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Firenze 20 novembre 1968
A Sua Eminenza
Card. Ermenegildo Florit
Arcivescovo di
FIRENZE
Le Comunità parrocchiali della Casella e dell'Isolotto desiderano
offrirle un'unica risposta alla Sua notificazione del 14 corr. Tali
comunità si trovano infatti in perfetta comunione di orientamento e di
vita pastorale. Ciò che tocca una di esse, tocca immancabilmente allo
stesso modo anche l'altra.
Lei questo lo sa da tempo, le è stato confermato dalla Comunità della
Casella nella lettera del 5 ottobre e in quella del 3 novembre 1968 e lei
stesso ne ha preso atto sottoponendo don Sergio Gomiti al medesimo aut-aut
richiesto a don Mazzi.
Le rispondiamo dunque unitariamente , nonostante che Ella abbia inviato
solo a don Mazzi la notificazione e nonostante che in questa si parli solo
della vicenda dell'Isolotto.
Questo suo atteggiamento resta veramente incomprensibile. Sembra che la
Parrocchia della Casella per Lei non esista nemmeno; sembra quasi che la
sua notificazione sia dovuta.esclusivamente alla forza numerica o alla
notorietà della Parrocchia dell'Isolotto e non a motivi prevalentemente
pastorali o a "imperativi apostolici".
La nostra risposta è inoltre l'espressione dei sacerdoti e dei laici i
quali si considerano e sono ormai una cosa sola, pur nella diversità dei
ministeri.
Questa unità, che le era già nota, le è stata confermata dalle nostre
precedenti risposte.
Non si tratta di un'unità "avulsa dal Vescovo o contro di lui". Infatti
noi le abbiamo dichiarato esplicitamente che tale unità si fonda
sull'unità col Vescovo, con gli altri sacerdoti e con tutto il Popolo di
Dio.
Anzi abbiamo detto che il nostro disagio e la nostra scontentezza derivano
dal fatto che "il Vescovo, nonostante tutta la sua buona volontà, non è in
grado di conoscerci, di partecipare. alla vita e alla condizione del
popolo, di capire le esigenze vere della gente semplice, perché si trova
su di un piedistallo troppo alto e distante".
Vorremmo il Vescovo vicino e unito e invece lo sentiamo distante e diviso.
Per questo lo abbiamo invitato a venire in mezzo a noi. Non abbiamo
invitato il Vescovo per accusarlo o per giudicarlo. Noi non abbiamo niente
contro di lui. Comprendiamo che egli stesso si trova soffocato da
strutture le quali gli impediscono di essere padre e fratello. Neppure lo
abbiamo invitato per comporre in qualche modo una vicenda spiacevole. Se
fosse stato solo per questi motivi non avremmo osato invitarlo, saremmo
andati e andremmo dal Vescovo noi per primi. Siamo così abituati a
umiliarci, a piegare il capo, a subire il compromesso in ogni aspetto
della vita quotidiana, che non ci sarebbe costato malto farlo anche questa
volta.
Ma non possiamo, cercare una composizione qualsiasi della vicenda attuale.
Ci preme infatti che il Vescovo non continui ad essere per noi il gerarca
alto e distante che svolge la sua funzione attraverso un subalterno (il
parroco), il quale a sua volta si dovrebbe servire dell'aiuto di un altro
subalterno (il vice-parroco).
Non possiamo nemmeno accettare di comporre la vicenda in modo tale che i
laici restino nella condizione di inferiori e non considerati, capaci solo
di subire o al massimo farsi rappresentare presso la Gerarchia dalla
persona del parroco o di alcuni delegati.
Abbiamo chiesto al Vescovo di venire in mezzo a noi per parlare con noi,
per ascoltarci, per comprendere direttamente la realtà in cui viviamo, per
darci un segno pratico della sua disponibilità a condividere
effettivamente la nostra vita, i nostri disagi, le nostre tensioni e
aspirazioni.
Non chiediamo che egli si umili, ma che partecipi alla nostra vita. Noi
non possiamo elevarci al livello di cultura e di vita del Vescovo. Se lui
non scende fino a noi, come potrà realizzarsi e verificarsi in pratica la
nostra unità in Cristo?
Finiamo per ritrovare anche nella Chiesa quelle condizioni disumane di
inferiorità, di sudditanza, di non considerazione, di esclusione, che ci
opprimo11o nella società civile.
La nostra lunga esperienza ci dice che solo in questo "scendere" della
Gerarchia verso il popolo, verso gli umili e i rifiutati, può sanarsi la
frattura fra la Chiesa e il mondo, anziché attraverso tanti tatticismi e
attivismi, o tante parole.
Ci riesce difficile capire come Lei, non prendendo in considerazione la
profondità e l'urgenza di queste nostre aspirazioni, ci abbia risposto che
"la richiesta di un incontro del popolo con il vescovo, nel particolare
caso presente e nel modo proposto, è contraria al buon ordinamento della
Comunità ecclesiale, vanifica il vero dialogo e disconosce in pratica il
senso dell'ufficio episcopale".
È una risposta umiliante perché la sentiamo priva di fiducia. Del resto
non abbiamo proposto nessun modo specifico e tanto meno un modo
irrispettoso. Pensiamo infatti che, se Ella vuol venire in mezzo a noi,
troveremo certo, insieme a Lei, il modo più intimo e rispettoso possibile.
Quanto poi alla prima parte della notificazione non possiamo dire altro
che questo: tutta la nostra esperienza e in particolare le ultime vicende
dimostrano chiaramente che noi aderiamo con vero impegno al rinnovamento
conciliare in tutti i suoi aspetti.
Non abbiamo mai inteso "far dipendere dalla decisione della Comunità
l'accettazione o meno di un provvedimento episcopale riguardante il
parroco". Le nostre riunioni e assemblee sono un vero Consiglio Pastorale.
Noi, sacerdoti e laici, che componiamo questo fecondo Consiglio Pastorale,
abbiamo voluto renderci interpreti presso il Vescovo delle aspirazioni del
popolo e delle iniziative con questo promosse.
La sua, notificazione dice inoltre: "va dichiarato che, nel caso
specifico, i delicati motivi di fondo di carattere dottrinale,
sacramentale, liturgico e disciplinare, contenuti nella documentazione
integrale sulla vicenda, erano e sono ancora a conoscenza degli
interessati".
Questo non corrisponde alla verità. Infatti i sacerdoti hanno già messo al
corrente il popolo della documentazione integrale in loro possesso,
riguardante il loro rapporto col Vescovo, anche precedente all'attuale
vicenda.
Ciò fu fatto nell'Assemblea del 9 ottobre all'Isolotto e in quella del 28
ottobre alla Casella.
Il popolo inoltre è già da tempo a conoscenza che il Vescovo contesta ai
sacerdoti le seguenti disubbidienze:
1) - essi dichiarano che i laici sono liberi nelle loro scelte politiche.
2) - Essi, prima del 29 Giugno 1967 (data di inizio della seconda fase
della riforma liturgica) modificavano o sostituivano qualche testo della
liturgia o omettevano qualche genuflessione e qualche segno di croce.
3) - Essi fanno parlare i laici in alcune riunioni in Chiesa.
4) - Essi commentano in Chiesa le Encicliche sociali come la "Populorum
progressio", mentre dovrebbero commentare solo quelle dottrinali.
5} - Essi svolgono la predicazione portando in Chiesa, oltre al Vangelo e
alla dottrina della Chiesa, i problemi del mondo e la voce dei :più
poveri, dei più deboli e degli oppressi, sia durante la messa che in altre
riunioni.
6) - Don Paolo Caciolli non ha dato un esame per l'autorizzazione a
confessare eppure continua a confessare quando viene richiesto.
7) - Essi mettono in mostra alcune manchevolezze della struttura
Ecclesiastica.
A proposito di ciò dobbiamo richiamarLe quanto è già contenuto nei nostri
documenti; cioè che queste presunte disubbidienze sono esigenze essenziali
e vitali della popolazione per realizzare la propria dignità umana e per
mettere in pratica Vangelo.
Inoltre dobbiamo ricordarLe che moltissime volte abbiamo cercato {sia i
sacerdoti che i laici) di discutere con Lei questi argomenti, di
spiegarci, di farci capire. Non ci è mai stato reso possibile. Lo
testimonia anche il Suo ultimo invito a Don Mazzi a dare "una risposta
scritta.... entro il mese di Ottobre"
Nei punti conclusivi della notificazione, Ella dichiara infine che la
posizione di Don Mazzi è ulteriormente aggravata dopo gli ultimi
avvenimenti e lo invita di nuovo a prendere una decisione in relazione
all'invito rivolto nella lettera precedente: "o sei dispos-to a ritrattare
pubblicamente un atteggiamento così offensivo verso l'Autorità della
Chiesa oppure, riconoscendo che è assurdo continuare a far parte di
strutture cosi violentemente condannate, intendi dimetterti dall'ufficio
di parroco. "Questo invito fu esteso a Don Sergio Gomiti nella Sua del1'8
Ottobre: "quanto ho scritto a Don Mazzi e quanto ripeto a te - che
peraltro, condividendo la posizione di lui, sei invitato alla medesima
chiarificazione - non è stato solo da me firmato più o meno
distrattamente, ma costituisce il mio giudizio preciso sulla vostra
situazione. Resto pertanto in attesa nei termini scritti a Don Mazzi".
Ci domandiamo se Lei ha letto i documenti conclusivi delle nostre
assemblee. Siamo molto addolorati perché ci sembra che le nostre precise
indicazioni non siano state tenute in nessun conto.
Eminenza, quelle indicazioni sono il frutto di anni di esperienza
e di un mese (lo scorso ottobre) di intensa vita comunitaria, fatta di
innumerevoli colloqui, discussioni, assen1blee. In famiglia, nei
caseggiati, nei luoghi di lavoro e di ritrovo, nei negozi, sugli au1tobus,
in parrocchia, non abbiamo fatto che parlare di questo problema.
Noi non sapremmo che cosa aggiungere a quelle precise indicazioni.
Pertanto Le alleghiamo di nuovo i risultati delle nostre assemblee,
invitandoLa a prendere una decisione che necessariamente coinvolgerà non
solo i preti, ma tutto il popolo e la nostra linea pastorale; decisione
che metta fine rapidamente a questo strano stato di giudizio cui ci
troviamo sottoposti da quasi un anno.
Non Le chiediamo una approvazione incondizionata, ma almeno un
accoglimento quale ci hanno espresso, per esempio, i 90 preti della
diocesi nella loro lettera del 31 Ottobre.
Del resto siamo convinti che non appaiono e non ci sono motivi per una
rottura così drastica e per una alternativa così estrema. Questa è la
convinzione emersa da tutte le nostre assemblee.
Noi sentiamo invece che esiste la possibilità di continuare la nostra
linea pastorale, così come l'abbiamo portata avanti finora, in comunione
con il Vescovo e con tutta la diocesi.
Devoti saluti
Firmato: Sac. Sergio Gomiti - Sac. Enzo Mazzi -
Sac. Paolo Caciolli - Giamaolo Pazzi -
Marcella Peppicelli - Torricini Paola -
Giancarlo Zani - Giampaolo Taurini -
Giovanni Cipani - Franco Quercioli -
Giovanna Licheri Bagni,
a nome delle comunità parrocchiali della
Casella e dell'Isolotto.
Lettera della Comunità Parrocchiale della Casella
Firenze, 3.11.1968
A Sua Eminenza Reverendissima
Monsignor Ermenegildo Florit
Arcivescovo di Firenze
In seguito alla Sua lettera dell'8.10.1968, questa comunità parrocchiale
si è riunita per concordare la risposta da Lei richiesta al nostro parroco
Don Sergio.
Lei ha certamente presenti le circostanze che hanno determinato il sorgere
della nostra parrocchia. Il quartiere delle case minime di via della
Casella è nato come quartiere di passaggio fra i centri sfrattati e le
abitazioni normali. Ciò ha creato fino dall'inizio una situazione
provvisoria che ostacolava la nascita di un senso di quartiere. A questo
si aggiunga la precarietà delle abitazioni (case di due-tre vani, con una
superficie massima totale di 30 mq. ca., con servizi igienici
insufficienti, senza persiane, umide); il loro superaffollamento con tutte
le conseguenze negative (promiscuità, ecc.); l'isolamento del quartiere
dal resto della città; il totale disinteresse dell'Autorità Civile e
Religiosa: per molto tempo siamo stati dimenticati dalla prima e da parte
della seconda sballottati da una parrocchia all'altra per un minimo di
servizio religioso.
Nonostante questa situazione di disagio, il quartiere fin dall'inizio
presentava diversi aspetti positivi: la partecipazione di ognuno ai
problemi degli altri, la solidarietà, la conoscenza reciproca e
l'amicizia.
Un quartiere siffatto offriva alla Chiesa la possibilità concreta di
essere veramente quanto il Concilio afferma nella Gaudium et Spes: "le
gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei
poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è
di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità,
infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono
guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del
Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano
e con la sua storia".
In questa linea è germinata e si è sviluppata la nostra parrocchia. Era
impossibile, a meno di non separare la Chiesa dal popolo della Casella,
non ricercare nella nostra impostazione la povertà dei mezzi, la
partecipazione ai problemi più vivi della gente, l'abbandono di ogni
"trionfalismo", di ogni compromesso con il potere.
È per questo che noi abbiamo accettato per chiesa una baracca di legno
prima e di lamiera poi; ed è per questo che ci appare sempre più stridente
il contrasto tra lo sperpero dei quattrini spesi per costruire chiese
lussuose e la miseria delle nostre case, senza persiane e dove c'è ancora
tredici persone in tre stanze.
Noi, che viviamo in uno dei quartieri più poveri della città ci troviamo
solidali con tutti i poveri del mondo e sentiamo concretamente il
contrasto fra. la ricchezza della Chiesa e i poveri.
Ci sentiamo solidali con tutti coloro che chiedono alla Chiesa di
liberarsi dalla compromissione con il potere del denaro e da tutte le
altre strutture oppressive e irrispettose dell'uomo e quindi anche con i
cattolici di Parma e con molti laici, sacerdoti e vescovi del mondo dei
poveri. A questo proposito citiamo la seguente lettera inviata dal Vescovo
di Recife Don Helder Camara ad una persona della nostra parrocchia che gli
aveva manifestato il proprio disagio per la potenza e la ricchezza della
Chiesa: "In questi giorni (16.1.68) avrò la gioia di cambiare casa:
dall'antico palazzo passerò ad una vera, piccola, semplice stanza; il
palazzo diventerà un centro a servizio del popolo di Dio. Credimi: quando
in Italia i vescovi e soprattutto il Santo Padre avranno la possibilità di
cambiamento risoluto nella linea di povertà, la Chiesa cambierà. Senza
questo esempio, rimarrà l'impressione di demagogia dei vescovi del terzo
mondo".
Sia chiaro che noi non rifiutiamo la Chiesa visibile nella cui realtà
crediamo, ma, rimanendo all'interno di essa, vogliamo operare affinché si
proceda speditamente ad una purificazione delle sue strutture, per rendere
la Chiesa sempre più somigliante a Gesù e perché le strutture non siano di
ostacolo all'annuncio del Vangelo.
Non comprendiamo come questa ricerca di autenticità nella Chiesa possa
essere da Lei definita offensiva dell'Autorità ecclesiastica e dal
Papa(secondo le sue dichiarazioni circa gli occupanti il Duomo di Parma),
considerata mancanza di amore, vuoto interiore, molestia e nuocimento alla
Chiesa, perfino inimicizia.
Questa linea di ricerca di chiarezza, di sincerità, di autenticità, di
povertà è l'unica possibile per noi e per gli umili e i poveri, per
aderire alla Chiesa e per riconoscersi in Essa.
Troncare questa linea allontanando Don Sergio o impedire di esprimerci
equivale a soffocare la nostra realtà di Chiesa qui alla Casella ed ha
troncare ogni possibilità di collaborazione con i non credenti del nostro
quartiere.
Come Lei è andato in Brasile, così La invitiamo a venire tra noi per una
comprensione diretta della realtà in cui viviamo e per una maggiore
chiarificazione dei problemi che determinano le nostre scelte.
Per la Comunità Parrocchiale
della Pentecoste - via della Casella.
Sac. Sergio Gomiti
Giampaolo Pazzi
Paola Torricini
Marcella Peppicelli
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