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NOTIFICAZIONE



In merito ai fatti che hanno turbato la fede e la vita catto1ica della nostra Arcidiocesi, è doveroso che io facc1ia pubblicamente conoscere il mio pensiero e le mie decisioni.
Lo faccio nella consapevolezza dei miei limiti, essendo anch'io preso di tra gli uomini e avvolto di debolezze che mi rendono pronto a compatire quelli che non sanno o anche sbagliano. (cfr. Cost.Dogm. "Lumen Gentium", 27).

Ma non minore è la consapevolezza della responsabilità della missione di vostro Pastore;la quale mi impone di mettere la mia autorità a completo serviz1o dei miei fratelli, affinché liberamente ma ordinatamente tendano al loro fine e arrivino alla salvezza. (cfr."Lumen Gentium",18 ).

In quanto poi membro del Collegio episcopale,la mia responsabilità va al di là dei confin1 della Diocesi. Come tutti gli altri Vescovi, in comunione gerarchica col Romano Pontefice, devo promuovere e custodire l'unità della fede e la disciplina comune della Chiesa intera (cfr."Lumen Gentium", 23).

È pertanto mio dovere richiamare alla considerazione di tutti i seguenti principi:
a) Non può esistere assemblea cattolica avulsa dal proprio Vescovo né, molto meno,in contrapposizione con lui (cfr."Lumen Gentium", 26).I fedeli, perciò, perché siano davvero tali, devono aderire al Vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre (cfr."Lumen Gentium",27 e S.Ignazio M. Efes.5,1).

b) I sacerdoti, e i Parroci in1 particolare, costituiscono innanzitutto un unico presbiterio insieme col proprio Vescovo, nel quale devono riconoscere il loro padre e al quale devono rispettosamente ubbidire (cfr."Lumen Gentium",28). Questa obbedienza sacerdotale, pervasa da spirito di collaborazione, si fonda sulla partecipazione stessa al ministero episcopale, che viene conferita dal Vescovo a1 presbiteri mediante il Sacramento dell'Ordine e la missione canonica (cfr.Decr."Presbyterorum Ordnis",7).

Di conseguenza: è in nome del Vescovo che i sacerdoti riuniscono la famiglia di Dio come fraternità (cfr."Presb.Ord.", 6). E, come capi responsabili del popolo loro affidato, essi manifestano al Vescovo ed esaminano insieme a lui 1 problemi riguardanti le necessità del lavoro pastorale e il maggior bene della Diocesi (cfr."Presb. Ord.", 7).

c) I sacerdoti sono pastori autentici delle comunità locali nella misura in cui vi rendono presente il Vescovo, e sotto la sua autorità santificano e governano una porzione del gregge del Signore (cfr."Lumen Gentium",28). È ancora in nome del Vescovo che essi sono i difensori del bene comune e gli assertori della verità, evitando

che i fedeli siano portati qua e là da ogni vento di dottrina (cfr."Presb.Ord.",9).

Senza voler entrare 1n merito alle intenzioni e responsabilità di coscienza di chi ha provocato o sostenuto i fatti in questione, una conclusione può dirsi certa: tali fatti mettono obbiettivamente in causa i principi dottrinali sopra enunziati. Come è certo che, proprio in forza di questi principi, non possono essere accettati come validi i criteri d'impostazione e soluzione messi in atto:


l) Far dipendere dalla decisione della comunità l'accettazione o meno di un provvedimento episcopale riguardante il Parroco non corrisponde all'9interpretazione cattolica del concetto di Chiesa e, nei sacerdoti, elude l'esercizio di quella parte di autorità che, in virtù dell'ordinazione, viene loro dall'alto, investendoli dell'ufficio di Cristo Pastore e Capo in favore del gregge loro affidato (cfr. "Lumen Gentium", 28".

Ciò significherebbe introdurre nella Chiesa criteri che sovvertono la potestà di magistero e quella di governo, mentre tutto nella potestà sacra è "sacramentale", cioè al servizio di Cristo mediante il ministero della Chiesa.

2) La richiesta di un incontro del popolo col Vescovo, nel particolare caso presente e nel modo proposto, è contrario al buon ordinamento della comunità ecclesiale, vanifica il vero dialogo, e disconosce in pratica il senso dell'ufficio episcopale; è normale ufficio del Parroco, con la cooperazione del Consiglio pastorale, rendersi interprete presso il Vescovo delle aspirazioni del popolo affidatogli e delle iniziative con questo promosse.

Si ritiene indispensabile ricordare queste verità, oltretutto perché la vicenda dell'Isolotto non diventi un caso tipico che possa pregiudicare anche altrove i legittimi rapporti tra vescovo e sacerdoti, sia sul piano pastorale, sia sul piano propriamente teologico e dogmatico.
Va inoltre dichiarato che, nel caso specifico,i delicati motivi di fondo di carattere dottrinale, sacramentale, liturgico e disciplinare contenuti nella documentazione integrale della vicenda, erano e sono ancora a conoscenza solo degli interessati; mentre dalla corrispondenza non pubblica risulta oltretutto chiaro che mai il Vescovo ha condannato il valore della ricerca di una vita povera che sia secondo il Vangelo.

Pertanto:

a) dopo gli ultimi avvenimenti, a parte la buona fede della quale è giudice soltanto Iddio, il comportamento del Parroco dell'Isolotto e le relative motivazioni, hanno aggravato la sua posizione come collaboratore dell'ordine episcopale e come strumento atto al servizio del Popolo di Dio (cfr. "Lumen Gentium",28)

b) Tuttavia, nonostante i precedenti richiami, prima di deliberare definitivamente il caso, mi rivolgo ancora una volta, con fiducia, a questo mio sacerdote, perché voglia riconsiderare il suo presente atteggiamento e prendere una decisione, in relazione all'invito rivoltogli, che risponda alle esigenze dei princip9i sopra ricordati, sostenuto in questo atto di amore alla Chiesa dalla preghiera della sua comunità parrocchiale e della Diocesi.

c) All'esercizio di questi doveri mi richiama l'autorità e la sacra potestà di vicario e legato di Cristo nella Chiesa locale che mi è stata affidata dal Sommo Pontefice, Vicario di Cristto per la Chiesa universale. In forza di tale potestà ho l'obbligo davanti al Signore di dirigere e moderare tutto ciò che riguarda l'ordinamento del culto e dell'apostolato (cfr. "Lumen Gentium",27).

Questa notificazione è stata dettata non già da alcuna considerazione umana, ma unicamente e dall'imperativo apostolico: "Noi non posiamo non parlare...; si deve ubbidire a Dio anziché agli uomini" (cfr.Atti 4, 20; 5,29).

Essa è anche accorato richiamo a tutto il Popolo di Dio, sacerdoti e laici, di questa amatissima Diocesi fiorentina, perché venga consolidata nella unione ecclesiale con il loro Vescovo una vitale e sicura comunione con Cristo.

E se può recar tristezza a qualcuno, si tratta di tristezza che suscita Iddio, e che produce una penitenza salutare, della quale perciò nessuno proverà rammarico (cfr. 2 Cor.VII,8-10)

Ne deriverà anzi una fede più illuminata in quella Chiesa di Cristo che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica e che, costituita e organizzata come società in questo mondo, sussiste nella Chiesa governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui (cfr. "Lumen Gentium",8)

Firenze, 14 novembre 1968


+Ermenegildo Card.Florit,
arcivescovo


 

   
   

Domenica, 17 Novembre 1968



Esaminiamo insieme la notificazione del Vescovo, alla luce di tutta la nostra esperienza e in particolare alla luce delle assemblee parrocchiali svoltesi nel mese di ottobre. È stato un mese di intensa vita comunitaria che ha offerto a tutti noi la possibilità di maturare e di esprimere chiaramente alcune precise indicazioni condensate nel verbale dell'assemblea generale del 31 0ttobre.

Al di fuori di questa esperienza di 14 anni e di queste precise indicazioni noi non sappiamo che cosa potremmo dire.

Nella prima parte della notificazione il Vescovo si richiamano alcuni documenti conciliari. A proposito di ciò non possiamo dire altro che questo: tutta la nostra esperienza e in particolare le ultime vicende dimostrano chiaramente che noi aderiamo con vero impegno al rinnovamento conciliare.
Non abbiamo mai inteso far dipendere dalla decisione della comunità l'accettazione o meno di un provvedimento episcopale riguardante il parroco. Infatti nell'introduzione dell'assemblea del 31 ottobre io dissi testualmente:
"Non vogliamo imporre niente a nessuno, non vogliamo sostituirci all'autorità. Vogliamo parlare, far sentire la nostra voce. Questa nostra assemblea è prima di tutto una verifica della nostra unità di intenti, di lavoro, di responsabilità".

Dunque, noi, attraverso la nostra assemblea, abbiamo voluto dire al Vescovo le nostre opinioni e le nostre estreme difficoltà verso un modo di agire che noi sentiamo autoritario, affinché io vescovo avesse tutti gli elementi per poter prendere liberamente le sue decisioni ed eventualmente emanare i suoi provvedimenti. Noi cerchiamo di vivere in una ricerca di autentica ubbidienza e non ci sembra di aver mancato verso questa ricerca nei riguardi del Vescovo.

A riguardo inoltre dell'invito che abbiamo rivolto al vescovo a venire in mezzo a noi non abbiamo proposto nessun modo specifico e tanto meno irrispettoso. Pensiamo infatti che se il vescovo vuol venire in mezzo a noi troveremo certo insieme a lui il modo più intimo e rispettoso possibile. L'importante è che si tratti di un vero colloquio con la gente, schietto e fraterno, non di un colloquio formale.

La notificazione dice ancora che: "È normale ufficio del parroco, con la cooperazione del Consiglio pastorale, rendersi interprete presso il vescovo delle aspirazioni del popolo affidatogli e delle iniziative con questo promosse ". Questo è proprio quello che abbiamo fatto. Le nostre assemblee sono un vero Consiglio Pastorale. Noi sacerdoti, insieme a questo meraviglioso Consiglio Pastorale, abbiamo voluto renderci interpreti presso il Vescovo delle aspirazioni del popolo e delle iniziative con questo promosse.

La notificazione dice ancora: "Va inoltre dichiarato che, nel caso specifico, i delicati motivi di fondo di carattere dottrinale, sacramentale, liturgico e disciplinare contenuti nella documentazione integrale sulla vicenda, erano e sono ancora a conoscenza solo degli interessati".
Questo non corrisponde alla verità. Infatti noi vi abbiamo già messi al corrente della documentazione integrale in nostro possesso. riguardante il nostro rapporto col vescovo anche precedente all'attuale vicenda. Ciò fu fatto nella prima assemblea del 9 ottobre. Più volte inoltre vi abbiamo detto che il Vescovo ci contesta da tempo le seguenti disubbidienze:

1. Noi dichiariamo che i laici sono liberi nelle loro scelte politiche.
2. Noi, prima del 29 giugno 1967 (data d'inizio della seconda fase della riforma liturgica), modificavamo o sostituivamo qualche testo della liturgia e omettevamo qualche genuflessione e qualche segno di croce.
3. Noi facciamo parlare i laici in alcune riunioni in chiesa.
4. Noi commentiamo in chiesa le encicliche sociali come la "Populorum Progressio", mentre dovremmo commentare solo quelle dottrinali.
5. Noi svolgiamo la predicazione portando in chiesa, oltre ala Vangelo e alla dottrina della Chiesa, i problemi del mondo e la voce dei più poveri, dei più deboli e degli oppressi, sia durante la messa che in altre riunioni.

6. Il nostro don Paolo non ha dato un esame per l'autorizzazione a confessare e pure continua a confessare quando viene richiesto.

7. Noi mettiamo in mostra alcune manchevolezze della struttura ecclesiastica.

A proposito di ciò dobbiamo dire chiaramente che abbiamo cercato moltissime volte di discutere col vescovo di questi argomenti, di spiegarci, di farci capire. Non ci è stato mai reso possibile.

Infine la notificazione così conclude:
"a) Dopo gli ultimi avvenimenti, a parte la buona fede della quale è giudice soltanto Dio, il comportamento del Parroco dell'isolotto e le relative motivazioni, hanno aggravato la sua posizione come collaboratore dell'ordine episcopale e come strumento atto al servizio del popolo di Dio.
b) Tuttavia, nonostante i precedenti richiami, prima di deliberare definitivamente sul caso, mi rivolgo ancora una volta, con fiducia, a questo mio sacerdote, perché voglia riconsiderare il suo presente atteggiamento e prendere una decisione in relazione all'invito rivoltogli, che risponda alle esigenze dei principi sopra ricordati, sostenuto in questo atto di amore alla Chiesa dalla preghiera della sua comunità parrocchiale e della diocesi".

Dunque il Vescovo si rivolge ancora a me soltanto e mi chiede di nuovo di prendere una decisione, in relazione all'invito rivolto nella sua lettera precedente: "O sei disposto a ritrattare pubblicamente un atteggiamento così offensivo verso l'autorità della chiesa.... oppure, riconoscendo che è assurdo continuare a far parte di strutture così violentemente condannate, intendi dimetterti dall'ufficio di parroco".

Che cosa dobbiamo rispondere a questo rinnovato invito del Vescovo?
Ci sembra che non appaiano e non ci siano motivi per una rottura così drastica e per una alternativa così estrema. Questa è la convinzione emersa da tutte le nostre assemblee, compresa quella del 31 ottobre, dai contatti avuti con alcuni di voi in questi giorni e dalle considerazioni fatte in precedenza.

Noi sentiamo invece che esiste la possibilità di continuare la nostra linea pastorale così come l'abbiamo portata avanti finora, in comunione col Vescovo e con tutta la diocesi.

Noi pensiamo che queste indicazioni possano costituire la base di una nostra risposta al vescovo. Non riteniamo fare una vera e propria assemblea, perché ci siamo sufficientemente espressi nell'assemblea del 31 ottobre e in tutte quelle tenute in precedenza. Chi avesse suggerimenti da dare o chiarimenti da chiedere può venire domani dalle 17 in poi e anche dopo cena, oppure può farci recapitare un appuntino scritto