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Questo documento viene riportato per intero perché spedito in Italia e all'estero date le distorsioni interessate dagli organi di informazione ma soprattutto dalla Curia fiorentina che volutamente aveva stravolto le cose affermando che questa assemblea era un evidente rifiuto dell'autorità e dimostrava l'errore dottrinale del rifiuto del sacerdozio ministeriale.

   
   

 

CARISSIMI,
 


Vi ringraziamo dell'interesse dimostrato verso di noi con l'inviarci il Vostro parere. Vorremo che questa abitudine di dialogo e di critica schietta fosse diffusa a tutti i livelli della vita della Chiesa.
Vi preghiamo di considerare che le notizie riferite dalla maggioranza dei giornali non solo non sono obbiettive, ma spesso completamente false
Vi alleghiamo a testimonianza della nostra linea di condotta il testo dell'introduzione ed il verbale dell'assemblea:


1) - INTRODUZIONE DELL' ASSEMBLEA
(Introduce don Enzo Mazzi)

Siamo qui per continuare le nostre assemblee liturgiche. Questa assemblea è una tappa molto importante di un lungo cammino iniziato 14 anni fa e portato avanti con una fiducia reciproca che è andata sempre crescendo. Il nostro è stato il cammino della fraternità, nell'attenzione e nel servizio verso i più umili, i più deboli, i più poveri.
È stata una fraternità di fatti, non di parole.
Una famiglia va bene quando ci si vuol bene e quando i fratelli più deboli sono quelli che hanno l'importanza maggiore. Noi abbiamo cercato di essere una famiglia di questo tipo.
Ci siamo incontrati, abbiamo imparato ad avere fiducia reciproca, a considerarci fratelli, nella misura in cui ciascuno dimenticava se stesso, i propri interessi, anche gli interessi di Chiesa, i propri titoli, la propria autorità per mettersi al servizio degli altri. Hanno incominciato a cadere divisioni che duravano da secoli. Fra noi non è più così pesante la discriminazione e la divisione fra buoni e cattivi, fra credenti e non credenti, fra praticanti e non praticanti, onesti e disonesti, ecc Dunque siamo uniti e ci vogliamo bene perché abbiamo cercato di mettere la nostra vita al servizio degli umili, dei più poveri, dei più deboli, degli sfruttati, degli oppressi; perché insieme ci siamo messi dalla loro parte ed abbiamo fatto sentire la loro voce parlando apertamente e con grande chiarezza. Siamo uniti e ci vogliamo bene poiché per questi motivi abbiamo rischiato insieme qualcosa.
Ora questa nostra linea è stata chiamata in causa in maniera drastica, nei suoi aspetti più fondamentali.
Si tratta di un problema che non potevo risolvere da solo: vi avrei traditi ed estromessi.
Questa nostra assemblea è una testimonianza della nostra coscienza comunitaria. Non vogliamo imporre niente a nessuno, non vogliamo sostituirci all'autorità. Vogliamo parlare, far sentire la nostra voce.
Questa nostra assemblea è prima di tutto una verifica della nostra unità di intenti, di lavoro, di responsabilità.
Si tratta del resto di una verifica iniziata e portata avanti in una moltitudine di riunioni, discussioni ed iniziative sorte in questi venti giorni nel quartiere.
Ora si tratta di coronare tutto questo, offrendo così al Vescovo la nostra risposta, la risposta di questa famiglia.
Voi capite l'importanza di questa nostra assemblea. Tutto deve svolgersi con ordine.
Tutti devono poter parlare, anche se dicono delle cose che ci feriscono o che ci fanno dispiacere.
Siamo chiamati a dare prova della nostra maturità.
È una cosa un po' nuova, per i nostri tempi, ma è una cosa bella, che il popolo il quale non conta mai niente, il popolo che deve sempre solo pagare e chinare

il capo, sia chiamato ad esprimersi e a contare qualche cosa, e ciò in nome del Vangelo, del Concilio e in nome delle linee più autentiche della esperienza umana dei nostri tempi.


2) - VERBALE CONCLUSIVO DELL'ASSEMBLEA TENUTASI IL 31 0TT0BRE 1968

Oggi 31 Ottobre 1968 il popolo della Parrocchia dell'Isolotto si è riunito in assemblea insieme a molte altre persone di ogni parte della città, allo scopo di mettere in comune le indicazioni emerse nelle precedenti assemblee e nelle innumerevoli riunioni spontanee tenute nei caseggiati, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di ritrovo, e per concretarlo in una risposta comunitaria alla lettera inviata dall'Arcivescovo a Don Mazzi in data 30/9/1968.
Le indicazioni emerse dalla totalità degli interventi, fatti spesso a nome di gruppi, di decine e centinaia di persone, sono le seguenti:
1 - La lettera dell'Arcivescovo riguarda direttamente tutto il popolo della parrocchia dell'Isolotto:
a) perché il sacerdote ed il popolo si considerano una sola famiglia e ciò che riguarda alcuni fratelli riguarda immancabilmente l'intera famiglia. Il rapporto giuridico fra il Vescovo, i Sacerdoti ed il popolo non può esistere altro che nell'ambito di questa unità familiare e deve servirla.
Quando invece si pone al di fuori di tale unità quel rapporto giuridico non ha più senso.
b) Perché tutte le idee espresse nella lettera di solidarietà ai cattolici di. Parma, compreso l'occasionale disaccordo con il Papa e con il Vescovo di Parma, sono idee fortemente sentite da tutti noi. Tutti noi eravamo in pratica rappresentati dalle centocinquanta persone che firmarono la lettera di solidarietà.
Quindi Don Mazzi ha adempiuto ad un suo dovere, discutendo con la sua famiglia quanto il Vescovo aveva richiesto a lui. Perfino i ragazzi della scuola chiedono di non essere considerati parte estranea alla situazione.

2 - In quindici anni di esperienza comune abbiamo realizzato un rapporto con i nostri preti dal quale era escluso ogni attaccamento individuale. Non abbiamo mai fatto alcuna distinzione fra il parroco ed il cappellano, fra Don Mazzi, Don Sergio, Don Paolo. Per noi essi sono una cosa sola insieme al Vescovo, agli altri sacerdoti ed al popolo di Dio. Nonostante ciò, nelle nostre attuali circostanze, non possiamo accettare che i nostri preti diano le dimissioni.

3 - Consideriamo nostro diritto e dovere far conoscere la nostra decisa opposizione verso qualsiasi ritrattazione della linea pastorale, delle idee, della testimonianza di vita, dei gesti dei nostri preti, per i seguenti motivi:
a) tutto ciò che i nostri preti hanno fatto e detto è stato maturato e compiuto insieme al popolo e per corrispondere alle sue esigenze più profonde evitali;
b) sappiamo che diverse volte il Vescovo ha accusato i nostri preti di disubbidienza, ma sappiamo anche che si tratta di disubbidienze riguardanti cose esteriori per ubbidire pienamente al Vangelo. Del resto ubbidire alle


direttive di una gerarchia, di un Vescovo che, nonostante tutta la buona volontà, non è in grado di conoscerci, di partecipare alla vita, alla condizione del popolo, di capire le esigenze vere della gente semplice, che si trova su di un piedistallo troppo alto e distante, molte volte si è dimostrato contrario alla nostra dignità umana e alla nostra coscienza cristiana.

4 - Per gli stessi motivi consideriamo nostro diritto e dovere far conoscere la nostra decisa disapprovazione verso ogni condanna o interruzione autoritaria della nostra esperienza e della nostra linea parrocchiale. Allontanare autoritariamente i nostri preti dalla parrocchia o in qualsiasi modo incolparli o condannarli a causa della loro linea pastorale, significa allontanare un intero popolo dalla Chiesa, significa soffocare l'unica possibilità di respiro che nella Chiesa rimane a molti di noi.

5 - Sentiamo inoltre l'esigenza di maturare ulteriormente la nostra esperienza che riconosciamo imperfetta. Vogliamo impegnarci nella responsabilità della Parrocchia. Così potremo anche permettere ai nostri preti di approfondire la loro testimonianza di vita sacerdotale e di divenire uomini in mezzo agli uomini.

6 - In mezzo a noi ci sono anche persone che non condividono queste indicazioni scaturite dalla massa del popolo. Ci sono alcuni che vorrebbero che i nostri preti dessero le dimissioni. Noi vogliamo rispettare le idee, le esigenze, le critiche di questi nostri fratelli. Ma essi che hanno tanta possibilità di respiro nella Chiesa non possono pretendere di togliere a noi le poche possibilità che abbiamo.

7 - Perché l'Arcivescovo possa rendersi conto di persona del significato più vero di queste convinzioni ed esperienze e della quasi unanimità con cui vengono vissute dal popolo dell'Isolotto lo invitiamo ancora una volta a venire in mezzo a noi, ad ascoltarci, risponderci, discutere sinceramente e serenamente.

8 - Le precedenti indicazioni, unitamente al testo degli interventi costituiscono la nostra risposta comunitaria all'Arcivescovo.




Per la comunità dell'Isolotto

Giancarlo Zani
Gabriella Bellucci
Lia Romanelli
 

   
   

 

A DON ENZO MAZZI
e p. c. A SUA EMINENZA IL CARDINALE ARCIVESCOVO



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Caro don Mazzi,

in un momento così decisivo della tua esperienza pastorale e della vita della tua comunità, per il comune sacerdozio ministeriale che ci stringe in una medesima responsabilità all'interno della Chiesa fiorentina, sentiamo il bisogno di esprimerti la nostra partecipazione.

Siamo consapevoli che sia i fedeli che le comunità particolari hanno nella Chiesa dei carismi da esprimere e da custodire con fedeltà, anche se riteniamo che le loro forme concrete di attuazione, nei singoli casi, non sono da noi perfettamente valutabili e pertanto non necessariamente sempre e del tutto accettabili.

Sappiamo anche che dinanzi a questi carismi, che a volte sono difficili da comprendere e da giudicare, vi sono, in vista del bene comune, i compiti di chi ha il servizio dell'autorità e i compiti di chi con cristiana libertà si sente, dinanzi ad essi, quasi richiamato e giudicato dallo Spirito Santo.

Intendiamo esprimerti l nostra riconoscenza: ci hai costretto a ripensare con più rigorosa serietà al modo con cui viviamo la nostra responsabilità pastorale in seno alle nostre comunità "in maniera da dimostrare la materna sollecitudine della Chiesa verso tutti gli uomini, sia fedeli sia non fedeli; facendo segno di una particolare premura i poveri e i più deboli, memori che a questi siamo stati mandati dal Signore ad annunziare il Vangelo" (Christus Dominus, 13).

Abbiamo inoltre maturato la convinzione di adoperarci con rinnovata decisione perché la testimonianza tua e della tua comunità sia a vantaggio e ad edificazione della comunione ecclesiale, comunione che non può non essere al vertice di ogni nostra ricerca e che ci costringe di volta in volta al superamento di ogni forma di divisione.

Aglietti Paolo,  Calamandrei Carlo , Bartalesi Pietro,  Caldini Benito , Bartolozzi Camillo, Caponi Otello , Basetti Santi , Antonio Casini Corrado , Bassetti Gualtiero,

 Checchi Furno , Becherucci Renzo , Chellini Giovanni , Beni Elio,  Chiaroni Angelo ,

Benvenuti Benvenuto , Collini Remo , Bianchi Giorgio,  Conti Giovanni ,

Bonanni Gino , Corsinovi Ermindo , Brandani Bruno , Chiavacci Enrico

Corti Renzo, Mugnaini Vincenzo ,Curreli Piergiorgio ,Nannicini Odero ,Dainelli Vitaliano, Nesi Alfredo, Dini Averardo,Pacciani Alfonso,Di Tante Umberto ,Paciscopi Piero ,
Fanfani Renzo , Palanti Tito ,Falsini Guelfo, Pecchioli Nello ,Ferrantini Paolo , Petracchi Aimo , Ferri Mauro , Piovanelli Silvano ,Fioravanti Brunetto,  Poggi Leopoldo , Fissi Renato , Poli Augusto , Franceschi Danilo, Ricciarelli Gianni , Fusi Dino, Rosadoni Luigi,
Giannecchini Mario , Rosselli Pietro ,Giannoni Paolo,  Rossi Natalino ,Giorgetti Lionello, Salucci Mario , Goretti Giovanni , Sansò Silvano , Gori Bruno , Santini Giuseppe,
Guicciardini Corso,  Santini Giuseppe , Innocenti Renzo , Seghi Silvano ,
Lombardini Ennio , Secci Francesco , Lucherini Giovanni,  Spanò Antonino
Lupori Mario,  Squarcini Marco , Mannelli Mario,  Stefanini Angelo , Masini Mario,

 Stinghi Giacomo , Mattolini Mario,  Tagliaferri Giuseppe , Mazzini Cesare,

 Tagliaferri Mino , Menichetti Giorgio , Taiuti Lisandro , Merlini Sergio,  Tarocchi Giorgio,
Mirri Saverio, Tortelli Bruno , Moretti Riccardo , Vezzosi Dino , Moriani Italo ,

Vignozzi Giorgio  , Grossi Adriano,  Viviani Nello , Nistri Silvano , Viviani Aldo ,
Carolla Dante ,Torresi Franco , Crocetti Faliero


Firenze, 31 ottobre 1968

 

   
   

 


Firenze, 3.11.1968

A Sua Eminenza Reverendissima
Mons. Ermenegildo Florit
Arcivescovo di Firenze

In seguito alla lettera dell'8.10.1968, questa comunità parrocchiale si è riunita per concordare la risposta da lei richiesta al nostro parroco don Sergio.

Lei ha certamente presenti le circostanza che hanno determinato il sorgere della nostra parrocchia. Il quartiere delle case minime di Via della Casella è nato come quartiere di passaggio fra i centri sfrattati e le abitazioni normali.
Ciò ha creato fin dall'inizio una situazione provvisoria che o9stacolava la nascita de un senso di quartiere. A questo si aggiunga la precarietà delle abitazioni )case di due o tre vani, con una superficie massima di s0 mq. c.a., con servizi igienici insufficienti, senza persiane, umide); il loro superaffollamento con tutte le conseguenza negative (promiscuità, ecc.); l'isolamento del quartiere dal resto della città; il totale disinteresse dell'autorità civile e religiosa: per molto tempo siamo stati dimenticati dalla prima e da parte della seconda sballottati da una parrocchia all'altra per un minimo di servizio religioso.

Nonostante questa situazione di disagio, il quartiere fin dall'inizio presentava diversi aspetti positivi: la partecipazione di ognuno ai problemi degli altri, la solidarietà, la conoscenza reciproca e l'amicizia.

Un quartiere siffatto offriva alla Chiesa la possibilità concreta di essere veramente quanto il Concilio afferma nella Gaudim et Spes: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidasti dallo Spirito santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da riproporre a tutti.
Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia".

In questa linea è germinata e si è sviluppata la nostra parrocchia. Era impossibile, a meno di separare la Chiesa dal popolo della casella, non ricercare nella nostra impostazione la povertà dei mezzi, la partecipazione ai problemi più vivi della gente, l'abbandono di ogni "trionfalismo", di ogni compromesso con il potere.

È per questo che noi abbiamo accettato per chiesa una baracca di legano prima e di lamiera poi; ed è per questo che ci appare sempre più stridente il contrasto tra lo sperpero dei quattrini per costruire chiese lussuose e la miseria delle nostre case, senza persone e dove c'è ancora chi vive in tredici persone in tre stanze.

Noi, che viviamo in uno dei quartieri più poveri della città, ci troviamo solidali con tutti ipoveri del mondo e sentiamo concretamente il contrasto tra la ricchezza della Chiesa e i poveri.

Ci sentiamo solidali con tutti coloro che chiedono alla Chiesa di liberarsi dalla compromissione con il potere del denaro e da tutte le altre strutture oppressive e irrispettose dell'uomo e quindi anche con i cattolici di Parma e con molti laici, sacerdoti e vescovi del mondo dei poveri. A questo proposito citiamo la seguente lettera inviata dal Vescovo di Recife, Dom Helder Camara, ad una persona della nostra parrocchia che gli aveva manifestato il proprio disagio per la potenza e la ricchezza della Chiesa: "In questi giorni (16.1.1968) avrò la gioia di cambiare casa: dall'antico palazzo passerò ad una vera e piccola semplice stanza; il palazzo diventerà un Centro a servizio del popolo di Dio. Credimi: quando in Italia i Vescovi e soprattutto il Santo Padre avranno la possibilità di un cambiamento risoluto nella linea della povertà, la Chiesa cambierà. Senza questo esempio, rimarrà l'impressione di demagoga dei vescovi del terzo mondo".

Sia chiaro che non rifiutiamo la Chiesa visibile nella cui realtà crediamo, ma, rimanendo all'interno di essa vogliamo operare affinché si proceda speditamente ad una purificazione delle sue strutture per rendere la Chiesa sempre più somigliante a Gesù e perché le strutture non siano ostacolo all'annuncio del Vangelo.

Non comprendiamo come questa ricerca di autenticità nella Chiesa possa essere da Lei definita offensiva dell'autorità ecclesiastica e del Papa secondo le Sue dichiarazioni circa gli occupanti il duomo di Parma considerata mancanza di amore, vuoto interiore, molestia e nocumento alla Chiesa perfino inimicizia.

Questa linea di ricerca di chiarezza, di sincerità, di autenticità, di povertà è l'unica possibile per noi e per gli umili e i poveri per aderire alla Chiesa e per riconoscersi in essa.

Troncare questa linea allontanando don Sergio e impedire di esprimerci equivale a soffocare la nostra realtà di Chiesa qui alla Casella e a troncare ogni possibilità di collaborazione con i non credenti del nostro quartiere.

Come Lei è andato in Brasile così la invitiamo a venire tra noi per una comprensione diretta della realtà in cui viviamo e per una maggior chiarificazione dei problemi che determinano le nostre scelte.

Per la Comunità Parrocchiale
della Pentecoste
Via della Casella