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Vicariato Urbano Firenze 24/10/1968
di Porta Romana
A Te, caro Don Enzo,ai tuoi Collaboratori confratelli e
alla tua comunità parrocchiale.
Penso che avrete letto colonne intere di giornali e molte lettere vi
perverranno da più parti e da vari gruppi di persone; perciò vorrete
concedere anche a me fratello vostro ed amico, di sentirmi in questo
momento più vicino a Voi, anzi vorrei dirvi uno della vostra stessa
comunità sacerdote e laico insieme. Questo, non per condannare e neppure
approvare quello che oggi sta succedendo nella Parrocchia dell'Isolotto,
di cui i giornali, mi sembra, che diano fin troppa pubblicità; ma per
vivere insieme a Voi quella che può essere e diventare domani una giornata
storica iella vostra comunità parrocchiale.
Purtroppo, debbo esprimere il mio disappunto per avere ipostato così una
questione di non 1ieve entità, e, che potrebbe anche avere inaspettate
conseguenze, su un piano puramente polemico, sia che lo abbiate
intenzionalmente voluto, sia, come vorrei piuttosto pensare, portata a
questo punto, da particolari circostanze, da Voi forse non abbastanza
ponderate.
Vi confesso sinceramente, che, se vi trovate Voi tutti in stato ti
sofferenza per l'incerto domani, questa stessa sofferenza tortura in
questo momento anche il mio animo di fratello vostro ed amico di quanti
nella vostra comunità.ho potuto conoscere ed avvicinare nelle mie visite
vicariali. La sofferenza mia è anche quella di tutti i Confratelli del
nostro Vicariato di Porta Romana e di quanti in Diocesi, Sacerdoti e
fedeli, seguono, sia pure con giudizio diverso, il movimento della vostra
comunità e dei quali questa mia vuol essere sincera espressione.
Ho avuto in questi giorni colloqui e telefonate da ogni parte; Vuol dire
che la Parrocchia dell'Isolotto sta per divenire, come del resto lo è
stata finora, un punto nevralgico della vita della grande famiglia della
Chiesa fiorentina. Se prima, anche dal di fuori, vi si guardava con un
certo interesse, oggi ancora più lo sguardo di molti è puntato verso
codesto angolo periferico della Città. Tutto considerato, al punto in cui
stanno le cose, e la posizione che sta prendendo la stampa nei vostri
riguardi, nonché la preparazione tecnica, psicologica e voglio anche dire
polemica a cui attende la vostra comunità, onde preparare la giornata
dell'assemblea parrocchiale indetta per il 31 Ottobre, non potranno non
procurare ansia, rammarico e profonda sofferenza al nostro Arcivescovo, il
quale, mentre sta svolgendo la sua missione pastorale nel lontano Brasile,
in mezzo ad una Parrocchia ormai nostra, a contatto con Sacerdoti anche
vostri contemporanei ed amici, troverà al suo ritorno, dopo la gioia di
quelli incontri, una situazione incresciosa da affrontare, dinanzi alla
quale, pure in un clima di paterna ed umana sensibilità, dovrà pure usare
nello stesso tempo, a servizio del bene comune, della stessa autorità, che
gli viene dal suo mandato di Pastore e maestro della Diocesi
Ti chiedo ora, caro don Mazzi, di avere la bontà di seguirmi; sono per Te
queste mie parole che vogliono avere solo l'aspetto e il significato di
una conversazione più che familiare, fraterna e amica. Intendo, però, in
questo momento, rivolgere anche ai tuoi più vicini collaboratori, che io
vedo ancora con tanta simpatia intorno a me, nella gioia di quella sera,
quando al termine della visita vicariale, prolungata per l'intero
pomeriggio fino a notte, mi chiedeste, e ben volentieri accettai, di
rimanere a cena con Voi.
Quanta vita, quante belle idee, quanto senso di comune responsabilità,
nella carità fraterna, traspariva dai vostri rapporti gli uni con gli
altri, Sacerdoti e Laici! Quanto costruttiva la vostra alternata
conversazione attorno alla mensa, diventata comune! La vostra bella
Chiesa, la vostra Canonica aperta a tutti, il senso di carità che si
dilata là dove può arrivare il vostro zelo missionario, vissuto nella
povertà evangelica, tutte le vostre industrie centrate nello studio, nelle
animate riunioni di gruppo, nella vostra stampa, ma soprattutto
nell'industrioso amichevole avvicinamento dei vostri parrocchiani.
Oh come, per un atto, un gesto, una frase, una posizione, non abbastanza
meditati, potrebbe tutto perdere il suo vero significato, compromettere il
suo soprannaturale colore! Concedetemi in questo momento, tremendamente
difficile, proprio per la situazione che si va creando intorno a Voi, che,
ancora una volta vi ripeta quanto abbia potuto apprezzare molte delle
vostre iniziative nei contatti che ho avuto nella vostra Parrocchia;
permettetemi però altrettanto, che in questa attuale circostanza, mi
immedesimi anch'io nella persona dell'Arcivescovo, di cui tutti noi
Sacerdoti per il .andato ricevuto, non possiamo non essere se non
l'espressione viva della sua mente pastorale, che, pure nella molteplicità
dei mezzi, dei sistemi,di programmi, di esperienze, di idee, non può non
auspicare che rimanga saldo il rapporto di unità fra la comunità diocesana
e la Parrocchia.
Si parla tanto di dialogo; è stata questa, si può dire, la parola
ispiratrice coniata dal Concilio Vat.II°; è oggi la formula. pratica per
alimentare una convivenza internazionale capace di evitare una. guerra
senza conclusioni; è quello che si vuole nelle Scuole tra studenti e
Professor; nella politica fra partito e partito; in famiglia tra genitori
e figlioli. Perché non può essere ancora valido questo benedetto "dialogo"
fra Voi, la vostra comunità e il Vescovo? ,
Il dialogo però comporta che, nei due dialoganti, ci sia già in partenza
buona volontà per intendersi; vuol dire discutere, sviluppare il senso
della comprensione, anche se diverse le opinioni; vuol dire approfondire
sempre più le relative difficoltà che si incontrano, per arrivare a
stabilire a1meno un punto comune per l'accordo finale; vuol dire, al
momento opportuno, pur di non troncare il colloquio, sapere anche
rinunciare a qualche cosa di nostro non sostanziale per l'argomento in
discussione; vuol dire rientrare, durante le pause di attesa, un po' più
in noi, ritrovarci quali siamo al di sopra di tutte le strutture che ci
hanno portato a questo incontro, pronti anche nell'esercizio di certe
virtù indispensabili per vivere nella comunità, e saper vedere le cose un
po' più dal lato oggettivo, estraniandoci qua.si dalla nostra stessa
situazione e al di fuori di ogni interesse personale, come se ciò che
trattiamo, riguardasse piuttosto altri; vuol dire in ultimo non di
dimenticare che a guidarci nella discussione, devono essere la carità il
rispetto, la gioia di vedere fruttuosamente concluso un incontro.
Ora siamo sinceri: guardiamoci un po' in faccia: era proprio necessario o
anche soltanto utile, per rispondere alla lettera a Voi indirizzata
dall'Arcivescovo, che del resto era per Te, don Enzo, impostare la
questione, così come avete fatte Voi? Mi direte che non era vostra
intenzione oltrepassare i confini della Parrocchia, nelle vostre
discussioni. Ma questo è conseguenza logica di una pietra , ormai gettata,
nel complesso di un reticolato, già di suo, per forza di cose, pervaso di
elettricità. Anche se credevi di dover fare così, interessando la tua
comunità, come sei solito fare discutendo con essa qualunque fatto del
giorno, erra proprio il caso (accetta fraternamente questo mio rilievo,
riflettici sopra e porta a riflettere anche la tua comunità) se vogliamo
essere davvero coerenti a certi principi di carità e di giustizia, era
proprio necessario, ripeto, portare tutta la vostra discussione, più che
sullo spirito integrale della lettera, proprio sulla frase, pur grave che
sia:"dimettersi dall'ufficio di parroco"?
Ti parlo di spirito della lettera, non della parola o della frase,che
possano avere anche il significato tagliente della spada.
Tu sei abituato allo stile delle lettere dell'Arcivescovo, però, ti
confesso, conoscendolo ormai un po' da vicino, che altro è il suo stile
(la parola uccide) altro è l'intimo del suo animo. Se tu esamini la parola
puoi anche trovarla talvolta priva del senso di paternità e sembrerebbe
anche di comprensione, come Voi siete soliti dire. Io che ho dovute più
volte parlare di Voi, interessarmi di Voi, leggergli e presentare ogni
anno le mie relazioni vicariali, che del resto conoscete, debbo dire
pubblicamente, nel rispetto della verità, che mi ha sempre colpito nel
cuore dell'Arcivescovo, ogni volta che si è parlato dell'Isolotto ,la
solita. nota di profonda paterna sofferenza, non disgiunta però sempre da
una fiduciosa attesa. Del resto, non è su questo tono che anch'io ho
cercato sempre d'impostare le mie conversazioni con Voi, la mia
corrispondenza epistolare, non altro che per indurvi a compiere un solo
passo, anche piccolo, che almeno potesse dimostrare in qualche modo un
certo esercizio di umiltà e di obbedienza, ancora oggi virtù basilari per
una convivenza umana per non dire cristiana, in ordine ad un qualsiasi
riavvicinamento, nel caso vostro, col Vescovo?
L'aut-aut dell'Arcivescovo è una conseguenza, qualora dovesse venire a
mancare il dialogo; non è l'impostazione primaria del discorso, come la
stampa ed anche i vostri stessi ciclostilati vorrebbero far capire. La
comunità dell'Isolotto, perché in questo momento, anziché prepararsi ad
impugnare le ultime decisione del Superiore (sempre la stampa che parla),
non si propone piuttosto di studiare più a fondo il metodo pastorale da
Voi preferito e senza dubbio penso perché utile alla fisionomia della
vostra Parrocchia; perché non rivedere certe posizioni di avanguardia, che
possono sempre suscitare commenti e critiche non sempre benevoli; perché
non impegnarsi a smussare certi angoli che si son venuti a creare? Non è
sempre vero che colui che incrementa e dà efficacia al nostro lavoro è Dio
Lasciamo perciò il posto anche a Lui e la nostra azione sarà sempre un
trionfo.
Nel dialogo, tocca sempre ad uno a incominciare per primo, l'altro
ascolterà, alternandosi così la conversazione, in modo che l'incontro sia
raggiungibile. Ma, il mistero della nostra salvezza, non è tutto un
dialogo?
non è Dio che nella misteriosa storia dell'umanità continuamente va
incontro all'uomo; e non è l'uomo, quando si accorge di essersi allontano
da Dio, che impegna tutta la sua fatica e con affanno si muove alla sua
ricerca? e là dove si incontreranno, nel centro dei secoli, non è la
realtà del mistero dell'incarnazione? tutta la nostra vita è un incontro e
cosa non è costato a Cristo questo incontro con l'uomo, e cosa non può
costare anche a noi!
Che l'Arcivescovo sia disposto ancora ad un dialogo paterno, come del
resto ti ho già fatto presente, quando l'altra sera ti invitai da me e
facemmo insieme una lunga conversazione, lo dimostra il fatto che mentre
inviava a Te la lettera tanto contestata del 30 Settembre u.s. quella
stessa che
ha dato motivo a tanta confusione, l'Arcivescovo inviava la sera stessa
anche a me una copia della medesima, accompagnata da un suo personale
biglietto, che Tu, caro Don Enzo, conosci e dal quale traspare tutto lo
spirito, l'intenzione, l'ansia, il senso della paternità con cui è stato
scritto. È giusto che siano rese di pubblico dominio le sue espressioni:
"Le invio l'allegata lettera che ho mandato a Don Mazzi dichiarando che,
per conoscenza, era diretta anche a Lei. Non dubito che vorrà
fraternamente aiutare Don .Mazzi, così come ha fatto per altri casi
recenti del Vicariato, avendo a cura il bene di lui e quello delle anime.
Con paterni saluti.
Firenze I° Ottobre 1968
Ermenegildo Card. Florit"
A me pare, e ne sono pianamente convinto, che da questo semplice scritto,
trasparisca il vero spirito della lettera. Per questo ti chiamai e per
questo parlammo a lungo. Però mi dispiacque immensamente che la
conversazione, pure insistendo da parte mia sulle migliori intenzioni
dell'Arcivescovo per portarvi ancora una volta a riflettere sul vostro,
permettete l'espressione, indiscutibile rigidismo, che in gran parte del
Clero, del1a cittadinanza dei diocesani, per non dire anche altrove, ha
destato vere preoccupazioni, non abbia ottenuto quello che io speravo. Non
credo tuttavia, che non ci si possa e non ci si debba arrivare, proprio
per non portare all'ultimo limite una polemica che creerebbe tale polemica
che creerebbe tale confUsione, da allontanare dalla Chiesa, piuttosto che
avvicinare, tanti fedeli. Possiamo ancora dire con Pio XII°, sia pure per
analogia, intendetemi, "tutto è ancora salvo con la pace, tutto sarebbe
perduto con la guerra".,
sarebbe perduto con la guerra"
Non credo affatto, come più volte mi hai ripetuto, che, rivedere ogni
tanto, ciascuno, le nostre posizioni sia un tradire se stesse, un falsare
il nostro Apostolato, quasi rinnegare il nostro stesso sacerdozio. A me
pare che, per sviluppare il mio io fino ad una possibile completezza
dell'uomo integrale, preso in se stesso, dinanzi agli altri, ma
soprattutto di fronte a Dio, mi si richieda, come ciascuno avrà fatto la
sua esperienza, un continuo ridimensionamento che impegna tanta personale
fatica, perché mi obbliga a ricominciare continuamente da capo.
Su "Nazione sera" di Mercoledì 23 Ottobre, III° edizione, mi colpiva e mi
fece molto pensare, un corsivo in neretto (prima pagina, metà colonna) dal
titolo "PRESUNZIONE". Dinanzi a questo dubbio, che potrebbe sorgere a
chiunque nota in Voi questa presa di posizione, talvolta un po'
intransigente, come del resto altra volta ti ho fatto rilevare, mi
confortò poco dopo una frase del libro di Tobia, nella S.Messa di
S.Raffaele: "...e perché eri caro a Dio fu necessario che la tentazione ti
mettesse alla prova"...
Non ti dispiaccia, se ti dico che in quel giorno, mentre celebravo in
prima intenzione la messa per Voi, chiesi a S.Raffaele che fosse a Voi
oggi, più che mai, luce e guida, e, nel "memento dei morti" interessavo
per Voi, due nostri Preti con i quali abbiamo intessuto la nostra stessa
vita sacerdotale: il Card. Della Costa e Don Giulio Facibeni, che sento
tanto vicini. Proprio allora sentii il bisogno di mettermi ancora una
volta a fianco vostro con questa mia lettera. Sono sicuro che anche Voi,
dietro il loro esempio, fatto di abnegazione e di rinunzia, in circostanze
particolari della loro vita pastorale particolarmente dal Signore provati,
riuscirete a superare virtuosamente questo momento che può essere decisivo
una volta per sempre.
Sento il dovere di chiedervi scusa per questa mia troppo lunga
conversazione, che avrei fatto volentieri a voce. Vi assicuro, che nel
dirvi queste sose, provo una tale mortificazione che Voi non potete
immaginare. Sono io, purtroppo, che ho bisogno di consigli, che mi sento
meritevole di riprensione; io, che in tante cose ho da imparare da Voi,
riconoscendomi pieno di manchevolezze; ma è l'affetto e la stima che in
questo momento parlano da sé.
Prima di dirvi queste cose, ai piedi dell'Altare, ho detto anch'io stamani
il mio "Confiteor" insieme al "Domine non sum dignus". Lo spirito di Dio
vi illumini, vi sostenga, vi conforti per una decisione sacerdotale ferma
e precisa, quale tutti noi attendiamo. "Si vocem eius audieritis nolitu
obdurare corda vestra".
Nella fiducia che avrete la pazienza di leggere, insieme a tanta
corrispondenza, anche questa mia lettera, prima di prendere ogni
decisione, vi abbraccio nel Signore e mentre mi metto a vostra
disposizione, vi auguro ogni bene.
Il vostro Vicario Urbano e fratello vostro
sac. Bruno Panerai
S.Felice in Piazza
Firenze
nella festa di S.Michele Arcangelo
A M.Rev.do
Don Enzo Mazzi
parroco M.V. delle Grazie
Isolotto
e alla sua comunità parrocchiale.
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