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Firenze, 7 ottobre 1964


Eccellenza Reverendissima
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di fronte alla lettera spedita anche a noi da don Borghi e da don Milani ci siamo domandati che fare.
Ignorarla significherebbe prima di tutto ignorare la sofferenza di chi l'ha scritta e ancor più la sofferenza di Lei cui era in ultima analisi diretta.
In secondo luogo significherebbe che noi non partecipiamo alla vita e ai problemi della Chiesa fiorentina, che non li sentiamo come nostri e che non vogliamo far niente per affrontarli e risolverli.
In terzo luogo ignorarla significherebbe non avvertire il problema, non sentire la spinta dell'azione dello Spirito Santo nella sua chiesa e nel mondo intero; azione che spinge così fortemente gli uomini alla comprensione, al dialogo, all'apertura. Significherebbe, in pratica, per noi, vivere come se il Concilio non esistesse e non ci illuminasse così chiaramente a proposito dei rapporti da rinnovare all'interno della Chiesa e nei riguardi del mondo.
Dunque il problema di fondo suscitato dalla lettera suddetta ci tocca motto da vicino e sentiamo il dovere di esprimerle in, qualche modo il nostro pensiero.
E anzitutto dobbiamo dire che la forma della lettera, la maniera cioè come quel problema di fondo è sollevato, ci sconcerta e non ci trova consenzienti.
Contemporaneamente però sentiamo anche il bisogno di fare un doveroso sforzo di comprensione verso coloro che l'hanno scritta, verso la loro personalità caratteristica, verso il loro Amore per la Chiesa di Dio e per le persone che la compongono, amore che noi sappiamo grande e che non possiamo non vedere dietro la durezza stessa delle espressioni.
Del resto noi stessi siamo continuamente angustiati dal problema della unificazione fra la carità e la verità e se non possiamo acconsentire al modo di agire di don Borghi e di don Milani, tanto meno sentiamo di poter condividere il sistema, purtroppo diffuso, del chiacchiericcio o del giudizio inespresso.
Neppure crediamo che esista una formula perfetta di equilibrio; semmai esistono esempi a cui riferirci e primo di tutti l'esempio che state dando Voi, Padri del Concilio. Voi state infatti orientando la Chiesa verso nuove mete di convergenza fra carità e verità, insegnandoci come non ci si deve mai fermare o adagiare, né mai scoraggiare di fronte alle impossibilità concrete dovute alla nostra miseria, ma si deve invece ricominciare costantemente a cercare con pazienza, intelligenza e fiducia.
Questo secondo noi il problema di fondo che suscita la forma stessa della lettera, oltre che il suo contenuto.
Per superare il dilemma di dover tacere, contro la coscienza, la verità chiaramente intesa (non parliamo nemmeno della possibilità di criticare dietro le spalle), o di doverla esprimere mancando di carità, vediamo come ottima soluzione lo stabilirsi di un rapporto di maggiore reciproca confidenza, non solo a livello individuale, ma a livello comunitario. Infatti il rapporto individuale non ci può bastare se non è essenzialmente integrato da quello comuitario, perché noi siamo e ci sentiamo chiesa.
Siamo certi che Lei per primo sente queste esigenze e che questo è il motivo che Lo ha spinto a convocare le giornate sacerdotali. Anche noi non ne rimanemmo soddisfatti perché aspiravamo a un dialogo, ma abbiamo fiducia che l'esigenza rimane viva in Lei e in noi e che la stessa troverà altre forme per esprimersi meglio.
Anzi per questa fiducia siamo convinti che, superato il primo momento di smarrimento e di sofferenza, si troverà il modo di dare concreta risposta a questa esigenza di dialogo così vastamente sentita, attraverso opportune riunioni o in altra forma che Ella crederà più opportuna.
Infine dobbiamo dirLe che crediamo doveroso e sentiamo come esigenza un atteggiamento di filiale comprensione verso le difficoltà grandi del governo della Diocesi e in particolare della Diocesi fiorentina, difficoltà che a volte impongono decisioni che al di fuori possono apparire incomprensibili e addirittura errate, né per principio possiamo pretendere che non siano tali. Anzi proprio per questo sentiamo il dovere di condividere, quando sia possibile e nei modi opportuni, tali difficoltà e tali responsabilità.
Questa lettera, che sarà certamente da Lei intesa come espressione di confidenza filiale, la spediamo per conoscenza a don Borghi e a don Milani. Diciamo loro che se non possiamo in coscienza aderire alla loro iniziativa, non è perché non sentiamo il bisogno di fare molti passi verso l'approfondimento e la maturazione di un dialogo nella chiesa, ma perché l'aderire alla loro iniziativa, nelle forme concrete in cui la propongono, significherebbe avallare e assumere un atteggiamento che se dobbiamo cercare senz'altro di comprendere, al tempo stesso desideriamo vivamente superare.
Devotamente

f/to Sac. Enzo Mazzi
Sac. Sergio Gomiti
D. Danilo Franceschi
Don Giorgio Bianchi