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Firenze, 21 Ottobre 1968

Rev.do sacerdote

ELIO MOROZZI

Cancelleria della

Curia Arcivescovile di

F i r e n z e

 

 

 

In relazione alla Sua del 15 c.m. tengo ad informarLa unitamente all’Ecc.mo  Vescovo Ausiliare, che già lo scorso anno non ho partecipato agli esami in questione per i motivi  a suo tempo fatti presenti a Sua Em.za 11 Cardinale, sia a voce che per iscritto, come da Lui esplicitamente richiesto.

 

Inoltre Le faccio presente che sono ancora in attesa di una risposta alla mia del 9/4/1968 inviata a questo proposito a Sua Em.za i1 Cardinale.

 

Coi migliori saluti.

 

(sac. Paolo Caciolli)

 

   
   

Vicariato Urbano Firenze 24/10/1968
di Porta Romana




A Te, caro Don Enzo,ai tuoi Collaboratori confratelli e
alla tua comunità parrocchiale.

Penso che avrete letto colonne intere di giornali e molte lettere vi perverranno da più parti e da vari gruppi di persone; perciò vorrete concedere anche a me fratello vostro ed amico, di sentirmi in questo momento più vicino a Voi, anzi vorrei dirvi uno della vostra stessa comunità sacerdote e laico insieme. Questo, non per condannare e neppure approvare quello che oggi sta succedendo nella Parrocchia dell'Isolotto, di cui i giornali, mi sembra, che diano fin troppa pubblicità; ma per vivere insieme a Voi quella che può essere e diventare domani una giornata storica iella vostra comunità parrocchiale.
Purtroppo, debbo esprimere il mio disappunto per avere ipostato così una questione di non 1ieve entità, e, che potrebbe anche avere inaspettate conseguenze, su un piano puramente polemico, sia che lo abbiate intenzionalmente voluto, sia, come vorrei piuttosto pensare, portata a questo punto, da particolari circostanze, da Voi forse non abbastanza ponderate.
Vi confesso sinceramente, che, se vi trovate Voi tutti in stato ti sofferenza per l'incerto domani, questa stessa sofferenza tortura in questo momento anche il mio animo di fratello vostro ed amico di quanti nella vostra comunità.ho potuto conoscere ed avvicinare nelle mie visite vicariali. La sofferenza mia è anche quella di tutti i Confratelli del nostro Vicariato di Porta Romana e di quanti in Diocesi, Sacerdoti e fedeli, seguono, sia pure con giudizio diverso, il movimento della vostra comunità e dei quali questa mia vuol essere sincera espressione.
Ho avuto in questi giorni colloqui e telefonate da ogni parte; Vuol dire che la Parrocchia dell'Isolotto sta per divenire, come del resto lo è stata finora, un punto nevralgico della vita della grande famiglia della Chiesa fiorentina. Se prima, anche dal di fuori, vi si guardava con un certo interesse, oggi ancora più lo sguardo di molti è puntato verso codesto angolo periferico della Città. Tutto considerato, al punto in cui stanno le cose, e la posizione che sta prendendo la stampa nei vostri riguardi, nonché la preparazione tecnica, psicologica e voglio anche dire polemica a cui attende la vostra comunità, onde preparare la giornata dell'assemblea parrocchiale indetta per il 31 Ottobre, non potranno non procurare ansia, rammarico e profonda sofferenza al nostro Arcivescovo, il quale, mentre sta svolgendo la sua missione pastorale nel lontano Brasile, in mezzo ad una Parrocchia ormai nostra, a contatto con Sacerdoti anche vostri contemporanei ed amici, troverà al suo ritorno, dopo la gioia di quelli incontri, una situazione incresciosa da affrontare, dinanzi alla quale, pure in un clima di paterna ed umana sensibilità, dovrà pure usare nello stesso tempo, a servizio del bene comune, della stessa autorità, che gli viene dal suo mandato di Pastore e maestro della Diocesi

Ti chiedo ora, caro don Mazzi, di avere la bontà di seguirmi; sono per Te queste mie parole che vogliono avere solo l'aspetto e il significato di una conversazione più che familiare, fraterna e amica. Intendo, però, in questo momento, rivolgere anche ai tuoi più vicini collaboratori, che io vedo ancora con tanta simpatia intorno a me, nella gioia di quella sera, quando al termine della visita vicariale, prolungata per l'intero pomeriggio fino a notte, mi chiedeste, e ben volentieri accettai, di rimanere a cena con Voi.

Quanta vita, quante belle idee, quanto senso di comune responsabilità, nella carità fraterna, traspariva dai vostri rapporti gli uni con gli altri, Sacerdoti e Laici! Quanto costruttiva la vostra alternata conversazione attorno alla mensa, diventata comune! La vostra bella Chiesa, la vostra Canonica aperta a tutti, il senso di carità che si dilata là dove può arrivare il vostro zelo missionario, vissuto nella povertà evangelica, tutte le vostre industrie centrate nello studio, nelle animate riunioni di gruppo, nella vostra stampa, ma soprattutto nell'industrioso amichevole avvicinamento dei vostri parrocchiani.

Oh come, per un atto, un gesto, una frase, una posizione, non abbastanza meditati, potrebbe tutto perdere il suo vero significato, compromettere il suo soprannaturale colore! Concedetemi in questo momento, tremendamente difficile, proprio per la situazione che si va creando intorno a Voi, che, ancora una volta vi ripeta quanto abbia potuto apprezzare molte delle vostre iniziative nei contatti che ho avuto nella vostra Parrocchia; permettetemi però altrettanto, che in questa attuale circostanza, mi immedesimi anch'io nella persona dell'Arcivescovo, di cui tutti noi Sacerdoti per il .andato ricevuto, non possiamo non essere se non l'espressione viva della sua mente pastorale, che, pure nella molteplicità dei mezzi, dei sistemi,di programmi, di esperienze, di idee, non può non auspicare che rimanga saldo il rapporto di unità fra la comunità diocesana e la Parrocchia.

Si parla tanto di dialogo; è stata questa, si può dire, la parola ispiratrice coniata dal Concilio Vat.II°; è oggi la formula. pratica per alimentare una convivenza internazionale capace di evitare una. guerra senza conclusioni; è quello che si vuole nelle Scuole tra studenti e Professor; nella politica fra partito e partito; in famiglia tra genitori e figlioli. Perché non può essere ancora valido questo benedetto "dialogo" fra Voi, la vostra comunità e il Vescovo? ,

Il dialogo però comporta che, nei due dialoganti, ci sia già in partenza buona volontà per intendersi; vuol dire discutere, sviluppare il senso della comprensione, anche se diverse le opinioni; vuol dire approfondire sempre più le relative difficoltà che si incontrano, per arrivare a stabilire a1meno un punto comune per l'accordo finale; vuol dire, al momento opportuno, pur di non troncare il colloquio, sapere anche rinunciare a qualche cosa di nostro non sostanziale per l'argomento in
discussione; vuol dire rientrare, durante le pause di attesa, un po' più in noi, ritrovarci quali siamo al di sopra di tutte le strutture che ci hanno portato a questo incontro, pronti anche nell'esercizio di certe virtù indispensabili per vivere nella comunità, e saper vedere le cose un po' più dal lato oggettivo, estraniandoci qua.si dalla nostra stessa situazione e al di fuori di ogni interesse personale, come se ciò che trattiamo, riguardasse piuttosto altri; vuol dire in ultimo non di dimenticare che a guidarci nella discussione, devono essere la carità il rispetto, la gioia di vedere fruttuosamente concluso un incontro.

Ora siamo sinceri: guardiamoci un po' in faccia: era proprio necessario o anche soltanto utile, per rispondere alla lettera a Voi indirizzata dall'Arcivescovo, che del resto era per Te, don Enzo, impostare la questione, così come avete fatte Voi? Mi direte che non era vostra intenzione oltrepassare i confini della Parrocchia, nelle vostre discussioni. Ma questo è conseguenza logica di una pietra , ormai gettata, nel complesso di un reticolato, già di suo, per forza di cose, pervaso di elettricità. Anche se credevi di dover fare così, interessando la tua comunità, come sei solito fare discutendo con essa qualunque fatto del giorno, erra proprio il caso (accetta fraternamente questo mio rilievo, riflettici sopra e porta a riflettere anche la tua comunità) se vogliamo essere davvero coerenti a certi principi di carità e di giustizia, era proprio necessario, ripeto, portare tutta la vostra discussione, più che sullo spirito integrale della lettera, proprio sulla frase, pur grave che sia:"dimettersi dall'ufficio di parroco"?
Ti parlo di spirito della lettera, non della parola o della frase,che possano avere anche il significato tagliente della spada.

Tu sei abituato allo stile delle lettere dell'Arcivescovo, però, ti confesso, conoscendolo ormai un po' da vicino, che altro è il suo stile (la parola uccide) altro è l'intimo del suo animo. Se tu esamini la parola puoi anche trovarla talvolta priva del senso di paternità e sembrerebbe anche di comprensione, come Voi siete soliti dire. Io che ho dovute più volte parlare di Voi, interessarmi di Voi, leggergli e presentare ogni anno le mie relazioni vicariali, che del resto conoscete, debbo dire pubblicamente, nel rispetto della verità, che mi ha sempre colpito nel cuore dell'Arcivescovo, ogni volta che si è parlato dell'Isolotto ,la solita. nota di profonda paterna sofferenza, non disgiunta però sempre da una fiduciosa attesa. Del resto, non è su questo tono che anch'io ho cercato sempre d'impostare le mie conversazioni con Voi, la mia corrispondenza epistolare, non altro che per indurvi a compiere un solo passo, anche piccolo, che almeno potesse dimostrare in qualche modo un certo esercizio di umiltà e di obbedienza, ancora oggi virtù basilari per una convivenza umana per non dire cristiana, in ordine ad un qualsiasi riavvicinamento, nel caso vostro, col Vescovo?

L'aut-aut dell'Arcivescovo è una conseguenza, qualora dovesse venire a mancare il dialogo; non è l'impostazione primaria del discorso, come la stampa ed anche i vostri stessi ciclostilati vorrebbero far capire. La comunità dell'Isolotto, perché in questo momento, anziché prepararsi ad impugnare le ultime decisione del Superiore (sempre la stampa che parla), non si propone piuttosto di studiare più a fondo il metodo pastorale da Voi preferito e senza dubbio penso perché utile alla fisionomia della vostra Parrocchia; perché non rivedere certe posizioni di avanguardia, che possono sempre suscitare commenti e critiche non sempre benevoli; perché non impegnarsi a smussare certi angoli che si son venuti a creare? Non è sempre vero che colui che incrementa e dà efficacia al nostro lavoro è Dio

Lasciamo perciò il posto anche a Lui e la nostra azione sarà sempre un trionfo.

Nel dialogo, tocca sempre ad uno a incominciare per primo, l'altro ascolterà, alternandosi così la conversazione, in modo che l'incontro sia raggiungibile. Ma, il mistero della nostra salvezza, non è tutto un dialogo?
non è Dio che nella misteriosa storia dell'umanità continuamente va incontro all'uomo; e non è l'uomo, quando si accorge di essersi allontano da Dio, che impegna tutta la sua fatica e con affanno si muove alla sua ricerca? e là dove si incontreranno, nel centro dei secoli, non è la realtà del mistero dell'incarnazione? tutta la nostra vita è un incontro e cosa non è costato a Cristo questo incontro con l'uomo, e cosa non può costare anche a noi!

Che l'Arcivescovo sia disposto ancora ad un dialogo paterno, come del resto ti ho già fatto presente, quando l'altra sera ti invitai da me e facemmo insieme una lunga conversazione, lo dimostra il fatto che mentre inviava a Te la lettera tanto contestata del 30 Settembre u.s. quella stessa che
ha dato motivo a tanta confusione, l'Arcivescovo inviava la sera stessa anche a me una copia della medesima, accompagnata da un suo personale biglietto, che Tu, caro Don Enzo, conosci e dal quale traspare tutto lo spirito, l'intenzione, l'ansia, il senso della paternità con cui è stato scritto. È giusto che siano rese di pubblico dominio le sue espressioni:

"Le invio l'allegata lettera che ho mandato a Don Mazzi dichiarando che, per conoscenza, era diretta anche a Lei. Non dubito che vorrà fraternamente aiutare Don .Mazzi, così come ha fatto per altri casi recenti del Vicariato, avendo a cura il bene di lui e quello delle anime. Con paterni saluti.
Firenze I° Ottobre 1968
Ermenegildo Card. Florit"

A me pare, e ne sono pianamente convinto, che da questo semplice scritto, trasparisca il vero spirito della lettera. Per questo ti chiamai e per questo parlammo a lungo. Però mi dispiacque immensamente che la conversazione, pure insistendo da parte mia sulle migliori intenzioni dell'Arcivescovo per portarvi ancora una volta a riflettere sul vostro, permettete l'espressione, indiscutibile rigidismo, che in gran parte del Clero, del1a cittadinanza dei diocesani, per non dire anche altrove, ha destato vere preoccupazioni, non abbia ottenuto quello che io speravo. Non credo tuttavia, che non ci si possa e non ci si debba arrivare, proprio per non portare all'ultimo limite una polemica che creerebbe tale polemica che creerebbe tale confUsione, da allontanare dalla Chiesa, piuttosto che avvicinare, tanti fedeli. Possiamo ancora dire con Pio XII°, sia pure per analogia, intendetemi, "tutto è ancora salvo con la pace, tutto sarebbe perduto con la guerra".,
sarebbe perduto con la guerra"

Non credo affatto, come più volte mi hai ripetuto, che, rivedere ogni tanto, ciascuno, le nostre posizioni sia un tradire se stesse, un falsare il nostro Apostolato, quasi rinnegare il nostro stesso sacerdozio. A me pare che, per sviluppare il mio io fino ad una possibile completezza dell'uomo integrale, preso in se stesso, dinanzi agli altri, ma soprattutto di fronte a Dio, mi si richieda, come ciascuno avrà fatto la sua esperienza, un continuo ridimensionamento che impegna tanta personale fatica, perché mi obbliga a ricominciare continuamente da capo.

Su "Nazione sera" di Mercoledì 23 Ottobre, III° edizione, mi colpiva e mi fece molto pensare, un corsivo in neretto (prima pagina, metà colonna) dal titolo "PRESUNZIONE". Dinanzi a questo dubbio, che potrebbe sorgere a chiunque nota in Voi questa presa di posizione, talvolta un po' intransigente, come del resto altra volta ti ho fatto rilevare, mi confortò poco dopo una frase del libro di Tobia, nella S.Messa di S.Raffaele: "...e perché eri caro a Dio fu necessario che la tentazione ti mettesse alla prova"...

Non ti dispiaccia, se ti dico che in quel giorno, mentre celebravo in prima intenzione la messa per Voi, chiesi a S.Raffaele che fosse a Voi oggi, più che mai, luce e guida, e, nel "memento dei morti" interessavo per Voi, due nostri Preti con i quali abbiamo intessuto la nostra stessa vita sacerdotale: il Card. Della Costa e Don Giulio Facibeni, che sento tanto vicini. Proprio allora sentii il bisogno di mettermi ancora una volta a fianco vostro con questa mia lettera. Sono sicuro che anche Voi, dietro il loro esempio, fatto di abnegazione e di rinunzia, in circostanze particolari della loro vita pastorale particolarmente dal Signore provati, riuscirete a superare virtuosamente questo momento che può essere decisivo una volta per sempre.

Sento il dovere di chiedervi scusa per questa mia troppo lunga conversazione, che avrei fatto volentieri a voce. Vi assicuro, che nel dirvi queste sose, provo una tale mortificazione che Voi non potete immaginare. Sono io, purtroppo, che ho bisogno di consigli, che mi sento meritevole di riprensione; io, che in tante cose ho da imparare da Voi, riconoscendomi pieno di manchevolezze; ma è l'affetto e la stima che in questo momento parlano da sé.

Prima di dirvi queste cose, ai piedi dell'Altare, ho detto anch'io stamani il mio "Confiteor" insieme al "Domine non sum dignus". Lo spirito di Dio vi illumini, vi sostenga, vi conforti per una decisione sacerdotale ferma e precisa, quale tutti noi attendiamo. "Si vocem eius audieritis nolitu obdurare corda vestra".
Nella fiducia che avrete la pazienza di leggere, insieme a tanta corrispondenza, anche questa mia lettera, prima di prendere ogni decisione, vi abbraccio nel Signore e mentre mi metto a vostra disposizione, vi auguro ogni bene.

Il vostro Vicario Urbano e fratello vostro
sac. Bruno Panerai


S.Felice in Piazza
Firenze
nella festa di S.Michele Arcangelo




A M.Rev.do
Don Enzo Mazzi
parroco M.V. delle Grazie
Isolotto
e alla sua comunità parrocchiale.