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Lettere di risposta all lettera alla diocesi di
Borghi, Masi, Mazzi e Rosadoni
(vengono riportate solo quelle scritte a macchina poiché sono le sole
delle quali è possibile fare la scansione. Ve ne sono altre sette
manoscritte che qui non è possibile riportare. Sia queste che presentiamo
che le manoscritte sono tutte conservate in un unico fascicolo EmD50-a)
Giogoli 23-1-1968
Ai Reverendissimi Confratelli
Borghi-Masi-Mazzi-Rosadoni.
Ho letto la vostra Circolare e con la presente intendo fare alcuni rilievi
miei personali, non su quanto avete scritto, perché, vi confesso
candidamente, che non ho la vostra cu1tura per farlo; ma sul vostro
comportamento. Faccio questi rilievi, non per farvi rimproveri,che non ho
né il dovere né il diritto e neppure per darvi consigli, perché non mi
sento all'altezza di dare consigli a nessuno. Vi parlo come fratello
esortandovi alla moderazione.
Nei vostri interventi, tutte le volte che si hanno assemblee di Clero
fiorentino e qualunque sia l'argomento, mi sembra che abbiate un
comportamento aggressivo, nei confronti dell'Arcivescovo. Non so e non
voglio sapere le ragioni ;ma qualunque esse siano, è sempre superiore.
Voi invocate il dialogo, ed è giusto che questo ci sia; ma come volete che
il superiore si adatti, per quanto in dovere,ad accordarlo, quando si vede
davanti preti che sembra abbiano la baionetta innestata pronti
all'assalto? Mi pare che potreste chiedere, prima, il dialogo
isolatamente,poi anche in gruppo, per arrivare ad una composizione della
vertenza, soddisfacente per ambo le parti.Se voi avete i Vostri
problemi,il superiore ha i suoi,questo è giusto che ve lo mettiate in
mente.
Mi pare poi, che non si possa imporre, né al superiore né alla maggioranza
dei colleghi, la propria opinione, altrimenti addio democrazia. Le
dittature sono sempre nefaste, di qualunque colore esse siano. Mi pare poi
che prendiate sempre più vigore via via che vi rendete conto che il
superiore non è lesto a punire. A tempo di Mistrangelo non vi sarebbe
stato permesso quello che oggi voi vi permettete. Moderazione cari
confratelli, moderazione...!
Inoltre vi esorterei alla pazienza.
Mi pare che si abbia troppa fretta, si voglia lanciare la Chiesa a
carriera, per tante riforme da voi invocate. Se anche fosse vero che, per
tanti secoli, la Chiesa è rimasta nel suo immobilismo, oggi non si può più
dire questo. Col Concilio Vaticano II°, ha preso un passo molto spedito in
tutti i campi, e lo accelera via via che ne vede il bisogno e
l'opportunità; ma non si può esigere che innovazioni siano fatte in un
giorno né in un anno; ma verranno sicuramente.
La Chiesa non è una società qualunque di mutuo soccorso, che quando vuol
prendere delle deliberazioni importanti, il consiglio aduna i soci e la
macchina si mette subito in moto. Dovete considerare che la Chiesa è una
società che abbraccia tutto il mondo e deve tirarsi dietro la massa dei
suoi seguaci e bisogna che tenga conto delle diversità di cultura usi e
costumi, quindi del tempo ce ne vuole.
Mi pare che la Chiesa in questo post-Concilio, dei passi e delle
innovazioni ne abbia fatti; piuttosto camminiamo anche noi a pari passo
con la Chiesa e non facciamo sorpassi, perché, lo sapete, i sorpassi sono
sempre pericolosi.Pazienza ci vuole,cari Confratelli e moderazione.
Vi lamentate poi, perché vi dicono ribelli e superbi... Si pensa questo di
voi perché il modo di difendere i vostri principi, dà la sensazione che
vogliate per forza imporli agli altri e che vi credete, voi soli, nel
giusto.
Io penso che la calma e serenità, debbano togliere voi e gli altri da
questo stato di tensione che fa star male tutti, superiori e sudditi.
Vi prego di non credere che io abbia scritto quello che ho scritto, per
difendere il Superiore. Dovete sapere che anche io quando ho da dire
qualcosa, o gliele scrivo o gliele dico a voce. Ho scritto solo per
esortarvi a mettere anche voi un po' d'olio di carità fraterna per non
rendersi responsabili davanti a Dio dello scandalo che si dà a quelli che
abbiamo il dovere di salvare.
Non so come accoglierete questo scritto. Voglio sperare bene; ma se fosse
il contrario non ve ne faccio carico, sicuro di avere agito per il nostro
e vostro bene. Bene che io invocherò per tutti davanti all'altare,ogni
mattina.
Vi saluto con cuore fraterno e amico.
Sac. Egidio Corti
Carissimo Don Bruno,
rispondo a te, e agli altri firmatari (don Masi, don Mazzi, e don Rosadoni)
alla richiesta del 18/1/1968.
Per conto mio personale vi riconosco pienissimo diritto di cittadinanza
nella Comunità Diocesana, anche perché non mi stimo affatto più degno di
voi. E credo che nessuno possa negarvelo.
Ma ,più che altro, ci tengo a dirvelo, per un principio fondamentale, per
me validissimo. Il Cristo è tutta la rivelazione. La Chiesa,ne è la
continuazione, incarnandoLo nella storia. Sappiamo che non Lo potrà
riprodurre,perfetto, altro che nell'altra vita; in questa, dovrà sforzarsi
di imitarLo il più possibile, da vicino, non solo in una formulazione
concettuale, ma più che altro nella vita vissuta.
Ora, a mio parere, il vostro atteggiamento sarebbe inammissibile nella
concezione prettamente giuridica della Chiesa, che ha prevalso fino al
Conc. Vat.II° e come, da molti, è ancora ritenuta. Ma, nella concezione
più vera e più viva, di Popolo di Dio, di famiglia dei figli di Dio, di
Corpo Mistico, di Cristo Mistico, non mi sembra, poi, tanto strano Quel
che succede nelle nostre riunioni mensili, e credo che non esorbiti da
quel che è successo nelle stesse aule Conciliari del Vaticano II°.
Lo riconosco, queste discussioni creano una sofferenza, ma mi sembra una
esigenza di crescita, specie se saranno improntate ad una forma più serena
di conversazione e di dialogo.
Mi auguro che non ci sia, né da parte vostra, né da parte di altri,
fissità sclerotica nella difesa ad oltranza dei vari punti di vista,
morirebbe il dialogo, che va salvato a qualunque costo e sacrificio.
Ho saputo di alcuni sacerdoti che auspicano severe punizioni nei vostri
confronti. Forse credono di fare un ossequio ed omaggio a Sua Em.za il
Cardinale, perché Lo hanno visto soffrire. Ma non credo che ciò abbia
effetto, perché sarebbe come spingere il Capo della Comunità Diocesana a
riincarnare piuttosto il Sinedrio che il Cristo. Non che voi siate il
Cristo(?), ma anche se foste Giuda...
Con stima ed affetto ti saluto ed in te gli altri
Angelo Bonanni
Firenze, lì 25 gennaio 1968
VICARIATO DI PORTA A PRATO
FIRENZE
Ai confratèlli Borghi, Masi, Mazzi e Rosadoni
i sacerdoti del Vicariato di Porta a Prato
Carissimi,
in sede di riunione vicariale abbiamo a lungo discusso i vostri interventi
in S.Frediano del giorno 8 gennaio, e la vostra lettera al Vescovo ed ai
confratelli. Voi concludete quella lettera domandandoci se riteniamo che
ci sia per voi, così come siete, pieno diritto di cittadinanza nella
comunità diocesana. A questa domanda cerchiamo ora di rispondere, e ci
vorrete scusare se - come anche voi avete fatto - prima di rispondere vi
sottoponiamo le nostre riflessioni.
1. A giudicare dal tono e dal contenuto degli interventi di alcuni di voi
in S.Frediano, si sarebbe detto che la vostra domanda avesse dovuto essere
formulata così:
"Noi siamo la vera Chiesa fiorentina, quella degli apostoli e della
tradizione: voi avete, ed il Vescovo in primo luogo, tradito la
tradizione; e quindi o ci date ascolto o siete voi fuori della Chiesa".
Riteniamo però fuori questione il vostro spirito di sincerità
e di vera dedizione alla causa della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Constatiamo anche che una parte del clero non è disposta a prendere in
seria considerazione - come invece vorrebbe - ciò che voi ripetutamente
cercate di dire e di proporre. Siamo convinti che il vostro continuo
intervenire nei dibattiti del clero sia per voi come una necessità di
vita, una urgenza di rendere un reale servizio alla Chiesa.
2. Noi non crediamo che in diocesi il clero nel suo complesso soffra di
oppressioni da parte dei superiori. Né crediamo giusto dire, come voi
implicitamente affermate, che i non-oppressi sono tali perché si adagiano
in una teologia di comodo, mossi da un pilatesco disimpegno o asserviti
dalla paura. C'è in realtà nella nostra diocesi un vasto e vario campo di
ricerche e di esperienze silenziose ed umili. Perché tutto ciò sia
mantenuto nella sua ricca varietà e nell'unità della carità, è necessaria
certo una viva presenza del Vescovo, che ci auguriamo sempre più attuale,
più personale, meno limitata da impegni extradiocesani; così che la Chiesa
fiorentina sia guidata come l'unico gregge di Cristo, senza il pericolo
delle fazioni di Apollo, di Pietro e di Paolo.
3. Ora vi preghiamo di porvi onestamente questa domanda: come mai trovate
scarso ascolto presso i confratelli? Come mai vi siete sentiti costretti a
porre ai confratelli la tremenda domanda: "Abbiamo ancora diritto di
cittadinanza in mezzo a voi?" Noi suggeriamo alla vostra riflessione due
motivi.
-Voi rifiutate una teologia astratta-speculativa. Ma voi in realtà siete
nati da essa, e di essa continuamente vi nutrite. È infatti proprio da una
lunga e sofferta elaborazione filosofico-teologica, astratta e
speculativa, che è nata la visione della Chiesa in cui vi riconoscete. Non
solo da questo, ma indubbiamente anche da questo. E noi crediamo che sia
anche per questo, e cioè per mancanza di aggiornamento
astratto-speculativo, che taluni confratelli non vi seguono, non vi
capiscono e non vi ascoltano: perché non sono in grado di cogliere il
nesso fra il discorso teologico del mattino e la vostra tematica
pomeridiana. Di qui l'importanza del discorso teologico prolungato,
affinché tutto il nostro clero possa percorrere quella strada su cui voi,
per particolare intelligenza,
per singolare sensibilità, o anche per speciale carisma, l'avete percorso.
-Il secondo motivo è però più importante e più preoccupante.
La concezione della Chiesa e della teologia a cui voi aderite ha
indubbiamente diritto di cittadinanza nella Chiesa fiorentina, come lo ha
da tempo nella Chiesa universale. Buon numero di noi sono perfettamente
concordi con voi su questo punto. Ma il tono ed il contenuto di taluni
vostri interventi sembra che sia basato sul presupposto che la tradizione
siete voi. Di qui può nascere in qualcuno il sospetto - forse ingiusto -
che voi cerchiate deliberatamente la contestazione; che voi giudichiate
senza appello Vescovo e confratelli; che voi soli riteniate di possedere
lo Spirito. Se dunque vi sentite rifiutati, non è perché siate scomodi o
inquieti, ma semplicemente perché apparite - senza necessariamente che lo
siate - presuntuosi.
Nessun singolo, in quanto tale, è organo della tradizione, ma tutta la
Chiesa nelle sue molte membra, - voi, noi, l'Arcivescovo, i laici - e con
tutta la sua varietà di carismi, di doni, di capacità naturali, di
temperamenti, di situazioni irripetibili. Se questo è vero, allora non è
nella contestazione, ma nella multiforme cooperazione al bene che deve
prendere forma il vostro discorso e quello dei vostri oppositori. Esso,
come umile ed affettuosa proposta al Vescovo ed ai confratelli, è
accettabilissimo; come pretesa e giudizio, come alternativa rigorosa ed
esclusiva, esso è invece la negazione stessa della presenza dello Spirito
di tutta la Chiesa, e l'esatto contrario dello spirito comunitario che da
questa presenza nasce e deve nascere.
4. Quanto al discorso sullo valvole che saltano, noi pensiamo questo: in
un momento tanto delicato della vita della Chiesa,
ed anche della nostra Chiesa fiorentina, momento da cui sta indubbiamente
nascendo un radicale rinnovamento della vita ecclesiale, è indispensabile
che nessuna valvola salti. Un sacerdote impegnato sul serio, non può
permettersi di questi lussi. E questo vale naturalmente per voi come per
noi e tutti i nostri confratelli.
Comprendiamo benissimo come talvolta la necessaria disciplina comunitaria
possa imporre all'azione pastorale dei singoli alcuni limiti discutibili,
che generano in chi li subisce sofferenza e
disagio. L'ebollizione che ne segue è necessario che sfoci in un
raddoppiato dono di sé all'interno di quei limiti, ed eventualmente in una
serena esposizione del proprio punto di vista; mai in una dura
contestazione.
5. Ecco dunque la nostra risposta: chiunque di noi si pone come fratello
che offra in tutta umiltà nuove proposte, direzioni, esempi di vita
sacerdotale e pastorale, ha diritto di cittadinanza, e tanto più quanto
più il discorso è scomodo. Chiunque di noi si pone come intransigente
giudice e pubblico accusatore del Vescovo o dei confratelli, è lui che in
realtà rifiuta tale cittadinanza. Indubbiamente la Chiesa fiorentina senza
di voi sarebbe impoverita. Ma se ciascuno dei suoi membri non si
autolimitasse per restare inserito spiritualmente ed esteriormente nella
sua compagine e nella unione col Vescovo, allora la Chiesa fiorentina
cesserebbe di esistere.
6. In realtà noi riteniamo che la Chiesa fiorentina non soffre per le
diversità di prospettive e di atteggiamenti teologici e pastorali, ma
soffre per la rigidità e l'esclusività con cui tali atteggiamenti - da
ambo le parti - si affrontano. Di ciò tutti siamo colpevoli: noi come voi.
Per noi e per voi rileggiamo l'esortazione di S.Paolo ai filippesi:
"Se dunque vi è qualche consolazione in Cristo, qualche conforto d'amore,
qualche comunione di spirito, se del tenero affetto e misericordia,
rendete piena la mia gioia avendo un medesimo sentimento, la stessa
carità; siate un'anima sola, di un solo pensiero, non facendo niente per
spirito di parte o per vana gloria, ma ognuno con umiltà, stimando gli
altri superiori a se stesso, non guardando ciascuno ai propri interessi,
ma anche a quelli degli altri. Abbiate in voi quel medesimo sentimento che
fu in Cristo Gesù...
(Fil. 2, 1-5)
Cordiali saluti.
per i Sacerdoti
don Lelio cantini
Firenze, li 30 gennaio 1968
AI REVERENDISSIMI SACERDOTI
Don Bruno Borghi don Fabio Masi don Enzo Mazzi Don Luigi
Rosadoni
e p.c. Ai Reverendissimi Sacerdoti dell'Arcidiocesi di FIRENZE
LORO INDIRIZZO
I vostri interventi in occasione delle giornate di aggiornamento
biblico-teologico e la vostra circolare del 18 gennaio 1968 ci hanno
procurato un'immensa tristezza. Scrivo "ci hanno procurato", perché sono
certo di interpretare il pensiero ed i sentimenti della stragrande
maggioranza dei Sacerdoti dell'Arcidiocesi di Firenze. Io non sono
fiorentino e, come tale, può darsi che sia il meno qualificato a
rispondervi; sono l'ultimo venuto, anche se da oltre 22 anni svolgo il mio
ministero a Firenze; non sono parroco, sono cappellano da venti anni; non
ho alcun titolo per scrivervi "tamquam auctoritatem habens", se non quello
della carità sacerdotale. Non sono teologo e, quindi, non posso entrare
con voi in merito alla "teologia speculativa-astratta", né alla "teologia
disimpegnata" , né alla "teologia apologetica e polemica", ne alla
"teologia dei principi e delle verità assolute" . Anche perché ho
studiato, e cerco di studiare ancora, una sola teologia senza aggettivi
qualificativi.
Devo solo rispondervi alle domande che avete rivolto anche a me e cioé se
voi, così come siete, avete "pieno diritto di cittadinanza nella comunità
diocesana"; se c'e posto per la vostra "ubbidienza giudicata
disubbidienza"; se c'e posto per la vostra "pastorale giudicata eversiva";
se c'e posto per la vostra "visione teologica giudicata eversiva"; se c'e
posto per la "moltitudine di uomini dei quali voi cercate di essere i
portavoce"; se c'e posto per il vostro "amore per la chiesa giudicato
risentimento e rivendicazione".
E vi rispondo con le parole del compianto Cardinale Arcivescovo Elia Dalla
Costa. Eccole:
"Confratelli, se il vostro zelo non sarà disciplinato, state certi che non
ne avrà da Dio larghe ricompense: lavorerete ma in un campo dove non vi
voleva il Signore; vi sacrificherete, ma per una causa che non doveva
essere sostenuta da voi; combatterete ma fuori degli ordini del capitano;
e quindi,vinti o vincitori che siate, non avrete che da rammaricarvi di
voi e dell'opera vostra. Obbedite; e perché non vi sembri troppo dura la
mia parola, la cedo ai Vescovi della Lombardia, che in una loro lettera
collettiva al proprio clero hanno raccomandato l'obbedienza in termini che
io direi terribili e che qui trascrivo a comune profitto: - Ricordino
tutti i Sacerdoti le parole dell'Apostolo Paolo: Oboedite praepositis
vestris et subiacete eis. Ipsi enim pervigilant quasi ratione pro animabus
vestris reddituri, ut cum gaudio hoc faciant, et non gementes: hoc enim
non expedit vobis (Ad Hebr. XIII, 17) .
NON EXPEDIT VOBIS! Pensateci bene: non espedit vobis. O presto o tardi
ricadrebbe sopra di voi la pena della disobbedienza o resistenza e dei
gemiti e delle lacrime del vostro Vescovo, provocati da voi. Dice San
Giovanni Crisostomo: Il gemito del
Prelato per la disobbedienza del suddito, chiama su questo castighi di
Dio. Non fate piangere i vostri Vescovi, o Sacerdoti; perché le lacrime
dei vostri Vescovi sarebbero semi di maledizioni celesti sul vostro capo-.
Sacerdoti fratelli, ve ne supplico, non negate al Vescovo quelli uffici di
carità che dovete a tutti e che non neghereste a nessuno. Non torna conto!
Non dimenticate che lo Spirito Santo stima degno di essere strappato dai
corvi del torrente e divorato dagli aquilotti l'occhio di colui che
disprezza ed insulta il padre suo. Non crocifiggete con i chiodi delle
vostre critiche l'anima del Vescovo per cui un oracolo tremendo fu
pronunciato dalla Chiesa nel giorno grande della sua consacrazione: Qui
maledixerit ei sit ille maledictus"/!"
(da "Ricordi di un Sinodo" di E. Dalla Costa)
Reverendi Don Borghi, Don Masi, Don Mazzi, Don Rosadoni,
Se voi sapete e ritenete,in coscienza, che il vostro atteggiamento e le
vostre "prese di posizione" non facciano piangere il vostro Vescovo, solo
allora avete pieno diritto di cittadinanza nella comunità diocesana.
Diversamente, no!
Vi saluto in C.J.
Don Luigi Stefani
Festa di S. Giovanni Bosco
Firenze 31 gennaio 1968
06.02.68 (data del timbro postale)
Car.mi
le vostre missive, almeno per me, puzzano di stantio.
Non avrò la vostra intelligenza; ma se tanto mi da tanto, preferisco
rimanere nella mia oscurità.
Aspirate ad un dialogo concreto? Cominciate con i vostri fedeli
parrocchiani. Alcuni di essi me li incontrai all'ospedale, nella mia
ultima degenza. Glaciali sono le impressioni, che essi traggono dalla
èsposizione delle vostre tesi; dal vostro sistema di presentare il culto
divino o di impostare le celebrazioni religiose.
Siamo di fronte ad una povertà di iniziati ve e di fantasia tanto più
gravi quanto più si ha l'ardire di credersi dei super-preti.
Non sta a me a confutare la vostra circolare; anche perché mi sono
limitato solo a sbirciarla. Ma, di grazia: voi siete entrati "nella vita
quotidiana degli uomini"?
I vostri interventi sono colpi mancini; emettono argomenti fuori del
seminato; sono vili: approfittano della pazienza degli ascoltatori per
imbastire una conferenza nella conferenza; sono maleducati, perché si
prolungano senza misurazione di tempo e senza rispetto di orario.
Se stimate di avere qualcosa di importante da dire, non vi resta che
indire a conto vostro e in locali vostri delle particolari riunioni.
Marciare contro l'ordine è facile; per distruggere non c'è bisogno di
molto studio.
Piegare, (e possibilmente farle migliorare), le leggi esistenti al
beneficio dei deboli richiede preghiera, riflessione, sacrificio.
Di concreto, quale lacrima avete voi asciugata? Ci sono degli operai senza
lavoro; altri che da anni attendono assistenza, la pensione; ci sono anime
disorientate, malati isolati, dimenticati.
Solo che io vi veda in coda agli sportelli dell'I.N.P.S. per difendere i
poveri; soltanto quando vi osserverò con i pezzenti agli uffici pubblici
per assicurare loro il tozzo di pane; ovvero vi saprò al letto del
canceroso, crederò al vostro amore alla Chiesa.
Io con tanta sicumera non oserei affermare di amare veramente la Chiesa.
Mi sento, troppo lontano dalle sue esigenze.
Abbiamo d'intorno una immoralità, che ci divora; un ateismo che sconvolge;
una freddezza per i problemi spirituali, che agghiaccia. Osserviamo
impressionante l'accrescersi della dissacrazione della famiglia, e voi...
unterelli credete di avere il toccasana ad ogni male.
L'amate sul serio questa Chiesa? Andate nel Brasile, dove c'è tanta
richiesta di preti... ma di preti veri. Credo a Don Rossi. Lui si che è un
prete! Fate altrettanto e allora sarete preti... aggiornati.
A don Rosadoni come primo... con fraternità
interprete di nuova tramontana
Sac, Giulio Gradassi, Ginestra F.na
Villore , lì 21.2.1968
Reverendissimo Don Stefani ,
credevo fosse tutto intento ad un serio ripensamento e allo studio della
teologia senza aggettivi qualitativi, dopo la vicenda dei "Cappellani
Militari" e invece ecco che arriva, orsono dieci dì, la Sua lettera.
Anche a me ha procurato "immensa tristezza" la lettura della sua
ciclostilata e se non Le spiace voglia cancellare il mio nome (se l'aveva
scritto) da "quella stragrande maggioranza" e lo aggiunga (se non le
spiace) sotto quello dei 4: perché io sono un poero bischeraccio ma certe
cose (le loro = dei 4 ) le condivido appieno.
Lei ,"ultimo venuto" è proprio il meno adatto a fare di queste parti
(tanto che si sospetta che dietro a Lei ci sia un mandante a cui servono
certe liste per un possibile. caso "De Lorenzo"..): sarebbe stato meglio
invece di scomodare il Card. Elia, e ci tare sentenze (che hanno valore
anche per "la maggioranza"), avesse fatto una nota della maggioranza,
mentre per ora c' è solo il suo nome; inoltre, nonostante i 22 anni di
apostolato a Firenze, mi pare che ancora non abbia capito quasi nulla
dello spirito fiorentino.
Il fatto degli interventi alle adunanze, mi sembra sia segno di interesse,
di vera partecipazione attiva e singolare ( è un diritto: vedi il
Concilio. .) il modo invece potrebbe aver scosso i nervi fragili degli
esauriti: si consiglia una cura. Perché secondo Lei , diventati preti, si
dovrebbe essere tutti perbenino e stare tutti buoni e zitti, come abiti
confezionati o quadri appesi al muro o peggio come qualsiasi militaruccio,
che vedendo cose tanto storte deve stare zitto se no c'è la galera perché
"obiettore".
Se la Chiesa è una famiglia, tutti (anche i preti) hanno il diritto e il
dovere di parlare: quei 4 hanno avuto coraggio e hanno detto apertamente
il loro pensiero, le loro esperienze vissute, la verità su situazioni
reali della vita loro e delle loro parrocchie: che l'Eminenza lacrimi (e
Lei ne sembra certo) non è ragione per tacere su situazioni vere e
scottanti.
E per i chiacchericci "di sacrestia" (della stragrande maggioranza) e per
tutti i raggiri cui è sottoposto dai fidati della maggioranza fedele crede
che il Vescovo ci rida parecchio ? E per il proclama dei Cappellani ha
proprio rafforzato e nutrito la sua Gioia ?
Per me vale più questa sincerità aperta anche se cruda a volte, (Lei la
dice ribellione) che tutti gli ipocriti inchini e sorrisi: quei 4 a nome
di molti e per il bene di tutti e per amore della verità han parlato, non
per ribellione, come Lei pensa. Il non EXPEDIT , si dovrebbe attaccare
sugli occhiali a
molti; quanto alla cittadinanza forse neanche tra la "maggioranza"
illuminata ce n'è uno degno .
Cordiali saluti . sac. Giovanni Lucherini
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