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ARCIVESCOVADO DI FIRENZE Firenze, 8 ottobre 1968
Rev.do
don SERGIO GOMITI
Parroco della Pentecoste e
S.Bartolo a Cintoia
FIRENZE
ho avuto la tua lettera del 5 c.m.
Avrai notato che nella mia a don Mazzi ho rilevato semplicemente
che una condanna così totale del "sistema" (sistema certo non dogmatizzato
ma del quale occorre pur tener conto come di una situazione storica rea1e)
porterebbe come logica conseguenza che la Chiesa intera e lui per primo
(attese le sue parole) dovrebbero liberarsi da ogni e qualsiasi residuo
mezzo di sussistenza legato in qualche modo al "sistema" stesso, e degli
stessi edifici sacri, realizzati in passato e fino ad oggi in modo che il
gruppo di Parma e la vostra lettera aperta contestano duramente.
La prima parte della mia lettera contiene dunque una esemplificazione
concreta per mostrare le estreme conseguenze alle quali si arriva con un
discorso impostato in quel modo.
Non si tratta dunque di condannare la ricerca di una vita povera secondo
il Vangelo (per la quale certo il vostro Vescovo non vi ha mai
rimproverato) ma di correggere, da parte mia, lo spirito di certe prese di
posizione e, da parte vostra, della necessità di tener conto dei limiti
obbiettivi nei quali una Chiesa che pur vive ancora sulla terra si trova a
muoversi.
Se tu rileggi con calma la mia lettera a don Mazzi potrai accorgerti che
non la polemica, ma alcuni fatti di fondo costituiscono i motivi della mia
richiesta di chiarificazione. Ho scritto infatti :
"O sei disposto a ritrattare pubblicamente un atteggiamento così offensivo
verso l'Autorità de1la Chiesa, come quello assunto con la
'lettera aperta' del 22 settembre, atteggiamento tanto contrario al
tuo dovere di sacerdote e di parroco, oppure, riconoscendo che è assurdo
continuare a far parte di 'strutture' cosi violentemente condannate,
intendi dimetterti dall'ufficio di parroco". Nessun invito ad "uscire",
dunque, come tu scrivi senza precisare, ma la richiesta di lasciare la
guida della parrocchia oppure di riconoscere pubblicamente di aver
assunto, nella pubblica contestazione alla Gerarchia della Chiesa ed al
Papa, una posizione incompatibile con la posizione del sacerdote-parroco.
E questo per un motivo molto semplice: un sacerdote, in base al fatto che
la Chiesa è strutturata gerarchicamente e che le potestà sacre gli vengono
da Dio attraverso la consacrazione presbiterale e la "missione"
conferitegli dal Vescovo, è inviato in una parrocchia a rappresentare il
Vescovo, al quale spetta la funzione di guida e di mediazione fra le
opzioni talora opposte dei suoi figli e fratelli e il compito di giudicare
con autorità della validità e opportunità di determinate scelte pastorali.
Un parroco dunque, se vuol rimanere fedele alla sua missione, deve
esercitare le sue funzioni nei limiti e secondo le linee che il Vescovo è
chiamato a fissare, sia pure dopo aver atteso, ascoltato, letto, vagliato.
Un parroco non può quindi assumere pubblicamente, coinvolgendo nelle sue
opinioni la parte del Popolo di Dio che gli è stata affidata, le posizioni
che i sacerdoti dell'Isolotto hanno preso nei riguardi della stessa
Suprema Autorità della Chiesa, fino al punto di contestare con lo scritto
e con la parola, nel corso di un'assemb1ea liturgica, l'atteggiamento e i
discorsi del Papa. In altre parole: delle vostre convinzioni personali è
giudice il Signore e la vostra coscienza; io non posso però accettare che
diventino la base della vostra pastorale
Del resto, affermare con tanta recisione e sicurezza, senza ombra di
dubbio, come voi fate nella lettera del 22 settembre, opinioni in
contrasto con le direttive del Vicario di Cristo, il quale avrà pure
elementi e conoscenza delle necessità attuali della Chiesa tali da poter
fondare il proprio giudizio, non mi sembra segno di saggezza umana e di
umiltà cristiana.
Ecco un altro fatto, oggettivamente grave, che in fondo non è che una
conferma a quanto ti ho scritto più sopra: la vostra predicazione insiste
sul tema della lotta dei poveri "contro" i ricchi. Anche il Papa parla dei
diritti dei poveri e dei doveri delle classi dirigenti, non di rado con
accenti severi e duri. Ti sarai però accorto che egli non trasforma il
messaggio cristiano in un appello alla lotta di classe, che non può dare
che frutti amari di odio, di risentimento, di rancore perpetuati negli
animi di chi ascolta.
Questo è il motivo per cui ho rilevato sul Bollettino Diocesano
(luglio-agosto,pg.235) l'inopportunità della diffusione tra i
sacerdoti dell'articolo sulla lotta di classe come contributo all."evangelizzazione
reciproca". Il Magistero della Chiesa, come sai, non è il P. Gonzalez Ruiz,
e non ammette la possibilità di conciliare il principio marxista della
lotta di classe con l'insegnamento evangelico. Non potevate quindi farne
un tema della vostra pastorale, e il Vescovo ha dovuto ricordarvelo. Per
tutta risposta voi diffondete la lettera del 22 settembre, ad uso non più
dei sacerdoti, ma di tutta la popolazione dell'Isolotto.
Aggiungo poi che la gravità della posizione assunta da don Mazzi è ancora
maggiore se si riflette, come io l'ho invitato a fare, sulla situazione di
don Paolo Caciolli, di cui egli difende l'operato senza tener conto che si
tratta di delicata materia sacramentale.
Concludendo:io non ho condannato la ricerca di una vita povera o la
pastorale missionaria di chicchessia. Ritengo però che non si possa citare
tale esperienza, come fai nella tua lettera, per giustificare prese di
posizione che il Vescovo da tempo vi chiede di modificare o di evitare. Tu
rimproveri al Vescovo di scendere a meschina polemica personale, e
riassumi la storia della vostra esperienza all'Isolotto; taci però del
tutto i fatti obbiettivi che stanno alla base del mio intervento e che
questa lettera di nuovo ripresenta.
Come puoi dire che il Vescovo non guarda alla vostra ricerca di somigliare
a Gesù Cristo, ma piuttosto a sciocchezze, a dicerie, a illazioni?
Io mi riferisco a fatti e scritti comparsi alla luce del sole, come tu
scrivi.
Sta di fatto che purtroppo quella che tu chiami "obbedienza reciproca"
sembra che non vi porti a considerare minimamente valori importanti, e di
fatto disobbedite da tempo alle linee indicatevi dal Vescovo ed, ora, dal
Papa stesso.
Ecco perché quanto ho scritto a don Mazzi e quanto ripeto a te - che per
altro, condividendo la posizione di lui sei invitato alla medesima
chiarificazione - non è stato solo da me firmato più o meno
distrattamente, ma costituisce il mio giudizio preciso sulla vostra
situazione.
Resto pertanto in attesa, nei termini scritti a don Mazzi, e ti invio il
mio saluto
+ Ermenegildo
Card. Florit
arcivescovo
P.S. allego copia di un commento al vostro questionario sulla
"predicazione" di domenica 29 sett. steso da un sacerdote della nostra
Diocesi.
Risposta alla circolare dei sacerdoti dell'Isolotto,dal titolo:
"LA PREDICAZIONE NELLA NOSTRA PARROCCHIA"
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Ci permettano i Sacerdoti dell'Isolotto di fare qualche osservazione a
proposito della circolare inviata ai loro parrocchiani sul tema della
sacra predicazione.
Siamo tutti d'accordo che la predicazione deve essere rinnovata, ma non
riteniamo che il metodo da essi proposto sia valido.
E soprattutto non è quella la predicazione di cui hanno bisogno gli uomini
d'oggi.
Quanto alla validità è facile riscontrare che la persona e la missione di
Gesù sono presentate in una luce che non è quella in cui lo pone il
Vangelo.
"In che modo Gesù ha predicato il Vangelo?"
È una domanda legittima, doverosa anzi,a cui però non si può rispondere
con una semplice citazione scelta ad arbitrio e interpretata secondo il
proprio criterio personale, perché si può incorrere in grossi abbagli. Il
testo è il seguente:
"Lo spirito del Signore è su di me, poiché mi ha consacrato per portare il
lieto annunzio ai poveri,per curare i contriti di cuore, ecc. (Lc.IV,18 sg.,
tolto da Isaia,LXI,1 sg.)
Il passo riferito ha la sua chiave di interpretazione proprio
nella frase che lo introduce: "Lo Spirito del Signore è sopra di me" Lo
Spirito del Signore è lo Spirito Santo.
"Ora il frutto dello Spirito è:carità, gioia, pace, pazienza, benignità,
bontà,fedeltà,dolcezza,temperanza" (Gal.V,22)
"Voi non sapete di che spirito siete",disse Gesù ai troppo intraprendenti
e focosi "figli del tuono"(Lc.IX,55) E con ciò voleva dire:Lo spirito da
cui siete mossi non viene da me, non è il mio, non mi riconosco in voi.
Qual'è lo spirito di nostro Signore? Lo ha detto Lui: "Imparate da me che
sono mite e umile di cuore"(Mt.XI,29)
E giacche siamo in vena di citazioni,al testo del Vangelo presentato dai
predicatori dell'Isolotto come esplosivo, si può mettere a riscontro
l'altro testo del Vangelo preso anch'esso da Isaia:
"Ecco il mio servo,che io ho eletto,il mio benamato,in cui si compiacque
l'anima mia.
Porrò il mio Spirito su di Lui, e annunzierà il diritto alle nazioni. Non
contenderà né griderà: nessuno udirà nelle piazze la sua voce. La canna
rotta non spezzerà, né spegnerà il lucignolo fumante, finche non abbia
portato alla vittoria il giudizio.
E nel suo nome spereranno le nazioni" (Mt.XII,18-21 ; Is.XLII,1-4)
In secondo luogo tale predicazione non è affatto quella di cui ha bisogno
l'uomo di oggi.
Gridare contro i ricchi, contro la guerra, contro la fame, oggi è di moda;
come purtroppo è di moda anche credere che quando si è gridato e fatto un
po' di confusione si sia fatto tutto. "Ma le chiacchiere non fanno farina"
dice un vecchio proverbio.
Dir male della società è facile, anche perché la società è un comodo
paravento che serve a diversi usi: si maledice la società quando vogliamo
scaricare su altri le nostre responsabilità e ci si appella all'opinione
pubblica, cioè ancora alla società, come a criterio indiscutibile quando
ci giova per sostenere un nostro punto di vista.
Gesù non ha predicato genericamente contro le ingiustizie della società,
ma ha chiamato tutti e singoli gli uomini a penitenza; ci ha insegnato non
a condannare le colpe degli altri ma le proprie; a cercare nella grazia
del Padre celeste la salvezza.
È attraverso la riconciliazione con Dio che si giunge al vero amore del
prossimo e al risanamento della società.
Questa è la predicazione che occorre anche agli uomini d'oggi, i quali
hanno sete di giustizia, ma ne ignorano le vie, e vogliono che la
giustizia cominci sempre dagli altri.
Perché dunque non insistere maggiormente, come ha fatto Gesù, sulla fede,
sulla contrizione del cuore, sulla misericordia?
"Andate a imparare che cosa vuol dire: Io non voglio vittime, ma voglio
misericordia" (Mt.IX,13)
Sul piano pastorale una predicazione partigiana e protestataria è il
peggior servizio che si possa fare al nostro popolo.
Non si può abbassare la parola del Vangelo a livello di polemica sociale
e, quel che è peggio, personale.
Questo è tradire il Vangelo!
"Si assiste così ad una falsificazione di tutte le nozioni cristiane,
svuotate del loro contenuto teologale e trasferite nel campo politico: il
peccato diventa lo sfruttamento, la conversione consiste nella
rivoluzione, la Chiesa viene identificata alla città socialista. Ora, tale
identificazione del cristianesimo ad una ideologia equivale alla negazione
stessa del messaggio cristiano" (Danjelou:"Orizzontalismo" Oss.Rom. del 3
ott. '68)
Il clima di oggi è fin troppo rovente. E purtroppo questo calore non è
tutto zelo per il regno di Dio,per il quale, dopo tutto, non servirebbe:
"Infatti la collera dell'uomo non attua la giustizia di Dio" (Giac.I,20)
È proprio il caso di aggiungere legna al fuoco?
In un momento in cui divergenza di idee e di metodi ce n'è fin troppa, non
sarebbe il caso di andare un po' più cauti per non aumentare la
confusione?
Io chiedo ai sacerdoti dell'Isolotto: Perché quel titolo "La predicazione
nella 'nostra' chiesa"? Non vi pare che quel 'nostra' sia di troppo?
La Chiesa, tutta la Chiesa è un'unità di fede nella carità. Essa nasce
"dal seme incorruttibile della Parola di Dio vivo e permanente"(l Pt.I,23).
Essa è riunita nella carità, che è lo Spirito di Dio.
"Vi scongiuro, scrive S.Paolo ai Corinti, per il nome del Signore nostro
Gesù Cristo, ad usare un medesimo linguaggio; e non ci siano divisioni fra
voi, e siate perfetti in comunione di sentimenti e di pensieri"(l Cor.I,IO)
E a Tito: "Evita le contestazioni e le polemiche"(Tt.III,9)
E ancora agli Efesini: "Non siamo come fanciulli fluttuanti e trasportati
da ogni vento di dottrina,secondo i raggiri degli uomini e la loro
insidiosa astuzia per trascinare nell'errore,ma professando la verità
nella carità" (Efes.IV,14)
Questo era lo stile della predicazione di Cristo e degli Apostoli.
È chiaro che la nostra predicazione va riveduta, ma secondo questi
modelli, e non secondo quelli che ci dà oggi la piazza.
L'appello alla collaborazione dei fedeli può essere ottima cosa.
Ma il loro contributo ha valore come contributo delle loro giuste istanze,
non già come fonte di ispirazione. Perché la fonte rimane sempre la Parola
di Dio codificata nella Sacra Scrittura e interpretata autenticamente dal
magistero della Chiesa, cioè "di coloro i quali con la successione
episcopale hanno ricevuto un carisma di verità" (Verbum Dei,n.8)
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