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PREGHIERA, APOSTOLATO E VITA COMUNE – Studio gennaio 1965

 

 


Tutti noi conosciamo l'intimo travaglio nel quale, fin dal seminario, ci siamo trovati per accordare insieme questi due aspetti della vita cristiana: preghiera e apostolato.
Siamo stati invitati a superare il problema considerando la preghiera come l’anima dell’apostolato. Si tratta di accentuare fortemente l’aspetto normalmente meno invitante della vita cristiana, mettendoci in guardia dagli eccessi dell’attivismo naturalistico.
Poi abbiamo scoperto che anche la preghiera celava le sue insidie e non erano le meno pericolose.
Allora abbiamo capito che preghiera e apostolato non potevano essere due elementi quasi in contrapposizione fra loro, ma due aspetti di un’unica realtà.
Siamo stati portati a pensare che la preghiera, nella sua forma specifica, fosse apostolato e che l’apostolato, nelle sue varie forme di attività, fosse preghiera. Ma come?
Molte soluzioni, secondo noi, risultano immature e insoddisfacenti, perché non pongono le due cose su di un comune fondamento capace di unificarle in modo tale da escludere il dualismo sopraccennato.
Bisogna riconoscere che non è un problema semplice quello che dobbiamo affrontare, né crediamo esistano ricette provate.
Ciascuno di noi in questo ha una esperienza.
Per quello che è stata finora la nostra esperienza comune (questa relazione è il frutto del lavoro di quattro sacerdoti) ci sembra che l’avvio alla soluzione del problema non stia tanto in una ricerca di equilibrio esteriore tra preghiera e apostolato, ma nella ricerca di un fondamento della vita sacerdotale capace di unificarla in tutti i suoi aspetti, tanto da costituirla, non come un insieme di tanti elementi giustapposti (preghiera, ascesi personale, studio, vita di apostolato, impegni a carattere istituzionale ecc. ), ma come un tutt’uno organico evitale.
Questo fondamento capace di unificare in profondità la esistenza sacerdotale non può essere che Cristo e precisamente la nostra immedesimazione e assimilazione a Lui.
Notiamo una volta per tutte che quando parliamo di vita o esistenza sacerdotale non intendiamo assolutamente contrapporla alla vita e alla esistenza cristiana.
Il Concilio ha ormai chiarito ogni dubbio: il Popolo di Dio, nel suo insieme, è un popolo sacerdotale e la vita cristiana è una vita essenzialmente sacerdotale, non in senso vago, ma ben preciso e completo di tutti gli aspetti del Sacerdozio di Cristo.
Vogliamo ancora notare che sappiamo di dire cose ovvie a proposito del tema che stiamo affrontando. Non siamo affatto dei teologi e se dobbiamo premettere alcune indicazioni a carattere più o meno teologico è perché crediamo profondamente nell’intimo legame che c’è e ci deve essere sempre più tra teologia e vita o esperienza pratica).

***
Nella nostra vita di preghiera sia personale che comune, diamo molta importanza alla comprensione della figura di Gesù e della sua esistenza così come ci è presentata dalla Scrittura da tutta la Scrittura. E abbiamo sto come il Sacerdozio di Gesù è veramente uno, unico e universale.
Non ci sono in Lui dualismi o pluralismi di elementi contrapposti.
In particolare, preghiera e apostolato si armonizzano in Gesù fino a identificarsi.
Ci sono i momenti di preghiera con assenza apparente di attività e ci sono i momenti di attività con assenza apparente di preghiera.
Ma Gesù più volte afferma chiaramente che in Lui a queste due cose c’è una identità sostanziale la quale è all’origine del Suo meraviglioso equilibrio spirituale, psicologico e operativo.
Basta pensare ad affermazioni come queste:
“In verità vi assicuro: il Figlio non può far nulla da sé, se non ciò che ha veduto fare dal Padre; perché tutte le cose che fa Lui, le fa allo stesso modo anche il Figlio.
Padre, infatti, ama il Figlio e gli manifesta tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché voi ne restiate meravigliati”. Gv. 5, 19-20)
“Padre ti ringrazio di avermi esaudito. Sapevo bene le mi esaudisci sempre; ma l’ho detto per il popolo che i circonda, affinché credano che tu mi hai mandato”.(Gv.11,41-42).
Noi crediamo che il fondamento di questa unità sostanziale del Sacerdozio di Gesù sia da ricercarsi nella la unità col Padre, unità espressa e testimoniata dal suo costante atteggiamento di ubbidienza e di servizio fino alla morte di Croce.
Una specie di ricapitolazione di tutto questo lo posiamo trovare nella lettera agli Ebrei al cap. 10: “Ecco perché entrando in questo mondo, Cristo dice: - Non hai voluto né sacrifici né offerte, ma tu mi hai formato un corpo; non hai gradito né olocausti né vittime per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo, - così sta scritto di me nel Libro della legge, - per fare, o Dio, la tua volontà”. Egli comincia col dire: “Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici, né offerte, né olocausti, né vittime per il peccato”, essendo tutte cose che si offrono secondo la Legge; poi dichiara: “Ecco, io vengo, per fare la tua volontà”. Abolisce così la prima parte, per stabilire la seconda. “È in forza di questa volontà che noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del Corpo di Cristo una volta per sempre ».
Dunque, l’offerta del Corpo di Cristo una volta per sempre è il fondamento dell’armonia, anzi dell’identità fra il compimento della volontà del Padre e la santificazione degli uomini.
È precisamente a questa offerta del Corpo di Cristo che noi siamo stati chiamati a partecipare non solo psicologicamente, ma con tutto il nostro essere attraverso una assimilazione di Cristo che ci fa uno con Lui, come Lui è uno col Padre.
Ed è in questa partecipazione viva e vitale all’offerta del Corpo di Cristo che costituisce, anche in noi, il fondamento della armonia, anzi dell’identità fra il compimento della volontà del Padre e la santificazione degli uomini nostri fratelli; fra la contemplazione, l’adorazione, la glorificazione, la preghiera e il ministero attivo negli innumerevoli suoi aspetti.
Capito questo, non significa per nulla aver trovato la formula, quindi aver superato tutte le difficoltà.
Si tratta infatti della comprensione vitale di un mistero grande che richiede in noi un atteggiamento continuo di ricerca, di conversione e di prontezza.
***

A questo punto possiamo inserire alcune parole su come noi abbiamo compiuto questa ricerca di unificazione e armonizzazione
della vita sacerdotale, quale è stata cioè la nostra volontà di risposta, chiaramente limitata e imperfetta, alla chiamata a partecipare all’offerta del Corpo di Cristo.
Siamo quattro sacerdoti che attualmente svolgono il loro ministero in tre parrocchie della periferia di Firenze a breve distanza tra loro. Tre di noi siamo parroci ed uno è vicario cooperatore. Tutte e tre le nostre parrocchie sono state iniziate da noi.
Ci siamo trovati quindi nelle condizioni più favorevoli per una ricerca di rinnovamento per una impostazione della vita sacerdotale e della pastorale.
Fin dall'inizio abbiamo sentito che tali favorevoli condizioni costituivano per noi una grande responsabilità, e ci siamo domandati che cosa si doveva mettere a fondamento di tutto per vivere il nostro sacerdozio, e quindi la nostra missione e il nostro apostolato, nella volontà di Dio, in atteggiamento di preghiera.
E ci è sembrato che, prima di tutto, fosse a noi richiesta la vita comune tra sacerdoti.
Questa vita comunitaria noi l’abbiamo intesa proprio come ricerca della volontà di Dio e del suo compimento, e ciò, prima di tUtto, attraverso un accoglimento reciproco in quanto figli di Dio, al di là e al di sopra di ogni utilità e interesse sia personale che di apostolato.
Eravamo insieme, e lo siamo ancora, non perché c’erano tante cose da fare, ma perché Dio ci aveva fatti incontrare, affinché, attraverso la nostra fraternità, fossimo testimoni del suo amore.

Questa idea ci ha portato a questi fatti pratici
1)All’accettazione dei limiti, delle antipatie, dei contrasti di idee e di carattere, all’accettazione della difficoltà a comprendersi.
2) Alla ricerca di una vita di povertà, di distacco, di ubbidienza vicendevole, di attenzione e di apertura reciproca e quindi alla:
messa in comune dei beni, e questo in maniera radicale; in pratica noi si mette tutto quanto in comune. L ‘amministrazione è tenuta dal cappellano, perché lo stipendio del cappellano non sembri una specie di elargizione da parte del parroco, è molto meglio che sia il parroco che va dal cappellano a chiedere denaro.
messa in comune della economia: si tratta di cose molto semplici. Per le spese personali di un certo rilievo ci si avvisa - per quelle che sono spese di maggior rilievo, anche se servono a noi tre, non soltanto ci si consiglia tra di noi, ma anche con i laici, perché, come diremo più avanti, anch’essi vengono inseriti in questa comunità.
messa in comune delle responsabilità: nessuno di noi ha un compito esclusivo (solo per i fanciulli o solo per gli adulti...); ciascuno logicamente è necessario, si prende le proprie responsabilità, ma non in maniera tale da non permettere che anche l’altro possa fare la sua esperienza nello stesso settore.
messa in comune dei legami di amicizia e dei rapporti personali: cerchiamo che non si formi una cerchia di persone attorno ad un determinato prete, o che si formino dei legami di amicizia con un prete in maniera da escludere gli altri.

Perciò non c’è neanche un confessionale proprio, per abituare la gente ad avere davanti il "sacerdote" e non il prete tal dei tali.
Così si scambia l’orario delle Messe: non c’è la Messa del parroco e la Messa del cappellano, ecc. Cerchiamo insomma di non creare quel clima di personalismi, e questa è la cosa più difficile: un mio rapporto personale con delle persone non chiuderlo mai agli altri, ma sentirlo e viverlo come cosa comune di tutti.
Questo ci ha portato alla comunione della parola di Dio, ricercando in essa il significato più profondo della nostra vita. Il giovedì mattina ci si ritrova insieme ogni settimana per dedicarlo in particolare al Vangelo, allo studio personale e allo studio comunitario, cioè alla messa in comune degli appelli ricevuti durante lo studio personale; il venerdì sera ci si ritrova di nuovo per programmare la predicazione della domenica e il sabato uno dei quattro ha il compito di preparare uno schema per la predicazione domenicale, che viene fatta nelle parrocchie in eguale maniera.
3) Tale idea ci ha portato alla comunione nella parola di Dio, ricercando in essa il significato più profondo della nostra vita.

Abbiamo incontrato delle difficoltà:
1) Il contatto continuo ci ha portato a scoprire i limiti vicendevoli, gli egoismi personali capaci di creare reazioni di difesa.
2) La difficoltà derivante dalla posizione giuridica della Chiesa: essere parroci di parrocchie diverse, l’essere parroci e vicario cooperatore. Spesso la nostra ricerca di fraternità e di corresponsabilità poteva dare l’impressione del paternalismo nel rapporto parroco-cappellano e dello sgravio di responsabilità da una parte e la fuga delle responsabilità dall’altra.
3) Terza difficoltà, la più dura, quella della ricerca di messa in comune dell’amicizia e del rapporto personale con gli altri.
Possiamo affermare però che tali difficoltà non ci hanno fermato nella nostra ricerca, anche se in certi momenti si è avuta l’impressione di essere rimasti bloccati.
Riguardo sempre ai fatti pratici dobbiamo dire che, almeno per noi, i più facili e i più felici sono stati quelli della messa in comune dei beni e della economia e quello della comunione nella parola di Dio.
Diciamo non solo più facili, ma i più felici perché ci sono stati di enorme aiuto per la ricerca di un superamento delle altre difficoltà.
Questa ricerca di vita comune tra noi preti è stato il momento più fondamentale della nostra vita sacerdotale e quindi della nostra preghiera e del nostro apostolato. Apostolato e preghiera, anche nei loro aspetti specifici, almeno secondo noi, non solo hanno trovato il loro senso attraverso la vita comune, ma in questa li abbiamo visti come radicalmente identificati e da essa trarre la loro più autentica significazione.
Fino dal principio ci siamo resi conto che questa vita comune poteva aver significato solo se era frutto di una ricerca di disponibilità completa a Dio e agli altri e quindi come comunità totalmente aperta.
Per questo, fino dal 1955, ci siamo incontrati con altri sacerdoti per approfondire e vivere insieme il significato del sacerdozio attraverso la Parola di Dio, lo studio e la partecipazione delle proprie esperienze parrocchiali.
Tali incontri hanno subito vicende alterne per varie difficoltà.
Queste difficoltà sono scaturite in parte dalla nostra immaturità, dalla differenza di impostazione parrocchiale, dall’individualismo così forte in noi sacerdoti legati alla propria impostazione personale, individualismo che ci fa sentire reucci nel proprio regno... E, non ultima causa di difficoltà all’incontro, la troppo opprimente istituzionalità capace di assorbire talmente un prete da togliergli la visuale di ciò che è più fondamentale, da non permettere di trovare il tempo per ritrovarsi assieme.
Particolarmente difficile è stato e lo è tutt’ora l’incontro con l’insieme dei sacerdoti della diocesi.
Queste difficoltà ci hanno d’altra parte spinto a ricercare ancora una apertura verso gli altri sacerdoti, cercando di renderci disponibili per quanto ci poteva essere richiesto, facendo attenzione alle loro scelte che più ci sembrano secondo il Vangelo, approfittando delle occasioni che ci venivano offerte per incontrarci con loro.
La ricerca di disponibilità completa a Dio e agli altri, da cui è scaturita la nostra comunità sacerdotale, non poteva logicamente non aprire questa nostra comunità ai laici più impegnati e, insieme a loro, alla parrocchia intera. Questa apertura si è espressa attraverso una vita di comunione con loro, nutrita attraverso la meditazione della Parola di Dio che ha avuto fasi alterne, attraverso una comunione di responsabilità e di impegni, comunione per alcuni di loro anche molto intensa.
Anche questa comunità di sacerdoti e laici ha sentito la necessità vitale di essere totalmente aperta.
Questa apertura si è intensificata specialmente in questi ultimi tempi conciliari e post-conciliari, sospinti in ciò da una visione molto allargata della Chiesa e dalla attenzione costante alla presenza e alla azione dello Spirito al di là di tutte le strutture istituzionali.
Un particolare segno di questa esigenza della comunità tra sacerdoti e laici ad una apertura totale è l'assemblea che il giovedì sera, dopo cena, si tiene nella Chiesa.
Tale assemblea è aperta a tutti i parrocchiani, anche a coloro che normalmente non frequentano la chiesa o che la guardano con una certa indifferenza. È condotta da moderatori laici, a turno.
In queste assemblee vengono presentati gli spunti evangelici frutto della ricerca sul vangelo fatto da noi sacerdoti il giovedì mattina.
Quegli spunti da noi presentati vengono liberamente discussi da tutti coloro che intendono intervenire o per approfondirli o per arricchirli attraverso l’esperienza pratica.
Il risultato della meditazione dei sacerdoti e della discussione con i laici è ciò che serve per la predicazione della domenica.
Durante tali assemblee ciascuno può proporre dei temi o dei problemi pratici da discutere e, sempre in tali assemblee, vengono prese le decisioni più importanti riguardo alla vita della parrocchia.


Tutta questa ricerca di autenticità di vita cristiana e sacerdotale dovrebbe trovare evidentemente il suo compimento e il suo primo nutrimento nella Liturgia.
Effettivamente sentiamo che in qualche modo lo trova, però in pratica incontriamo grande difficoltà a chiarire, e esplicitare e a prendere coscienza di tutta la validità e la ricchezza che intravediamo nel rapporto tra la vita pratica (che potremmo chiamare liturgia diffusa) e la azione liturgica in senso stretto.
Prendiamo ad esempio la Confessione.
Nella nostra vita comune cerchiamo di vivere in un atteggiamento di apertura, di sincerità e di confessione reciproca dei propri limiti. Però non riusciamo a vedere come coronarlo e nutrirlo attraverso la confessione sacramentale.
Lo stesso vale per la Liturgia della Parola.
Fra la nostra meditazione della Scrittura o le assemblee parrocchiali impostate sulla Parola di Dio e la Liturgia della Parola, sia nelle messe domenicali sia in modo particolare nelle messe dei giorni feriali, avvertiamo un baratro, nonostante che si siano ricercati tutti i legami possibili.
Lo stesso per la Liturgia Eucaristica e in modo estremo per il Breviario. Dire il Breviario, dirlo insieme, è fatto per fiducia e ubbidienza cieca; però non si vede bene che cosa esso coroni e cosa nutrisca.

Discussione
Alla relazione è seguita una discussione fra sacerdoti, alla presenza di p. Ancel, che riportiamo come è stata registrata,

DOMANDA
Qual’è il tempo che voi potete dedicare alla preghiera insieme?

RISPOSTA
La preghiera insieme, in particolare noi l’abbiamo concentrata in quel giovedì mattina, che vi è completamente dedicato. Il giovedì, in pratica, noi non esistiamo dalla Messa del mattino fino all’una. Si cerca di far di tutto per non muoversi, se non per chiamate urgenti.

DOMANDA
A quale punto preciso della vostra esperienza di vita comunitaria avete sentito il bisogno della presenza dei laici, e come avete realizzato il loro inserimento, e se questi laici sono qualificati oppure persone qualsiasi?

RISPOSTA
Nella parrocchia, in cui lavoro da un anno, ho trovato un gruppo di persone che già facevano qualcosa da sé, che desideravano impegnarsi. Appena sono arrivato, ho detto loro: “Non voglio che la mia presenza sia tale da togliervi le vostre responsabilità, quindi collaboriamo insieme, vediamo come si può impostare il nostro lavoro nella parrocchia”.
Insieme abbiamo deciso che il lavoro parrocchiale non potevo né impostarlo io, che non ne avevo il diritto e nemmeno loro, perché la parrocchia non apparteneva soltanto a loro. Abbiamo mandato una lettera a tutti in questi termini: nasce una parrocchia; siccome la parrocchia è una famiglia e siamo fratelli e in una famiglia le cose si vedono, si decidono insieme, ritroviamoci e vediamo come impostare la nostra presenza di cristiani nell’ambiente nel quale si vive. Ho invitato i capi della famiglia; ne sono venuti una settantina e con loro si è discusso, si è fatto una relazione e si è mandata a tutti gli altrii, avvertendoli delle linee di risoluzione prese e della intenzione di riesaminarle nelle successive riunioni.
Il parroco lo vedo in quanto Padre, però io, sinceramente, non mi sento di fare le funzioni di Padre, perché non mi sento tanto "paterno" quanto invece "fraterno".

DOMANDA
Queste riunioni che si fanno nella prima parrocchia sono interparrocchiali?

RISPOSTA
No, praticamente è solo la prima parrocchia che fa la riunione del giovedì sera; nella mia parrocchia faccio soltanto una riunione il martedì sera sulla Bibbia, per ora; e non trattando dei problemi pratici, perché questo richiede un certo cammino, una certa maturazione nelle persone, perché si sentano responsabili anche verso gli altri fratelli. Non escludiamo anche i problemi del posto, ma non nella forma che si attua nella prima parrocchia.

DOMANDA
Qual’è la percentuale, rispetto a tutti i parrocchiani, dei partecipanti all'assemblea che si fa nella prima parrocchia?

RISPOSTA
La percentuale si allarga e si restringe. La prima volta si son trovati circa 400, poi si sono ridotti a 150 persone.
Del resto è difficile per un operaio, tornato dal lavoro, uscire alla sera per andare alla riunione; è l’ unico momento in cui la famiglia si riunisce!

DOMANDA
Le riunioni sulla Sacra Scrittura si limitano allo studio del Vangelo oppure conducono alla conoscenza progressiva della Bibbia?

RISPOSTA
È una specie di itinerario biblico -la Storia della Salvezza -però cercando di prendere nella Bibbia il nutrimento per il cammino quotidiano.

DOMANDA
Come mai lei parla di baratro tra vita apostolica e liturgia, quando sappiamo che la liturgia è l’apostolato più vitale del sacerdote?

RISPOSTA
In teoria, sì. Per la teologia è tutto sicuro, però da un punto di vista vitale ci si rende conto che la liturgia è separata dalla vita. Mi pare che oggi il cammino della Chiesa sia proprio quello di renderla vitale, che la vita cioè si esprima attraverso la liturgia e non sia quest’ultima una “vita” giustapposta alla vita pratica. Quindi si tratta di trovare il modo di fare della vita pratica una liturgia.

DOMANDA
Come rispettate le esigenze della persona in quella messa in comune dell’ amicizia e nello scambio dei confessionali?

RISPOSTA
Se una persona non può far a meno di andare dallo stesso prete, è una cosa che riguarda direttamente lei, però non posso essere io a crearmi dintorno un circolo di persone, che è legato strettamente a me, con esclusione degli altri sacerdoti. Altrimenti il giorno che me ne vado, crolla la parrocchia; io sono a servizio della parrocchia, non sono la parrocchia.

DOMANDA
Si possono mettere le amicizie in comune solo se l’amico è contento!

RISPOSTA
Che ciascuno abbia un rapporto più o meno profondo con alcune persone, questo è evidente! Intendevo dire solo che non devo escludere positivamente gli altri da questa amicizia.
Un fatto: quando qualcuno di noi è invitato a pranzo, risponde: “Guarda che io non vengo solo, perché siamo in tre, quindi tu prepari per tre, altrimenti non ci sono.

DOMANDA
Voi non avete mai un momento di riposo? In alcuni luoghi ci si prende una giornata di libertà alla settimana!
RISPOSTA

Noi non ci siamo mai posti questo problema, perché il giorno che uno desidera riposarsi o essere libero, può farlo; gli altri pensano a sostituirlo nel lavoro.
Noi decidiamo insieme se uno deve andare: si vede insieme che cosa è possibile fare e talvolta ci consigliamo a vicenda un turno di riposo, quando ne vediamo la necessità.

DOMANDA
Ha qualche esperienza da proporci sulla pastorale rivolta ai più poveri oppure ai lavoratori?

RISPOSTA
Una delle cose fondamentali per noi, come è stata per il Signore, è l’accoglienza verso le persone più rifiutate, più abbandonate, più povere.
Nel nostro conto economico la prima voce dev’essere quella dei poveri; per loro ci dev’essere ogni cosa; il resto, anche per la chiesa, per comprare gli altri oggetti, si fa se c’è disponibilità.
Da un punto di vista pratico, la nostra porta è sempre aperta e molte volte ci si trova a dover prendersi incarico delle persone che non hanno nessuno, perché non ci sentiamo padroni della casa deve abitiamo, ci sentiamo come ospiti. Noi siamo lì perché la chiesa, la parrocchia ci dà quell’abitazione, però non abbiamo il diritto di starci noi per primi, ma gli altri.
Se una persona ci dice che non ha da dormire e ci si rende conto che dice la verità, non possiamo stare in quella casa che non è nostra, ha diritto di starci anche lei.

DOMANDA
Svolgete iniziative a raggio parrocchiale per avvicinare i lontani?

RISPOSTA
Da un punto di vista esterno, no. Si cerca che la nostra vita sia come quella degli altri; il modo di avvicinarli, più che attraverso dei mezzi, è mettersi nella loro condizione.

DOMANDA
Come si fa a sensibilizzare la gente a questi problemi?

RISPOSTA
Da noi da diverso tempo viene, un Po’ da tutta la città di Firenze, una volta al mese, un gruppo di poliomielitici.
Li ospitiamo nel salone dell’asilo, facilmente accessibile. Vi si trovano molto bene, anche perché s’è cercato di togliere quella separazione tra malati assistiti e assistenti, creando dei rapporti di amicizia come con qualsiasi altra persona.
Una delle cose che più creano un complesso di inferiorità in quelle persone è la premura, l’ovattarli d’intorno e non trattarli come persone comuni, pur avendo dei riguardi perché non possono certo camminare.
Queste persone hanno continuato per molti anni a venir lì una volta al mese, escluso il periodo estivo, ed ora è maturato in noi come in loro e nelle persone, che hanno seguito un po’ da vicino questa iniziativa, l’idea di costruire un prefabbricato per poter offrire loro un lavoro. Molte volte, per difficoltà in casa loro, si trovano in condizioni psicologiche veramente terribili; allora cercare di dare loro un lavoro, insieme, fuori di casa, ci pare una buona soluzione. Con l’aiuto della Provincia e del Comune s’è ottenuto un prefabbricato, verrà posto in opera ed un piccolo pullman della Provincia farà servizio per prelevarli dalle loro case.
In laboratorio, accanto a loro, ci sono delle persone con le quali hanno stabilito questi rapporti di amicizia, le quali si impegnano così in qualche cosa di molto concreto nell’esercizio dello spirito comunitario.

DOMANDA
Come sono i rapporti con i sacerdoti vicini, tenuto conto della diversità di impostazione di vita pastorale?

RISPOSTA
Il nostro è un quartiere residenziale, quindi c’è un’unica parrocchia; la gente normalmente viene alla Messa, non ci sono altre parrocchie. Chi parte dal quartiere va in Centro.
Nella parrocchia dove mi trovo, ci sono le case minime del Comune.
Lì dentro non ci vuole venire nessuno. Prima del 1958 andava un prete a far servizio la domenica, però quando si è trattato di affidarle ad una parrocchia, nessuno le voleva, perciò non c’è il pericolo di far concorrenza ad altri. La terza parrocchia è proprio all’estremità della città e quindi il movimento è verso la città ed anche per questo la possibilità di scontro è molto attenuata.
Inoltre l’impostazione che abbiamo data al nostro lavoro, s’è cercato sempre di non propagandarla.
Una difficoltà esiste: non siamo molto ben visti. Normalmente si tratta solo di prevenzioni, che purtroppo arrivano fino al Vescovo il quale peraltro ci capisce e ci appoggia.

P. ANCEL, vescovo.
Vorrei solamente, concludendo, dire che personalmente ho potuto visitare due o tre volte la comunità di questi sacerdoti ed ho serbato l’impressione di uno sforzo di vita evangelica e penso che piuttosto di vedere se questo o quel modo di agire conviene a noi, dobbiamo specialmente guardare allo spirito che ha portato alla formazione di questa comunità. Nella presentazione di questa esperienza penso che troviamo per noi un appello a condividere la vita della gente, ad essere più presenti alla gente a dare alla gente una forma di vita sacerdotale più vicina al vangelo.