Perolli, che è del tenore riferito da questi alla S.V. e che sentivo veniva contestata assumendosi che non era sottoscritta. Io raggiunto il microfono dissi che confermavo la dichiarazione che del resto era stata sempre fatta anche nelle precedenti festività quando mi ero recato all'Isolotto ed esortai i presenti a desistere dal loro atteggiamento che era illegale ed abusivo.

Mentre io così esortavo i presenti, e si era avuta dell'animazione, sentii una persona che era venuta alle spalle: si trattava del Quercioli che ravviso anche nella foto n° 5 che insieme ad altre mi si mostra, Quercioli che sempre avevo visto: costui prese il microfono dicendomi che avrebbe provveduto lui a far stare calma la gente e chiese se volevano la Messa; si sentirono delle voci che dicevano vogliamo la Messa di don Mazzi. Allora sempre il Quercioli invitò ad alzare la mano chi non voleva la Messa e le persone fino a metà della Chiesa circa che evidentemente erano quelli della Comunità o simpatizzanti con essa, alzarono la mano mentre le persone che stavano più in fondo non fecero alcun gesto.

 

Poi sempre il Quercioli chiese che alzassero la mano le persone che volevano la messa e nessuno alzò la mano. Si notava che la cosa era ben organizzata come anche era organizzato il movimento delle panche e delle sedie che in precedenti occasioni non erano mai state spostate. Rammento che quella mattina del 5 mentre mi trovavo ancora in sacrestia ed ero solo sentii rumori di chiavi allam porta che portava alla chiesa. Subito mi avvicinai e trovai due giovanetti che stavano per chiudermi dentro la sacrestia. Chiesi loro cosa facevano e loro subito dissero che non pensavano che io fossi lì.
ADR. Dal microfono dove io mi trovavo, vi era una siepe di sedie strette ed occupate per cui io non potevo accedere all'altare. La resistenza maggiore era appunto dalla patte dell'altare proprio per non farmici arrivare.


Ho visto quella situazione e considerato che era già ampiamente trascorso l'orario delle 11 (erano le 11,30) dissi: "Voi non volete la Messa allora io questa messa non la dico e tornerò a dire quella delle 12". Lì in Sacrestia non si percepiva bene quanto avveniva in Chiesa ed inoltre si era determinato un certo trambusto.
Rammento che un uomo, quello stesso che come dirò successivamente mi si parò davanti e ho saputo chiamarsi Niccolini Abramo, venne in sacrestia e si pose dinanzi al quadro dei comandi elettrici allo evidente scopo di impedire che io potessi interrompere il collegamento elettrico del microfono stesso. Rammento che in sacrestia vi era anche don Tozzi e fu lui che chiese a quell'uomo come si chiamava. Mentre io mi accingevo a recarmi in Chiesa, verso le ore 12, dopo che avevo mandato don Tozzi a chiedere che lasciassero libero l'accesso all'altare per la celebrazione della messa, il Niccolini uscì dalla sacrestia e mi si parò proprio davanti per impedire che io proseguissi oltre, anche le altre persone facevano barriera e benché io mi sforzassi non riucii a vincere le resistenze dato che venivo sempre respinto.

 

Questa volta fu ancora peggio della prima volta ed io non (ho) potuto raggiungere l'Altare. A miglior precisione di quanto detto alla P.G., riferisco che non mi sembra sia stato Don Tozzi a dirmi che le persone avevano detto che non se ne sarebbero andate fino al ritorno della delegazione, ma mi pare invece che ciò mi sia stato detto, anzi ne sono ben sicuro, da due o tre giovanetti dopo che si era visto che io mi accingevo a levarmi i paramenti per andarmene. Erano ormai le 12,30.


Quando io cercavo di andare all'altare a mezzogiorno e neppure prima mi era stato detto di questa delegazione. La prima volta che mi recai alla Chiesa dello Isolotto su incarico della Curia fu il 29 dicembre (domenica). Furono dette regolarmente le Messe delle 7 e delle 9 da don Perolli. Verso le ore 10, mentre ero in Chiesa a pregare, mi si avvicinò un uomo che mi chiese se era mia intenzione celebrare la messa. Io dissi di sì facendo presente che avrei celebrato alle 11, alle 12 ed alle 18. Quando furono le 10,30 entrarono numerose persone che dettero inizia all'assemblea. Io inviai mi pare Don Perolli per un paio di volte alle 11, 11,05 a far presente che intendevo celebrare la Messa facendo anche dire l'ultima volta che dopo cinque minuti mi sarei recato all'altare, così feci dopo aver staccato il contatto elettrico del microfono e chiuso con la chiave che riposi in tasca il quadro. Potei così celebrare la Messa. Circa un quarto d'ora prima della Messa di mezzogiorno, le persone che durante la messa delle 11 si erano spostate fuori rientrarono in Chiesa e alcuni vennero nei pressi del quadro elettrico in modo che io non potessi più togliere i contatti forzando la porta del quadro per riattivare i contati. Fu don Caciolli a farlo. Durante la messa delle ore 12 la celebrazione del rito fu fortemente disturbata dalle persone che usando il microfono, ad alta voce, leggevano brani e cantavano¸rammento che verso le ore 11 venne in Chiesa anche monsignor panerai che come ho detto era pienamente d'accordo perché io celebrassi le Messe. Ho saputo che durante la celebrazione della messa delle 12, fuori della Chiesa, vi furono contrasti fra diversi gruppi. Seppi poi di essere stato accusato di aver chiamato i fascisti, cosa assolutamente falsa. Il giorno 29 celebrai la Messa delle 18, benché mi fossero state rifiutate le chiavi della Sacrestia.


Il giorno primo gennaio le messe furono celebrate alle ore di rito.Io il 29 ed il primo gennaio avevo avvertito che le Messe sarebbero state celebrate anche nelle festività successive.
Era anche intervenuta una comunicazione della Curia pubblicata sui giornali
Ernesto Alba.
 


ESAME
DI TESTIMONIO SENZA GIURAMENTO
Art. 357 Cod, proc, pen.

 

L'anno millenovecento sessantanove il giorno ventisei del mese di maggio alle ore undici in Firenze
Avanti a noi dott. Adolfo Pellegrini. giudice istruttore


È comparso il testimonio seguente cui rammentiamo anzitutto a mente dell'articolo 357 del Codice di procedura penale, l'obbligo di dire tutta la verità, null'altro che la verità, e le pene stabilite, contro i colpevoli di falsa testimonianza.

Interrogato quindi sulle sue generalità, esso risponde, sono e mi chiamo:
Mons. Bruno Panerai, nato a >Firenze il 6 novembre 1901 il quale D.R.: sono Vicario Urbano di Porta Romana, e nella vacanza della Parrocchia dell'Isolotto fui nominato delegato Arcivescovile ad interim della Parrocchia predetta, con tutte le facoltà parrocchiali, ufficio che ho tenuti sino a oggi. Ebbi una regolare nomina, e fin da quel momento assunsi ogni responsabilità pastorale. Dopo la rimozione di don Mazzi, la Curia chiese la libertà delle stanze adibite a residenza del parroco per cui trasferì il Curato dell'Isolotto, don Caciolli, a Curato di S. Felice in Piazza, dove egli peraltro fino ad oggi non si è mai presentato, sia pure che la nomina sia avvenuta con regolare decreto. Fra le mie responsabilità parrocchiali mi sentii in dovere di celebrare la Messa almeno nei giorni festivi, tant'è vero che tentai un accordo con la 'assemblea' dell'Isolotto, che aveva di fatto occupato la Chiesa e la Canonica, per celebrare la Messa cosa che del resto io potei fare l'ultima domenica di dicembre (se non erro) alle ore nove. Non credetti invece opportuno, pur avendone la intenzione, di celebrare le altre Messe delle undici e di mezzogiorno perché, a mio giudizio, ed a giudizio di sue miei confratelli sacerdoti, che avevo pregato di venire a celebrare con me in quella chiesa, il clima creatosi in mezzo alla "assemblea" accennava già ad una contestazione grave, per cui non vedevo chiaro come se ne sarebbe usciti. Questo lo dissi pubblicamente in Chiesa, prima di lasciare i presenti, lo stesso giorno nel quale dissi la messa delle ore 9. Dissi così che avrei celebrato la Messa alla Cappella del Piazzale del Re, cosa che feci, anche per due domeniche 8° giorni festivi) successivi. D.R. il 5 gennaio non fui presente ai fatti. Ero invece presente alla Messa delle 11, il giorno che Mons,. Alba tentò per la prima volta di celebrare, non senza inconvenienti di contestazione:i presenti voltarono le spalle all'officiante. La messa però fu detta completamente.
D.R. Non so in base a quale provvedimento Mons. Alba ebbe i poteri di celebrare in quella chiesa: egli venne da me e disse che avrebbe celebrato le tre messe festive all'Isolotto (ore 9, 11, 12)

 

 

   
   

NOTA: Queste interviste sono state eseguite nella seconda quindicina del mese di gennaio 1969, dopo che sono arrivate le comunicazioni giudiziarie per i fatti del 4 e 5 gennaio 1969

   
   

 


ENRICO MANUELLI - anni 40 professione manovale specializzato alla SITA.

Abito all' Isolotto da dieci anni. Dal '37 al '53 sono stato di casa al Ponte di Mezzo. Poi, fatto il soldato, mi trovai disoccupato.
Vendetti quel quartiere dove stavo di casa, mi toccò andare al centro sfrattati. Si toccò il fondo del bicchiere un po' come tutti gli abitanti dell'Isolotto. Io con la mia famiglia, la mia mamma ed il mio babbo andammo al centro sfrattati in via Gian Paolo Orsini; ci trovammo per tre anni nell'aula di una scuola divisa in due dove si faceva la cucina e si dormiva, nell'umido e nella promiscuità.
Noi non eravamo abituati a vi vere così. Ognuno ha il suo sistema di vivere più o meno decoroso. Anche io ho provato veramente cosa vuol dire l'umiliazione di non avere una casa e di essere anche preso in giro da persone che la casa l'avevano: quello poi!
Io sono sempre stato un tipo non voglio dire bacchettone, ma uno che si è creato una fede da sé. Cioè sono arrivato a credere veramente perché, smesso di andare a scuola, (ho fatto la seconda commerciale) mi sono abituato a leggere molto.
Molti hanno la passione di vedere le partite di calcio o di andare a pescare. La mia passione invece è quella di leggere. Attraverso la Bibbia sono arrivato a crearmi veramente un sistema e a vedere come la religione deve essere e come va applicata. Quindi, già dal 1953, quando io ero ancora al Ponte di Mezzo, per potere applicare meglio questo sistema di vita mi iscrissi alla confraternita della Misericordia di Rifredi {1), proprio per cominciare a fare quello che un po' Gesù aveva detto. Poi un giorno capitò, sempre nel '53, una disgrazia alla fabbrica di vernici a Sesto; io ero di servizio alla Misericordia, ci chiamarono di urgenza e ci erano due ustionati che avevano bisogno di sangue. Io, preso a bruciapelo a quella maniera, dissi: "come devo fare? provate il mio se è buono".
E da quel giorno sono diventato donatore di sangue.
Anche attraverso questa esperienza ho imparato a toccare con mano cosa veramente sia la religione, cosa veramente sia la disgrazia, il male. La mia esperienza al1'Isolotto iniziò così: appena mi trovai qui la prima cosa che dissi a mia moglie fu questa:
"Ecco qui è la vera Chiesa, qui è il vero posto dove si ragiona"
E mia moglie diceva:
"Mi sembra una Chiesa troppo spoglia: non c 'è nulla".
"Ma la Chiesa deve essere così, nella Chiesa ci deve essere il Crocifisso , la Madonna e basta".
Ecco perché all'Isolotto io mi sono trovato sempre bene e mi sono affezionato. Mi sono immerso nella comunità perché era proprio quello che cercavo da tanti anni.
La prima occasione che ebbi di parlare con Don Mazzi fu per una disgrazia, quando il mio povero babbo morì. Il giorno seguente fu fatto l'ufficio funebre. Il giorno dopo, come in Italia purtroppo si usa,
andai a sentire se c'era bisogno delle spese. Enzo mi prese a braccetto e mi disse:
"Questa è una famiglia; mi dispiace che sia successo questo a te, però oggi tu hai avuto bisogno di me e domani posso avere io bisogno di te.

Qui non c'è da dare niente".
E mi fece veramente capire cosa voglia dire la comunità. Non volle nemmeno un soldo, né per questo né per altre cose, perché veramente il cristiano battezzato non deve pagare i sacramenti ma li deve avere gratuiti. Purtroppo nella religione cattolica si paga anche i sacramenti.
Un'altra cosa che mi è piaciuta molto dell'Isolotto è 1a maniera di fare catechismo: è molto bella. Un padre di famiglia può prendere addirittura il suo figliolo, con altri bambini suoi amici, e mettersi qui in casa, oppure in Chiesa, e spiegare loro veramente come è il Vangelo, proprio facendolo toccare con mano. Attraverso questo catechismo la fede dei ragazzi diviene cosi intimamente legata alla fede ed all'esperienza degli adulti, dei genitori in particolare. Nei tempi passati non avveniva così e non avviene nemmeno ora nelle altre parrocchie: il prete insegna il catechismo, vanno a fare la Comunione come una cosa amministrativa e basta, il ragazzo va per un periodo di tempo breve in Chiesa, non vede mai nella Chiesa il suo babbo o la sua mamma, oppure li vede di rado, così a un certo punto si stanca e non ci va più. Questo succede quasi nel 60% dei casi, forse di più; è un'esperienza che non rimane perché è staccata dalla vita.
Invece il nostro metodo catechistico è legato alla vita e rimane perché il ragazzo riuscirà a collegarlo anche con i fatti che conoscerà attraverso il giornale e la televisione, essendo stato abituato, proprio col catechismo, a riflettere sulle immagini.
E questo vale anche per la predicazione dell'Isolotto: per conto mio il vero Vangelo, e qui sta la difficoltà di poterlo applicare, è quello fatto di vita veramente vissuta, perché Gesù ha predicato sempre ai poveri, ma non ha mai predicato solamente di un al di là e basta; ha insegnato anche a vivere ai poveri. Già Dio stesso quando trasse gli ebrei dall'Egitto per mezzo di Mosè dimostrò di aver sentito il grido di dolore di un popolo vittima di ingiustizie e reso schiavo. Del resto anche oggi noi siamo schiavi: non. schiavi con la frusta e con il bastone, ma schiavi dal lato economico e dal lato morale. Lo schiavismo infatti, non è solamente quello del padrone che ti bastona e poi dopo ti tiene in carcere. No, una forma di schiavismo è anche quando vai in fabbrica e loro, siccome parli differente da come vogliono, ti buttano fuori da lavorare. Il vecchio e nuovo testamento, il Vangelo stesso di Gesù, ci dicono di andare avanti, di portare avanti esperienze vive, non cose morte. È giusto che ci sia stato all'Isolotto l'assemblea sul Vietnam, proprio perché ti buon cristiano deve reagire contro tutte le oppressioni. In qualsiasi luogo e da qualsiasi parte vengano: oggi il Vietnam, domani la Cecoslovacchia, un altro giorno Israele. In qualunque posto ci siano delle persone ridotte schiave il cristiano deve prendere posizione, costi quel che costi, perché il cristianesimo è verità e va portato avanti a costo di qualunque sacrificio. All'Isolotto abbiamo creduto, tramite il nostro studio del Vangelo, che questa sia l'unica cosa giusta, che sia l'unica strada per il cristiano: o siamo con Dio o siano contro Dio. Se siamo con Dio dobbiamo denunciare tutte le oppressioni, se siamo contro Dio allora si sta zitti. La parrocchia si riduce allora ad un semplice caso amministrativo dove si segnano nascite e morti e... tutti pari. Certamente agendo così non ci si troverebbe nella situazione difficile in cui siamo ora all'Isolotto.
Conoscendo il fariseismo del nostro sistema religioso, mi aspettavo di già che il primo prete, non solo all'Isolotto, che prendesse in mano il Vangelo e lo portasse nella strada dicendo: "questo è il Vangelo, sarebbe stato condannato subito. Perché è stato condannato Savonarola, sono stati condannati tanti altri preti, compresi i frati minori. È successo a Firenze nel 1400 e quindi non è molto.
Quelli che hanno messo in croce Gesù se lo stanno portando in processione. Non è tanto questione di questo o quel Vescovo. Penso che ai nostri preti anche con un altro Vescovo, forse in maniera più elegante, ma a lungo andare gli sarebbe successo lo stesso. Perché ormai non è questione di Vescovi: è questione di sistema. Anche il Vescovo fra il Vangelo e il sistema si trova di fronte a un'alternativa come quella che è stata posta a Don Mazzi: "O ti dimetti perché non ti va il sistema o stai nel sistema ed accetti, e quindi accetti anche di fare come Florit". Probabilmente il papa stesso non ci ha ricevuti perché è a capo del sistema .Ma voglio essere ancora più magnanimo, voglio essere più ingenuo, voglio dire che il Papa non sapeva nulla, perché anche lui vive dietro una cortina di ferro: gli fanno sapere solamente quello che vogliono.

 

Quando una parrocchia si smuove come appunto si è smossa la parrocchia dell'Isolotto e non viene ricevuta, ci può essere solo questa giustificazione. Oggi però non so se il Papa non sappia nulle di quello che sta succedendo all'Isolotto. Può sapere anche in piccola parte, ma per forza bisogna che qualcosa sappia. Se lui lo sa e non fa nulla per noi è ateo, dimostra di essere uno di quelli che ha giocato la tonaca di Gesù. Se il Papa veramente sa dell'Isolotto, si spera di no, ma se lo sa è uno di quelli che gli hanno messo prima la corona di spine per prenderlo in giro, poi in mano una canna e poi l'ultimo chiodo per sistemarlo alla croce. Questo sto pensando io, secondo il mio modo di concepire la religione. Penso anche che la Messa detta in queste condizioni è addirittura prendere in giro Gesù, tutta la sua parola, tutta la sua verità, perché anche all'epoca di Gesù venivano dette le Messe, cioè venivano fatti sacrifici, ma si sa benissimo che non erano graditi a Dio perché sennò non c'era bisogno che Gesù venisse apposta per mettere in pace gli uomini. Per questo la Messa oggi non va detta, perché, come i sacrifici dei farisei, anche la Messa d'oggi non è la vera comunione, cioè la vera cena


Non si sta assistendo a un sacrificio della cena nella maniera voluta da Gesù, ma si sta assistendo a una Messa "amministrativa" per
abbuiare tutto, per far vedere all'opinione pubblica che al mondo non c'è niente di nuovo. Invece no, il mondo deve vedere che è ritornato fuori il Vangelo. E non sono d'accordo con coloro che dicono:
"ma la Messa ha un valore in sé, anche Mancando certe condizioni". Rifacciamoci all'ultima cena con gli apostoli: Gesù si mise a sedere insieme a loro, come si fa fra amici, come si fa in una famiglia.
Perché era fra amici che Gesù divise il pane e il vino, l'unico bene che aveva. Erano infatti tutti poveri. E Gesù disse:
"Bevete perché questo è il mio sangue e mangiare perché questo è il mio corpo, fate questo in memoria di me"
Dicendo "fate questo in memoria di me" disse anche che questo sacrificio va fatto in pace. Ora all'isolotto il cardinale in pace non ci ha messo davvero. Ecco perché noi non vogliamo la Messa. La vorremo il giorno che sarà fatta questa pace, che ci saremo chiariti fra amici e tutti ci potremo sedere in pace alla Messa.


Penso che noi non si possa far niente per questa pace, perché il Vangelo non ha compromessi. Non si può fare un passo né in avanti né indietro, dobbiamo stare fermi sulla nostra posizione.
Chi si accorge di aver sbagliato deve smuoversi se è un buon cristiano. Perciò se io fossi il Cardinale prenderei uno di questi preti incriminati e gli direi: "Vuoi venire a fare il parroco all'Isolotto?".
Ma i1 Cardinale non farà questo. Fare questo sarebbe già richiamarsi al Vangelo, invece il Cardinale non ha mai preso in mano il Vangelo
in questa questione. Lui ha citato solo il diritto canonico. Perché? Questo diritto canonico non ha niente a che fare col Vangelo, risponde a un sistema medievale. È nato appunto quando c'era una società stratificata e c'era incomunicabilità fra le persone. Per mezzo di questo diritto canonico il nostro Vescovo ci ha condannati, quindi ci ha condannati contro il Vangelo. Non so se mi sono spiegato bene.
Pensando a tutto questo i primi tempi ero per dire:io vengo via,
vengo via, mi fo protestante ma vengo via. Mi fo protestante perché, da buon cristiano, ho diritto ai sacramenti e li voglio". Però dopo che Don Mazzi ha detto:
"Fino a che ho fiato voglio un colloquio con lei, voglio che lei venga a trovarci" anche io dico:
"Rimango nella Chiesa cattolica e fino a che ho fiato continuerò a chiedere un colloquio".
Penso comunque che i nostri preti, se hanno disobbedito in qualcosa, possono aver disobbedito solo al diritto canonico. Florit invece ha disobbedito al popolo, che per 14 anni gli ha chiesto insistentemente
di venire all'Isolotto, e chi conta nel Vangelo, chi conta per Cristo è il popolo di Dio, non il diritto canonico.

(1 )Confraternita religiosa di origine medievale, sorta a Firenze, che ha come scopo principale il soccorso e trasporto e assistenza dei feriti e degli inferni.


SIMONETTI WALTER - operaio

Ciò che emerge nell'esperienza dell'Isolotto io lo sintetizzo in poche parole: è l'unità di uomini coerenti e onesti che attorno ai problemi che travagliano l'umanità intera, fanno le loro scelte responsabilmente. Ciascuno parte da posizioni personali o di gruppo, anche particolari, ma il momento comune di unione sulla realtà delle cose travolge ogni personalismo e finalmente si ritrova l'uomo nella sua natura, con il suo coraggio civile.
Sul terreno della solidarietà umana e classista le forze più coscienti all'Isolotto, da tempo, hanno superato molte barriere, in quanto fin dal suo nascere come centro urbanistico tali forze si sono inserite nel tessuto sociale interpretandone i bisogni e le esigenze.

Sintomatico è come questo quartiere si è sempre saputo unire, nella parrocchia e fuori, al di sopra delle ideologie e posizioni personali, dando sempre un serio contributo nei confronti delle lotte operai vertenti sulla difesa del posto di lavoro (ed in cui molti abitanti dell'Isoloto erano al centro), sui problemi riguardanti la Pace, universalmente intesa, sulle ingiustizie sociali, sui problemi razziali, ecc.

Mi si chiede una testimonianza? Certo
Come operaio della Galileo - officina meccanica fiorentina - e come abitante dell'Isolotto, mi trovai nel 1958 al centro di una delle prime esperienze comunitarie del quartiere. Ero nella lista molto numerosa dei licenziati e non a caso in quanto comunista.
Il momento politico era tra i più cruenti, le repressioni e le discriminazioni rasentavano il costume medioevale.
Anche la Chiesa con la sua struttura diveniva strumento per tale politica, quindi difficile era riuscire ad affermare un discorso unitario attorno al problema.
Ebbene in questo quartiere fu costruito un largo comitato di solidarietà tra i molti della città, comitato che, ruotando intorno alla parrocchia, fu di valido contributo alla soluzione della lotta in atto.
Chi tra quanti di noi abitanti, non ricorda quei giorni che culminarono con una grande assemblea in chiesa, tra cattolici, comunisti, socialisti, democratici tutti, uniti in quel luogo tanto insolito a parlare di un problema sociale e politico al tempo stesso.

Io ero uno scomunicato e fui delegato ad introdurre e mi sentivo molto a disagio, considerando che dietro alle mie spalle vi era un altare e un crocifisso che fino ad allora le gerarchie ecclesiastiche mi avevano impedito di poter vedere.

Ricordo un discorso fattomi in forma molto sottile da una personalità politica lì presente a proposito del tipo di assemblea"Sono 40 anni che non metto piede in una chiesa, mi sento molto turbato, ma al tempo stesso credo di ravvisare che qualcosa sta veramente cambiando nel mondo".
Ed infatti da allora molta strada è stata fatta ancora all'Isolotto. Don Mazzi ha maturato la sua esperienza, il popolo la sua. Ognuno ha fatto le proprie scelte fino ai tempi di oggi.
Molti anni sono passati da quella prima assemblea di popolo, molte altre ne sono state fatte, forse troppe per chi ha fatto chiudere la chiesa e cacciato don Mazzi e gli altri preti.


Io sono un operaio e mi rendo conto di queste cose: partono sempre dai consigli per arrivare ai ricatti, dagli ultimatum alle crociate; rientra nel sistema. La Conservazione Politica lotta per mantenere i privilegi, ma il mondo soffre troppi mali; quindi ha bisogno di gente che con coraggio affronti la realtà e all'Isolotto questo coraggio esiste, per consentire ancora di rafforzare questo lavoro comunitario.
Questa è l'esperienza che traggo dall'Isolotto.



UNA TESTIMONIANZA SIGNIFICATIVA.

È molto difficile poter dire con tanta chiarezza quello che ha potuto significare il nostro inserimento nella comunità dell'Isolotto e ancora di più il conoscere profondamente don Mazzi.
Il nostro gruppo composto di grandi invalidi poliomelitici ed invalidità analoghe si è inserito nell'ambiente dell'Isolotto da circa nove anni.
Nacque da un'esperienza, sentita da molti, di creare un rapporto di vera uguaglianza e quindi di amicizia con gli altri e non solo, come era stato fino allora, fra noi.
I nostri incontri venivano fatti una volta al mese e i locali della parrocchia erano a nostra completa disposizione.
Inizialmente si stava insieme per scambiare qualche idea, per organizzare qualche gita o festa poi pin piano si sentì forte l'esigenza che in queste riunioni, così familiari, si potesse discutere e affrontare alcuni problemi riguardanti sia la nostra categoria, sia i problemi di interesse generale, che poi sono i problemi del mondo di oggi e che ci fanno sentire parte integrante della società, fino allora da noi male affrontati per il nostro tipo di vita che, come è comprensibile, si differenziava da quello degli altri.

In sostanza la società non ha saputo offrirci nulla, anzi ci ha ignorati, lasciandoci ai margini.

Per noi invalidi l'amicizia di don Mazzi e di altre persone dell'Isolotto è stata una spinta decisiva per iniziare un cammino completamente nuovo.
I rapporti con gli altri, benché fossero pieni di amore e di buoni propositi, erano rimasti vuoti, non erano serviti a concretizzare in pari misura quel dare e ricevere comune fra tutte le persone di questo mondo.

Questi anni vissuti in un rapporto di vera amicizia hanno dato ad alcuni invalidi (i più impegnati e i più maturi, una notevole spinta per affrontare molti problemi con lo scopo preciso di dimostrare che l'invalido può benissimo essere parte viva della società dimostrando chiaramente come può essere affrontato il problema per un effettivo inserimento.
A tale scopo si venne alla decisione di costituirci in associazione con le premesse di non volere Assomigliare minimamente a tutte le brutte copie di associazioni già esistenti che con i loro contrasti che spesso determinano tanta confusione, per poca serietà e fiducia arrivano perfino a denunciarsi l'una con l'altra; fanno così capire chiaramente come l'invalido sia strumento di interessi di parte e personali.

Il gruppo nacque dunque dalla profonda esigenza di permettere a ciascun invalido di realizzare, nella maniera più confacente possibile, la sua dignità di uomo perfettamente inserito nella società. Battendosi perciò per la sua elevazione, sia dal lato materiale che da quello sociale.
Nacque inoltre per testimoniare di fronte all'opinione pubblica una situazione ormai intollerabile in una nazione civile che ignora quasi completamente gli invalidi.

Questi gli scopi e gli impegni presi del gruppo:
a) creazione di laboratori per invalidi gravi;
b) avviamento al conseguimento di una qualifica professionale nel caso siano idonei;
c) ricerca di una occupazione confacente con la possibilità del socio di comune accordo con gli Enti pubblici, società, organismi comunque in grado di assicurare un lavoro retribuito;
d) inserimento nella vita sociale tramite la formazione culturale degli invalidi

Parte di questi impegni sono stati realizzati, altri si concretizzeranno come è stato fatto per la realizzazione dei laboratori per gli invalidi gravi, che sono stati definiti da persone competenti come gli unici funzionali in Italia, dove finalmente gli invalidi hanno trovato un inserimento ed una ragione di vita.

In sostanza quello che è stato fatto per inserire gli invalidi è stato realizzato grazie all'impegno degli invalidi con la solidarietà e l'aiuto che è stato portato da parte degli Enti locali.

Nonostante questo, il problema degli invalidi non è risolto.
Non basta l'iniziativa privata del singolo, ma occorre spingere perché la società si interessi e intervenga giustament6e su questo problema, così come su altri. Finora è mancata una volontà sincera da parte delle persone responsabili. Le leggi si sono mostrate finora del tutto insufficienti. Nessuno dei provvedimenti presi affronta radicalmente il problema.
È chiaro che se vogliamo che cambino veramente le cose, non solo per gli invalidi ma per tante ingiustizie che ci sono nel nostro Paese, occorre sensibilizzare sempre di più le persone a questi problemi, come è anche lo scopo del nostro gruppo di far sì che, ponendo con forza questo problema all'attenzione di tutta l'opinione pubblica, si riesca a smuovere coloro che hanno in mano le sorti della nostra nazione.

Noi sentiamo, avendo preso coscienza non solo della nostra condizione ma di tante ingiustizie che esistono nel mondo di oggi, che è necessario impegnarsi sempre di più per migliorare questo mondo, per renderlo più giusto per tutti.


Quel che abbiamo capito, fra l'altro, è che occorre trovare tra la gente, indipendentemente dalle convinzioni ideali, religiose, politiche, punti comuni per migliorare le condizioni umane di tante persone che soffrono e che aspirano ad un mondo più giusto.


CECCARELLI GIUSEPPE - anni 57, coniugato con tre figli
Idraulico presso l' acquedotto comunale di Firenze.


Io vengo dal Casentino. La mia famiglia (14 persone) abitava vicino al Castello di Rumena .lavorava presso il conte Goretti. Dopo la morte di mio fratello ci trovammo ad essere troppo numerosi. Così, per alleggerire il carico di famiglia, cercai un posto fuori. Lo ottenni versando duecentomila lire di cauzione. Ma dopo cinque mesi la fabbrica dove lavoravo fallì.
Mio cugino mi trovò un lavoro a Firenze: guadagnavo cinquantamila lire al mese.
Per cinque anni abitai a Firenze da solo e dovevo pagare cinquemila lire d'affitto per la camera, mantenere tre figlioli alle medie, pagare l'affitto per la mia famiglia rimasta al paese, pagare i viaggi, al sabato, da Firenze a casa.
A me dovevano bastare duemila lire la settimana per mangiare a Firenze e pagarmi il viaggio. Se mangiavo la minestra non mangiavo il secondo e viceversa: questo per cinque anni.
Nel 1954 ci fu assegnata la casa all'Isolotto
Ci fu una bella inaugurazione qui danti al nostro ingresso. C'era il card. Elia Dalla Costa, c'era il prof. La Pira, c'erano altre personalità. Furono consegnati diverse centinaia di alloggi.
La maggior parte delle famiglie proveniva dai centri sfrattati.
Ogni famiglia aveva alle sue spalle una storia.
I nostri figlioli andavano ancora a scuola. La Gabriella faceva il primo anno dell'Istituto Magistrale, Giorgio la terza media e la Lidiana la terza elementare.
Allora gli stipendi erano bassi, e tre figlioli a scuola costavano molto. Non c'era niente di gratuito: bisognava comprare tutti i libri e tutti i quaderni.
Tutte le mattine a chi mancava una cosa a chi ne mancava un'altra. Io e la mia moglie bisognava cercare di stare un po' nei limiti delle spese, anche per il mangiare.
Bis0ognava giostrare. La mia moglie cominciò allora a lavorare, a fare i mezzi servizi. E cominciò con una famiglia americana. Perciò questo fatto lo faccio dire a mia moglie.

FLORINDA RAGGIOLI CECCARELLI (anni 50)
Trovai una famiglia di due persone: erano due signorine americane, cominciai ad andare a lavorare lì, mi presero a benvolere e mi pagavano anche discretamente per quei tempi.
Io non avevo mai fatto quel mestiere: imparai nuove cucine ed imparai a servire a tavola come non avevo mai fatto. Le accontentavo in tutto.
Cominciò a venire a mangiare da queste persone anche il console americano. Lì mi vide anche la sua signora.Gli piacqui molto e mi portò al consolato americano a fare delle cene, delle feste. Ci andavo volentieri perché guadagnavo bene.
Di lì andai anche nelle case dei signori a servire, per aiutare mio marito e far studiare i figlioli.
C'era anche il direttore dell'USIS e presi ad andare tutti i giorni anche da loro. Poi trovai anche un'altra famiglia americana.

In conclusione per guadagnare ho fatto anche tre famiglie al giorno, più tutte le feste notturne che facevano.
Così ho lavorato per mantenere i figlioli. Ho lavorato pazzamente e loro hanno potuto studiare. Hanno studiato bene tutti e tre.
Nel '56 Giorgio cominciò a lavorare. Mia figlia che era stata in America con una borsa di studio tornò e cominciò a lavorare anche lei. Allora io rallentai il mio ritmo di lavoro.
C'era allora qui una signora che aveva un branco di figlioli e il marito malato. così cedetti una famiglia a lei. Ma poco dopo, procedendo la gravidanza, fu licenziata.
Le famiglie del palazzo l'aiutarono e si privarono del loro per dar da mangiare ai suoi figli: naturalmente questo non bastava.
Don Mazzi intervenne e dette un aiuto decisivo a questa famiglia che oggi vive una vita una vita normale come le altre.
Son tantissime le famiglie che don Mazzi ha avvicinato, non tanto portando i soldi, ma soprattutto portando consiglio e incoraggiamento con quel sorriso, spontaneo come lui, che rimette subito fiducia alla gente.


Giuseppe

Giorgio nel frattempo frequentava la parrocchia. Tornava a casa e ci raccontava tante cose. Per esempio un giorno ci disse:
"Si era noi ragazzi e si è visto arrivare il card. Dalla Costa. Ci ha detto che si era dei bravi ragazzi e che si faceva bene a seguitare a venire alla parrocchia e a continuare la nostra esperienza". Poi cominciarono a venire i poliomelitici. Quando don Mazzi entrò in questa canonica vide che era molto grande e pensò, siccome c'era tanta gente che aveva bisogno, di mettere questa canonica a loro disposizione.
Nel frattempo dei giovani con don Mazzi andavano a visitare degli orfanotrofi e pensarono di prendere alcuni di questi ragazzi con sé. Alcune ragazze si prestarono a fare da mamma a questi bambini e ognuna ne prese due o tre. Decisero i giovani che se don Mazzi non fosse riuscito a mantenere questi bambini gli avrebbero aiutati anche loro. Siccome avevano preso ragazzi un po' difficili, questi giovani si impegnarono anche ad essere loro amici. Li portavano fuori, al mare e in montagna, parlavano con loro e vivevano insieme a loro delle esperienze.
Nel frattempo Giorgio si era comprato la macchina pagandola a rate. Lavorava alla O.T.E. come impiegato. Era sempre in giro con questi bambini: specie d'estate che andava con loro in montagna.
Altre domeniche Giorgio andava a prendere i poliomelitici e noi gli si diceva: "Ma come fai a continuare così? Lavori tutti i giorni e la domenica ti affatichi in questo modo". Ma lui rispondeva: "Io lo fo volentieri". Poi si è sposato, è andato a stare con la sua moglie, ma siamo sempre molto legati.
Io ti posso garantire che di tutta la razza dei Ceccarelli non ce n'è stato uno che abbia salito gli scalini di un tribunale o di una prigione, né dei carabinieri, levato che per fare i documenti. Io ieri sera andai di nascosto in Piazza S. Firenze a vedere il mio figliolo salire le scale del Tribunale. Poi venni via.
S'aspettò per due ore, due ore e mezza. Sua moglie telefonava, la nipotina telefonava. Se l'avessero trattenuto non so come si sarebbe stati tutti. Fino a che non tornò lui si passò qualche cosa che non lo posso nemmeno raccontare, perché per gente come noi salire quegli scalini...
Ma poi perché? Per difendere la fede. Io se avessi creduto di arrivare a questo forse avrei pregato per conto mio. Non so se avrei fatto vedere la chiesa al mio figliolo.
Per la fede, per le cose vere ritrovarsi ad andare in Tribunale!
Vedere questi che si sono sacrif9icati, hanno trascurato i loro interessi...
Noi si pensava che queste cose di chiesa dovessero essere risolte fra il cardinale, il popolo e il Papa. Cosa c'entra che venga lo Stato italiano? Certo senza Messa la gente non può stare e io sono stato anche uno che ha insistito per averla. Però d'altra parte la Messa in quel modo non mi piace, anche se sono sempre andato alla Messa. Non lo so spiegare, ma la Messa in queste condizioni non è Messa perché l'hanno travisata. Non mi sembra giusto che la Messa debba esser detta così per forza.

Domanda:
-Per quanto riguarda il Vescovo, mons. Florit l'hai mai visto? Ci hai mai parlato? Hai avuto modo di incontrarlo?

Giuseppe C.
La domenica prima del colloquio col cardinale parlando con una persona venni a sapere che era in visita a Certaldo. Era verso mezzogiorno e venni a casa. Dissi alla mia moglie:
"Ho saputo che il Vescovo è a Certaldo a fare le cresime. Si va io e te a vedere se si pone fine a questa cosa, a questa divisione. Si parte, si va nella piazza di Certaldo: la chiesa era chiusa. Erano circa le quattro, non si vedeva nessun movimento.Si chiese a qualche persona se c'era la cresima a Certaldo. Ma non lo sapevano Allora si chiese ad un bar:
"Noi si deve andare da una famiglia dove c'è la cresima, dove c'è il cardinale ma non siamo riusciti a trovare dov'è questa parrocchia". Ci dissero di andare dalla mamma del proposto. Ci andammo e lui ci disse che il cardinale era alla Pieve di S. Lazzaro. A forza di domande ci si arrivò. Qui si vede la gent5e che ritorna indietro; allora si va in questa chiesa e si domanda:
"C'è sempre il cardinale? Noi si aveva bisogno di vederlo".
"No - risposero - è andato a San Donatino che è sul cocuzzolo, perché qui ha già finito". Ci si affaccia alla chiesa e il cardinale stava ancora facendo la cresima. Ci si mise in chiesa. Finito tutto il Vescovo si mette a parlare con la gente. Con tutte quelle donne intorno non c'era verso di poterlo avvicinare. Cercai di parlarci mentre saliva in macchina. Mentre il vescovo parlava con la gente il parroco si discostò un po' dal vescovo e gli dissi che noi si voleva parlare col cardinale e si chiese come si poteva fare. Ci disse di parlare col segretario. Dissi al segretario: "
"Io ho bisogno di parlare con lei in tutte le maniere. Siamo dell'Isolotto e si deve parlare con lei di cose urgenti".
Entrammo in canonica con il segretario. In questa canonica si ebbe un colloquio di quasi un'ora. Noi si disse tutti i fatti dell'Isolotto, tutto quello che era successo. Gli si chiese un appuntamento con il Cardinale. Ci si sarebbe andati cinque o sei, secondo quanto ci avrebbe detto il Cardinale. Gli detti il mio numero di telefono e gli dissi:
"Lei ci telefona quando si è messo d'accordo con il Cardinale e noi si viene".

Quando si tornò vennero in casa nostra tutte le famiglie del palazzo a sentire come era andata.
Alle 21,30 invece del Cardinale mi telefonò don Mazzi che la mattina dopo alle nove c'era il colloquio
La mattina dopo si andò in Curia.
Tutti sappiamo come andarono le cose. Il Cardinale aveva già deciso tutto da sé.

Domanda:
Perché il Papa a Roma non ricevette i parrocchiani dell'Isolotto?

Giuseppe.
- Perché il Papa e il Cardinale sono tutti della stessa idea.
Forse a Florit è stata anche forzata la mano dal Vaticano.
Il Vaticano è più duro di Florit e questo l'ha dimostrato il colloquio di Roma.
Loro sono gente che non parlano, sono gente che potevano esistere due o trecento anni fa. Fra loro e noi c'è lo stesso distacco che c'è dall'inferno al paradiso. Il diavolo per scappare dall'inferno salirebbe anche questa scala di rasoi: se uno si prova a salirla a un certo punto non ha né mani né piedi: i rasoi gli hanno tagliato tutte le membra e lui rimane giù.


(1) - Giorgio è uno dei sedici che hanno avuto io mandato di comparizione in Procura.

VITTORIA GARINEI, vedova - cuoca alla refezione scolastica comunale. Tiene con sé, oltre che suo figlio, altri due ragazzi.

Il mio paese era Bergamo. Venni all'Isolotto nel '54. Non presi subito contatto con questi preti, anzi dirò di più: che non mi riusciva entrare in questa Chiesa.
Non mi piaceva e non mi piaceva nemmeno Don Mazzi, perché per me era un prete troppo giovane e io provenivo da una città dove il prete oltre che confessore è anche un consigliere. Don Mazzi, data la sua età, 27 anni per me non era la persona più adatta a raccontarg1i i miei fatti.
Ho provato più volte a salire gli sca1ini per entrare in Chiesa: arrivavo alla soglia della Chiesa e tornavo indietro, mi urtava in un modo tale quella Chiesa, quel casermone che non mi riusciva nemmeno di entrare. Finiva che mi portavo dietro il ragazzino piccino, Giordano, e andavo in Duomo a confessarmi. Nel '62 morì mio marito. Anche quando era in vita mio marito mi diceva sempre: "A me piace Don Mazzi come prete e come uomo".
Sempre lo diceva, però a me non riusciva di avvicinarlo; Don Mazzi non rispondeva alle mie esigenze. Nel '62 dunque mio marito venne a morire; prima di morire chiamò Don Mazzi e ci è stato più o meno 4 ore insieme. In conseguenza di questo discorso fra Don Mazzi e mio marito morente, l'anno dopo fu Don Mazzi a venire da me per offrirmi questi ragazzi. Io lì per lì non sapevo nemmeno a cosa andavo incontro ma accettai, non per fiducia di Don Mazzi come persona ma per fiducia in Don Mazzi in quanto sacerdote. A varie riprese ebbi questi ragazzi tolti dai collegi. Per me fu e rimane un'esperienza talmente valida che non ho parole per esporla. Vorrei tanto che tutti la conoscessero, senza dovermi fare propaganda. Il collegio è un ambiente troppo ristretto dove i ragazzi si rovinano. Vorrei tanto rivolgermi a tutta la società perché tutte le famiglie che ne hanno la possibilità prendessero qualcuno di questi ragazzi.
Dopo aver preso i ragazzi ad aver più familiarità con Don Mazzi, in quanto, avendo l'impegno di questi figlioli per forza di cose dovevo vedermi con 1ui. Anche se prima non mi piaceva a forza di starg1i vicino, vedendo la sua vita essenziale, inattaccabile sotto tutti i punti di vista, vedendo che lui dava tutto agli altri, mi sono messa in condizione di ripensare un po' sulla sua persona. Tuttavia come Messa e come liturgia continuava a non piacermi, in quanto io ero attaccata ai fatti esteriori perché avevo avuto quell'educazione: educazione del 900 prima, educazione fascista e clericale dopo. Ci avevano inquadrati in un certo modo e al di fuori di quel certo modo si era peccatori. Quindi, dato che avevo avuto questa educazione, io ero attaccata veramente alle cose esteriori, a quelle formali, senza approfondire quello che voleva dire Vangelo. Naturalmente di Vangelo ne sapevo poco, non avevo mai letto la :Bibbia in quanto mi era stata sempre proibita. L'avevo in casa ma non la potevo 1eggere perché il prete stesso mi aveva detto che era proibito leggere 1a Bibbia. Quindi non ero a conoscenza per niente di quello che era il cristianesimo, all'infuori di questi esempi, di questi miracoli, di questi Santi che non ci dicevano nulla. Quando si è cominciato a fare la Messa con una maggiore partecipazione dei laici e quando poi, oltre al Vangelo, si è spiegato alla luce di Cristo anche i fatti sociali, sono rimasta interdetta. Mi interessavo, ritenevo giusto che anche noi si sapesse qualche cosa ma non riuscivo a approvare del tutto.


2)
Specie quando si cominciava a fare delle veglie, quando si cominciava a farla un po' lunga nella Messa, quando si rievocava il Martin Luter King, quando si faceva delle assemblee; ecco, queste cose veramente non le capivo fino in fondo, mi è stato difficile capire insomma, difficile, difficile. Pian piano mi sono sempre resa più conto che imparare e sapere le altre cose che succedevano nel mondo era valido, validissimo, in quanto uno si metteva nelle condizioni come cristiano di pensare oltre a sé stesso anche a quelli che soffrivano al di là delle nostre mura. Poi anche un'altra cosa perché ora sono molto convinta: i nostri preti, fin dall'inizio non hanno mai preso soldi per le Messe, in quanto per loro non era giusto vendere la religione. Perché prendere 1.000 lire per la Messa, mettere"poco onore o tanto onore" quando si porta via un morto, mettere il matrimonio bello o non bello, questo ora ho capito che è un vendere. Ripensando a questi fatti ho capito che la Chiesa ha venduto la religione, ha adoperato Cristo per capitalizzare, per sfruttare indirettamente il popolo. E tutto ciò è molto brutto.
A questo punto io ho provato un grande sconforto. Mi è crollato tutto il mondo che avevo avuto intorno, perché avevo creduto veramente nell'onestà di queste persone che mi Avevano insegnato ed educato prima. Ora ritengo che i preti che vendono la Chiesa in questo modo lo facciano coscientemente e lo dimostro con un esempio. Quando in questi ultimi anni ho avuto modo di parlare con preti di diverse città, tutti quanti hanno detto:
"Sì, è una esperienza che nel profondo è validissima, però noi ci si trova in certe determinate condizioni...".
Un prete di Milano a questo riguardo ebbe a dire:
"Come faccio io a portare avanti questo discorso nella mia parrocchia quando hanno già un sistema diverso e sono tutti capitalisti? Basti dire che hanno speso 150 milioni per fare una cappellina e portarci, una volta alla settimana, i figli dei signori".
Cosa vuol dire questo? Per me vuol dire che quel prete è prigioniero delle strutture e della gente, che lui ormai ha preso questo indirizzo e non vuol capire altre cose. Questo prete potrebbe invece cominciare, almeno con i giovani, a portare avanti un certo discorso, a far conoscere loro i bisogni della gente. Potrebbe soprattutto cominciare a avvicinarsi ai più umili, agli operai. Il suo discorso si chiarirebbe pian piano. Non diciamo si andare là e mettersi a rivoluzionare. Diciamo semplicemente di cominciare a stare vicino alla gente che soffre, di essere più umile, di non chiedere e di non accettare più i soldi per la religione. Ci sarebbero tanti modi se dicesse di iniziare. È che anche loro stessi difendono la loro posizione e questo è molto brutto insomma. Questo vale anche per il Vescovo. Appena il Vescovo ha rimosso don Mazzi mi sono detta: "Se un Cardinale leva di torno una persona onestissima che ha fatto del bene, che ha cercato di insegnarci a volerci bene ed è stato col popolo, allora questo che cosa vuol dire? Vuol dire che il Vescovo ha condannato don Mazzi non perché non lo ha capito, ma perché ha capito benissimo e non può accettare la linea di don Mazzi in quanto ha qualcosa da difendere. Io il Cardinale non l'ho mai visto, nemmeno in fotografia, però mi sono fatta questa idea. Naturalmente non posso sapere tutto quello che passa per la testa del cardinale. Il mio quindi più che un discorso su Florit è un discorso che vale un po' per tutti i Cardinali.


3)
Tutto ciò mi meraviglia a volte: penso infatti che accettare la linea di don Mazzi è una questione anche di intelligenza.
Mi spiego: se la Chiesa entra nella determinazione di capire questa situazione, cioè che la gente ormai ha aperto un po' la mente, e si decide a cambiare un po' le strutture, a scendere un poco, a dialogare col popolo, allora si salva. Invece se la Chiesa continuerà nelle sue strutture così dure e non vorrà accettare il dialogo col popolo, non so come finirà. Posso prevedere comunque. Ho visto insomma per esperienza che la Chiesa, continuando così, non fa altro che perdere fedeli invece di acquistarli. Ciò nonostante penso di rimanere nella Chiesa perché si sa benissimo quello che si vuole. Se si va via non si vuole più nulla ed è bell'e finito. Ho la speranza che si riesca ad affermare la nostra esperienza, prima o poi: se non sarà oggi sarà domani. Prima o poi ci sarà pure qualcuno che capirà.
Per quello che riguarda don Mazzi avrebbe fatto male a ritrattare o a dimettersi. Il suo insegnamento per noi e per lui era valido. O perché doveva ritrattare? Se lui non si è sentito di obbedire quando la Curia diceva: "portate il popolo a votare D.C.". Se per la gerarchia ecclesiastica questa è disubbidienza - perché io penso che le disobbedienze di don Mazzi siano pochissime e fra queste disobbedienze c'è anche quella di aver lasciato libera la gente nelle sue decisioni - allora non è vero che don Mazzi disobbedisce e che fa politica, ma sono loro che disobbediscono al Vangelo e vogliono quella tale politica.


PAOLO PISTOLESI - anni 31 - malato di emofilia, malattia del sangue, ereditaria.

(20 gennaio 1969)

D. - Da quanto sei all'Isolotto?
Paolo - dal 1954, proveniente da Scandicci Alto. Arrivammo qui con la prima assegnazione delle case popolari.
D. - In che condizione ti trovavi allora?
P. - In carrozzina da invalido; andavo a fare delle giratine, al cinema, lavoravo in casa...
D. - Come avvenne il primo contatto con la Comunità?
P. - Cominciai ad andare alle riunioni sulla Bibbia, quelle che facevano il giovedì; poi alle riunioni mensili per gli
invalidi. In seguito non sono più potuto uscire a causa della malattia. Da 5 anni sono a letto, qui, nella posizione in cui tu mi vedi, senza potermi sedere né girarmi su un fianco, col piede sinistro sollevato, immobile, per far defluire il sangue.
D. - Potresti parlare della tua malattia?
P. - Emofilia: da piccolo ho frequentato la scuola abbastanza saltuariamente, stando a casa per periodi di 15 giorni o un mese, due o tre volte all'anno o anche più spesso. Poi a 14 anni un ginocchio mi è rimasto piegato, poi anche l'altro e quindi non ho più potuto camminare; e ho viaggiato così, su una carrozzina da invalidi per 12 anni, fino a 5 anni fa.
D. - Come avvenne il peggioramento?
P. - Una emorragia all'anca, più grossa delle altre: l'anca è rimasta immobilizzata e ha bloccato tutta la circolazione della gamba-
D. - Come avviene l'emorragia?
P. - Si rompe una vena dentro l'articolazione: al ginocchio, al gomito, all'anca, al piede...
D. - E il dolore?
P. - È atroce; in certi momenti sembra di impazzire. E questo per giorni e settimane. Poi passa ma rimangono certi residui. All'anca è rimasto un grosso gonfio che impedisce la circolazione del sangue nella gamba e allora la gamba è gonfiata; un edema doloroso che ha minacciato di diventare cancrena...
La mamma di Paolo - Gli facciamo 8 punture di morfina al giorno, da cinque anni.
D. - Perché?
M. - Per poter reggere il dolore del piede.
D. - Qual'è di solito il tuo stato d'animo?
P. - Si fa l'abitudine anche a una situazione come questa.
D. - Hai dei sentimenti di ostilità verso la vita?
P- - A volte, ma è abbastanza difficile. Vivere: è fondamentale.
D. - In tutto questo ti aiuta veramente la fede religiosa oppure semplicemente l'amicizia?
P. - Aiuta tutto. Certo l'amicizia è fondamentale, soprattutto quando, oltre che amicizia personale, si tratta di un incontro come con don Mazzi.
D. - Don Mazzi veniva a trovarti Ogni quanto in genere lo vedevi?
P. - Mah! Quando c'era tempo. Quando viene sta molto, delle ore. Si parla di tutto. Si interessa minutamente del male: se stai meglio, se stai peggio. Vuol sapere con precisione. Quando c'è stato l'occasione di farsi in quattro don mazzi subito si è prestato. Quando si è trattato di dare il sangue è stato subito pronto, e anche quando sono stato in fin di vita.
D. - Sei stato anche in fin di vita?
P. - Sì, due o tre volte in questi ultimi 5 anni. L'ultima volta al piede c'era un edema molto gonfio, e don Mazzi lì a studiare come si poteva fare a tenerlo sollevato, a metterci qualcosa sotto.
D. - Insomma come uno di famiglia!
P. - Sì, sì. Poi ecco... don Mazzi è la persona a cui ci si rivolge per qualunque cosa ci sia bisogno, soprattutto quando non si riesce a vedere nessuna via d'uscita.
D. - Per esempio?
P. - Quella ragazza che è andata via di qui ora....Sì è molto tempo che mi vuol bene. Mi ricordo che quando venne fuori questa storia in casa mia non ne volevano sapere. E neppure in casa sua naturalmente. Io allora telefonai a don Mazzi, e lui via di corsa, venne e fece una lunghissima discussione con tutti: mia madre, mio fratello, mia cognata. E continuò a discutere fino a che non ebbe convinto tutti. Poi andò a casa di lei e fece la stessa cosa.
D. - E si sono convinti tutti?
P. - Sì, tanto che la cosa continua ancora dopo sette anni.
D. - Quanti anni ha la ragazza?
P. - Trentatré.
D. - Ecco, don Mazzi che cosa diceva, qual'era il suo punto di vista, l'argomento usato per convincere?
P. - La sua maniera di vedere le cose era opposta a quella che in simili situazioni hanno i familiari e anche quella che è un po' la nostra logica. Il suo era un discorso che partendo dal rifiuto di ogni forma di discriminazione e di razzismo (un uomo è un uomo anche se non può camminare), riusciva a mettere in luce i più profondi valori dello spirito umano
D. - La condanna di don Mazzi da parte del Vescovo ti ha preso alla sprovvista?
P. - Sì e no. Sì, perché non mi spettavo che lo rimuovesse da parroco; no, perché mi aspettavo che il vescovo in qualche modo avrebbe reagito alla lettera di solidarietà per quelli di Parma.
D. - Tu eri fra i firmatari?
P- - No, non volevo che la spedissero. Ebbi una lunga discussione con don Mazzi per questo fatto, perché dicevo che io non l'avrei mandata. Una lettera di solidarietà sì, però una lettera dal tono diverso, perché c'erano frasi molto forti: "sepolcri imbiancati...". Intendiamoci, non è che le cose non siano così, ma avevo paura che poi per don mazzi ci fossero dei guai.
D. - Secondo te don Mazzi avrebbe dovuto ritrattare o dimettersi?
P. - No, penso di no
D. - In che stato d'animo hai vissuto questi ultimi mesi?
P. - Uno stato d'animo di grande tristezza per l'amicizia che mi lega a don Mazzi e agli altri preti ed anche perché non si può non provare una grande amarezza di fronte a una cosa come la rimozione che sentiamo profondamente ingiusta e verso la quale ci si sente di non poter fare niente. Per voi che avete potuto partecipare alle assemblee, alle riunioni di preghiera, ai dialoghi con il vescovo e fare tutto ciò che è stato fatto e che sarà possibile fare, forse la tristezza non è così grande. Comunque nonostante la rimozione di don Mazzi, le denunce fatte ai preti e ai laici, il rifiuto del dialogo da parte del vescovo, sono convinto che occorra rimanere all'interno della Chiesa perché i valori che l'Isolotto porta avanti sono valori profondamente cristiani e non possono alla lunga essere ignorati o addirittura soffocati dalla Chiesa che oggi governa
D. - Ti ha meravigliato che il Papa non ci abbia ricevuti?
P. - A me fece molto effetto quando il Papa ricevé Johnson , di notte, a Natale del 1967; molto effetto, quanto il fatto di non aver ricevuto don Mazzi.
Comunque io mi aspettavo che una lettera così, dove si augurava un felice Natale, la pace, la serenità...faceva presumere che don Mazzi sarebbe tornato all'Isolotto come parroco o qualcosa di molto vicino: vice parroco...non so, un certo compromesso, qualcosa di accettabile; o per lo meno non una posizione così negativa, intransigente.
D. - Quando dicono che i nostri preti fanno politica, tu che tipo di risposta dai?
P. - Tutto è politica. Tutto quello che si può dire e fare è politica. Ed è proprio in questo senso che c'è stata una maturazione da parte di tutto l'Isolotto. All'inizio si faceva un discorso puramente biblico, vedi le riunioni del giovedì. Poi l'orizzonte si è allargato a tutte quelle che sono le questioni del mondo, cioè la politica: la questione della Galileo, della Fivre, l'alluvione, le veglie per il Vietnam, il Sudan, i negri d'America, la Cecoslovacchia....Tutto in questo senso è politica; ugualmente politica è non far politica.
D. - Ammesso che non vogliano rimettere don Mazzi, pensi che terranno conto della esigenza della massa del popolo che sostiene don Mazzi, scegliendo per esempio come parroco uno dei cinque preti denunziati oppure un altro che eventualmente fosse di gradimento al popolo?
P. - Io penso che ne terranno conto, perché se non ne tengono conto si creerà una situazione insostenibile per un parroco che dovesse venire.
D. - Tu pensi che il popolo mollerà?
P. - Ormai mi sembra chiaro che no.


ALDO DE SANTI - anni 42, impiegato, coniugato con tre figli. D. -

D. - Frequentavi la Chiesa anche prima oppure no?
R. - Ho assiduamente frequentato la Chiesa, parrocchia di San Felice in Piazza, fino all'età di 13anni.
Le condizioni di vita all'epoca - 1939-40 - e la guerra mi costrinsero ad interessarmi del mondo degli adulti assai prima del normale.
Ebbi così modo di scoprire un mondo nettamente contrastante all'Amore insegnato da Cristo: dappertutto odio, violenza, discriminazione.
Anche la Chiesa, nonostante credessi in essa, si rivelò ad un mio più attento esame piena di storture e di compromessi. Era uno dei tanti posti ove "si predica bene e si razzola male". Pian Piano, nonostante rimanessi fe4mamente convinto dell'esistenza di Dio e della validità degli insegnamenti di Cristo, mi distaccai dalla Chiesa.

D. - Quali sono i motivi che ti hanno ricondotto in Chiesa?
R. - Sono tornato in chiesa tramite il catechismo. Sì, proprio il Catechismo dell'Isolotto, quello condannato. I miei figli hanno appreso ad essere cristiani con quel metodo e io in casa li ascoltavo e rimanevo sorpreso delle differenze esistenti tra la loro,esperienza e la mia. Conoscevano la parola di Gesù attraverso la lettura e il commento del Vangelo e imparavano ad applicarla ai problemi della vita di tutti i giorni.
Io, invece, ricordo di aver solo imparato a recitare "a pappagallo" alcune risposte a precise domande.
Loro si dimostrano profondamente convinti della necessità di vivere secondo i principi evangelici.
Per me invece il vangelo era qualcosa che interessava l'anima ma che appena sfiorava le cose dalla vita.
La prima comunione fu per loro un vero incontro con Gesù, per me era stata solo l'occasione per indossare un abito nuovo e ricevere alcuni regali.
Per loro il cristianesimo era una cosa viva e condizionava tutta la loro esistenza¸per me era solo un insieme di riti, spesso incomprensibili, atti e formule magiche riguardanti piuttosto il mondo dei morti.
Decisi di conoscere i motivi di tanta differenza e, benché diffidente, ricominciai ad andare a Messa e a frequentare la parrocchia. Fu una scoperta meravigliosa. Pian Piano le mie differenze caddero ed una sera trovai, qui all'Isolotto, la Chiesa che sempre avevo sognato e che ormai avevo rinunciato a cercare. Una Chiesa sempre disponibile ai miei problemi di uomo e che rende veramente reale e attuale la presenza di Cristo fra gli uomini.

D. - Perché secondo te il Papa non ci ha ricevuto alla vigilia di Natale quando siamo andati a Roma?

R. - Ho partecipato al viaggio a Roma certo di un nostro incontro col Papa.
Le parole con le quali egli iniziava la lettera a Don Mazzi, "Al diletto e venerato figlio e fratello....." mi davano questa certezza.
Parlando poi in Vaticano con Mons. Benelli risultò che la lettera del papa voleva solo dire: obbedisci, senza discutere e senza pretendere spiegazioni.
Ricordo che mi venne alla mente una frase udita quando prestavo servizio militare: "Il superiore ha sempre ragione, specialmente quando ha torto".
Ora domando: è giusto chiamare "figlio e fratello" un prete quando da lui si pretende unicamente soltanto cieca e incondizionata obbedienza?
Perché, così stando le cose, non far precedere il nome della sola qualifica gerarchica come in una qualsiasi organizzazione civile o militare?
Perché il Papa, Cardinale e Vescovi si rivolgono ai fedeli chiamandoli "figlioli" se questi figlioli non possono mai esprimere il loro vero pensiero senza essere accusati di eresia o protestantesimo? Chiamiamoli solo fedeli e non prendiamoci in giro con le parole!
D'altronde non ci si rivolge ai Vescovi, Cardinali e Papa chiamandoli non padri ma "Eccellenza, Eminenza, Santità"?
Io ai miei figli do la possibilità di spiegarsi quando devo decidere qualcosa che li riguarda ed è proprio questo fatto che mi qualifica padre.
Se non fossi un padre ma solo superiore potrei rifiutare il colloquio con essi; darei ordini e pretenderei di essere obbedito.
La Chiesa, nonostante parole, è ormai di fatto solo una gerarchia e, come è impossibile un vero colloquio fra un semplice soldato e il suo generale, così purtroppo non è possibile un dialogo franco e leale fra il Papa e i suoi "figlioli".
Noi cercavamo questo dialogo e per questo non siamo stati ricevuti.


LINO BENVENUTI - anni 42, trasportatore di kerosene, gas e altri combustibili.

D. - Da quanto ti trovi all'Isolotto?
L. - Da due anni.
D. - Di dove vieni?
L. - Sono nato a Venezia e vengo da un collegio giudiziario, cioè da un carcere.
D. - Vuoi raccontare qualcosa della tua vita?
L. - Ebbi una infanzia molto difficile, perché è stata difficile l'unione fra mio pare e mia madre che ora sono morti.
Nel 1941, a sedici anni, mi arruolai nella marina militare, ma non ero tagliato per quel genere di vita e allora scelsi il commercio, a Padova: commercio di bestiame: capretti, vitellini... Anche lì però con poco profitto perché mancavo di esperienza. Me ne andai all'estero, in Germania, a lavorare nella bieticultura. Poi tornai in Italia e vissi per tutto l'inverno con quello che avevo accumulato in Germania.
Dopo poco fui chiamato militare, e qui ci sarebbe da raccontare un'altra storia. Fui condannato a morte per tre volte per abbandono del posto di combattimento e per diserzione. Alla fine della guerra mi trovai più solo di un cane in mezzo al deserto sahariano e con tanti debiti sulla groppa..
D. - Non avevi partenti?
L. - Sì, due sorelle, gli zii, i nonni ma avevo perso i contatti da un pezzo e così a tutt'oggi. La nonna tra l'altro è morta lasciando un debito piuttosto sostanzioso.
Nel 1944 i fascisti mi pizzicarono a Ferrara e sarei stato passato per le armi se un provvidenziale ferro trovato lì non mi avesse permesso di sfondare una porta e scappare.
Andai a fare il partigiano nella zona di Parma, Fornovo... poi nella zona di Pesaro, Senigallia.
Facevo un tipo di lotta più personale che collettiva perché quando vedevo qualcosa mi associavo a un gruppo di sette, dieci, venti persone, e proponevo, non so, di far saltare un ponte. Se la proposta veniva accettata si partiva e si faceva.
D. - Senza che ci fosse un centro di comando?
L. - Senza. Solo alla Spazia mi aggregai ad un gruppo comandato da un certo Scarpa, ma il freddo era intenso quell'inverno del 1944-45 e me ne andai per non morire assiderato.
Nel 1945 morì mia madre. Più disorganizzato che mai emigrai in Francia e feci due campagne come raccoglitore di barbabietole, così come avevo fatto in Germania. È un lavoro stagionale. A dicembre te ne torni a casa felice e contento finché durano i soldi; poi riprendono i soliti guai.


Dopo la Francia risiedetti qualche tempo in Svizzera.
Passarono gli anni e, intorno al 1951, avevo deciso di cambiare vita, di mettermi a posto, fare un'esistenza tranquilla e costituirmi una famiglia. Avevo un po' di soldi da parte, mi ero trovato una ragazza, avevo comprato a rate una bella moto. Un bel giorno la ragazza sparì con la moto e mi trovai di nuovo solo e disperato. Fu la goccia che fece traboccare il calice. Di nuovo una vita sbandata.
Nel 1953 facevo il bracciante agricolo a Casale Monferrato. Col padrone avevamo stabilito una paga di quindicimila lire mensili. Dopo due mesi mi vidi mettere in mano diecimila lire e mi sentii dare il benservito.
Passarono due anni ed io non pensavo più a quell'abuso. Un giorno, per puro caso, mi trovai a passare per quel luogo e, guarda caso, mi trovo dinanzi a un tale che neppure conoscevo, il quale, col fucile spinato mi minaccia e mi dice: "Fermo o t'ammazzo!" Era buio, non ci si vedeva, non potevo sapere se era amico o avversario. In seguito ho saputo che quel tale non stava aspettando me, ma cercava qualche altro. C'era stato un furto da quelle parti... Io comunque fui preso alla sprovvista da quell'apparizione, stavo attraversando un momento drammatico della mia vita, avevo avuto precedentemente dei delle liti con altri per la spartizione di una certa somma, e il vedermi davanti quelle due canne di fucile in una mano che tremava per il freddo - era il 29 dicembre - mi ha messo in corpo una grande eccitazione.
Tentai di sviare quelle canne e sentii partire un colpo. Non sapevo se era stato involontario. Cercai di strappargli il fucile ma l'altro era un uomo grande e grosso, alto un metro e novanta. Io sapevo che gli rimaneva un altro colpo. Nel dubbio di poter avere la meglio tirai fuori la pistola. gliela appoggiai a un fianco e dissi: "fermo o sparo". Questo non si è fermato, ha fatto un gesto come per tirare fuori qualcosa: io ho premuto il grilletto e così è saltato fuori il caso giudiziario.
Al processo mi riconobbero le attenuanti della provocazione. Però mi condannarono per eccesso di difesa e così finii a Portolongone.
E qui è inutile parlare di questa esperienza.
Tutti i giornali raccontano della vita che si conduce nei penitenziari italiani.
Appena uscito dal collegio giudiziario, mi rivolsi, come mi avevano consigliato, ad una istituzione religiosa che si occupa di ex carcerati:
l'OASI.

Partito da Treviso ero sceso alla stazione di Padova. Per giungere all'OASI occorreva percorrere diversi chilometri. Mi incamminai a piedi e mi ci vollero molte ore perché avevo perdutola capacità di resistenza nel camminare. Quando finalmente arrivai, mentre stavo ancora sulla soglia dell'entrata, mi fu chiesto da un tizio che neppure mi si fece incontro - ricordo che stava appoggiato sul davanzale di una finestra - se avevo con me i tali e tali documenti.
Così seppi che avrei dovuto tornare al carcere, farmi fare un documento da cappellano della prigione, con questo documento andare in Comune e farmi fare la residenza... Insomma ci sarebbe voluto come minimo quindici giorni.
Ma ero senza casa e senza mangiare.
Tornai indietro, andai da un maestro che insegna a Treviso. Il maestro mi diede cinquemila lire.
Mi comprai da mangiare e venni a Firenze, ultima ancora di salvezza. in quanto che veniva in carcere una assistente sociale e mi aveva parlato di questa parrocchia di don Mazzi. Io al solo sentire "parrocchia" ho avuto un brivido per la schiena,ma parlando più a lungo seppi che don Mazzi più che un prete era un uomo, un uomo che conosceva i problemi di questa società e cercava di applicare dei principi che la rendessero più giusta e più umana.
Dunque fui portato qui una sera e don Mazzi di primo acchito disse: "siediti qui con noi".
Stava mangiando, si alzò, mise in tavola le stoviglie e mangiando parlammo del più e del meno.
Poi io, tanto per mettere le mani avanti, dissi:
"Io intendo parlare con l'uomo, non con il prete; perché io con i preti, in massa, non voglio avere a che fare nulla".
Da allora ci fu una grande amicizia fra me e Enzo che spesso chiamo familiarmente "compagno". Compagno sta per me "molto amico". In seguito mi accorsi che nessuno dei preti aveva una stanza a sua disposizione come invece avevo io. Dormivano su dei divani-letto in stanze adibite agli usi più svariati.
Per me fu come scoprire un nuovo pianeta; mi resi conto che c'era tanta gente onesta fra i tanti figli di... in questo porco mondo.
Grazie a Mazzi cominciai a trovare subito lavoro e per un anno e mezzo fui ospitato gratuitamente. Posso dire che grazie a Enzo ebbi cancellata una misura di sicurezza giudiziaria che mi avrebbe imposto una vita assolutamente impossibile e che mi avrebbe spinto senz'altro ai margini della legge e mi avrebbe portato là, in galera un'altra volta.
Poi venne il giorno che volli provare a vivere autonomamente. È stato un esperimento duro. Io cercavo un inserimento totale nella società, come uomo, come cittadino, come contribuente. Dopo un po' di tempo però mi convinsi, di fronte alle difficoltà, di tornare qui all'Isolotto, in seno alla parrocchia. E ancora oggi sono qui.
D. - Quello che trovi qui, e non trovavi quando vivevi autonomamente, penso che fosse la compagnia, un ambiente...
L. - Sì, infatti io qui ho potuto scoprire una vera umanità. Io venni qui con propositi tutt'altro che amichevoli perché temevo sempre di tr9ovarmi fra i piedi un paio di poliziotti che mi portassero in Questura per misura, per controlli, per le solite storie che ti capitani fra capo e colo dopo una pena giudiziaria. Invece, grazie a Mazzi, grazie a tanti amici che potrei citare in una sfilza che non finirebbe più, posso dire di essermi inserito e di avere una mia autonomia.
Penso che Mazzi sia un personaggio che passerà senz'altro alla storia per quello che ha fatto e dovrebbe essere imitato da tutti i Don Mazzi di questo mondo per vincere quella rivoluzione sociale che abbiamo in atto, mirante a sfaldare e annientare quegli schemi che fanno dell'umanità un agglomerato di schiavi, di ignoranti..
D. - Stammi a sentire - scusa se ti interrompo - don Mazzi in due anni che sei con lui, ti ha mai invitato, non so, ad andare alla messa?
L. - No, appunto perché quando venni qui dissi che la mia presenza non aveva nulla a sparire con la parrocchia, con la chiesa nel senso religioso. Quello che intendo dire è che tutta l'amicizia, tutta la simpatia che io ho per don Mazzi e per i preti di qui dentro, è appunto basata su quel principio di fratellanza, del cameratismo non in senso militare, su quei contatti che portano l'uomo ad acquistare fiducia nel suo vicino, nel suo simile. Quello invece che non ha mai trovato altrove, prima di questa nuova esperienza che per me è stata basilare, è stata determinante.
D. - Tu credi in Dio?
L. - No, non credo assolutamente, né in Dio e neppure nell'anima.
D. - Questo fatto ha creato qualche difficoltà con questi preti? Hai percepito una diminuzione di questa amicizia, hai notato un certo sforzo nella loro amicizia con te?
L. - No, no, tutt'altro. Io penso che Mazzi, oltre a essere un prete più che umano, è anche molto pratico, è uno psicologo che sa valutare il pro e il contro di certi atteggiamenti psicologici dell'individuo col quale viene contatto.
Di questi problemi comunque ne abbiamo parlato spesso, però né lui ha convinto me né io ho convinto lui, perché viviamo esperienze diverse e abbiamo origini anche diversissime.
D. - Comunque un affratellamento c'é!
L. - Sì, sì, c'è.
D. - Naturalmente non sui discorsi ma sui fatti..
L. - no, no, sui fatti.
D. - I fatti del vivere insieme?
L. - Sì.
D. - Tu che non credi, tu che, in un certo modo vedi la cosa da fuori, come giudichi questa bega tra un vescovo, dei preti e dei parrocchiani?
L. - A me il lato religioso della faccenda non interessa, ma quello sociale sì. Cioè il caso don Mazzi porterà senz'altro ripercussioni nella vita sociale, per esempio nell'Isolotto stesso.
D. - Come spieghi il fatto che, in nome dello stesso identico Vangelo, ci sia una contrapposizione così netta fra Florit e don Mazzi?
L. - Il fatto è che Florit non ha scoperto nel vangelo quello che ha scoperto don Mazzi: Mazzi ha tolto il velo a un quadro che è un'opera d'arte e che qualcuno cercò invece di occultare, nascondere. Mazzi ha offerto a Florit una verità che Florit avrebbe dovuto scoprire ai tempi che furono.
D. - E qual'è questa verità?
L. - L'amore verso il prossimo, coi fatti.In nome di questo principio si supera la distinzione fra credenti e non credenti e così succede che io e Mazzi viviamo insieme in un rapporto fraterno molto più che Mazzi e Florit i quali credono nello stesso Cristo. Il quale Cristo, mi pare, diceva che li voleva i fatti e non le chiacchiere.
D. - Secondo te, fra il Papa e Florit, c'è qualche differenza?
L. - Non c'è nessuna differenza. Comunque il Papa può decidere poco. Quelle che contano sono le eminenze grigie nascoste dietro di lui. Il centro motore non si chiama Paolo VI°, si chiama Vaticano. La stessa cosa succede per i grandi personaggi tipo Kruscev, Kennedy, Breznev, Johnson e Nixon.
 

   
   

 

 

LA VICENDA DELL'ISOLOTTO
 



Florit Continua
la guerra.
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CURIA ARCIVESCOVILE
di FIRENZE
Uff. Amministraz. Firenze, lì 31/1/1969


OGGETTO: Chiesa della B .M. V Madre delle Grazie all'Isolotto in Firenze. Sistemazione dei locali per l'abitazione del parroco.


Ai sigg. Lino BENVENUTI e Domenico ARPINO

Quest'ufficio amministrativo, a cui compete l'onere di amministrare le gestioni delle chiese prive di titolare, non può confermarLe l'ospitalità nei locali parrocchiali dell'Isolotto, concessa, da don Mazzi.
Per l'abitazione del nuovo parroco con i coadiutori e familiari sono chiaramente insufficienti due sole stanze, quelle attualmente disponibili, sia pure con l'uso dei servizi in comune.
D'altra parte il titolo per cui Ella occupa una stanza dei locali parrocchiali non può essere se non quello di "ospite", trattandosi di locali costruiti recentemente con il contributo dello Stato con apposite finalità e con l'impegno che per oltre 30 anni non debbono essere utilizzati per fini diversi da quelli previsti e per i quali fu concesso il contributo statale.
C'è inoltre che gli organi tutori non hanno mai concesso e non potevano concedere le debite autorizzazioni ad un eventuale contratto di locazione.
Se nel più breve tempo possibile Ella lascerà il locale, questa Curia Arcivescovile è disposta al pagamento del canone di affitto di una qualsiasi casa di due vani per il periodo di mesi sei.

Distinti saluti .
Sac. Adorno Casini. .
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DI FRONTE A UN GESTO COSÌ INUMANO CHE SI AGGIUNGE ALLA SERIE DI INGIUSTIZIE E PROVOCAZIONI DA PARTE DELLA CURIA VERSO IL POPOLO DELL'ISOLOTTO, L'ASSEMBLEA PARROCCHIALE RIUNITASI IL 12 c.m. HA DECISO DI RENDERE NOTA LA SEGUENTE LETTERA APERTA:


LETTERA APERTA AL CARDINALE FLORIT

Eminenza,
con profondo rammarico questa comunità è venuta a conoscenza della lettera di sfratto che Lei ha inviato a Domenico e Lino.
Domenico e Lino sono nostri amici e fratelli. Essi hanno trovato in mezzo a noi una casa (cioè la canonica,"casa di tutti"...), una famiglia (tutti noi ed in particolare i preti), un sostegno per realizzare il loro inserimento autonomo, libero e dignitoso nella società. Essi non sono i soli; altri li avevano preceduti,poiché la canonica è stata veramente aperta a tutti.
Nella canonica vivevano, fino al momento in cui Lei non si è premurato di cacciarli,i nostri preti insieme a Lino e Domenico. Perché non ci dovrebbe vivere il nuovo parroco? Se il parroco ha dei familiari con sé perché la Curia non offre una casa a questi familiari, almeno "per il periodo di sei mesi?".
Poiché chi avrà il coraggio di venire parroco all'Isolotto non deve venire a godere i privilegi che Lei rinfacciò a don Mazzi, "casa gratuita, stipendio, vitto, immunità, possibilità di diffondere le proprie idee".

A proposito di familiari ci permettiamo,comunque, di ricordare quanto dice il Vangelo:
"Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me" (Mt.10)
E a proposito dello sfratto quest'altro brano:
"Venite benedetti dal Padre mio...perché ebbi fame e mi deste da mangiare...fui senza casa e mi ospitaste... Ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l'avete fatta a me... Andate lontani da me, maledetti,perché ebbi fame e non mi deste da mangiare...senza casa e non mi ospitaste... Qualunque cosa non avete fatto a uno di questi più piccoli non l'avete fatto a me" (Mt.25).

Le ricordiamo inoltre queste Sue belle parole contenute nella lettera da Lei scritta per la quaresima del 1968 (vedi: "Parrocchia in Crisi?" -Città Nova Editrice - pagg.48-49):
"CI SONO ANCORA ALCUNE CANONICHE TROPPO "CHIUSE" E SILENZIOSE... QUESTA È UNA DEFICIENZA NON LIEVE PERCHÉ LA CANONICA NON È SOLTANTO IL LUOGO DI ABITAZIONE DEL CLERO PARROCCHIALE, MA ALLTRESÌ LA CASA DI TUTTI, APERTA A TUTTE LE NECESSITÀ".

Quanto alla Sua preoccupazione di fare un torto allo Stato e di perdere i soldini che esso Le dà, ci dia retta:
se uno Stato che riconosce il popolo come sovrano, con una Costituzione che è nata dal sacrificio e dal sangue del popolo, suggerisse alla Chiesa, nata dal sangue di Cristo, di allontanare Domenico e Lino (quando in altre chiese nuove non suggerisce di buttar fuori biliardini, cinema, circolini), allora Lei dovrebbe denunziare e rompere la Sua alleanza con una simile degenerazione del potere.
Se Lei questo non lo fa significa che i 30 e molti più milioni versati dallo Stato hanno lo stesso valore dei 30 denari che servirono a mandare sotto processo Gesù Cristo.

L'Assemblea.