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Di questo fascicolo pubblichiamo l’intestazione e le pagine 6,7,8,9,10,11,12,13 che ci sembrano le più significative. Vi è contenuto infatti l’itinerario biblico che riguarda il profetismo (2a parte) oltre a riflessioni e documenti su la “povertà”, uno dei cardini sui quali è stata impostata la pastorale parrocchiale.

   
   

 

CONSIDERAZIONI SUL TEMA:

“I POVERI NELLA PARROCCHIA

 

 L’Osservatore Toscano del 4 febbraio 1962 presenta una serie di articoli e di interviste con parroci, sul tema: “Il Povero nella Parrocchia”.

 

Tutta la trattazione è chiaramente rivolta a dimostrare l’unione che ci deve essere fra preghiera e carità, nella vita della parrocchia, (“Preghiera e carità: guai a dividerle!” è il titolo di un articoletto), senza che l’uno o l’altro aspetto prenda il sopravvento. Perché questo avvenga ordinariamente, occorre che i sacerdoti siano particolarmente dediti alla preghiera e alla predicazione, mentre i laici si occuperanno specialmente della attuazione pratica della carità.

 

Questo programma di vita parrocchiale scaturisce dalla considerazione della vita della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme e sul giornale riporta le interviste con alcuni parroci di parrocchie , “nelle quali si cerca di vi vere la carità_effettiva, che ci viene dall’essere fratelli in Cristo, in situazioni tanto diverse, ma con lo stesso spirito e con lo stesso slancio di allora”.

 

Queste idee non mancano di una loro bellezza e verità, il guaio è che si doveva parlare del povero nella parrocchia e non della distinzione fra “servizio della Parola e servizio dei bisognosi”.

 

E’ chiaro che l’intera trattazione rispecchia una mentalità radicata negli ambienti cristiani e cioè la mentalità borghese e individualista, che nasce e si fonda su un cumulo di equivoci e ne genera a sua volta. Chiesa, Parrocchia, Comunità, salvezza, vita cristiana, apostolato, preghiera, carità, povero..... sono tante espressioni il cui immutabile contenuto, specificatamente cristiano e “misterioso”, ha ricevuto l’impronta “naturale” o la misura umana di una determinata epoca storica, per cui nella mentalità comune non significano più quella realtà soprannaturale, misteriosa, evangelica, per la quale erano state coniate o assunte.

 

In particolare, quando si parla di carità s’intendo spesso una attività della parrocchia rivolta verso i bisognosi; e quando si parla di parrocchia si intende spesso il complesso di attività che fa capo al parroco e agli ambienti della parrocchia; ancora quando si parla di povero si vuole sempre indicare il bisognoso di aiuto, l’oggetto della carità-attività più o meno ben fatta.

 

S’intravede, è vero, un lodevole sforzo di adeguamento; ma questo e ancora più sul piano verbale e formale che sostanziale. Si parla per esempio di parrocchia-famiglia e si dice che la sua radice è la carità, ma con questa s’intende ancora l’aiuto al bisognoso, attraverso offerte reperite appositamente con raccolte magari vistose.

Ma non è il povero la misura visibile, direi quasi fisica del mistero contenuto nella Chiesa e da essa predicato?

Cristo non ha preso la forma di povero?

Il Verbo ,incarnandosi, non ha liberamente scelto, per Sua misura umana, quella dei poveri del suo tempo, anzi, dei più poveri?

Non ha egli chiesto, a chi voleva seguirlo, di vendere tutto, una volta per sempre, cioè di farsi povero?

 

Mandando i suoi discepoli ad evangelizzare, non ha dato loro la povertà effettiva e reale, come regola della loro vita e del loro apostolato?

Ora se la Chiesa è la continuazione è il prolungamento della incarnazione, quale altra misura potrà assumere nella sua esistenza esteriore, in tutta la sua realtà visibile, se non quella dei poveri della nostra epoca? Non si è comportata forse esattamente così la prima comunità di Gerusalemme?

 

L’AMORE NON PUO’ ESSERE PAROLA VUOTA.

 

La Chiesa è fatta di uomini, che non sono del mondo, ma devono vivre nel mondo, inseriti e impegnati in una realtà sociale e storica determinata; essi devono essere lievito mescolato alla massa della farina; non tutti saranno chiamati allo stesso grado d’impegno nella vita della Chiesa, ma specialmente i più impegnati e i più responsabili quale misura daranno alla loro vita personale e al loro apostolato in tutti i loro aspetti? Non si trovano a dover fare una inesorabile scelta? Potranno rimanere mezzo poveri e mezzo ricchi, per -rispettare un equilibrio dettato dal buon senso che non vuoI scontentare nessuno?

 

Non c’è via d’uscita, il Vangelo ha già fatto per noi la scelta: una scelta che si impone ogni giorno di più e che i poveri ci chiedono a mani giunte: l’assunzione della loro povertà e quindi della loro realtà sociale.

Occorrerà capovolgere il nostro modo umano di essere e di pensare e l’orientamento deI nostro apostolato; occorrerà ridimensionare tutto sulla misura della vita dei più poveri; occorrerà rischiare tutto, la nostra dignità, la fecondità del nostro apostolato, il cuscinetto tiepido formato intorno a noi dalle pecorelle fedeli, perfino la nostra fede. Perché è rischioso, accettare di perdere la propria vita; sebbene sia sempre più rischioso tentare di salvarla.

 

Queste sono utopie, perché non siamo maturi per tale scelta.

Se è giusto tener conto di questa immaturità e comprenderla, non sarebbe altrettanto giusto il nasconderla dietro ai paraventi della opportunità e delle mezze misure, né rifuggire dalle occasioni, offerte dalla grazia di Dio, per superarla, né tantomeno giudicare quelli che cercano la strada migliore per uscirne.

 

 

Tutto questo doveva servire solo per introdurre le seguenti “considerazioni di un povero sul tema: IL POVERO NELLA PARROCCHIA” che abbiamo inviato al giornale l’Osservatore Toscano.

Esse non sono che lo specchio di quanto germina da tempo nell’animo dei poveri, anche so più o meno inconsciamente o implicitamente.

 

 “Io sono un povero e ne sono fiero, anche se la mia è una posizione scomoda, e amo i poveri che mi stanno di fronte, quelli che abitano nelle case vicine e anche quelli che non conosco; amo la loro grossolanità di modi, la loro ignoranza, la loro solidarietà, la loro sincerità e i loro peccati da poveri; amo il loro furore, la loro lotta contro l’ingiustizia e soprattutto quella che si rivolge contro l’ingiusto stato di minorità in cui sono tenuti dalla fittissima rete di difese che protegge la sicurezza dei non poveri

 

Odio quella rete, come il carcerato odia le sbarre della sua cella; odio la cultura dietro la quale si cela tanta menzogna ammantata di dogmatica verità; odio i sillogismi e le belle parole coi quali mi si vuol convincere che è bello esser poveri e che esser ricco e una spiacevole necessità, odio la carità-assistenza, cristiana o non, più o meno fraterna e organizzata, a singhiozzo o senza...; odio la morfina, che attutisce per un momento il dolore, ma lascia intatto il cancro e anzi aggrava le condizioni generali dell’organismo; odio anche il paradiso, quello s’intende fatto su misura per tenerci buoni e impedirci di disturbare i sonni preziosi dei sicuri.

 

Una società in cui il povero e l’oggetto dell’assistenza, è, a mio parere, una società marcia. E questo vale anche per l’aspetto umano-sociale della Chiesa. Per questo potete capire che il modo com’è stato trattato, nel Vostro giornale, il povero nella parrocchia, non mi ha soddisfatto.

Non voglio negare le buone intenzioni di cui vi do atto, però vi dico, se amate davvero la verità, metteteVi totalmente dalla parte dei poveri, perché altrimenti con le vostre buone parole e intenzioni servirete la menzogna. .E non conosco menzogna peggiore di quella che scava più a fondo il baratro tra i poveri e i ricchi, rendendo gli uni assistiti e gli altri benefattori; questi ultimi, resi più sicuri per la coscienza di essersi assicurato anche il paradiso.

 

Voi volete che la parrocchia sic. una famiglia fondata sull’amore e incominciate dalle buste della bontà; volete tornare alla Comunità cristiana di Gerusalemme e incominciate dai diaconi; ma non sapete che i poveri sono già famiglia? Assumete totalmente la sorte dei poveri ed avrete ritrovato la famiglia che disperatamente cercate di surrogare servendoVi di dispendiose formule pubblicitarie o di parole buone ma vuote. E i poveri avranno ritrovato la loro mamma e cesseranno di sentirsi orfani, protetti da benefattori occasionali o da istitutrici a giornata: piene di amore, ma di un amore giustificato dallo stipendio o dalla regola o dalle finalità dell’Istituto e non fine a se stesso, quindi non esclusivo e totale come quello della mamma.

 

I ricchi vi daranno molti soldi, coi quali potrete fare molte opere buone, molta beneficenza, molta carità , tanto ché ci vorranno i diaconi; ma non vi daranno la famiglia; anzi metteranno sempre più in mezzo a voi il germe della divisione, perché tale è il danaro, il numero, la quantità, la sicurezza, lo sfarzo, la vanità della cultura.

E inoltre vi condizioneranno materialmente e moralmente, perché il potente che vi favorisce e il ricco che vi sostiene vi tengono schiavi, magari senza che ve ne accorgiate.

 

Spogliatevi di tutti i vostri interessi, fate tacere le vostre cassette, denudate i vostri altari, le vostre chiese, i vostri presbiteri, come nella settimana santa; vendete tutto quello che possedete,

compresa la vostra sicurezza e la vostra influenza... non lasciatevi nemmeno una pietra su cui posare il capo, e il ricavato datelo ai poveri; non per mettervi meglio sulla strada della beneficenza, ma per uscirne una volta per tutte. Accettate, in nome dell’amore e della fede, di essere, in tutto, quello che i poveri sono in nome della costrizione e spesso della disperazione; altrimenti i poveri, e fra loro “IL POVERO”, non vi riconosceranno.

Allora scoprirete quale fonte di amore, quindi di Grazia, di Spirito di famiglia, di comunità, di Chiesa, sia la povertà, perché essa stessa è il frutto più vero dell’amore.


 

Allora rimpiangerete il tempo che avete perduto dietro ai mezzi vistosi, alle opere, ai circoli, alle organizzazioni anche di beneficenza, a reperimento dei fondi e alle persone influenti.

Finalmente sarete con chiarezza il segno della evangelizzazione dei poveri e il lievito della loro povertà.

 

So che vi ho chiesto qualcosa di molto superiore alle vostro forze ; per questo non vi giudico e vi voglio bene lo stesso, anche se continuerete a cercare di amarmi facendomi la beneficenza; però vi chiedo una cosa, cessate di magnificare la vostra beneficenza, anche se rivestita a nuovo con moderne terminologie o formule pratiche”.

 

 

LETTERA AL DIRETTORE DEL SETTIMALE “EPOCA”

 

Non venne nessuno a piangere con noi.

 

"Sono un giovane calabrese che studia a Milano. Non importa il mio nome. Non voglio essere compatito. L scrivo una lettera inutile, oltretutto. Se vuole mi ascolti, ma non mi risponda. Ho paura delle parole, delle buone parole. In particolare ho paura del suo equilibrio, del suo buon senso.

Cerchi di capirmi: io ho bisogno, ora, di essere lasciato nel mio sconforto, in compagnia della mia pena.

Ero a casa per le feste, quando accadde la catastrofe della Calabro-Lucana. Corsi là, arrivai di notte, vegliai i morti; piansi, tremai di paura in quel buio. Pensavo alla centinaia di migliaia di lampadine che per Natale brillavano a Milano, a Roma, in tutte le altre città, e aspettavo qualcosa, qualcuno. Aspettavo il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, non volevo credere che la Calabria fosse così lontana, così “in fondo” all’Italia, irraggiungibile. Ma non venne nessuno a pregare con noi, a piangere con noi.

Le scrivo e mi sento morire di tristezza. Forse lei non mi può capire, forse voi non potete capirmi. Perché non siete più capaci di un gesto d’amore? Perché non avete più slanci?

Il “miracolo” economico che vi ha fatto ricchi e tranquilli, vi ha anche inariditi tutti, dal Capo dello Stato all’impiegato milanese? Sapeste come vi abbiamo aspettati, davanti a quei morti. Nessuno è venuto. Andate tutti in aereo, di qua e di là. Ma era Natale, e un aereo per la Calabria, un aereo per venire da noi, non c’era. Scusatemi, allora, se crescerò con questa tristezza nel cuore, se nella vita stenterò a credere alle vostre buono parole. Siete davvero miei fratelli?

Sono davvero -io- uguale a voi ? Ma perché, dunque, quella notte, ci avete lasciati soli, noi vivi con tutti quei poveri morti? Io sono un ragazzo e non ho consigli da darvi, ma vi dico questo: che non potrò mai dimenticare quelle terribili ore di solitudine. Studierò, credo di avare volontà e pazienza, troverò la mia strada e avrò la mia vita. E sarò un buon italiano, sempre. Ma sempre sentirò la tristezza di quell’ attesa, di quella solitudine, di quel disperato bisogno deluso.

Perché è stato fatto tanto male - un male incancellabile - a un ragazzo calabrese?

G.P.M. - Milano

 


 

-10-

IL CRISTO SOTTERRANEO -c

(un inedito di Murilo Mendes)

 

Discopro un Cristo segreto                                          E’ un Cristo degli operai

Che nasce nella Spagna improvviso                             Attenti, sul piede di scioperi,

Figli di altri operai

Non è il Cristo vittorioso                                             Morti nella guerra civile.

Degli affreschi catalani,                                    E’ il Cristo degli studenti

Né il Cristo di Lepanto                                    Senza danaro per le tasse.

Sospeso da una torre                                                         E’ un Cristo dei prigionieri

Di spade, ceri, passioni.                                              Che nel silenzio coltivano

Non domina una collina,                                              Il puro fiore della speranza.

Non brilla in mezzo all’altare

Fra ornamenti d’argento.                                             E’ un Cristo degli uomini-larve

Né nel palazzo dei ricchi                                              affamati, insofferenti,

Né nel baculo vescovile.                                              Che vivono in covi oscuri

Di Barcellona e di Valencia.

E’ un Cristo quasi segreto                                           E’ un Cristo dell’esperienza

Che nasce dalle catacombe                                         Di preti non conformisti

Della Spagna non ufficiale.                                           Che non benedicono spade

Nasce dallo scarso pane                                             Né incensano il dittatore.

Dalla mancanza del vino,

Nasce dalla fonda rivolta                                             E’ un Cristo del tempo incerto.

Espressa dall’ingranaggio                                            E’ un Cristo del divenire,

Della ruota di compressione                                        Formato solo nei cuori

Nasce dalla fede maltrattata                                        Della Spagna che non si vede.

vagamente definita.                                         

(traduz. di Mercedes La Valle)

                                                                      

________________________

 

Murilo Mendes è un poeta cattolico brasiliano, una delle più illustri figure di quel mondo letterario.

Vive da parecchi anni a Roma, dove dirige l’Istituto di cultura italo -brasiliano e insegna letteratura portoghese al'Università.

Nulla di lui è stato finora tradotto in Italia. La sua produzione, tra il 1925 e il 1955, è stata raccolta in volume dalla Casa Editrice Josè Olimpio di Rio de Janeiro. In volume poi sono apparse, recentemente a Lisbona, le liriche scritte da Murilo Mendes dopo un viaggio in Spagna. Da tale volume, che si intitola “Tempo Espanhol”, è stata tradotta questa lirica presentata da un giornale cattolico.

 


 

COMUNIONE NELLA PAROLA: IL PROFETISMO

 

 

2a Parte: IL MESSAGGIO PROFETICO: Il Profeta, “bocca di Dio” deve annunziare il messaggio che Dio prepotentemente gli rivela con sogni, con visioni, con immagini, con fatti esteriori.

E’ il messaggio del castigo e della salvezza che Dio attua nel mondo schiavo del peccato.

 

Il messaggio profetico annunzia dunque:1) il peccato d’Israele e delle nazioni;2) il castigo e la sventura per Israele e per le nazioni; 3) la salvezza per Israele e per i popoli tutti; 4) I tempi Messianici e la figura del Messia.

(Dobbiamo tener presente che il quadro datoci dai profeti è sempre in relazione a Gesù e trova in Lui la totale realizzazione-

 

 

1) Il Peccato d’Israele e delle nazioni.

 

“Io ti ho costituito come un saggiatore in mezzo al mio popolo; esaminerai e proverai la loro condotta.

Sono tutti ribelli, seminatori di calunnia e tutti sono corrotti” Ger.6,27-28

 

a) L’opera a cui Dio, prima di tutto, chiama il profeta è quella di rendere evidente il peccato del suo popolo.

Infatti, dietro a quella sicurezza e prosperità tutta umana a cui abbiamo accennato, si nasconde il peccato di tutto Israele: dei suoi re, dei suoi sacerdoti che offrono sacrifici anche alle divinità straniere,accettate ed introdotte nel culto,per non avere a temere da nessuno(Osea cap.12 e 13), il peccato dei ricchi,di tutto il popolo.(Ger 11,9-17).

 

Tutto è inquinato da tale peccato :peccato d’idolatria poiché l’interesse per le cose terrene ha preso,nel cuore del popolo eletto, il posto del Dio vivente; peccato di prostituzione e quindi di adulterio (nel linguaggio profetico), perché Israele ha abbandonato l’AMORE per altri amori(Osea 2,1-15).

Israele,come un vitello grasso, ha recalcitrato, ha dimenticato cioè il suo Dio, ha abbandonato la sorgente di acqua viva per dissetarsi a cisterne screpolate che non possono contenere acqua (Geremia 2), da questo nasce la corruzione dei capi, l’ingiustizia dei potenti, il falso zelo dei sacerdoti, l'immoralità dilagante. (Geremia 8,1-13).

 

b) Ma Israele è ancora segno del peccato che avvolge l’umanità intera.II profeta varca quindi i confini del popolo di Dio e passa in rassegna i peccati delle nazioni lontane da Dio, tutte dedite alla idolatria, alla ricerca del benessere, superbe della loro forza e del loro splendore. (Isaia 24,4-20).

 

L’umanità intera è corrotta, caduta nel fango: barcolla oppressa dal male come un ubriaco dal vino, schiava del male (Isaia 19,1-16),di un male cosmico che ha cambiato in putredine il volto dell’universo uscito dalle mani di Dio e che ha mutato in tenebra le luminosa aurora della creazione.

In questa oscurità balena già il giudizio di Dio che non vela, non copre questo volto deformato, ma lo scopre e ne rende evidente la bruttura, affinché risalti evidente e desiderata la salvezza.

Tale missione del profeta verrà condotta, in maniera piena, da Gesù. Egli non solo scoprirà il peccato con la sua parola, mane rivelerà pure tutta la mostruosità.

 

“Il peccato del mondo, che Gesù è venuto a prendere su di sé” (Giiov.1,19-34), lo piagherà infatti della sua lividura messa a nudo sulla croce (Isaia 53).

La nudità crocifissa di Gesù “fattosi Peccato” e “Maledizione” (2a corinti 5,21 e galati 3,10-14),ha reso evidenti le reali proporzioni del peccato

 

 

2) Il castigo e la sventura per Israele e per le Nazioni.

 

“Come debbo trattarti, o Efraim, come devo trattarti, Giuda?

Il vostro amore è come nuvola del mattino, e quale rugiada che presto svanisce” (Osea 6,4)

 

“....Tu mi hai abbandonato, dice il Signore, mi hai voltato le spalle: allora io ho steso la mia mano contro di te per colpirti" .(Geremia 15,6)

 

Il Profeta ha questa certezza, che con l’andar del tempo trova conferma negli avvenimenti: tutto sta per cadere; ogni sicurezza umana, tutto ciò che ha preso ad Israele il cuore nel posto del Dio vivente: il trono, la dinastia, il sacerdozio, la città santa e perfino il tempio saranno distrutti(Isaia 3,1-11 e Geremia 7,1-15)

 

L’amore geloso di Dio, ferito nel suo amore, di un Dio Amore disprezzato e offeso, non lascerà fuggire quanto gli appartiene, ma inseguirà l’amata fino a quando non l’avrà ricondotta a sé. Tutto l’incalzare degli avvenimenti che ridurranno alla disfatta e all’esilio il popolo eletto è il fuoco dell’amore di Dio che tutto consuma per riprendersi ciò che ha amato e che ama. (Ezechiele 33,21-29)

 

Israele infatti, per ritrovare il suo Dio deve perdere tutto, deve “ritornare al deserto” (Ezechiele 5), dove purificato, spogliato di tutto, non avrà più niente di proprio in cui confidare, ma imparerà ad attendere nuovamente tutto da Dio. In questo “deserto di solitudine” e di abbandono, Dio parlerà ancora al cuore d’Israele. (Osea 2,1-19).

La catastrofe si abbatterà dunque su Israele come un vento impetuoso, piomberà come un rapace sulla preda, divorerà gli abitanti come il fuoco divora la selva: la nazione sarà dispersa come una pagliuzza nel deserto (Geremia 4,5-18). Il paese tutto sarà sconvolto da lotte dinastiche e fratricide, diverrà campo di battaglia, conteso tra le nazioni vicine (Egitto, Assiria, Babilonia) nelle quali Israele ha confidato fino al punto di propiziarsene gli Dei, e in ultimo sarà oggetto di deportazioni in massa (Geremia 39,1-14).

 

Come il peccato ha oltrepassato i confini di Israele, così il Giudizio di Dio cade su tutti i popoli della terra colpevoli dello stesso peccato del popolo primogenito, del popolo eletto. I bagliori “dell'ira di Dio” si rivolgono contro tutti i popoli della terra rovesciando la loro potenza, abbuiando:i1loro splendore, rendendo nulla la loro apparente ricchezza (Geremia 25, 15-38), piegando la loro superbia (Isaia 23,1-16).

 

In Gesù povero (Matt.8,18-22), umiliato, disprezzato, denudato, abbandonato da tutti (Matt.27,11-60), si compie il giudizio definitivo sulla umanità che Egli ha assunto. il Calice dell’Ira Divina si è attaccato alle sue labbra conducendolo fino al deserto del sepolcro (Luca 22,39-46.

 

 

3) La _Salvezza per Israele e per tutti i popoli.

 

“In quel tempo, dice il Signore, sarò Iddio di tutte le famiglie d’Israele, ed esse saranno popolo mio”.

"Così dice il Signore: - ha trovato grazia nel deserto un popolo sfuggito alla spada, Israele, che s’incammina al suo riposo. Da lontano gli è apparso il Signore: - d’amore eterno ti ho amato, perciò ti ho conservato la mia pietà..... Colui che disperse Israele, lo raduna, e lo custodisce come un pastore il suo gregge”. (Geremia 31,2-3-10)

 

 

La distruzione e la morte non è l’ultima parola di Dio e quindi del profetismo: Dio sradica e distrugge solo per piantare e riedificare (Geremia 1,9-10); nel momento quindi in cui tutto sarà distrutto e perduto, tutto sarà salvato e riedificato.

 

Anche nell’annuncio della rovina, e più ancora in mezzo alla rovina stessa, Dio fa intravedere sempre un filo di speranza che diviene certezza come certo ed evidente è il disastro, perché Dio è geloso ma al tempo stesso è fedele (Geremia,31,15-28) .

 

Dio salverà il suo popolo dopo averlo purificato con la prova e, mentre tutto sembrerà soccombere alla morte, sarà Dio, Lui solo Salvezza per il Popolo amato (Isaia 44,1-5). Egli vivificherà col suo Spirito le ossa spolpate e senza vita(Ezechiele 36,16-32) e susciterà da esse un virgulto nuovo (Osea 14,1-8) che darà vita alla nuova vigna; stabilirà un nuovo patto d’amore

con la sposa già infedele ma ora tornata a Lui (Osea 2,20-25); costituirà un nuovo gregge dalle disperse pecore d’Israele e farà di esse un gregge rinnovato di cui Lui stesso sarà il Pastore (Ezechiele 34).

 

Attraverso Israele, Dio dona la salvezza a tutti i popoli della terra; tutti vedranno la salvezza di Dio. Dio è fedele e, come in Abramo aveva benedetto tutte le famiglie della terra, così tutte le nazioni, devastate dalla Sua mano, ritorneranno al Suo Monte, al Suo Tempio Santo, nuovamente accolte insieme a Israele. (Isaia 35 e 60)

 

Gesù è il termine a cui tende tutto il messaggio profetico; in Gesù la Salvezza di Dio raggiunge la sua corapletezza (1a Corinti 15,51-58): In Lui Salvatore e Salvato costituiscono una realtà unica.Anzi la salvezza donata da Dio a Israele è segno della salvezza donata attraverso Gesù e solo in relazione a Gesù acquista il suo significato (1a Pietro 1,3-12).

Per Gesù, in Gesù la salvezza acquista veramente la proporzione voluta da Dio: la salvezza sarà donata ad “ogni carne”(Luca 2,21-32 e Efesini 2,1-9.

Gesù, ancora, non è solo la conclusione del fatto della salvezza, ma in Lui si ripete in maniera viva e vitale il cammino del popolo di Dio (Romani 5). Di più: con Gesù si apre il tempo Messianico annunziato dai profeti, ha inizio il Regno di Dio nel quale la salvezza avrà il suo coronamento con il ritorno del Figlio dell’Uomo, Re dell’universo che condurrà il suo popolo nella nuova terra, da cui sarà bandito per sempre ogni dolore, ogni paura ed anche la morte (Apocalisse 21,1-7) .