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Intervento di don Sergio al II° incontro diocesano di
aggiornmento del clero
Mi riferisco all'intimo rapporto tra fede e libertà personale che il P.
Alfaro ha ripetutamente messo in evidenza.
Questo rapporto è denso di conseguenze pratiche per la vita della Chiesa e
per la pastorale.
Rilevo alcune gravi contraddizioni fra le affermazioni del p. Alfaro e la
vita pratica della chiesa chiedendo il parere del relatore ed anche quello
di altri sacerdoti.
Lei ha affermato che "la Grazia è una interpellazione della libertà della
persona nella sua dimensione più profonda e più interiore che è l'amore".
"La Grazia di Cristo è profondamente liberatrice perché non chiede altro
che l'amore".
"Il cristianesimo è liberazione dell'uomo perché tutto quello che
accettiamo di esteriore e di struttura si fonda su questa accettazione
profondamente libera".
Ora le sembra proprio che la vita concreta della chiesa sia in linea con
queste affermazioni tanto fondamentali?
Non c'è addirittura nella vita della chiesa un capovolgimento di questa
linea profondamente liberatrice propria della grazia e quindi della fede?
Di fatto il mondo dei più umili, dei più poveri, quindi dei più sinceri,
ha in gran parte abbandonato la chiesa sopratutto perché si è sentito
soffocare in questa sua profonda esigenza di libertà nella giustizia,
nella fraternità e nell'amore.
Sono cose ormai note e ammesse da tutti. Sono lo scandalo che ci
sconvolge.
Molti di coloro che non hanno più fiducia nella chiesa (e che riescono a
esprimere il loro profondo disagio) dicono chiaramente che solo fuori
della chiesa hanno incominciato a trovare la liberazione dalla paura e
dalla soggezione servile alla convenzione, all'abitudine, al dovere
religioso, all'autorità ecclesiastica, solo fuori della chiesa hanno
incominciato a recuperare la propria coscienza e la propria libertà.
Come fare a dare loro torto quando l'idea che da secoli noi diamo di Dio è
alienante perché frutto e fonte di paura?
Basta pensare che nei catechismi la paternità di Dio viene appena nominata
dopo che si è lungamente parlato delle sue astratte perfezioni che ne
fanno un Dio molto lontano.
Basta pensare a quanto ancora concediamo ad un rapporto quasi commerciale
con Dio fatto di elemosine, opere buone, sacrifici, sacramenti,
indulgenze, preghiere, messe ecc. in cambio di grazie, benedizioni, aiuti,
consolazioni, salvezza finale ecc.
E l'immagine concreta della chiesa non è anch'essa in gran parte
alienante, frutto e fonte di paura?
Basta pensare al modo assolutamente dogmatico con cui è esercitato nella
chiesa il ministero della parola!
Non è vero che spesso si ha paura dell'errore, delle deviazioni, del
rischio che comporta la fede e allora si mitizza la garanzia
dell'infallibilità, e allora si evita di educare il popolo a pensare e a
parlare, si evita accuratamente di formare autentici canali di dialogo, si
proibisce al popolo cristiano di parlare in chiesa, si fa sentire
inferiore...
Basta pensare ancora al modo estremamente autoritario con cui nella chiesa
è esercitata l'autorità.
Non è vero che spesso si ha paura della libertà dell'uomo e allora alla
virtù della fede e dell'amore si sostituisce volentieri la virtù
dell'ubbidienza e si fa di questa ubbidienza, spesso formale, cioè rivolta
a cose formali, il vero fondamento della vita cristiana e dell'unità della
chiesa?
Si, è vero, ora ci sono i consigli pastorali e presbiterali, ma nella
maggior parte dei casi non sono essi un bluff perché i laici dei consigli
pastorali non rappresentano veramente il popolo cristiano ma solo delle
élites e spesso sono scelti dall'alto?
Questa immagine della chiesa, così come i più umili la vedono,
autoritaria, che pretende avere il dominio delle coscienze, che punisce e
scomunica, che pretende avere il monopolio
della verità e della saggezza... è proprio in linea con la Grazia di
Cristo che è profondamente liberatrice perché non chiede altro che
l'amore?
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INTERVENTI E RISPOSTE, RELATIVI ALTEMA DELLE
IMPLICAZIONI PASTORALI, CHE NON HANNO TROVATO POSTO NELLE DISPENSE DELLA
PRIMA GIORNATA DEL CORSO DI AGGIORNAMENTO BIBLICO-TEOLOGICO PER IL CLERO.
(Si è preferito rispettare l'integralità degli interventi e delle riposte)
D.LUIGI ROSADONI
Riferendomi alle implicazioni pastorali della impostazione teologica
presentata dal Relatore io mi soffermo un momento su queste sue
affermazioni: -Voi pastori dovete ridurre a fatto ciò che è soltanto
parola. Le parole senza fatti diventano false. Nella pastorale occorre
realizzare il rapporto organico tra parole e fatti che è proprio della
rivelazione .
Faccio prima di tutto alcune costatazioni. Sul piano della liturgia c'è in
effetti un abisso tra il fatto biblico proclamato e spiegato e l'azione
liturgica trionfalistica, giuridica, deformante,non rispondente alla
autenticità dell'uomo di oggi.
Sul piano dell'apostolato mi domando qual'è la nostra presenza nel mondo
del lavoro; qual'è il riconoscimento dei carismi di ogni uomo. ..
Inoltre rilevo un certo complesso di superiorità che c'è nel clero in
proporzione sempre crescente, una cèrta opulenza, una certa situazione
neurotica e comparativa proprio dei celibi senza carisma, un rapporto di
diffidenza e di discriminazione che c' è fra noi. ..
Premesso ciò, domando al Padre se noi siamo veramente nella linea di una
rivelazione che continua e come possiamo realizzare una esperienza vitale
della Parola di Dio.
P. SCHOEKEL
Riconosco che occorre una grandissima riforma.
Al momento attuale possiamo avere un ottimismo moderato, derivante dal
fatto che la riforma è cominciata, che qualcosa succede, che non stanno
tutti a guardare e che c' è anche gente capace di fare da testimone
all'amore di Dio per l'oppresso, per l'umile...
Insomma c'è in atto un movimento di riforma per condurre la Chiesa ad
essere più cristiana. Come c'è in atto uno sforzo per accettare il
carismatico, quello che ha una particolare presenza dello Spirito nella
comunità.
Tale movimento in atto, mentre ci permette un moderato ottimismo, ci
chiede di andare sempre avanti perché c'è moltissimo da fare.
In relazione a ciò sono pienamente d'accordo con chi ha fatto la domanda.
La Chiesa deve incarnare molto di più Cristo per rivelarlo agli uomini. -
DON ENZO MAZZI
P. Schoekel ha messo bene in evidenza il passaggio che c' è stato fra una
teologia apologetica e polemica, falsamente impostata e una teologia più
unitaria e integrale .
Il guaio è che la prima è la nostra teologia, quella che sta alla base
della vita pratica delle Chiesa, della nostra vita sacerdotale, della
pastorale; la seconda è la teologia che dobbiamo ancora imparare.
Un così profondo mutamento di impostazione teologica esige altrettanto
profondi mutamenti che conseguentemente sono richiesti nella vita delle
Chiesa, nella vita sacerdotale e nella pastorale.
Tutto questo, io credo, interessa moltissimo noi che siamo non teologi ma
pastori.
Premesso ciò, domando:
1) non le sembra che dobbiamo incominciare a dare pienamente ragione al
popolo quando dice: basta con le parole! Con le parole di Dio...con quelle
del Papa, dei Vescovi, dei Preti! Noi vogliamo fatti.
In effetti noi abbiamo imbottito il popolo di parole, abbiamo obbligato i
bambini e imparare a memoria verbosità astratte, abbiamo costretto gli
adulti ad ascoltare e a venerare nelle nostre omelie e prediche quella che
noi chiamavamo "verità", e si trattava invece della divulgazione di una
teologia che il Relatore oggi più volte ha definito "non seria" .
Secondo lei non abbiamo tradito il popolo, specialmente quello più umile,
fondando tutta la rivelazione sulla parola?
Poiché il popolo è padrone nel campo dei fatti, mentre si trova in stato
di inferiorità nel campo delle parole, la Rivelazione concepita soltanto o
anche principalmente come insegnamento di verità astratte (vedi il nostro
catechismo) non è un vero tradimento per la sapienza operosa dei più
umili?
2) la seconda domanda è legata alla prima: secondo lei non occorre
ritrovare il valore di segno profetico che ha la vita concreta della
Chiesa e in primo luogo lo stile di vita e le scelte pratiche dei suoi
pastori, dei sacerdoti, dei cristiani impegnati e praticanti?
Ha detto il Presidente della Charitas internationalis che le bombe gettate
sul Vietnam, ad opera di tanti cristiani cancellano una ad una le più
importanti pagine della Scrittura .
Non crede che prima di annunziare ai poveri la Buona Novella delle parole
occorre annunziare la Buona novella dei fatti?
Farsi poveri coi poveri; acquistare il loro stile di vita, ma
concretamente; scegliere la loro condizione di oppressi e le loro
aspirazioni; rifiutare la nostra condizione di privilegiati; rinunziare a
ripararsi all'ombra della potenza cultura1e, sociale, economica della
chiesa; magari incominciare a guadagnarsi da mangiare con le nostre mani ?
Tutto questo non è oggi più importante dell'insegnare la verità delle
parole?
3) Infine, non le sembra che dobbiamo abbandonare completamente il
carattere legalista ed autoritario che ha la struttura attuale della
chiesa?
Il relatore ha affermato in un punto della sua a conferenza che un
comandamento divino (solo parola) diviene fatto nell'esecuzione libera del
comandamento stesso.
Come può considerarsi ancora evangelico questo rapporto tra "superiore" e
"inferiore" o "suddito" che è alla base dell'attuale struttura della
chiesa?
Dov'è la libertà profetica nella chiesa, se accade che appena uno cerca di
corrispondere in modo un po' personale al vangelo gli vengono tagliate le
gambe con minacce, punizioni ed al tre cose del genere?
C 'è gente che soffre immensamente a causa di questo, distrutta
moralmente, magari relegata in parrocchie di montagna...
Non abbiamo bisogno di una conversione concreta?
P. SCHOEKEL
Chi ha presentato le domande precedenti faceva un rimprovero serio, ma
espresso in tono di confessione di peccati. Effettivamente un cristiano
non deve aver paura a confessare i propri peccati e molto meno un
sacerdote.
È veramente cristiano dire: ho fatto male, mi sono sbagliato!-
Allora io stesso prendo con l'oratore ciò che mi tocca in solidarietà e
responsabilità riguardo a quel misfatto. Riconosco che abbiamo fatto male
e mi assumo l'impegno di fare meglio.
Devo evitare il trionfalismo e la tentazione di dire che sempre abbiamo
fatto bene. Non posso imitare l'esempio di un passo dell'Enciclica "Providentissimus
Deus": questa racconta l'uso della Scrittura nella Chiesa, facendo dei
riferimenti storici molto parziali e concludendo con questa affermazione:
da tali riferimenti risulta evidente come la Chiesa non ha lasciato niente
da fare per favorire la lettura della Bibbia (Cf. Enchiridion Biblicum n.
99)
Questo è un linguaggio trionfalista che oggi troviamo poco onesto e non
accettiamo più. Insomma chi ha fatto la domanda ha effettivamente capito
che la mia esposizione di questa mattina aveva un accento di esigenza
pratica, chiamava in causa la nostra vita .
Pertanto io sono contento che sia stata espressa chiaramente questa
esigenza pratica di conversione dal trionfalismo all'umiltà. Dobbiamo
cercare al più presto possibile di fare meglio, rinunziando a difendere i
propri peccati passati.
La Chiesa è sempre santa e sempre peccatrice .
Anche questo è un mistero di polarità nella chiesa, che può essere
espresso solo in prima persona singolare o plurale: - Io, Noi- . E se è
pronunziato in seconda persona non ha valore.
In questo senso chi può negare che abbiamo tradito, che abbiamo fabbricato
un "a priori", una chiesa di classe, che abbiamo fatto un sacerdozio
classista a incominciare dal medioevo, quando "clerici" erano quelli che
sapevano scrivere...Chi può negare che abbiamo fatto una chiesa dove chi
conta è l'autorità, mentre il popolo non conta niente?
Tutto questo è evidente (pur rimanendo tanti altri valori: Ecclesia sancta
et peccatrix!). Dobbiamo cambiare.
A questo punto entra in argomento la seconda domanda. Il cambiamento non
può essere soltanto teorico perché le parole sole, senza i fatti, non
rivelano nulla. Questo ha detto l'oratore che ha fatto la domanda ed è
molto giusto. Sono stato capito perfettamente.
Ma vorrei dire, e insisto, che sono io il primo che devo incominciare dai
fatti. Tutti quanti dobbiamo incominciare a rivelare dai fatti. Lo sentono
e lo dicono tanti e si deve fare.L'osservazione è giustissima ed entra
perfettamente nel mio discorso; anzi sono contento che si senta tale
esigenza come conseguenza della mia esposizione teorica.
Anche tutto quello che si è detto sulla struttura legalista, autoritaria,
troppo piramidale, rigida della Chiesa. È tutto vero. È in atto un
movimento. Soltanto anche qui bisogna ripetere che ognuno ha la sua
piccola piramide nella vita. Ognuno deve vedere se è il vertice di una
piramide.
L'osservazione poi riguardante le necessità di ridare valore di segno
profetico alla vita pratica tocca un problema ancora più importante e
grave . Occorre rilevare il pericolo che presenta in sé la struttura, pur
necessaria. Bisogna richiamarsi di nuovo alla polarità.
Non si capisce la chiesa se si presenta solo come istituzione e struttura.
La chiesa è istituzione e struttura, ma è anche carisma e mistero.
Se la Chiese chiude la bocca al profeta si rivolge contro se stessa.
Poiché allora vuol dire che la chiesa ha paura dello Spirito e sostituisce
la voce e il vento dello Spirito con un libro, il diritto canonico.
È la tentazione della struttura per assicurare tutto, per illudersi che
tutto è chiaro e ordinato. Ma si apre la finestra, en tra il vento e ci
mette tutto in movimento. Così fa il vento dello Spirito.
Dobbiamo imparare dalla Chiesa orientale ad amare umilmente e ad ascoltare
lo Spirito.
Chi può negare onestamente che nella Chiesa occidentale è stata messa come
una museruola allo Spirito? Voglio dire in più di un caso, non sempre, che
sarebbe impossibile .
Occorre effettivamente una voce profetica e quindi una certa libertà. Ciò
è giusto.
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