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I PERICOLI DELLE SUPPLENZE NELLA CHIESA



È sempre pericoloso, e forse al di fuori del genuino spirito cristiano, limitare la valutazione dei fenomeni a una visuale ristretta nello spazio e nel tempo. Anzi è proprio del cristiano allargare gli orizzonti e vedere in ogni avvenimento, anche se piccolo o insignificante, le orme del cammino di Dio e la sua chiamata sempre particolare e irripetibile. Il tempo non scorre invano e i giorni non sono tutti uguali, ma ogni giorno che passa è la Parusia che si avvicina. Il cristiano è colui che, né oppone inerzia al senso della storia, né corre invano, cioè senza mèta, ma è colui che corre verso il ritorno del Cristo, trascinando nella sua corsa tutto l’universo.
Sarebbe pericoloso, allora, parlare delle supplenze nella Chiesa, limitandosi a considerare i fatti di sacrestia e accusando i laici di mancanza di impegno e i preti di assolutismo o di mancanza di fiducia.
Si dice che la liturgia va male perché c’è troppa indifferenza, perché il popolo non partecipa; facciamo partecipare il popolo con opportune iniziative, e avremo la soddisfazione di una liturgia perfetta.
Si dice anche che l’A.C. è sclerotica perché i laici non si sentono abbastanza responsabili in quanto è il prete che fa tutto: concediamo anche ai laici una parte delle responsabilità concrete dell’apostolato, diamo loro più fiducia nelle nostre organizzazioni, e l’A.C. rifiorirà.
Si dice ancora che l’azione politico-sociale dei cattolici è resa in gran parte infeconda dalle remore della gerarchia ecclesiastica; questa lasci maggior libertà ai laici cattolici, e vedremo tutta l’efficacia della dottrina sociale cristiana ecc... Non ci si domanda, invece, perché i Cristiani sono indifferenti, perché i laici sono poco impegnati, perché i preti sono accaparratori.
Poi ci si accorge che tutti questi sistemi di tira e molla si infrangono inesorabilmente di fronte alla realtà e che basta il gesto così semplice e naturale di un papa che dice solo "occorre aver fiducia nel cammino della storia e nei tempi nuovi che essa inesorabilmente e costantemente instaura", per smontare difficoltà fino allora ritenute insormontabili.

Allora il problema delle supplenze va guardato nell’orizzonte ampio della storia della Chiesa, anzi della storia del Cristo, va giudicato alla luce di una riscoperta generale della immutabile ma infinita e misteriosa ricchezza della Chiesa, e va risolto con la forza di una prontezza interiore e esterna che ci deriva dal non considerare perduto assolutamente nulla di ciò che ci viene rubato o di cui ci spogliamo liberamente, perché Dio solo è la nostra ricchezza.

E anzitutto il problema delle supplenze va illuminato dalla luce che ci viene direttamente dalla esistenza terrena di Gesù.
Gesù non ha mai sopportato equivoci in questo senso. Egli non è venuto nel mondo per porsi con la sua attività salvifica al livello delle strutture del mondo e supplire alle deficienze di questo.
E poteva anche farlo, essendo il Figlio di Dio. Ma ha scelto una strada ben diversa: quella piuttosto della inefficacia, dell’impotenza, della sterilità umana in contrasto con la ricerca di risultati appariscenti propria del mondo; della povertà in contrasto con la ricerca di potenza; del nascondimento, del fallimento umano (la sua vita, la sua morte) in contrasto con certi sbandieramenti e interventi massicci propri della vita del mondo. E se anche il Cristo è intervenuto nell’ordine temporale, la sua azione ha un precipuo carattere di "segno" e non è certo per una soluzione in ordine al temporale.

La Chiesa, che ha Cristo come pietra angolare, Cristo come Capo, come fonte di vita e di nutrimento, la Chiesa che è Cristo, non ha in Lui soltanto l’esempio, ma la ragione di essere e il modo di essere.
Per comprendere il disagio che si è verificato nella Chiesa è necessario tener presente il quadro storico con il quale è venuta in contatto, poiché è proprio il quadro storico che ha posto la Chiesa di fronte ad una scelta, a un orientamento, non sempre conforme alle sue precipue qualità.
Non soffermiamoci sulla vita della comunità dei primi cristiani, che si è mantenuta pura, non ha contratto squilibri.
Sarà sufficiente richiamare alla mente ciò che notano gli Atti degli Apostoli a riguardo di questa comunità.(cap. 2; cap.4)

“Essi erano assidui all'insegnamento degli Apostoli, alle riunioni comuni, alla frazione del pane e alle preghiere. E tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano tutto in comune... lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore aggiungeva alla stessa società ogni giorno gente che si salvasse”. Atti 2, vv. 42,44,47.

“E la moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un’anima sola: non vi era chi dicesse suo quello che possedeva, ma tutto era fra loro in comune. E con grande efficacia gli Apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù, sicché era grande in tutti la grazia... e non v’era alcun bisognoso fra loro”. Atti 4,32-34.

Forse è opportuno far notare, per non essere tacciati di antistorici e per non essere puerili, che non guardiamo a
queste strutture della comunità primitiva come da attuarsi nella comunità di oggi quasi fossero l’elemento determinante di una comunità, ma allo spirito di quella prima comunità, spirito che dava loro la possibilità di attuare delle strutture come la comunanza dei beni.
È il loro spirito, il loro orientamento, il distacco dal temporale (che non porta necessariamente alla comunanza dei
beni) che fa sì che gli Apostoli restino fedeli alla loro mansione di "servitori della parola", cessando una supplenza
che diviene mansione dei diaconi (atti cap.6).
Ma cessato questo primo periodo di unità nella Chiesa pur nella distinzione delle mansioni, unità che mostra tutta la sua antitesi, ma anche tutta la sua apertura verso il mondo che la circonda, ci troviamo di fronte alla Chiesa che entra a far parte dell’impero al livello istituzionale È l’epoca di Costantino.
(È bene che ciascuno rilegga la sintesi storica che fa l’Arnold in "Comunità di fede" quando parla al IV cap. della Chiesa e laicato).
Sarà una necessità per il patriarcato romano, in conseguenza dell’allontanamento del potere centrale dell’impero (dall’occidente all’oriente),svolgere ora una funzione di supplenza.
Si può dire, con padre Feret, che “si potrebbe scrivere un
libro su ‘le Supplenze nella vita della Chiesa’. È indubbiamente molto pericoloso per la Chiesa – continua il professore di Catechesi Biblica all’Ist. Cattolico di Parigi – svolgere supplenze in un ordine che non è il suo. È una esigenza di carità, certo, ma è molto pericoloso, perché si rischia di prenderci gusto...”.
E se possiamo e dobbiamo vedere (per essere oggettivi e sinceri) in questa supplenza, che si sono assunti i patrizi romani e quindi il Papa e i Vescovi (nelle loro diocesi) un atto di carità, va pure notato,(sempre per essere oggettivi e sinceri), che a questa assunzione da parte della Chiesa, in quanto Chiesa, di Vescovi e dal Papa, in quanto Vescovi e Papa, di responsabilità militari e politiche, “si è finito per prenderci gusto, talvolta in modo duraturo, dando così origine e seguitando una in1postazione teocratica pontificale, che ha portato al clericalismo”. (Feret).

La Chiesa, come istituzione umana, entrata nel mondo della storia a livello delle istituzioni storiche, ponendosi quindi in una strada diversa da quella del Cristo, che è e rimane vita e modello della Chiesa. "L’umanità volle anticipare l’eternità, fingere di aver già installato una Chiesa trionfante: essa non ha saputo istituire che un cristianesimo ben piantato e considerato: il contrario quindi del cristianesimo. Il cristianesimo è alternativa nel fondo del cuore, posta a ogni uomo, e a ogni uomo continuamente, non una comoda installazione consolidata dal tempo e dal numero”.(Emmanuel Mounier)
Questo accentramento mansioni, questo mettersi al livello delle istituzioni temprali da parte della Chiesa, questo cercarsi una sfera di interessi ecclesiastici, è stata la causa di rottura fra clero e laici, è stata ed è causa di sfiducia da parte del mondo, che ha visto nella Chiesa, non sempre a torto, una accaparratrice di poteri e di mansioni, che ad essa non spettano.
È una realtà storica che nessun buono storico oggi più ignora, né può ignorare se non vuol mettersi evidentemente contro la verità.

Questa istituzionalità eccessiva della Chiesa si è cristallizzata attraverso i secoli, creando quelle forme di cesaro-papismo di cui ben difficilmente ne valutiamo il peso nei rapporti che si sono stabiliti in seno alla Chiesa e nel rapporto della Chiesa col mondo.
La Riforma ha tentato violentemente un rovesciamento di posizioni, volendo togliere alla Chiesa ogni potere e ogni carattere istituzionale, volendo dare al laico la piena responsabilità e la piena autonomia in ogni campo. Essa pure ha oltrepassato i limiti, determinando uno squilibrio che, invece di sciogliere questa cristallizzazione, ha posto la Chiesa in uno stato di difesa, non solo delle sue mansioni precipue, ma anche della sua istituzionalità e delle sue supplenze.

Forse proprio la Riforma, che non va vista solo nei suoi aspetti negativi, aveva in partenza questo lato positivo:
una rivalutazione del laico nella chiesa, attraverso la rivalutazione della adesione personale a Cristo, insistendo sulla decisione personale della fede da parte del credente.
Vi è quindi la ricerca di riportare la chiesa alla sua genuinità. Ma questa mancanza di equilibrio dei Riformatori, ha messo la Chiesa in condizione di difendersi, non solo, e ciò sarebbe stato giusto e anche umano, ma essa ha continuato a difendersi, a chiudersi in se stessa, ad accentuare la sua istituzionalità, ad accaparrarsi mansioni, a esercitare


(È chiaro che l’ambientazione storica, non superficiale, di questi fatti ci impedisce di levare qualsiasi condanna).
La Riforma mette in evidenza lo spirito di un mondo che vuol distinguersi dalla Chiesa per esercitare una mansione che gli è propria, rifiutando la supplenza della Chiesa.
Di fronte a questo mondo che reagisce, la Chiesa, o meglio gli uomini della Chiesa, coloro che della Chiesa ne fanno una etichetta per avere in mano, in nome della Chiesa e della salvezza delle anime, le sorti politiche, sociali, le strutture del mondo insomma, gridano allo scandalo e alla scristianizzazione del mondo.
"Quando si dice che la chiesa indietreggia, che il mondo si scristianizza, perché gli stati non sono più cristiani, perché l’esercito non è più al suo servizio, perché gli ospedali non servono più alla carità della Chiesa, perché la sicurezza sociale sostituisce l’elemosina, io rispondo: no, si cristianizza! E più noi avanziamo, più sarà necessario che la Chiesa visibile sia puramente Chiesa, centrata sulla parola di Dio, sulla comunione del1a carità, sul culto della verità. Che non sia una delle istituzioni temporali; ma che i suoi membri, che vengono dalla Gerusalemme celeste, siano presenti ovunque, negli ospedali, nei sindacati, nelle fabbriche, ovunque. Il cristiano dunque è colui che vive già nella Gerusalemme celeste, ma che è presente nel mondo che non è ancora salvato, non per fare il clericale o il teocratico. No, assolutamente. Egli vive nel mondo per lavorare in mezzo ai non credenti, accettando che i non credenti cerchino la loro verità nelle istituzioni umane, quella verità che è la stessa ragione umana. Noi non dobbiamo portare di peso la rivelazione nelle istituzioni umane: non come sono ad esempio i sindacati: non c’è rivelazione per la politica, non c’è rivelazione per la medicina, non c’è rivelazione per le università, ecc. C’è una verità razionale, una verità di ragione che tutti gli uomini di buona volontà cercano. E i cristiani debbono trovarsi in testa a queste iniziative, non in quanto cristiani, ma da cristiani.
E gli uomini devono andare alla Chiesa soltanto per questo, per ascoltare la parola di Dio, per trovarvi la comunione della carità, per rendere a Dio il culto di verità. Perciò è necessario che la Chiesa si liberi da ogni compromissione con la società nelle loro strutture temporali, per non essere che se stessa”. (P. Feret)

Oggi si sta aprendo per la Chiesa un cammino meraviglioso.

Oggi la Chiesa, proprio nelle sfere più alte, sente e invita a questa revisione. Il Papa ha dato una impronta decisiva e ha posto, insieme ai vescovi, il germe per una nuova vitalità della Chiesa, una riscoperta della Chiesa e una rivalutazione delle strutture proprie del mondo.
Certo questa riscoperta e questa rivalutazione andrà anche incontro a oscillazioni. Però si è preso l’avvio e non si può tornare indietro, poiché la chiesa si è aperta al mondo, si è aperta agli uomini e il mondo e gli uomini sono e saranno esigenti verso la Chiesa. Il mondo che è senza speranza, sente il bisogno di chi lo faccia sperare; il mondo che cerca amore fraternità e pace, aspetta questo amore, questa fraternità e pace; il mondo, destinato alla distruzione, sente imperioso il bisogno di Salvezza. Accetterà questa speranza, questa fraternità questa salvezza dalla Chiesa, se essa, come Cristo, non deluderà gli uomini attraverso la mescolanza di queste

realtà che essa possiede, con secondi fini, che rimangono tali anche se vengono variamente giustificati.
Certo, il cammino iniziato ha bisogno di essere inteso da una parte della Chiesa stessa. E ciò non può deludere e neppure scandalizzare, né può portarci a giudicare i singoli.
La Chiesa sta tirandosi dietro il peso di secoli e non le sarà facile spogliarsi da un fardello così pesante. Ci si sta movendo con un orientamento nuovo, anche se, per inerzia, siamo portati a continuare un cammino che si è protratto per tanto tempo.
Perché è ancora triste storia dei giorni nostri questa visione clericale del mondo, questa infiltrazione clericale a livello delle strutture politico-sociali, questa difesa di istituzioni che fanno parte non della rivelazione ma dell’opinabile e che possono o che debbono cambiare, poiché hanno fatto il loro tempo, recano danno, impedendo lo sviluppo della Comunità dei Credenti che sia veramente tale, purificata dalle scorie del temporale, e che trascende le istituzioni temporali, sia chiara significazione del regno di Dio, poiché compito specifico della Chiesa è la finalizzazione della storia del mondo e quindi delle sue strutture, rispettosa e aperta alle verità che il mondo stesso si dà a trovare e a realizzare nell’ordine che gli compete.

Ci vorrebbe molto tempo per un esame della situazione odierna nella quale ancora siamo dome impaniati.
Basta pensare all’ingerenza clericale nelle strutture politiche, sociali, economiche del nostro paese (pensate alla reazione liberale di fronte all’atteggiamento del pontefice!)
Che dire poi delle raccomandazioni, delle informazioni che si richiedono ai preti, quasi perché, essendo preti, fosse loro competenza difendere lo Stato o l’ordine costituito o il buon andamento degli interessi economici di alcuni. Si cerca ancora una potenza esteriore alla Chiesa, si ricercano i mezzi più o meno massicci e spettacolari, si cerca di porre nei posti chiave della economia e della politica coloro che, con una parola tanto cattiva quanto poco cristiana, vengono detti “i nostri”. E gli altri chi sono, e di chi sono?

Basta pensare a queste cose(non sono certo tutte: voi stessi ne potete trovare molte più di me), a queste cose che sono vere, anche se talvolta ci manca il coraggio di riconoscerle e molto più di dirle, per avere un quadro della situazione odierna.

Per Grazia di Dio la Chiesa ha avvertito tutto ciò.
Il cardinale Lercaro ha detto che “la Chiesa ha da spogliarsi di tutto ciò che può essere scandalo al povero... E di fronte al povero che non ha niente la Chiesa deve spogliarsi di tutto: dei suoi accaparramenti, degli appoggi, dei privilegi, della sua potenza esteriore e ritornare ad essere Cristo che non aveva una pietra su cui poggiare il capo...”.
Diverse sono state le lettere pastorali di Vescovi, e anche di più vescovi insieme (i Vescovi d’Olanda, del Congo, i Vescovi Polacchi) che hanno messo in evidenza una necessità di nuovo cammino "Noi ringraziamo Iddio che ci ha privato dei mezzi, poiché non cadremo nella tentazione di usarne..."
Solo una frase ho riportato (dei vescovi polacchi): ma sembra a me indice di questo nuovo cammino.

"Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è il coraggio di rischiare. La chiesa evidentemente non vuole e non deve essere una società nella quale dominano gli schemi, gli uffici, gli apparati, i funzionari, ma una comunità di uomini liberi e coraggiosi". (Arnold)

È chiaro allora che la Chiesa si trova oggi in una crisi propria delle epoche di transizione.
Situazioni storiche, strutture, mentalità, certezze, ideali e speranze, fino ad ora considerati intoccabili, crollano sotto il loro stesso peso divenuto superiore al limite di rottura.
Ma la decomposizione stessa del mondo morente genera lentamente e faticosamente il mondo degli uomini nuovi. Nulla rimane inalterato, né esistono persone che possono rimanere al di fuori di questo processo storico. La crisi, anzi, è situata proprio nell’intimo di ognuno, dove essa opera la divisione e impone la scelta.


La Chiesa stessa partecipa a questo processo di morte e di rinascita, anzi è lei stessa che, morendo col mondo, deve seminarvi i germi della resurrezione. Che valore avrebbero altrimenti le mutazioni storiche? L’interpretazione ciclica della storia sarebbe l’unica possibile e la disperazione e la morte avrebbero l’ultima parola.
Si sa benissimo che il mondo di domani non sarà migliore di quello di ieri, né la Chiesa ha la missione di illudere gli uomini a riguardo di un futuro mondo migliore: ma nemmeno di prolungare la loro agonia, puntellando le strutture morenti.
Essa ha il compito di vivificare il vagare del mondo, testimoniando la presenza del Risorto e annunziando il suo Ritorno.
Ogni volta che la Chiesa, in quanto tale, pretende invece di giudicare o di equilibrare o di proteggere il vagare del mondo essa pregiudica la sua stessa missione.
Da parte della Chiesa non si tratta quindi né di fare un’opera di protezione, né di aggiornamento occasionale. Si tratta di ravvivare la prontezza e la disponibilità alla volontà di Dio che è significata dagli avvenimenti.
Ora mi sembra proprio segno di mancanza di prontezza e di fiducia non solo l’opporsi massimalisticamente ad ogni riforma, ma anche la ricerca di aggiornamenti Tattici o tecnici o occasionali, riguardanti i nomi o le formule di istituzioni o di strutture che si considerano intoccabili. È come mettere una toppa nuova su un vestito vecchio...
Dico che sono pericolosi questi rattoppamenti poiché possono dare l’impressione di un rinnovamento, di un cammino, ma hanno per effetto il rallentamento di un cammino che sarebbe più vero e più vivo.
Non dico che anch’essi non servano a Dio per il raggiungimento dei suoi disegni...
Certo come nessuno in definitiva può sfuggire a questo sviluppo storico nel quale, nonostante tutto. si realizza il disegno di Dio, così nessuno può sfuggire al compromesso. Sarebbe puerile pensare ad un totale disincarnamento da questo mondo dove non possono esistere i “puri”.
Ogni uomo, anche il più pronto e il più disponibile, non sfugge a qualche compromesso.
Ma la diversità sta nel fatto che colui che opera rattoppamento, puntellamento, si compromette col mondo ma non cammina: fa solo opera del passato, lavora per un mondo che muore.
Colui che cade nel compromesso, e non può non cadervi, ma è questo per lui non punto di arrivo ma di partenza, egli cammina con la storia ed è pronto a vedere nella storia il compiersi del mistero di Dio e negli avvenimenti storici una chiamata di Dio.
Colui che è attento agli eventi storici e cerca di capirli, andando incontro a essi con spirito nuovo cadrà egualmente nel compromesso, ma è sempre pronto a ripartire e il suo essersi compromesso gli diventa positivo in quanto gli dà esperienza per un nuovo cammino.
Lo stesso si può dire riguardo al mondo operaio: tutti gli espedienti per la riconquista di quel mondo, espedienti che sono rattoppamento di vecchie formule e non cammino per una visione diversa vedendolo pienamente inserito nel piano storico e nel mistero di Dio che opera nella storia, agisce per un mondo che muore e si mette al di fuori del nuovo mondo che nasce.

Chi di fronte alla liturgia crede di rinnovarla attraverso espedienti o trucchi quali possono essere ad esempio l’altare rivoltato verso il popolo, la casula al posto della pianeta, far risponder tutti alla Messa ecc., considerandoli come fine a se stessi, ugualmente opera per un mondo me muore. Si può anche :1 rivoltare l'altare, si possono tentare dei rinnovamenti, ma con lo spirito di colui me parte e sa che le sue iniziative sono solo punto di partenza.
Si può pensare al rinnovamento stesso della Chiesa, del laicato nella chiesa, ma occorre evitare la tentazione del risultato immediato attraverso formule tattiche. Il pericolo della supplenza rimane, nonostante tutti i tentativi, finché questi rimangono radicati nella vecchia mentalità e nelle vecchie strutture. Occorre inserire i tentativi in un orientamento nuovo che liberato dai condizionamenti di una tradizione troppo vicina si protende verso il futuro, riscoprendo e riproponendo i valori della tradizione vasta e più genuina della Chiesa.
Certamente il prezzo di tale atteggiamento è il rischio; d’altra parte è lo stesso prezzo della Fede: si sa che si comincia, non si sa dove si arriverà.
Proprio perché il rischio è prezzo della fede occorre vedere in esso l’elemento risolutivo. È infatti attraverso la partecipazione a questo rischio che il laico sentirà l’esigenza di una adesione più pura e responsabile. In tal modo la Chiesa ritroverà quella unità, nella distinzione delle mansioni, che proprio dalla Fede trae il suo vero nutrimento.
 


LA NOSTRA ESPERIENZA



Anzitutto la purezza della nostra missione significata dalla purezza della nostra vita sacerdotale, orientata verso il distacco da ogni interesse (famiglia, beni, cerchia di penitenti, popolarità, efficacia, numero, risultati, dignità di principio).

Il primato dello spirituale.

La fiducia e la disponibilità verso tutti i più lontani, i più peccatori e i più poveri.

Questo ha portato come conseguenza alla impostazione di una vita sacerdotale comunitaria, che a sua volta si è rivelata come il più autentico elemento purificatore della nostra vita personale.

Ma la conseguenza ultima è stata la seminagione dall’interno di germi vivificatori in senso comunitario, nell’insieme della parrocchia.
Il distacco infatti genera distacco e la disponibilità, disponibilità.
I frutti sono naturalmente allo stato germinale e non spetta a noi raccogliere.
Anzi noi ci troviamo a raccogliere solo innumerevoli mancanze ed errori, di cui cerchiamo di non far mistero, proprio perché sia Dio ad agire il più liberamente possibile