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Si riproducono le pagine 9-10-11-12-13-16 del ciclostilato nelle quali viene affrontato dal “Gruppo del Giovedì” il problema della predicazione in parrocchia in parte pubblicato su L’Osservatore Toscano. |
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Il settimanale"L’Osservatore Toscano” ci ha chiesto di comunicare la nostra esperienza su la predicazione nella parrocchia. La nostra comunità ha accettato ben volentieri, conscia dell'importanza che il tema comporta per il nostro gruppo, la nostra parrocchia e per lo stesso nostro impegno cristiano. Trascriviamo, in testo originale, l'articolo già pubblicato nei numeri 14 e 15 dell'Osservatore Toscano _____________________________________________________________________________
TEMA:"LA PREDICAZIONE NELLA PARROCCHIA"
Prima parte: i preti.
Ogni domenica parliamo ai cristiani della nostra parrocchia, ed ogni volta si tratta di una specie di dramma. Conosciamo i limi ti delle nostre idee, di fronte alla ricchezza infinita e misteriosa della Verità che dobbiamo annunziare, e pur tuttavia avvertiamo ancora altri limiti: quelli delle nostre parole che non riescono ad esprimere pienamente le idee; e poi i limiti di prevenzioni, terribilmente radicate nella mentalità di molti nostri cristiani, alcuni dei quali "sopportano" la predica, altri vi si sono abituati o si preoccupano principalmente della forma esteriore; ed ancora i limiti di una diversità di linguaggi che ci separa da loro ed impedisce ad essi di afferrare il senso vero delle nostre parole. Conosciamo inoltre le tentazioni intime dell'orgoglio, che ci offre insistentemente il metro allettante del successo e della fecondità visibile, come misura del valore delle nostre prediche, o che ci invita ad adagiarci comodamente in una specie di sicurezza professionale, inattaccabile dai risultati; conosciamo anche l'avvilimento e la nausea, conosciamo la china sdrucciolevole del moralismo, che svuota le prediche di contenuto soprannaturale, ma che rende tanto più facile il parlare e tanto più comprensibile quello che diciamo; conosciamo tutte le scuse che ci liberano così facilmente da una seria preparazione e che ci rendono abituale la improvvisazione E ci domandiamo come la nostra parola, vittima di tanta miseria, può essere "Parola di Dio".
Ma il nostro piccolo dramma è, in qualche modo, il dramma di tutta la Chiesa, anzi di tutti coloro che sono stati chiamati a parlare in nome di Dio.
S. Paolo, nel 57 d.C., scrivendo ai Corinti, affronta lo stesso dramma:
"...Cristo mi ha mandato a predicare il Vangelo, non con sapienza di linguaggio, affinché non sia resa vana la croce di Cristo. Il linguaggio della croce è follia per quelli che si perdono, ma per noi che ci salviamo, è potenza di Dio poiché piacque a Dio di salvare i credenti mediante la stoltezza della predicazione... e la follia di Dio e più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio e più forte degli uomini... Dio ha scelto gli ignoranti del mondo, per confondere i sapienti; di più Dio ha scelto quelli che nel mondo non hanno poteri, per far vergognare i forti; anzi, fra le persone del mondo, Dio ha voluto scegliere quelle di umili natali, disprezzate, tenute in nessun conto come non fossero, per ridurre a nulla quelle che sono; affinché nessuno si possa vantare davanti a Dio... ed io, fratelli, quando venni da i- voi, non mi presentai ad annunziarvi il Vangelo di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza. Perché in mezzo a voi preferii non sapere altro che Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo Crocifisso.
Ed io stesso mi trovai fra voi in uno stato di debolezza, di -timore e di trepidazione; ed il mio parlare come pure la mia predicazione non si basava su persuasivi argomenti di sapienza, ma sulla dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio... io credo che Dio abbia destinato noi Apostoli ad essere come gli ultimi degli uomini, come dei condannati a morte, perché siamo diventati lo spettacolo del mondo, degli angeli e degli uomini. Noi stolti per Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento noi soffriamo la fame, la sete, la nudità; siamo schiaffeggiati e non abbiamo ove poterci stabilire, ci affanniamo a lavorare con le nostre mani; se insultati, benediciamo; se perseguitati, sopportiamo; se diffamati, esortiamo con bontà: siamo diventati come la spazzatura del mondo e siamo tuttora il rifiuto di tutti!" Lo stesso dramma lo ritroviamo nei Profeti dell'Antico Testamento. Il libro dell'Esodo ci presenta Mosè che recalcitra di fronte alla missione affidatagli da Dio: "Mose rispose a Dio: -non mi crederanno e non vorranno ascoltare la mia voce: anzi diranno, non è vero che ti e apparso il Signore"; allora Dio gli dà il potere di compiere segni miracolosi, ma Mose insiste: "Oh Signore! io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato né prima, né ora che Tu hai parlato al tuo servo, perché son tardo di parola e di lingua... manda, ti prego, chiunque altro tu voglia mandare”.
In forma altrettanto drammatica Isaia e Geremia, nel loro libro, presentano la loro vocazione al ministero profetico. (Isaia 6,1-9; Geremia 1,4-10).
Ma è nell'Incarnazione che quel dramma raggiunge il suo epilogo, per la piena assunzione della miseria dell'uomo, come strumento della rivelazione della Parola, cioè del Figlio di Dio. Infatti in Gesù - Parola fatta carne - la donazione dello Spirito purissimo avviene attraverso la carne ed una carne simile a quella impura dell'uomo peccatore; la donazione della ricchezza di Dio, avviene attraverso l'assunzione della povertà proprio come realtà sociale e non solo come atteggiamento interiore; la donazione della Grandezza, della Potenza, della Fecondità, della Vita... attraverso l'assunzione vera ed effettiva della piccolezza, della impotenza, della infecondità, della morte...; la donazione dell'Amore di unità, attraverso l'assunzione tragica della divisione (volete un uomo più diviso del Crocefisso? L'anima divisa dal corpo, la carne dal sangue; il figlio; dalla madre; il maestro, dai discepoli; il Figlio dell'uomo separato dal mondo...); in Gesù infine, la donazione della Parola infinita ed eterna, avviene attraverso l'assunzione di parole umane, in sé limitate e soggette ad incomprensioni e deformazioni.
Ora, siccome la Chiesa e il prolungamento della Incarnazione, così ne continua il dramma in ogni suo aspetto. Gesù infatti attraverso la Chiesa prolunga ed accresce il suo Corpo, strumento della Parola, assumendo nuove membra umane, rinnovate dalla Fede e dal Battesimo ma sempre fatta di carne simile a quella soggetta al peccato. E' attraverso quelle membra vive e visibili che Egli continua nei secoli la sua missione di salvezza. Egli continua così la donazione dello Spirito attraverso la carne; la donazione della Ricchezza attraverso l'assunzione della povertà ed in particolare la donazione della Parola di Dio attraverso l'assunzione delle parole degli uomini. In questo senso va compresa, mi sembra, l'affermazione di Gesù: "Chi ascolta voi, ascolta me". Se questo è vero per tutti i cristiani, ai quali tutti compete il dovere ed il diritto di portare al mondo la Parola, però e vero in modo specialissimo e articolare per quei credenti che sono assunti come membra di Gesù in modo altrettanto particolare, non solo per il carattere del Battesimo e della Cresima, ma anche per quello dell'Ordino sacro, e ai quali compete il dovere e il diritto di donare la Parola per incarico esplicito della Chiesa.
Predicare dunque vuoI dire accettare di essere "la bocca visibile” e la "voce fisicamente udibile" di Gesù; vuoI dire quindi accettare di prolungare realmente quel mistero stupendo di amore e di unione che è l'Incarnazione; vuoI dire accettare di essere, e perciò tendere a divenire, come Gesù, radicati nell'Amore di Dio da donare, e radicati nella miseria degli uomini da assumere e salvare.
La predicazione comporta perciò un duplice impegno; quello di "portare" il Mistero di Dio, di amarlo, di conoscerlo, di immergervisi sempre più attraverso le Fonti della Rivelazione nella fedeltà alla Chiesa; poi l'impegno di "portare" la miseria degli uomini, escluso il peccato, cioè di "portare" la loro povertà effettiva, la loro piccolezza, la loro limitazione, la loro tentazione, la loro sete, la loro insufficienza, il loro linguaggio. ...; l'impegno di amare questa miseria, di conoscerla, di immmergervisi sempre più; l’impegno di vincere la terribile tentazione di difendersi da quella misera, uscendone, in nome magari della dignità sacerdotale o della salvezza della propria anima o di una maggiore fecondità apostolica.
Tutto questo vale, è vero, principalmente per chi predica; ma vale ugualmente anche per chi ascolta nella Fede. Il predicare e l'ascoltare sono duo cose talmente legate tra loro che non è possibile comprendere l'una senza l'altra; sono due realtà unite come le parole della consacrazione ed il pane. Anche chi ascolta prolunga il Mistero della Incarnazione, compiendo in sé, come strumento della Parola fatta carne, il Mistero della attenzione di Gesù al Padre e della sua ubbidienza. L’ascoltare dei cristiani non è in realtà solo un ricevere passivamente o un sopportare; è un donare! Il loro è il silenzio dell'amore, che dà a chi parla la gioia del parlare, ma è soprattutto la continuazione del silenzio della morte di croce che, nel più grande atto di donazione e di ubbidienza, racchiudeva e riconsacrava tutto l'universo.
I silenzi di Gesù hanno salvato il mondo come le sue parole. Altrettanto nella Chiosa, occorre che ci sia chi parla come chi ascolta e ambedue concorrono alla salvezza dal mondo. In realtà bisogna che chi parla e coloro che ascoltano ricerchino l'unità della Carità, la fusione dell’effettivo amore fraterno; bisogna che parola e silenzio siano espressione di unità, se vogliono edificare la fede in seno alla Chiesa e condurre a questa fede il mondo. Questo insinua il Signore, quando manda i suoi discepoli a predicare, due a due, secondo la interpretazione di S. Gregorio papa: "..ecco infatti che il Signore manda i suoi discepoli due a due e ciò por farci intendere che chi non ha amore verso l'altro deve evitare categoricamente di assumere l'ufficio della predicazione". Questo, ancora, Gesù esprime meravigliosamente nella Preghiera rivolta al Padre al termine dell'ultima cena: "Non prego soltanto per questi (apostoli); ma prego anche per quelli che crederanno in me, per la loro parola; affinché siano anch'essi una cosa sola in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu mi desti, io l'ho data loro, affinché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola, io in essi e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e il mondo conosca che tu mi hai mandato, e li hai amati, come hai amato me". (Gv. 17, 20-23).
II parte: il gruppo.
"La Messa, si sa, è indispensabile per acquistarsi il paradiso; anzi, la domenica senza la Messa non sembra veramente domenica. Ma la predica... che noia! Almeno fosse breve; invece c'è il caso che possa durare fino a venti minuti. E poi, quel prete... che barba!"
Non è questo l'atteggiamento dell'ambiente che partecipa alla Messa domenicale? Ma allora, la predica, quale valore ha nella Chiesa e nella vita cristiana? Anch’io ho vissuto a lungo senza domandarmelo. Mi preoccupavo soltanto di sapere quello che il prete mi chiedeva di "fare"; anzi, per essere sincera, la mia più grande preoccupazione ora quella di guardare l'orologio... Solo qualche volta rimanevo avvinta da una oratoria particolarmente efficace e all'uscire di chiesa mi sentivo più buona; ma credo che questo avvenga anche ai giovani buddisti dopo le loro sacre riunioni, anzi, credo che avvenga a qualsiasi persona che ascolta delle buono parole o incontra degli esempi edificanti. Spesso, sempre più spesso mi trovavo a saltare la predica, arrivavo verso l'offertorio e mi sentivo tanto a posto, perché ero sicura di avere soddisfatto l'obbligo della Chiesa senza far peccato, o almeno senza aver fatto peccato mortale: i peccati veniali allora non mi preoccupavano molto, perché mi- bastava conservare la grazia di Dio, quasi come si conserva il biglietto del treno, perché potrebbe venire il controllore...
Non che mi mancassero i problemi; dirò che ero terribilmente assetata di verità e di fiducia. Soltanto mi rifiutavo perfino di considerare la probabilità che quelle parole, che mi apparivano sempre uguali, monotone, professionali o da venditore ambulante, potessero estinguere la mia sete. "Il prete parla perché lo deve fare, é il suo mestiere: del resto è bene così, perché se non ci fossero i preti, la immoralità dilagherebbe: basta che non parli di politica e che non entri in. sfere che non lo riguardano".
Questo era il mio modo di pensare; comune dal resto alla massa delle persone che come me frequentano la Messa domenicale. Ho detto "era il mio modo di pensare" perché, a un certo momento Dio mi ha sbarrato la strada, ed ora penso diversamente.
Insieme ad altri cristiani, assetati come me di verità, mi sono trovata ad esperimentare nel mio intimo la inquietudine della fede. Essa ci ha spinti verso l'ideale della fede come abbandono totale, sempre più totale, in Dio. Insieme abbiamo scoperto, nella nostra vita religiosa, lati deboli che non avremmo mai immaginato. Paura, ripiegamento, abitudine, sentimentalismo, si sono rivelati ai nostri occhi come tante metastasi di un unico terribile cancro della fede: LA T1EP1DEZZA; ma una tiepidezza direi quasi congenita o costituzionale. Non che pretendiamo escludere la nostra personale responsabilità. Vogliamo soltanto dire che si tratta di una "malattia sociale" estremamente diffusa e, quel che e peggio, coperta, protetta e difesa attraverso tutto quell'apparato di parole, di organizzazioni e di opere che fa spesso dell'ambiente cristiano, l'arroccamento dei mezzi-santi e dei mezzi-uomini. Cosicché "cristiano" e "tiepido" sono tutt'uno nella mentalità comune e specialmente fra i non-credenti.
Certi ambienti parrocchiali non sembrano proprio la coltura scientifica dalla tiepidezza elevata a sistema di vita?
Tutto vi è organizzato, dalla carità una volta alla settimana, al cinema due volta alla settimana, non buono, né tanto cattivo... e ognuno vi trova il suo posto di ragioniere della carità, o dell'apostolato, o della vita cristiana; un posto sicuro e protetto dal pericolo dei peccati, e dagli slanci, attraverso una organizzazione che surroga così bene lo spirito da acquietare quasi la coscienza.
Lo spirito è dono gratuito è vero, ma che esige da parte dell'uomo una sete sempre viva, cioè una disponibilità sempre più grande. La tiepidezza, intima alleata della organizzazione, della quantità, dell'apparato esteriore e di ogni altra misura umana del mistero della vita cristiana, uccide la sete, surrogando e ostacolando lo Spirito. Perfino i Sacramenti, in chi li riceve, possono divenire infecondi per colpa della tiepidezza; tanto più la preghiera e la pratica dei comandamenti. Come lo spirito di Fede tutto purifica, così la tiepidezza tutto contamina e di tutto si serve -anche del nome del Signore -per nascondersi, coprirsi, difendersi.
Il primo compito che per noi ha avuto la predicazione è stato proprio quello di gettarci di sotto dal giaciglio della tiepidezza. Essa ci ha mostrato la grandezza assoluta e misteriosa e il carattere personale dell’Amore di Dio; e al tempo stesso, di conseguenza, ha scoperto e reso evidente il putridume che covava sotto la tranquillità della nostra coscienza e della nostra inappuntabile pratica cristiana. Ci ha messo di fronte alla necessità della CONVERSIONE; E LA CONVERSIONE DALLA TIEPIDEZZA NON E’ MENO URGENTE DI QUELLA DAL PAGANESIMO; né si tratta di un compito solo inizialo questo della predicazione, perché la nostra miseria ci spinge continuamente a tornare al tepore del giaciglio..... PER CUI CONTINUAMENTE SI HA BISOGNO DI ESSERE CONVERTITI.
Del resto, c'è da stupirsi? La Parola di Dio è stata sempre una spada affilata che penetrando nel cuore "doppio" dell'uomo, ne ha messo in evidenza la falsità esigendo una sincera conversione. ......
Il discorso porterebbe molto lontano e forse potrebbe opportunamente essere ripreso considerando la predicazione proprio come generatrice di comunità e, in secondo luogo, come frutto e testimonianza della comunità stessa, secondo le parole del Signore: "Non soltanto per questi prego, ma prego anche per quelli che crederanno in me per la loro parola, affinché siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, o Padre ed io in te, affinché anche loro siano una cosa sola in noi; affinché il mondo creda che tu mi hai mandato". (Giov. 17,20-21)
Bisogna riconoscere, però, che non sempre la predicazione è adeguata a questo altissimo compito. Spesso noi cristiani ci troviamo di fronte ad una predicazione che si attarda in schemi moralistici, convenzionali, retorici o freddamente catechistici; più preoccupata di ridurre il numero dei peccati, che di indurre ad una seria conversione dell' orientamento vitale della persona; più bramosa di aumentare il numero delle comunioni, che di creare le premesse alla comunione, attraverso la esigenza di comune-unione, sincera ed effettiva con Dio e col prossimo; quando addirittura non si e spinti verso la indifferenza di una predicazione scaduta a fatto puramente professionale. In tale caso non viene meno la nostra responsabilità di fronte alla tiepidezza? Diveniamo cioè scusabili se la predicazione non si è preoccupata di scuoterci ? La risposta dipende tutta da un quesito più fondamentale e cioè: -In che misura la parola fisica di un sacerdote diventa, per il cristiano, "annuncio efficace di Salvezza", come quella di Gesù? -Ciò avviene proprio nella misura in cui egli prende coscienza di trovarsi di fronte, non solo a povere parole umane, ma di fronte al Mistero della Parola di Dio rivelata, cioè di fronte alla Parola di Gesù.
La predica dal prete non è fatta per diminuire la responsabilità che il cristiano si è assunto al momento in cui egli aderì alla fede. Perciò se egli vuol continuare a dirsi cristiano, ha il dovere di scorgere - anche al di là di una predicazione deficiente - il mistero, perfetto e completo, della predicazione di Cristo e della Chiesa, come al di là di un pezzo di pane consacrato, egli vede la presenza reale di Gesù. Perché la predio azione, anche la più avvincente, non entri da un orecchio ed esca dall'altro, occorra che sia. nutrita attraverso un’attenzione costante alla Scrittura Sacra e alla dottrina della Chiesa, non solo da parte di chi parla, ma anche da parte di chi ascolta. Il senso di solitudine, le parole vuote e artificiose da una parte; l'indifferenza e la noia della predica, dall'altra, sono chiaro sogno di una deficienza del nostro cristianesimo che considera il patrimonio della Rivelazione più come un fatto scontato, che come realtà viva della propria esistenza.
Dunque alla responsabilità di chi deve annunziare la Salvezza, equivale altrettanta responsabilità per il cristiano che ascolta. Nessuno dei due può adagiarsi in un atteggiamento di giudizio verso l'altro.
La nostra piccola esperienza ci suggerisce che i preti e i cristiani devono imparare a volersi più bene e a conoscersi meglio; non intorno a un tavolino da giuoco o attraverso un cumulo di attività, che accaparrano menti e cuori, rendendoli incapaci di incontrarsi profondamente; ma direttamente intorno alla Parola di Dio. Insomma la Parola di Dio deve diventare sempre più il cuore della Parrocchia. Ciò avverrà a misura che essa cesserà di essere considerata un fatto riguardante attivamente solo i sacerdoti e di conseguenza a misura che noi cristiani prenderemo coscienza di essere chiamati ad una partecipazione concreta alla Parola, nella attenzione amorosa.
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