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Questo documento del 1959 tratta il problema della predicazione. Si trova nella parte che riguarda “percorsi” di rinnovamento. Sono qui raccolti i documenti prodotti nell’ambito di un folto gruppo soprattutto di giovani ma anche di persone sposate maggiormente attente e inserite attivamente nelle molteplici problematiche della vita della parrocchia, dalla liturgia alla catechesi, dall’approfondimento della Scrittura alla predicazione, dall’impegno verso le realtà sociali all’amministrazione economica della parrocchia. |
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Ogni domenica parliamo ai cristiani della nostra parrocchia ed ogni volta si tratta di una specie di dramma. Conosciamo i limiti delle nostre idee, di fronte alla ricchezza infinita e misteriosa della Verità cha dobbiamo annunziare, e pur tuttavia avvertiamo ancora altri limi ti, quelli delle nostre parole che non riescono ad esprimere pienamente le idee e poi i limiti di prevenzioni terribilmente radicate nella mentalità di molti nostri cristiani, alcuni del quali “sopportano” la predica, altri vi si sono abituati o si preoccupano principalmente della forma esteriore; ed ancora i limiti di una diversità di linguaggio che ci separa da loro ed impedisce ad essi di afferrare il senso vero delle nostre parole. Conosciamo inoltre le tentazioni intime dell’orgoglio, che ci offre insistentemente il metro allettante del successo e della fecondità visibile, come misura del valore delle nostre prediche, o che ci invita ad adagiarci comodamente in una specie di sicurezza professionale, inattaccabile dai risultati; conosciamo anche l’avvilimento e la nausea; conosciamo la china sdrucciolevole del moralismo, che svuota le prediche di contenuto soprannaturale, ma che rende tanto più facile il parlare e tanto più comprensibile quello che diciamo; conosciamo tutte le scuse che ci liberano così facilmente da una seria preparazione e che ci rendono abituale la improvvisazione... E ci domandiamo come la nostra parola, vittima di tanta miseria, può essere la Parola di Dio.
Ma il nostro piccolo dramma è, in qualche modo, il dramma di tutta la Chiesa, anzi di tutti coloro che sono stati chiamati a parlare in nome di Dio. S. Paolo, nel 57 d.C., scrivendo ai Corinti, affronta lo stesso dramma: “...Cristo mi ha mandato a predicare il Vangelo, non con sapienza di linguaggio, affinché non sia resa vana. la croce di Cristo. Il linguaggio della croce è follia per quelli che si perdono, ma per noi che ci salviamo è potenza di Dio.....poiché piacque a Dio di salvare i credenti mediante la stoltezza della predicazione....e la follia di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio. è più forte degli uomini....Dio ha scelto gli ignoranti del mondo, per confondere i sapienti; di più Dio ha scelto quelli che nel mondo non han poteri per far vergognare i forti; anzi, tra le persone del mondo, Dio ha voluto scegliere quelle di umili natali, disprezzati, tenute in nessun conto come non fossero, per ridurre a nulla quelle che sono; affinché nessuno si possa vantare davanti a Dio ...ed io, fratelli, quando venni da voi, non mi presentai ad annunziarvi il Vangelo di Dio con subl1mità di sublimità di linguaggio o di sapienza. Perché in mezzo a voi preferii non sapere altro che Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo Crocifisso. Ed io stesso mi trovai tra voi in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione; ed il mio parlare come pure la mia predicazione non si basava su persuasivi argomenti di sapienza, ma sulla dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si fondasse mIla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio.... io credo che Dio abbia destinato noi Apostoli ad essere come gli ultimi degli uomini, come dei condannati a morte, perché siamo diventati lo spettacolo del mondo, degli angeli e degli uomini. Noi stolti per Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento noi soffriamo la fame, la sete, la nudità; siamo schiaffeggiati e non abbiamo ove poterci stabilire, ci affanniamo a lavorare con le nostre mani; se insultati, benediciamo; se perseguitati, sopportiamo; se diffamati, esortiamo con bontà: siamo diventati come la spazzatura del mondo e siamo tuttora il rifiuto di tutti!”
Lo stesso dramma lo ritroviamo nei Profeti dell’Antico Testamento. Il libro dell’Esodo ci presenta Mosè che recalcitra di fronte alla missione affidatagli da Dio: “Mosè rispose a Dio: - non mi crederanno e non vorranno ascoltare la mia voce: anzi diranno: non è vero che ti è apparso il Signore - ; allora Dio gli dà il potere di compiere segni miracolosi, ma Mosè insiste: “Oh! Signore! io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato né prima, né ora che tu hai parlato al tuo servo, perché son tardo di parola e di lingua.... manda, ti prego, chiunque altro tu voglia mandare".
In forma altrettanto drammatica Isaia e Geremia, nel loro libro, presentano la loro vocazione al ministero profetico. (Isaia 6, 1-9 - Geremia 1, 4-10). Ma è nell’Incarnazione che quel dramma raggiunge il suo epilogo, per la piena assunzione della miseria dell’uomo come strumento della rivelazione della Parola cioè del Figlio di Dio. Infatti in Gesù - Parola fatta carne - la donazione dello Spirito purissimo avviene attraverso la carne ed una carne simile a quella impura dell’uomo peccatore; la donazione della Ricchezza di Dio avviene attraverso l’assunzione della povertà proprio come realtà sociale e non come sbandieramento...; la donazione della Grandezza, della Potenza, della Fecondità, della Vita.... attraverso l’assunzione della piccolezza, della impotenza, dalla infecondità, della morte...; la donazione dell’Amore di unità, attraverso l’assunzione tragica della divisione (volete un uomo più diviso del Crocefisso? l’anima divisa dal corpo, la carne dal sangue; il figlio dalla madre; il maestro, dai discepoli; il Figlio dell’uomo separato dal mondo...); in Gesù infine, la donazione della Paro la infinita ed e terna, avviene attraverso l’assunzione di parole umane, in sé limitate e soggette ad incomprensioni e deformazioni.
Ora, siccome la Chiesa è il prolungamento della Incarnazione, così ne continua. il dramma in ogni suo aspetto. Gesù infatti attraverso la Chiesa prolunga ed accresce il suo Corpo, strumento della Parola, assumendo nuove membra umane, rinnovate dalla Fede e dal Battesimo, ma sempre fatte di carne simile a quella soggetta al peccato. E’ attraverso quelle membra vive e visibili che Egli continua nei secoli la sua missione di salvezza. Egli continua così la donazione dallo Spirito attraverso la carne; la donazione della Ricchezza attraverso 1’assunzione della povertà...ed in particolare la donazione della Parola di Dio attraverso l’assunzione delle parole degli uomini.
In questo senso va compresa, mi sembra, l'affermazione di Gesù: “Chi ascolta voi, ascolta me”. Se questo è vero per tutti i cristiani, ai quali tutti compete il dovere ed il diritto di portare al mondo la Parola, però è vero in modo specialissimo e particolare per quei credenti. che sono assunti come membra di Gesù in modo altrettanto particolare, non solo per il Carattere del Battesimo e della Cresima, ma anche per quello dell’Ordine sacro, e ai quali compete il dovere ed diritto di donare la Parola per incarico esplicito della Chiesa.
Predicare dunque vuol dire accettare di essere “la bocca visibile” e la “voce fisicamente udibile” di Gesù; vuol dire quindi accettare di prolungare realmente quel mistero stupendo di amore e di unione che è l’Incarnazione; vuol dire accettare di essere e perciò tendere a divenire, come Gesù, radicati nell’Amore di Dio da donare, e radicati nella miseria degli uomini da assumere e salvare.
La predicazione comporta perciò un duplice impegno; quello di “portare” il Mistero di Dio, di amarlo, di conoscerlo, di immergervisi sempre più attraverso le Fonti della rivelazione nella fedeltà alla Chiesa; poi l’impegno di “portare” la miseria degli uomini, escluso il peccato, cioè di “portare” la loro povertà effettiva, la loro piccolezza, la loro limitazione, la loro tentazione, la loro sete, la loro insufficienza, il loro linguaggio...; l’impegno di amare questa miseria, di conoscerla, di immergervisi sempre più; l’impegno di vincere la terribile tentazione di difendersi. da quella miseria uscendone in nome magari della dignità sacerdotale o della salvezza della propria anima o di una maggiore fecondità apostolica. Tutto questo vale, è vero, principalmente per chi predica; ma vale ugualmente anche per chi scolta nella Fede. Il predicare e l’ascoltare sono due cose talmente legate tra loro che non è possibile comprendere l’una senza l’altra; sono due realtà unite come le parole della consacrazione ed il pane. Anche chi ascolta prolunga il Mistero della Incarnazione, compiendo in sé, come strumento della Parola fatta carne il Mistero della attenzione di Gesù al Padre e della sua ubbidienza. L’ascoltare dei cristiani non è in realtà solo un ricevere passivamente o un sopportare; è un donare; il loro è il silenzio dell’amore che dà a chi parla la gioia del parlare, ma è soprattutto la continuazione del silenzio della morte di croce che nel più grande atto di donazione e di ubbidienza racchiudeva e riconsacrava tutto l’universo. I silenzi di Gesù hanno salvato il mondo come la sue parole. Altrettanto nella Chiesa occorre che ci sia chi parla come chi ascolta e ambedue concorrono alla salvezza del mondo. In realtà bisogna che chi parla e coloro che ascoltano ricerchino l’unità della Carità, la fusione dell’effettivo amore fraterno; bisogna che parola e silenzio siano espressione di unità, se vog1iono edificare la fede in seno alla Chiesa e condurre a questa fede il mondo. Questo insinua il Signore, quando manda i suoi discepoli a predicare, due a due, secondo la interpretazione di S. Gregorio papa: “...ecco infatti che il Signore manda i suoi discepoli due a due e ciò per farci intendere che chi non ha amore verso l’altro deve evitare categoricamente di assumere l’ufficio della predicazione”. Questo, ancora, esprime meravigliosamente nella. preghiera rivolta al Padre al termine dell’ultima cena: “Non prego soltanto per questi (apostoli); ma prego anche per quelli che crederanno in me per la loro parola; affinché siano anch’essi una cosa sola in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu mi desti, io l’ho data loro, affinché siano una cosa sola, coma noi siamo una cosa sola, io in essi e tu in me affinché siano perfetti nell’unità, e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati, come hai amato me (Giov. 17, 20-22)
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