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Al nostro Vescovo
e ai nostri fratelli sacerdoti

 


Per una esigenza di verità e di sincerità, desideriamo tornare su alcuni temi della discussione tenuta in S. Frediano in occasione dell'ultima giornata di aggiornamento biblico-teologico.
Di fatto, in sede di discussione, il tempo disponibile per parlare è cosi esiguo che gli interventi risultano limitati e di non facile comprensione, per la fretta stessa con cui dobbiamo esprimerci.

Non può essere limitata però la riflessione e la maturazione di problemi cosi gravi come quelli discussi nei nostri incontri. Perciò sentiamo l'esigenza di mettere per scritto alcune cose che avremmo voluto dire durante la discussione. Con questo non abbiamo assolutamente la pretesa né di essere completi, né di imporre una nostra visione teologica.

ANCHE QUESTE GIORNATE DI AGGIORNAMENTO
DIMOSTRANO LA NOSTRA DIFFICOLTÀ A
STACCARSI DAL PIANO DELLA TEOLOGIA
SPECULATIVA-ASTRATTA.

I nostri interventi hanno suscitato dalle reazioni che ci sembrano particolarmente significative, perché offrono una chiara conferma di quella analisi, sulla situazione attuale della Chiesa e del clero, che è offerta da un numero sempre più grande di testimonianze e pubblicazioni provenienti da ogni parte del mondo: nonostante tutto troviamo enorme difficoltà a staccarci dalla teologia speculativa-astratta. Come si sa bene, si tratta di una teologia per sua natura apologetica e polemica; di una teologia disimpegnata, che rifiuta di misurarsi direttamente con i problemi concreti della vita e che si presenta come la teologia dei principi e delle verità assolute; di una teologia alla quale i problemi pratici interessano soltanto come campo di attuazione dei suoi principi.
Non crediamo di fare torto a nessuno se affermiamo che, a nostro avviso, tutte le relazioni fatte in queste giornate di aggiornamento (esclusa quella del P. Schoekel) si sono mosse sul piano speculativo-astratto proprio di questa teologia. Non si vuol negare che vi fossero idee nuove; ma si vuol dire che si trattava sempre di idee fortemente ancorate a quella teologia.

Se qua e là vi erano delle frasi capaci di aprire ed indirizzare il discorso verso la vita pratica, esse erano subito richiuse nell'ambito dell'astrazione. Come quando il Card. Florit, nella parte conclusiva della sua relazione, disse: "La Parola di Dio, trasmessa dalla Tradizione, è in sostanza il Vangelo stesso vissuto dal popolo di Dio in opere e parole".
 

ALCUNI MOTIVI PER I QUALI QUASI TUTTE
LE RELAZIONI E ANCHE QUELLA DEL CARD.
FLORIT, CI SONO SEMBRATE ANCORATE ALLA
TEOLOGIA SFECULATIVA-ASTRATTA.
 

Ci si poteva aspettare che la frase citata costituisse il punto centrale e dominante di tutta la relazione del Card. Florit; che con essa il relatore superasse la pesante apologetica tutta rivolta a difendere il compito nominalmente primario, di fatto esclusivo, attribuito al Magistero in ordine alla Tradizione.
Si poteva legittimamente attendere che, partendo da quella affermazione, il Cardinale mettesse finalmente in luce alcuni importanti contenuti (ritenuti ormai indispensabili da una illuminata teologia post-conciliare) per definire la Tradizione:

-l'importanza fondamentale, nella Tradizione, che dovrebbe avere la Liturgia in quanto dialogo vero, spontaneo, vitale, fra i vari membri del popolo di Dio;

-il fatto che la verità immutabile trasmessaci dagli Apostoli non è mai puro oggetto, non può essere imprigionata in formule astratte, non può essere trasmessa come qualsiasi altra acquisizione culturale del passato, facendo cioè astrazione dal dialogo vivo e continuo che si intreccia, fra il Cristo vivo e ogni uomo vivo, nella vita e nella interiorità di tutti gli uomini e di tutte le generazioni;

-la realtà secondo la quale la nostra fede è "apostolica" non solo perché il suo oggetto ci è trasmesso attraverso gli apostoli e i loro successori, ma anche perché è modellata sulla fede degli apostoli, cioè sulla fede dei piccoli, dei semplici, dei poveri, degli ignoranti, che Gesù scelse e sceglie sempre per "distruggere la sapienza dei saggi, per annientare l'intelligenza dei colti".

Con tutta semplicità era da augurarsi che i relatori, e in particolare il nostro Vescovo, parlassero come Gesù: "Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché tu hai nascoste qeste cose ai colti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché tale è la tua volontà".

Soprattutto c'era da augurarsi che essi scegliessero la strada della coerenza pratica con tali parole (strada tracciata da Gesù) invitandoci tutti, finalmente, ad una seria e libera ricerca e sperimentazione di quegli indispensabili strumenti che permettano alla sacra Tradizione di uscire dal ghetto della speculazione astratta, nel quale è stata rinchiusa dai colti e dagli intelligenti, e dimostrare tutta la sua ricchezza attraverso la collaborazione effettiva dei più umili del popolo.

Era naturale per noi che i relatori riconoscessero un certo accaparramento della Tradizione da parte del Magistero ecclesiastico; un certo gusto a tenere imprigionata la Tradizione in formule astratte in modo da assicurare meglio l'indottrinamento e la soggezione dei fedeli; una certa riduzione del popolo cristiano, specialmente dei meno colti, a ricettori puramente passivi della Tradizione; insomma un certo capovolgimento dell'intenzione e dell'opera di Cristo.
Invece tutto questo non è stato detto.
 

A FUGARE OGNI DUBBIO SUL CARATTERE
SPECULATIVO-ASTRATTO DEL PIANO TEOLOGICO
SUL QUALE SI SVOLGONO LE GIORNATE DI
AGGIORNAMENTO E LE RELAZIONI, HANNO
EGREGIAMENTE SERVITO GLI INTERVENTI
DI DON MANNUCCI E DI MONS. AGRESTI.
 

Essi hanno ribadito che i problemi pastorali, i problemi della vita concreta. devono essere riservati ad una loro propria sede (non hanno detto poi quale);
-che l'affrontarli nelle giornate di aggiornamento biblico-teologico aveva il sapore di contestazione e di polemica (come se la teologia astratta non fosse di suo terribilmente polemica, pur dietro una certa facciata di serenità);
-che i nostri interventi sulle implicazioni pastorali ottenevano l'effetto di far degenerare e bloccare le giornate di studio (bloccare da chi, dal momento che il clero ha partecipato sempre più numeroso e impegnato, anche in conseguenza della vivacità e dell'apertura delle discussioni?).

Per la nostra esperienza siamo profondamente convinti che una parte sempre più vasta degli uomini di oggi trae grave scandalo da questa teologia e sente una profonda e urgente esigenza di Vangelo puro e semplice.

Ecco perché i nostri interventi, mentre esprimevano delle convinzioni personali profondamente vissute e sofferte, servivano anche a rendere presente questa parte di chiesa sempre più numerosa e diffusa in tutto il mondo; questa parte di chiesa che cerca di rompere il cerchio opprimente di un certo classismo clericale e tende ormai sempre più a identificarsi con i poveri, i semplici, gli umili, gli oppressi del popolo di Dio; questa parte di chiesa che non aveva né voce né cittadinanza ed ora invece sta acquistando coscienza di avere diritto all'una e all'altra.
 


A TESTIMONIANZA DI CIÒ PRSENTIAMO,
FRA TANTI, DUE DOCUMENTI CHE ABBIAMO
SOTTOMANO.
 


Il primo documento che presentiamo è l'editoriale della rivista "Concilium" n° 9/1967; il secondo è la lettera di trecento sacerdoti brasiliani, indirizzata ai loro vescovi e poi pubblicata nell'ottobre scorso.
"Ci saranno lettori pronti a meravigliarsi, vedendo inserite in un fascicolo dedicato alla Spiritualità, pagine consacrate al razzismo, alla guerra del Vietnam, al sottosviluppo. Qualcuno, forse, sarà perfino scandalizzato: la ricerca di Dio e l'amore universale degli uomini non sanno che farsene dello strumento politico...
Cos'è mai, in questo mondo, un agire puro, un amore assoluto, se non un'astrazione?...
Si cita l'esperienza di militanti cristiani, che, caduti nell'attivismo, dimenticano Dio e talvolta finiscono per ingrossare le file dei marxisti. Io non penso che la ragione di questo abbandono religioso sia l'effetto di una concorrenza. Esso piuttosto trae origine proprio da questo vuoto della carità, elevato alla dignità di universalità. Questo vuoto favorisce l'ateismo: negando le mediazioni della vita reale, vi sostituisce degli atti sacramentali. Se io celebro l'amore fraterno nel pasto eucaristico, e mi astengo dall'inscriverne il senso nella vita reale, allora: o io mi burlo di Dio, oppure Dio mi aliena permettendomi di vivere in modo immaginario ciò che non diventa mai vita vissuta...

"Se le chiese falliscono nel manifestare questo legame, nelle sfide concrete lanciate dal mondo attuale, esse allora si rifugiano nel verbalismo, e ciò significa che il loro dio, contrariamente a Colui di cui testimoniano i Profeti d'Israele, ha voltato le spalle alla nostra vita quotidiana.
Malgrado la sua apparenza caotica, il proposito di questo fascicolo è unitario: demistificare taluni tenaci pregiudizi che conducono il cristianesimo ad essere astrazione o esortazione".
(Christian Duquoc - o.p.).

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"Noi abbiamo ancora ben presente lo spirito di indottrinamento. Quanti tra i vescovi non hanno sempre affermato nel corso di assemblee, di riunioni, sulla stampa, che la più grande necessità del popolo è l'istruzione religiosa? Ma cos'è questa istruzione religiosa?
In tutto il Brasile si tengono corsi per sacerdoti, suore e laici. Ovunque costatiamo l'identica prospettiva: studio dei principi, tesi conciliari.
I corsi biblici e liturgici partono sempre dall'interno della bibbia e della liturgia.
Sempre realtà interne alla chiesa.
Non si parla dei problemi della vita e delle necessità spirituali dell'uomo...
Quando organizziamo riunioni di comunità cristiane, noi non dialoghiamo quasi mai sulla vita terrestre, non approfondiamo quasi mai i fatti degli uomini alla luce dello spirito evangelico.
Le ultime riunioni dell'Episcopato ci danno l'impressione profonda e seria di una chiesa che non entra nella vita quotidiana degli uomini e del mondo di oggi.
Siamo convinti di vivere ancora tristemente, quanto il Concilio condanna: "questo divorzio tra la fede a cui essi si rifanno ed il comportamento quotidiano è da ritenersi tra i più gravi errori del nostro tempo" (Costit. sulla Chiesa nel mondo di oggi, n° 43).
La dichiarazione di Aparecida, che stabilisce le linee dell'"anno della fede", non sfugge alla prospettiva dell'indottrinamento"

(trecento sacerdoti brasiliani)
 


VOGLIAMO APPROFONDIRE I MOTIVI PER I
QUALI QUESTA PARTE DELLA CHIESA, NELLA
QUALE NOI CI RICONOSCIAMO, È CRITICATA
E A VOLTE RIFIUTATA.
 


Preti, come questi trecento sacerdoti brasiliani, nei quali ci identifichiamo, sono spesso definiti "preti inquieti". Ridurre tutta la problematica, da noi vissuta e sollevata, ad una pura questione psicologica, ci sembra un modo troppo comodo di eludere i problemi che scottano e che impegnano di più.

C'è da domandarsi chi può non essere inquieto di fronte alle scelte decisive a cui è chiamata oggi la chiesa e la società intera.

Siamo accusati di parlare troppo spesso della povertà e della umiltà che devono contraddistinguere l'esistenza della Chiesa; del servizio disinteressato che la chiesa deve offrire al mondo, evitando ogni concorrenza di valori, di conquiste, di realizzazioni; della vita di comunità, della libeRtà e della uguaglianza di tutti i figli di Dio; della importanza e del valore insostituibile che hanno le persone del popolo; del significato prevalentemente profetico che deve avere la vita della Chiesa, in sostituzione del suo attuale significato prevalentemente giuridico, diplomatico, trionfalista.

Siamo accusati e rimproverati per la nostra testimonianza e le nostre prese di posizione in relazione ai gravi problemi della pace, della distruzione totale del genere umano che pesa su tutti come una spada di Damocle, della oppressione, sempre più violenta, da parte dei popoli ricchi, verso i popoli sfruttati, della fame e del sottosviluppo crescenti, del razzismo, del lavoro e della classe operaia...

Se parliamo spesso di queste cose e prendiamo posizione, è perché, attraverso la nostra esistenza sacerdotale, avvertiamo l'urgenza dello Spirito che chiama con insistenza la sua Chiesa e tutto il mondo a scelte coraggiose e veramente decisive.

Alcuni ci accusano di essere troppo polemici.
Si sa bene che quando nella caldaia la pressione raggiunge il limite massimo, scatta la valvola di sicurezza e il vapore esce tumultuosamente. Lo scattare della valvola è un segno provvidenziale della eccessiva pressione. È per lo meno superficiale rifarsela con la valvola.

La polemica è oggi insediata nelle pieghe più nascoste della esistenza di tutti. Volerla nascondere equivale a bloccare tutte le uscite del vapore, significa scegliere la parte dei farisei o quella di Pilato. Non e giusto rifarsela con chi riesce a gettare dietro le spalle l'interesse personale, a vincere la paura e il servilismo, ad accettare il rischio di essere giudicato e trattato male, ad accettare anche il rischio di essere o sembrare eccessivo e superbo.

Mons. Agresti concluse il suo intervento denunziando la situazione di grave disagio che, secondo lui, noi avevamo creato. Egli disse che aveva sofferto molto e che non avrebbe più preso parte alle giornate di studio. Il discorso di Mons. Agresti fu approvato da una parte dei sacerdoti e da l'Arcivescovo.



A QUESTO PUNTO NOI DOMANDIMO AL
CARD. ARCIVESCOVO E AGLI ALTRI
SACERDOTI SE REPUTANO CHE NELLA
COMUNITÀ DIOCESANA CI SIA PIENO
DIRITTO DI CITTADINANZA PER QUESTA
PARTE DELLA CHIESA GIUDICATA
INQUIETA E SCOMODA.
 


Notate bene, non pretendiamo affatto che mutiate il vostro giudizio verso di noi, né tanto meno che facciate le nostre scelte. Come non pretendiamo di cambiare noi stessi (anche se, noi pure, tendiamo continuamente alla nostra conversione), come non pretendiamo di rinunziare alle nostre scelte, finché non ne avremo maturate delle più autentiche.

Vi chiediamo solo se, pur mantenendo verso di noi il vostro giudizio, pensate che ci sia per noi, così come siamo, pieno diritto di cittadinanza nella comunità diocesana; se c'è posto per la nostra ubbidienza giudicata disubbidienza; se c'è posto per la nostra pastorale giudicata eversiva; se c'è posto per la nostra visione teologica giudicata contestativa; se c'è posto per la moltitudine di uomini, dei quali cerchiamo di essere portavoce; se c'è posto per il nostro amore per la Chiesa, giudicato risentimento e rivendicazione.

Vi salutiamo
i sacerdoti
Bruno Borghi - Fabio Masi
Enzo Mazzi - Luigi Rosadoni


Firenze 18 gennaio 1968