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Il 30 settembre 1968 il card. Ermenegildo Florit, arcivescovo di Firenze, invia una lettera al parroco della chiesa dell'Isolotto don Enzo Mazzi a seguito di una lettera di solidarietà inviata agli occupanti il duomo di Parma da parte di centoventuno membri della parrocchia dell'Isoloto fra i quali il parroco don Enzo Mazzi, il vice parroco Paolo Caciolli e don Sergio Gomiti ex vice-parroco dell'Isolotto e parroco della parrocchia della Pentecoste alla Casella di Ponte a Greve.Il gruppo dei cristiani che avevano occupato il duomo erano stati messi fuori dalla polizia chiamata dl parroco del duomo. Nella lettera di Florit si intimava a don Mazzi "o ritratti o ti dimetti". La lettera di Florit è riportata anche in EmC0001-2, in EmD063, nel Notiziario dell'Isolotto EmN0005.

   
   

(stemma gentilizio)
IL CARDINALE
ARCIVESCOVO DI FIRENZE
30 settembre 1968 ~

Rev.do
Don Enzo MAZZI
Parroco dell'Isolotto FIRENZE

Ho avuto da parrocchiani dell'Isolotto diverse copie della lettera distribuita e commentata in codesta chiesa parrocchiale domenica 22 settembre u.s.
T'invito a fare qualche riflessine che per'altro è stata fatta anche dalla gente che ha letto il ciclostilato ed ha ascoltato il commento tenuto al posto dell'omelia.
-Tu abiti in una canonica e ti servi per le tue opere (asilo) e per la diffusione delle tue idee di un immobile e di una chiesa che sono fra le più belle di quante ne siano state costruite dal Card. Dalla Costa, col contributo dello Stato e con la cooperazione di tutti, non esclusi i ricchi e le banche, che vollero dare a suo tempo il loro obolo;
-Tu, come parroco,ricevi dallo Stato una "congrua" che ti configura automaticamente nel numero di coloro che tu chiami privilegiati e compromessi col "sistema" di una Chiesa che sarebbe legata a filo doppio alle strutture di questo mondo.
-Tu,dunque,come parroco, godi di privilegi, di poteri e di beni che il tuo discorso,espresso in termini tanto radicali,di fatto rifiuta.
Non posso, allora, non rivolgerti la domanda che tu, presumendo di avere tutti gli elementi per giudicare così duramente di un fatto successo a Parma,rivolgi al Vescovo di quella città: come fai a parlare come parli e a diffondere i messaggi che diffondi senza che la tua coscienza, tanto severa da impedirti di essere d'accordo col Papa, non t'imponga il dovere e l'esigenza di vivere diversamente? La tua posizione infatti è quella di colui che tutto contesta, ma che continua a godere di vantaggi (casa gratuita, stipendio, vitto, immunità, possibilità di diffondere le proprie idee) che il sistema così duramente condannato gli assicura.
Mi astengo dal trarre la più logica conclusione che un tal discorso impone; conclusione che appartiene prima di tutto alla tua coerenza di uomo e di prete.
Ritengo però mi indilazionabile dovere chiederti, in questa circostanza, una precisa chiarificazione: o sei disposto a ritrattare pubblicamente un atteggiamento così offensivo verso l'Autorità della Chiesa, come quello assunto con la "lettera aperta" del 22 settembre, atteggiamento tanto contrario al tuo dovere di sacerdote e di parroco, oppure, riconoscendo che è assurdo continuare a far parte di strutture così violentemente condannate, intendi dimetterti dall'ufficio di parroco.
Rifletti con calma a tutto ciò e dammi una risposta scritta, precisa e responsabile entro il prossimo mese di ottobre.

La gravità della tua posizione non è dovuta solo al fatto che tu combatti impietosamente le strutture storiche e giuridiche nelle quali in questo periodo, del resto in evoluzione, si trova a vivere la Chiesa. Tu neghi anche al tuo Vescovo il diritto di regolare, com'è sua funzione e dovere, l'amministrazione dei sacramenti, sostenendo le ragioni e la ribellione del tuo cappellano don Paolo Caciolli che da tempo, come mi risulta con certezza, confessa senza facoltà, esponendo il sacramento a nullità, almeno per quanto dipende da lui, e rifiutando obbedienza a disposizioni che sono superiori a lui e a me, e che gli altri sacerdoti accettano serenamente perché stabilite dalla Chiesa a tutela della retta amministrazione del sacramento stesso.
Io ho atteso con pazienza una vostra resipiscenza,vi ho scritto, parlate e pregato, interponendo persone prudenti e buone, vi ho dato tutto il tempo per riflettere. Nulla ho ottenuto, se non la dichiarazione "abbiamo fatto le nostre scelte".
Io penso che non abbiate ancora misurato tutte le conseguenze di queste vostre scelte. Ebbene: adesso è il momento di farlo.
In attesa, ti invio il mio saluto.


+ Ermenegildo Card. Florit
arciv.

(timbro circolare a secco)
ERMENEGILDUS S.R.E. PRESB.
CARD. ARCHIEPISCOPUS FLORENTIN.


p.c. Al Rev.mo
Can. Bruno Panerai
Vicario di Porta Romana
Firenze
 

 

   
   

CONTRIBUTO PER UN CHIARIMENTO A FROPOSITO DELLA LETTERA

INDIRIZZATA IN DATA 30.9.1969

DAL VESCOVO DI FIRENZE ERMENEGILDO FLORIT

AL PARRCCO DELL'ISOLOTTO ENZO MAZZI.


______________________________________


1. L'intervento del Card. Florit intende essere una risposta alla lettera di solidarietà inviata ai cattolici che hanno occupato il Duomo di Parma.
Tale lettera esprimeva le valutazioni, le convinzioni e le proposte più fortemente sentite dalla massa del popolo.
Ciò che è scritto nella nostra lettera è appena un segno di quanto pensa comunemente la gente del popolo più umile, di quanto viene detto nelle famiglie, nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, nei negozi, negli ambienti di ritrovo, ecc.
Ci sono anche persone del popolo che giustificano l'autoritarismo, la potenza e la ricchezza della Chiesa o che le sopportano con rassegnazione passiva.
Ma di contro sono innumerevoli coloro che ne traggono scandalo al punto di perdere completamente fiducia in una Chiesa che essi sentono ormai decisamente dall'altra parte.
Inoltre la lettera fu composta e sottoscritta da quattro sacerdoti e da molti laici.

PERCHÉ ALLORA IL VESCOVO SI RIVOLGE SOLO A DON MAZZI?

PERCHÉ CHIAMA IN CAUSA SOLO LA PERSONA DEL PARROCO?

L'autorità superiore (Vescovo) si rivolge all'autorità inferiore (parroco) e sostanzialmente gli dice: "Tu, parroco, sei inviato nel la parrocchia a rappresentarvi l'autorità e la potestà del Vescovo; non puoi quindi assumere pubblicamente, coinvolgendo la parte del Popolo di Dio che ti è stata affidata, posizioni contrastanti con tale autorità. -

In questo modo il Vescovo dimostra di considerare gli altri sacerdoti e i laici come un branco di pecore che (salvo un piccolo numero di dissenzienti) si lascia coinvolgere, influenzare, trascinare.

PERCHÉ IL VESCOVO NON TIENE CONTO AFFATTO CHE DON MAZZI È STATO MANDATO, PRIMA DI TUTTO, COME FRATELLO E COME SERVITORE DI UNA COMUNITÀ DI FRATELLI?

FERCHÉ, RIVOLGENDOSI SOLO A DON MAZZI, IGNORA COMPLETAMENTE CHE FRA I SACERDOTI DELL'ISOLOTTO NON ESISTE NESSUNA DELIMITAZIONE BUROCRATICA AL PUNTO CHE VIVONO DA FRATELLI CON UNA TOTALE COMUNANZA DI VITA, DI IDEALI, DI RESPONSABILITÀ, DI RELAZIONI E DI BENI?

COME NON VEDERE IN CIÒ UNO SCHIAFFO VERSO UNA ESPERIENAA E UNA TESTIMONIANZA COSÌ FELICE E APPREZZATA DAL POPOLO?

PERCHÉ IL VESCOVO SI RIVOLGE SOLO A DON MAZZI E IGNORA TUTTA LA ESPERIENZA DI VERA FRATERNITÀ E DI PARTECIPAZIONE VITALE CHE IN QUESTI QUINDICI ANNI SI È REALIZZATA FRA I SACERDOTI E IL POPOLO DELL'ISOLOTTO?


Don Mazzi è ritenuto responsabile di aver coinvolto nelle proprie idee il popolo dell'Isolotto, togliendo al Vescovo questa prerogativa.

NON È FORSE VERO ANCHE L'INVERSO CIOÈ CHE IL POPOLO HA COINVOLTO I SACERDOTI NELLE SUE ASPIRAZIONI PIÙ PROFONDE E PIÙ SENTITE?

NON È FORSE VERO CHE C'È STATO UN CONDIZIONAMENTO RECIPROCO, COME AVVIENE FRA I MEMBRI DI OGNI FAMIGLIA E DI OGNI COMUNITÀ DOVE CI SI VUOL BENE?

PERCHÉ IL VESCOVO NON CONOSCE QUESTA REALTÀ?
O FORSE HA PAURA A GUARDARLA IN FACCIA, PERCHÉ HA PAURA DEL FOPOLO?

Su i preti, infatti, può agire d'autorità come vuole, ma sul popolo no; a meno che non chiami la polizia con fucili e manganelli, come è accaduto nel Duomo di Parma.


2. La lettera del Vescovo rimprovera don Mazzi di servirsi di un costoso edificio ecclesiastico, costruito con i soldi dei ricchi, per diffondere le proprie idee contro la compromissione della Chiesa col potere economico e politico.

MA È VERO CHE I SACERDOTI DIFFONDONO LE PROPRIE IDEE?

Per vari anni, forse una decina, i sacerdoti, in comunione con un gruppo di laici, si sono posti in atteggiamento di ascolto, di partecipazione e di immedesimazione sia con la Parola di Dio scritta nella Bibbia, sia con la Parola di Dio contenuta nella esperienza viva della gente a incominciare da quella più umile e più calpesta.

Durante questi dieci anni si è andata maturando la certezza, convalidata poi dal Concilio, che la struttura della Chiesa, compreso l'edificio di mura, deve essere a servizio del Popolo di Dio.
Non solo il Vescovo o il parroco, ma tutti i membri del Popolo di Dio sono sacerdoti, ciascuno a suo modo; e il sacerdozio del vescovo e del parroco à a servizio di tutto il Popolo di Dio.
Non solo il Vescovo o il parroco, ma tutti i membri del Popolo di Dio hanno lo Spirito profetico di Cristo; quindi tutti hanno il diritto di parlare e di esprimere quello che Dio suggerisce loro; e il magistero del Vescovo è servizio e non dominio verso la libertà di coscienza e di parola del Popolo di Dio.

Queste cose le ha dette il Concilio e noi abbiamo cercato di realizzarle, perché è inutile dirle se poi rimangono lettera morta non essendoci gli strumenti per realizzarle.
Così iniziarono le Assemblee parrocchiali in Chiesa.
Per tre anni, nella chiesa, i cristiani dell'Isolotto hanno avuto la possibilità di esprimersi, di confrontare le loro idee e le loro convinzioni di fede e di offrire preziose indicazioni per la comprensione comune della Rivelazione, per la predicazione domenicale e per il catechismo.

Per tre anni i sacerdoti hanno predicato i temi maturati insieme al popolo nelle Assemblee parrocchiali.
Poi il Vescovo stesso ha decisamente proibito e interrotto tale esperienza, affermando categoricamente
a) che i laici in chiesa non possono parlare;
b) che la chiesa deve servire esclusivamente al Magistero ecclesiastico per insegnare le verità della fede e le norme della morale;
c) che è indebito perfino leggere e commentare in chiesa le encicliche sociali come la "Populorum progressio".

A causa di questa proibizione e poiché la nostra esperienza doveva proseguire e maturare ulteriormente, si sono sospese le Assemblee in chiesa.
Ma ormai le indicazioni fondamentali del Popolo di Dio sulla predicazione erano state ben precisate e i sacerdoti le hanno fedelmente rispettate.

PERCHÉ IL VESCOVO IGNORA TUTTA QUESTA ESPERIENZA E QUESTO CAMMINO COMUNITARIO, ARRIVANDO AD AFFERMARE CHE DON MAZZI DIFFONDE IN CHIESA LE PROPRIE PERSONALII IDEE?

O il Vescovo conosce la parrocchia dell'Isolotto solo attraverso alcuni sporadici documenti pubblici e attraverso delazioni interessate, il che è grave per un Pastore che interviene ripetutamente e pesantemente minacciando gravi provvedimenti contro i sacerdoti (tanto più che il Vescovo è stato ripetutamente invitato a venire all'Isolotto per rendersi conto di persona della vita dei preti e della nostra parrocchia); oppure non vuol riconoscere la vitalità comunitaria del Popolo di Dio perché la considera un attentato contro la sua autorità; il che è ancora più grave.


3. Il Vescovo rimprovera ancora a don Mazzi di sfruttare i privilegi di un sistema che di fatto questi rifiuta.
Gli rinfaccia, per esempio di abitare in una bella canonica.

Ancora una volta egli non sa o si rifiuta di sapere che la canonica è stata messa tutta a servizio del Popolo di Dio e specialmente della parte più rifiutata e che i sacerdoti vivono in una ricerca di povertà effettiva e di servizio disinteressato.

Certo non è stato raggiunto l'ideale della povertà e del servizio disinteressato, proposto e richiesto dal Vangelo. Questo ideale può essere raggiunto, in maniera sempre imperfetta, solo dal cammino di tutta la Chiesa.

Proprio per questo sentiamo il dovere e l'impegno di stimolare la Chiesa, che amiamo, perché si metta finalmente in cammino verso questo ideale evangelico.

I poveri, i deboli, i rifiutati, gli oppressi da secoli aspettano questo dalla Chiesa. Non basta loro che una parrocchia si muova. Anzi a volte vedono ciò perfino pericoloso, perché una parrocchia povera o insomma una testimonianza isolata di povertà effettiva viene facilmente strumentalizzata per coprire e sostenere la potenza e la ricchezza dell'insieme della struttura ecclesiastica.
È significativa, a questo proposito, una lettera scritta da un Vescovo del Terzo mondo a uno di noi: "In questi giorni (16.1.68) avrò la gioia di cambiare di casa: dall'antico palazzo passerò ad una vera piccola e semplice stanza. Il Palazzo diventerà un Centro a servizio del Popolo di Dio. Credimi: quando in Italia i Vescovi e sopratutto il Santo Padre avranno la possibilità di un cambiamento risoluto nella linea di Povertà, la Chiesa cambierà. Senza questo esempio, rimarrà l'impressione di demagogia dei Vescovi del Terzo mondo".

Un altro esempio significativo è quello di don Milani. Egli è stato combattuto e punito, ora viene sbandierato come un testimone della vitalità della Chiesa, domani si metterà sugli altari.

In questo modo la Chiesa finisce per strumentalizzare tutto al suo prestigio e si dispensa da un autentico cammino di spogliazione e di povertà.

Forse farebbe comodo che anche la nostra ricerca di povertà fosse attuata in modo individualistico in modo da dare meno noia all'apparato ricco e potente della Chiesa.

È QUESTO IL MOTIVO PER CUI IL VESCOVO CHIEDE A DON MAZZI DI DIMETTERSI DALL'UFFICIO DI PARROCO?

MA CHE SIGNIFICATO AVREBBE LA POVERTÀ DI DON MAZZI E DEGLI ALTRI PRETI FUORI DI UN CAMMNO COMUNITARIO FATTO CON TUTTO IL POPOLO DI DIO?


4. Il Vescovo afferma inoltre che la nostra lettera di solidarietà è offensiva verso l'Autorità della Chiesa.
Va notato che la lettera non accusa la Gerarchia di ma1afede, ma di essere legata al carro dei ricchi e dei potenti e di non aver fatto la scelta dei poveri, per motivi storici comprensibili, ma non più giustificabili né sostenibili. Si afferma insomma una verità piuttosto lampante, in solidarietà con dei fratelli cristiani che,per denunziare quella stessa verità e per chiedere un deciso cambiamento, sono stati caricati e anche picchiati in chiesa dalla polizia, su richiesta del clero, mentre chiedevano solo di essere ascoltati senza turbare minimamente i riti sacri. Tanto meno si offende il Papa dichiarando di essere in disaccordo con lui quando afferma che questi cristiani sono dei "nemici".

ALLORA PERCHÈ IL VESCOVO CI ACCUSA DI AVERE OFFESO L'AUTORITA' DELLA CHIESA?

FORSE EGLI PENSA ANCORA ALL'AUTORITÀ COME QUALCOSA DI ASSOLUTAMENTE INTOCCABILE, INDISCUTIBILE, INSINDACABILE?

FORSE CONSIDERA ANCORA IL POPOLO CRISTIANO COME UNA MASSA DI INDIVIDUI, SENZA CERVELLO E SENZA DIGNITÀ, CHE DEVE SOLOCREDERE, UBBIDIRE E MILITARE CIECAMENTE?

5. Il Vescovo infine dice: "lo ho atteso con pazienza una vostra resipiscenza, vi ho scritto, parlato e pregato, interponendo persone prudenti e buone, vi ho dato tutto il tempo per riflettere. Nulla ho ottenuto..".
In realtà egli ha scritto più volte per minacciare gravi provvedimenti. Ha parlato per rimproverare e condannare. Non ha seriamente ascoltato le nostre proposte, difficoltà, motivazioni.
La persona prudente e buona che egli ci ha inviato, cioè mons. Bruno Panerai, è venuta all'Isolotto, è stata in mezzo a noi più volte e si è resa conto che la condanna e le minacce del Vescovo erano ingiustificate. Il Vescovo non ha ascoltato nemmeno questa voce assolutamente disinteressata.
Non possiamo pensare che il Vescovo, il quale si considera padre e fratello si basi solo su alcuni nostri documenti pubblici.

ALLORA CI DOMANDIAMO DA CHI IL VSSCOVO SI FA INFORMARE E CHI LO INFLUENZA NEL PRENDERE DECISIONI COSÌ GRAVI.

FERCHÉ IL VESCOVO NON HA MAI ACCOLTO IL NOSTRO RIPETUTO INVITO A VENIRE ALL'ISOLOTTO, A STARE UN PO' IN MEZZO A NOI CON SEMPLICITÀ, A VEDERE DI PERSONA COME VIVIAMO E AD ASCOLTARCI DIRETTAENTE?

Conclusione

-Noi, sacerdoti e laici, non abbiamo niente da ritrattare perché abbiamo agito con consapevolezza, sincerità e obbiettività. Diversamente ci sentiremmo farisei.

-Non giustifichiamo né accettiamo che i nostri preti vengano rimossi dal loro ufficio, sia che ciò avvenga imponendo loro le dimissioni, sia in qualunque altro modo autoritario.

-Il sacerdozio dei preti e il nostro sacerdozio sono una cosa sola, condannare e rifiutare loro significa condannare e rifiutare tutti noi.

-Per dare un segno di questa nostra convinzione e determinazione, ci impegniamo ad assumere gradualmente la responsabilità piena, non delegata dall'alto, di tutta la parte organizzativa, sociale e amministrativa della chiesa dell'Isolotto, proseguendo del resto su una linea e su una realizzazione già da tempo intraprese. Così pensiamo di esprimere un aspetto del nostro sacerdozio e al tempo stesso vogliamo mettere i preti in condizione di guadagnarsi da vivere con le loro mani e di essere più disponibili per il loro compito profetico e liturgico.

-Infine dichiariamo che tutto quanto facciamo e faremo ha per scopo fondamentale quello di accelerare i tempi nei quali la Chiesa tutta(e non singoli individui) abbia la possibilità di un cambio risoluto nella linea della spogliazione e della povertà.

-Se tutto questo venisse ancora considerato offesa o disubbidienza all'Autorità della Chiesa, saremmo allora noi a desiderare e volere un chiarimento schietto e fraterno col nostro Vescovo.
 

   
   

 


5 ottobre 1968

A Sua Eminenza Rev.ma
card. ERMENEGILDO FLORIT
Arcivescovo di Firenze
 


Eminenza Reverendissima,
ho avuto modo di leggere la Sua, inviata a don Enzo Mazzi, parroco dell'Isolotto in data 30 s.m.
Ciò mi ha spinto a scriverLe, profondamente turbato da quella che si è aggiunta ai vari avvenimenti che hanno da tempo seguito la nostra ricerca di vivere un sacerdozio autentico, la nostra ricerca di testimonianza evangelica, di obbedienza e di servizio alla Chiesa, di pastorale "missionaria".

Ho creduto che queste fossero le realtà a cui il Vangelo e la Chiesa chiamassero particolarmente i sacerdoti. E lo credo tuttora. Per questo ho impegnato la mia vita di uomo, di cristi8ano e di prete ricercando una vita disinteressata, povera, disponibile, nell'accoglimento di tutti, senza giudizi di principio, pronto a discutere di tutto, aprendomi costantemente ai problemi degli altri, non nei discorsi vacui, ma prima di tutto nella realtà della vita, perché l'annuncio del Vangelo giungesse a tutti nel modo più genuino e cristallino possibile.

In tutto questo non ho agito da solo. So che è terribilmente difficile, quasi impossibile, mantenere una fedeltà di tal genere al di fuori di una vita comune che sia al tempo stesso sostegno e stimolo.
Ho avuto la possibilità di incontrare altri sacerdoti nei quali urgevano gli stessi problemi. E insieme, per lunghi anni pieni di lavoro serio, abbiamo approfondito e maturato una vita di comunione, di corresponsabilità a tutti i livelli, di attenzione, di comprensione e di obbedienza reciproca che ritengo una delle cose più valide del mio sacerdozio.

La Sua lettera mi ha dunque colpito personalmente. Non solo perché é condivido quanto si è tto a Parma e ne sono uno dei firmatari, ma perché tali cose fanno parte di una presa di coscienza e di un impegno comune. Non siamo, Eminenza, più dei giovincelli che si divertono a creare le "grane". Non siamo degli irresponsabili che passano il loro tempo a divertirsi sui limiti altrui. Non siamo delle donnicciole "chiacchierone" che non sanno come passare il tempo.
Ci siamo impegnati, e questo fin da principio, in tutto ciò che poteva richiedere il nostro ministero: La Liturgia, la catechesi, la predicazione, lo studio della Parola di Dio, lo studio dei documenti conciliari e del magistero, con una costante attenzione alla vita e ai problemi dell'intera comunità ecclesiale e al tempo stesso alla vita e ai problemi degli uomini soprattutto dei più poveri, dei più umili, dei più abbandonati.

Tutto ciò ci ha portato a vivere intensamente il nostro sacerdozio: non ci siamo risparmiati il sonno, né le comodità, né la casa, né il tempo o il danaro non abbiamo davvero risparmiato noi stessi.
Sul piano personale su cui la Sua lettera è stata impostata (mi viene perfino il dubbio che Lei l'abbia solo sottoscritta, dopo averla letta magari velocemente) risulta semplicemente meschina.
Lei dovrebbe sapere come vivono i suoi preti. Dovrebbe saperlo non per sentito dire, ma rendendosene conto. Allora avrebbe saputo che certi suoi preti hanno rinunziato anche alla "casa gratuita" perché c'era chi ne aveva più bisogno di loro. Qualcuno paga anche l'affitto per il quartiere, ma non ci sta da più di dieci mesi, perché due coppie di sposi, una dopo l'altra, si son trovati senza la casa. Ma queste sono questioni personali. Tant'è vero che non ho mai chiesto a nessuno di fare altrettanto anche se poteva essere auspicabile.
Ma la questione è un'altra. Ed è quello che mi pare che Lei non abbia capito. È che pur cercando ancora di spenderci tutto per tutti, si rimane ancora dei "privilegiati". E il consiglio che Lei ci sa dare, a questo punto, è quello di "uscire"? Certo è un bello invito ad amare la Chiesa! Questa Chiesa che profondamente amiamo, per la quale abbiamo giocato con gioia tutta la nostra esistenza, questa Chiesa alla quale chiediamo di esserci di aiuto e di sostegno nella nostra ricerca di vivere il Vangelo e una comunione più fraterna come è mai possibile che Lei possa pensare che noi ce ne disinteressiamo?

Di fronte a queste nostre esigenze, a più riprese espresse, se ne è fatta una questione personale e per tutta risposta non ci son mancate le incomprensioni, le critiche, i giudizi, i rifiuti, le minacce.

Certo è molto strano: da una part6te si viene invitati a non tener conto neppure della vita e a rischiare tutto, da un'altra si guarda con sospetto e con giudizio nei confronti di chi cerca di mettere la propria vita a servizio, a tempo pieno, del Vangelo e della Chiesa.
Con piena sincerità debbo dirle che la ricerca di questo modo di essere, non certo pienamente raggiunto, è stato piuttosto rifiutato che accolto, intralciato piuttosto che aiutato, soffocato piuttosto che stimolato.

Debbo anche dire che,sul principio, avevo l'impressione che si trattasse di semplice incomprensione, mancanza di informazione seria e quindi di chiarezza. Ho tanto sperato, insieme ad altri, che si potesse arrivare a un superamento di tali difficoltà e incomprensioni attraverso un vero dialogo, attraverso chiarificazioni, relazioni scritte, documentazioni di lavoro, attraverso anche la collaborazione pratica per la sistemazione della nostra zona. Ne sono prova le relazioni e le proposte a suo tempo inviatoLe.
Ma giorno per giorno, dietro il susseguirsi degli avvenimenti, delle decisioni, dei colloqui, delle lettere, dei giudizi direttamente e indirettamente ricevuti, questa impressione va quasi scomparendo e si fa sempre più chiara e insistente l'idea che si sia qualcuno a cui interessa molto bloccare e stroncare questa nostra esperienza.

Le stesse persone (o quasi) che da dieci anni costantemente ci mettono male, che hanno sempre approfittato di tutto, anche di falsità, per toglierci di mezzo, che si fanno presenti con lettere anonime minacciandoci di farci sospendere a divinis o di essere esonerati dai nostri uffici, "che indegnamente teniamo", sembra che abbiano avuto buon gioco.

Io le chiedo di vagliare attentamente la nostra vita. Quello che abbiamo detto e abbiamo fatto è stato detto e fatto alla luce del sole.
Non abbiamo davvero adoperato raggiri
Le chiedo di guardare a noi con obbiettività e senza pregiudizi.
Penso che tante incomprensioni, tanti contrasti che sembrano portare a emarginare quanto di più vivo vi è nella Chiesa, sarebbero stati forse eliminati solo se si fosse guardato più alla ricerca di fedeltà a somigliare a Gesù Cristo che a tante altre sciocchezze, alle dicerie, alle illazioni, alle strumentalizzazioni, alla apparente obbedienza che spesso è solo formalità.

Penso anche che tali contrasti e incomprensioni fanno parte di quella che è oggi la vita del mondo e anche della Chiesa: un mondo e una Chiesa dove faticosamente sta germinando qualcosa di nuovo e che per la Grazia di Dio va avanti nonostante tutti i frenaggi degli uomini e le limitazioni della nostra carne non sempre attenta a percepire lo Spirito.

Le chiedo scusa della libertà con cui mi sono espresso. Ma è bene che Lei sappia queste cose. Anche perché qualsiasi decisione futura sarà bene che sia attentamente valutata da tutti.

La ossequio dev.te

sac. Sergio Gomiti.