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DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE 30 giugno 1968
"Noi sappiamo infatti che, fino ad ora, tutta la creazione geme e soffre
per le doglie del parto... E anche noi gemiamo nel nostro intimo
aspettando l'adozione a figli di Dio, il riscatto del nostro corpo... Ma
abbiamo la speranza che la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù,
per giungere alla libertà dei figli di Dio".
Per molto tempo noi cristiani abbiamo trascurato questa visione così
realistica della salvezza quale ce la presenta S. Paolo: una salvezza che
afferra tutto l'uomo e tutta la creazione.
Purtroppo dobbiamo riconoscere di aver relegato la salvezza e la
liberazione nel mondo cosiddetto "spirituale" e nel mondo futuro.
È una constatazione che dobbiamo fare.
Quando noi parliamo di salvezza si intende la salvezza eterna, quella
dell'anima; quando parliamo di liberazione si intende la liberazione, la
purificazione dell'anima dai peccati; quando si dice "pace" intendiamo la
pace della spirito, la pace eterna. Si dice "giustizia" e si intende la
giustizia nella retribuzione dell'altra vita.
Ma Dio nel quale crediamo à solo il Dio dell'altra vita o à anche Dio di
questo mondo?
Non à forse una grave responsabilità per noi cristiani l'aver relegato Dio
nel mondo dell'aldilà?
Qualcuno si meraviglierà di questa responsabilità, magari la negherà
anche.
Eppure abbiamo fatto proprio questo, quando ci siamo come rifugiati nella
vita futura trascurando la realtà di questo mondo; abbiamo fatto proprio
questo, quando si à proclamato, predicato la salvezza delle anime e non
abbiamo predicato e proclamato a sufficienza (quando non si à addirittura
taciuto) la liberazione dalla schiavitù, dall'ingiustizia, dalla miseria,
dallo sfruttamento, dalla guerra.
Anzi, ci sono alcuni cristiani che oggi si scandalizzano perché nella
chiesa si affrontano di nuovo questi problemi, soprattutto quando si
affrontano non in maniera generica, ma specifica.
Finché si parla di pace, di fraternità, di giustizia, di libertà in modo
generico questo va bene anche a loro. Si, perché queste rimangono solo
parole, che riempiono le orecchie e la bocca, ma lasciano le cose come le
trovano e non scomodano nessuno.
Tant'è vero che la parola "pace" va bene anche a coloro fanno la guerra,
purché con la pace mantengano quello che volevano con la guerra. La parola
"libertà" va bene anche ai profittatori economici, se con questa possono
conservare la libertà di profittare.
La parola "fraternità" va bene anche ai potenti e agli oppressori, ai
ricchi se però questa serve a tenere a debita distanza o a legare le mani
agli altri che sono nella povertà e nell'oppressione.
Anzi, in questi casi sono proprio coloro che fanno la guerra, i
profittatori, i ricchi e i potenti che invocano la pace, la libertà, la
fraternità che sia di protezione ai loro privilegi. Non si riguardano
neppure, allora, a chiamare in causa il Vangelo!
E se qualcuno si prova a denunziare questa manipolazione della Parola di
Dio, se si prova a esigere giustizia per chi soffre ingiustizia, se
qualcuno prende le difese e si mette dalla parte dei poveri viene accusato
di partigianeria, di persona che fomenta le divisioni, di persona che si
lascia strumentalizzare, di persona che dà scandalo.
Per grazia di Dio, anche se lentamente, nella Chiesa e nel mondo, queste
voci tacciate di partigianeria, queste voci che danno scandalo crescono di
numero e di intensità.
Credete davvero che Dio si lasci relegare così facilmente nell'aldilà, che
si sia addormentato e non intervenga più in favore dei suoi poveri?
Dio non ha davvero paura di scandalizzare il mondo dal momento che ai
potenti, ai ricchi, ai benpensanti del mondo ha dato lo scandalo della
croce.
Vi leggiamo alcuni brani dell'articolo di fondo presentato nel settimanale
diocesano "l'Osservatore" di questa domenica. Ci sembrano parole molto
attinenti a quanto abbiamo detto.
"Se sei contro a certi scandali, non tacere, abbi il coraggio di gridarlo.
C'è una scandalo da evitare e c'è uno scandalo che bisogna avere il
coraggio di dare. Evidentemente esiste un "dare scandalo" che rappresenta
un preciso dovere del cristiano. E ciò avviene quando si tratta di
smascherare l'ipocrisia (specialmente allorché adotta verniciature
religiose), quando si tratta di mettere in crisi il disordine costituito,
di levare la voce in nome della giustizia, dell'amore, della pace.
Noi cristiani nella storia e nella società dobbiamo riproporre
continuamente la parola di Dio e mettere in crisi ogni struttura, ogni
legge.
Noi cristiani non siamo chiamati a custodire l'ordine costituito, siamo
chiamati a lievitare. È facile confondere giustizia con legalità. La
legalità è un insieme di leggi costituite, ma quanta giustizia ci sta
dentro? La giustizia spinge avanti, non conserva: fermenta, non
imprigiona.
Ci sono in circolazione profeti da strapazzo che intendono lo scandalo
soltanto in un certo senso: quello della morale sessuale. Diventano però
muti quando si tratta di denunciare scandali altrettanto gravi.
Non è forse più scandaloso del fare all'amore il difendere e proteggere
l'ingiustizia perché mi manca l'intelligenza spirituale e profetica per
vederla dove si nasconde? È certamente più scandaloso lasciarsi
condizionare da interessi e non optare coraggiosamente per strutture più
giuste. S'è fatto molto, troppo chiasso per le donne che in chiesa mettono
in mostra le ginocchia o i segni della vaccinazione e molto poco, troppo
poco per gli armamenti, la crudeltà, l'oppressione, i padroni che lesinano
la giusta paga ai loro dipendenti.
Altro tema in cui oggi il cristiano è impegnato a parlare, anche a cos di
dare scandalo, è quello della pace. A duemila anni di distanza dal
Discorso della Montagna, il mondo ha diritto di avere una risposta
precisa. Riconosciamo umilmente: il grido profetico ci rimane sempre
strozzato in gola. Preferiamo bazzicare con Machiavelli piuttosto che
accettare semplicemente il Vangelo.
Il vero scandalo è che si trovino ancora oggi vescovi, teologi, moralisti
e migliaia di semplici cristiani che accettano di fare la teologia del
terrore, la casistica del massacro e la morale dell'assassinio.
Per carità, se la Chiesa di Dio non è ancora capace di promuovere la pace
nel mondo, almeno non c'insegni a giocare d'astuzia col Vangelo.
Il vero scandalo è che si trovino ancora dei vescovi, teologi, moralisti e
migliaia di semplici cristiani che accettano di fare la teologia del
terrore, la casistica del massacro e la morale dell'assassinio.
Per carità, se la Chiesa di Dio non è ancora capace di promuovere la pace
nel mondo, almeno non c'insegni a giocare d'astuzia col Vangelo.
Non abbiamo certo bisogno della Chiesa per darci il gusto del sangue.
Ciò che ci occorre è un rifiuto della Chiesa a cui agganciare il nostro
rifiuto".
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